Tiziano Cerulli - Psicologo ad approccio Archetipico Immaginale

Tiziano Cerulli - Psicologo ad approccio Archetipico Immaginale Percorsi individuali, di coppia e di gruppo "Ogni psicologia che sceglie come sua meta l'anima deve parlare in termini immaginativi" James Hillman
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Psicologo e Counsellor Immaginale
Istruttore Mindfulness Educators®
Trainer in Compassion Focused Therapy

Accompagno chi vive ansia e disregolazione emotiva, blocchi decisionali e difficoltà relazionali.

30/05/2026

L’AQUILONE E L’ARTE DI LASCIARE ANDARE

Ieri, durante la mia trasmissione "Storie che curano" ho parlato del tema del lasciare andare usando una metafora che sento molto vicina: quella dell’aquilone, ispirata alla canzone "Kite" degli U2 che Bono scrisse per la morte del padre.

Lasciare andare non è un gesto improvviso.

È un processo psicologico complesso, che tocca identità, legami, aspettative.

E l’aquilone ci aiuta a capirlo.

Quando teniamo un aquilone tra le mani, c’è un filo che unisce due forze: la nostra presa e il vento. Quel filo rappresenta la relazione.

Il bisogno di sentirci ancora in contatto.

La paura che, se allentiamo la presa, qualcosa si spezzi.

Ma l’aquilone vola solo quando smettiamo di ti**re troppo forte. Allentare non significa abbandonare.

Significa permettere al legame di trovare il suo equilibrio naturale.

Significa riconoscere che l’altro non è un’estensione di noi, ma un essere in movimento.

Nella pratica clinica lo vediamo spesso: trattenere per paura di perdere, controllare per paura del cambiamento, stringere per paura del vuoto.

Soprattutto in chi ha uno stile di attaccamento insicuro ansioso.

Eppure, la maturità affettiva nasce proprio lì:
nel momento in cui capiamo che lasciare andare è un atto di fiducia, non di rinuncia.

L’aquilone ci ricorda che Il filo non è controllo, è connessione.

Il vento non è minaccia, è crescita.

La distanza non è perdita, è trasformazione.

Lasciare andare non è perdere qualcuno. È permettere a entrambi di respirare.

È un gesto adulto, spesso doloroso, sempre necessario.

Ed è così che, a volte, scopriamo che l’aquilone vola più in alto proprio quando smettiamo di trattenerlo.

🎙 Se ti fa piacere puoi ascoltare anche la mia voce su No Limits Radio il venerdì alle 6.30 e in replica alle 9.30.

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29/05/2026

ATTACCAMENTO INSICURO E DIALOGO INTERNO

Quando si parla di attaccamento insicuro e specialmente ansioso, spesso ci concentriamo sui comportamenti: l’iper‑attenzione, la paura del silenzio, il bisogno di conferme.

Ma prima ancora dei gesti, c’è una scena interna in cui si muovono voci, figure, parti di noi che parlano, temono, proteggono.

Il dialogo interno non è un semplice flusso di pensieri: è un teatro archetipico. Un luogo dove antiche memorie emotive prendono forma e voce.

Le tre figure che emergono nei momenti di paura sono:

1. Il Bambino Abbandonato: È la Voce Ansiosa, la più rapida, la più vulnerabile.

È il Bambino Interiore ferito, quello che ha imparato che il silenzio può significare perdita.

Quando si attiva, interpreta ogni attesa come un rischio, ogni distanza come un segnale di pericolo.

È una parte che non mente: racconta la storia di ciò che è stato.

2. Il Giudice Interiore

Accanto al Bambino compare spesso il Critico, l’archetipo del Giudice. È severo, inflessibile, convinto che solo controllando, prevedendo, anticipando si possa evitare il dolore.

È una voce che non nasce per ferire, ma per proteggere attraverso la disciplina.

Il problema è che, nei momenti di attivazione, diventa implacabile.

3. L’Adulto che rassicura

È la figura più importante, ma spesso la meno allenata. È l’archetipo dell’Accudente Interno, l'Angelo Custode, la parte adulta che può contenere, calmare, dare senso.

Non parla forte, non giudica, non pretende. E' saggia e compassionevole. È una presenza che dice:

“Ti vedo. So che hai paura. Rimani con me.”

Questa voce non nasce spontaneamente: si costruisce, si coltiva, si esercita.

