28/03/2026
Analizziamo questo commento che rappresenta un'argomentazione ad hominem pura, intrisa di disprezzo. Sempre sotto al mio video sulla festa della mamma e festa del papà.
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⚠️Avvertenza
Il presente commento è stato preventivamente eliminato, affinché non sia possibile in alcun modo risalire al suo autore/autrice.
Vista la natura puramente divulgativa della rubrica, mi riservo il diritto di eliminare i commenti offensivi verso l'autore/autrice del commento, anche se non più identificabile in una persona specifica.
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Il commento è un meraviglioso esempio di come il sistema di rango (programma biologico che veicola un'aggressività finalizzata a definire la propria posizione di superiorità in un contesto relazionale) sia uno dei sistemi automatici che può attivarsi quando si percepisce una minaccia alla propria identità.
In questo caso, la persona inizia sottolineando che la mia opinione non è richiesta, quindi gratuita, quindi senza valore.
Siamo già nel sistema di rango: io definisco la leggitimità o meno della tua opinione, ponendomi in una posizione di superiorità rispetto a te.
Continua esacerbando l'aggressività attraverso l'attacco alla mia sfera intima e personale, facendo affermazioni su di me come persona, ma oltretutto erigendosi a psicologa della psicologa (fantastico, n. d. a.): “palesa traumi subiti durante l’infanzia”, “donna fredda e anaffettiva”. Questa è una forma specifica di argomentazione ad hominem psicologizzante: invece di discutere ciò che viene detto, si costruisce una diagnosi implicita sulla persona, attribuendole cause interne (traumi) per spiegare il contenuto.
Dal punto di vista logico, questo è anche una fallacia genetica: si suggerisce che l’origine (presunti traumi personali) renda automaticamente invalido ciò che viene affermato. Ma anche se fosse vero (cosa che non è dimostrata) non direbbe nulla sulla correttezza o meno del contenuto delle mie parole.
Sul piano dei bias cognitivi, si può leggere un bias di proiezione: caratteristiche emotive (freddezza, anaffettività) vengono attribuite all’altro, spesso perché ciò che viene detto attiva disagio o distanza emotiva.
C’è anche un bias di conferma, per cui il commentatore interpreta il tono o il contenuto in modo coerente con l’idea iniziale (“questa persona è fredda”).
Dal punto di vista psicologico, questo tipo di attacco ha una funzione difensiva abbastanza evidente. Quando un contenuto tocca temi sensibili, in questo caso legati all’affettività, alla famiglia, ai bambini, può attivare una reazione emotiva. Invece di confrontarsi con ciò che viene detto, si sposta il focus su chi lo dice, trasformandolo nel problema. In questo modo si evita il confronto e si protegge la propria posizione.
Infine, il commento ha una forte componente di svalutazione identitaria (“donna fredda e anaffettiva”), che serve a ridurre la mia autorevolezza e a chiudere il dialogo. Non c’è intenzione di confronto, perché la persona viene già collocata in una categoria negativa, inferiore a sé.
E niente, continuo a rimanere curiosa su ciò che tocca i nervi scoperti di una buona fetta della nostra popolazione.