Perché lavorare sulle voci interiori è così trasformativo?

Perché l’attaccamento ansioso non si cura solo cambiando comportamento: si cura cambiando la relazione con le parti interne.

Quando il Bambino parla da solo, l’ansia domina.

Quando il Giudice prende il controllo, ci sentiamo sbagliati.

Quando l’Adulto entra in scena, tutto cambia:
la paura non sparisce, ma trova un posto dove appoggiarsi.

È questo il cuore del lavoro: non eliminare la vulnerabilità, ma offrirle una presenza stabile.

29/05/2026

COME RICONOSCERE L'ABUSO NARCISTICO

L'abuso narcisistico è una forma di manipolazione emotiva che può essere difficile da riconoscere, ma ha effetti profondi sulla vittima.

Chi subisce questo tipo di abuso spesso si sente svalutato, confuso e isolato, mentre il o la "narcisista" si alimenta del controllo e della superiorità.

La psicoanalista G. Paris in Vita Interiore scrive: "La parte narcisista in noi non ha mai imparato il modo di legarsi agli altri per conoscere la gioia. Gli esseri narcisisti soffrono del fatto di essere rinchiusi in una bolla. Non tendono la mano a nessuno e non lasciano entrare nessuno".

È importante riconoscere i segnali di questa dinamica per proteggersi e cercare aiuto.

I segnali dell'abuso narcisistico possono essere sottili e difficili da riconoscere all'inizio, ma ci sono alcuni indicatori che possono aiutarti a capire se sei coinvolto in una relazione di questo tipo.

Ecco alcuni segnali comuni:

✅️ Svalutazione costante: La persona narcisista tende a minimizzare, criticare o svalutare i tuoi sentimenti, opinioni e successi, facendoti sentire inferiore o inadeguato.

✅ ️Manipolazione emotiva: usa il senso di colpa, la colpevolizzazione o il gaslighting per controllarti e farti dubitare di te stesso.

✅ ️Mancanza di empatia: Non mostra interesse o comprensione per i tuoi bisogni e sentimenti, concentrandosi solo su se stessa.

✅ ️Difficoltà a stabilire confini: Non rispetta i tuoi limiti personali e ti fa sentire obbligato a fare cose che non desideri.

✅ ️Isolamento: Cerca di allontanarti dalle tue reti di supporto, come amici e famiglia, per aumentare il suo controllo su di te.

✅ ️Reazioni sproporzionate: Risponde con rabbia, vittimismo o indifferenza quando gli fai notare qualcosa che non va.

✅ ️Mancanza di rimorso o senso di colpa: Non si scusa mai sinceramente o non riconosce i danni che può aver causato.

✅️ Tendenza a proiettare: Accusa gli altri di comportamenti o sentimenti che sono propri, spostando la responsabilità su di te.

Ricorda, riconoscere questi segnali è il primo passo per proteggerti e cercare aiuto. Se ti riconosci in questa descrizione, sappi che non sei sola/o e ci sono risorse e professionisti pronti a supportarti.

Abbiamo la responsabilità delle relazioni in cui scegliamo di stare ma non abbiamo la colpa se abbiamo incontrato delle persone che non abbiamo saputo riconoscere come "manipolatorie".

Inizialmente nessuno ha idea di essere in una relazione di abuso narcisistico.

La maggior parte di noi tende a pensare che i narcisisti siano persone egocentriche e innamorate di se stesse e con un Ego ipertrofico, ma è solamente quando abbiamo subito un abuso narcisistico e abbiamo avuto bisogno di chiedere aiuto che ci rendiamo conto che ci sono persone che funzionano diversamente da noi.

Molti di noi non avrebbero mai immaginato di entrare in relazione con individui che manipolano e non provano rimorso o senso di colpa per le loro azioni e che agiscono senza pensare a come le loro azioni possano influenzare gli altri. Eppure esistono e spesso non sono consapevoli di avere un disturbo di personalità.

Dire a chi è stato in un rapporto con una personalità narcisista o antisociale che avrebbe dovuto capirlo, significa non comprendere a fondo le dinamiche a cui hanno dovuto sottostare chi ha vissuto questo tipo di relazioni con un genitore, un datore di lavoro o un partner.

È normale non avere gli strumenti giusti per capire fin da subito, ma informarsi e conoscere meglio queste dinamiche può fare una grande differenza senza il bisogno di fare "diagnosi".

Ricorda, nessuno merita di essere trattato con mancanza di rispetto o di essere manipolato.

La consapevolezza è il primo passo verso la libertà.

28/05/2026

DIFFERENZE TRA DIFFICOLTÀ RELAZIONALI E DIPENDENZA AFFETTIVA

Tutti possiamo vivere difficoltà relazionali e tutti possiamo sperimentare, almeno una volta nella vita, una relazione basata sulla dipendenza affettiva.

La differenza non è nel grado di sofferenza, ma nella struttura del funzionamento relazionale.

È una difficoltà relazionale quando la persona:
- mantiene autonomia di base (lavora, ha degli hobby e interessi, amicizie, ecc.)
- vive la relazione come importante ma non come unica fonte di valore;
- prova dolore, confusione, ambivalenza, ma non perde il senso di sé;
- riesce a interrompere comportamenti disfunzionali con supporto e consapevolezza;
- non presenta pattern ricorrenti con partner diversi ma solamente in una determinata relazione.

In questi casi, la consulenza psicologica è spesso sufficiente.

La dipendenza affettiva si riconosce quando emergono le seguenti caratteristiche:

- Paura dell’abbandono pervasiva che guida le scelte della persona per paura della solitudine;
- Idealizzazione del partner e svalutazione di sé;
- Cicli ripetitivi con partner diversi;
- Perdita di confini e sacrificio costante dei propri bisogni affettivi ed emotivi;
- Astinenza emotiva quando il partner si allontana;
- Relazioni tossiche ricorrenti;
- Attaccamento insicuro che struttura il funzionamento (soprattutto ansioso).

Qui non basta la consulenza: serve psicoterapia perché si lavora su schemi, attaccamento, identità, trauma relazionale.

Come si struttura un percorso di consulenza psicologica efficace?

La consulenza non è “psicoterapia light”: è un intervento breve, focalizzato, orientato alla chiarezza e alle risorse.

La prima fase è la valutazione iniziale
Obiettivi:
- definire il problema;
- distinguere tra difficoltà e pattern strutturati;
- identificare risorse, limiti, contesto;
- valutare se la consulenza è sufficiente.

È una fase diagnostica in senso psicologico, non clinico.

La seconda fase è la psicoeducazione mirata. Si lavora su:
- dinamiche relazionali;
- attaccamento;
- confini;
- comunicazione;
- regolazione emotiva.

La psicoeducazione è già trasformativa perché dà linguaggio, mappe, cornici.

Nella fase tre c'è una chiarificazione e orientamento. Qui la persona:
- comprende cosa sta vivendo;
- vede alternative;
- riconosce i propri bisogni;
- prende decisioni più lucide.

È la fase in cui spesso si scioglie la confusione.

Infine vengono proposte delle strategie pratiche. Si introducono strumenti come:
- definizione dei confini;
- gestione dell’ansia relazionale;
- tecniche di grounding;
- micro-azioni per ripristinare autonomia;
- osservazione dei pattern relazionali.

Sono interventi brevi, concreti, immediatamente applicabili.

L'ultima fase è la valutazione finale. Si verifica:
- cosa è cambiato;
- cosa resta aperto;
- se serve un percorso psicoterapeutico.

La consulenza si chiude quando la persona ha acquisito più chiarezza, strumenti pratici e una direzione.

Dal punto di vista archetipico c'è un passaggio dalla fase dell'Orfano (il bambino abbondonato) al Guerriero (che agisce per raggiungere obiettivi) e all'Angelo Custode (che si prende cura di sé).

27/05/2026

IL TRAUMA NON E' (SOLO) QUELLO CHE TI E' SUCCESSO

Quando parliamo di trauma, molti pensano subito a grandi eventi come incidenti, violenze, perdite improvvise.

Quelli che in clinica chiamiamo traumi “T”. Ma esiste anche un’altra forma di trauma, più silenziosa, più quotidiana, più difficile da riconoscere: le parole che non sono arrivate, le attenzioni negate, le umiliazioni ripetute, l’essere cresciuti in un ambiente imprevedibile.

Questi sono i traumi “t”: non fanno rumore, ma lasciano segni profondi. E spesso sono proprio questi a portare le persone in studio, senza che se ne rendano conto.

L'archetipo del trauma è un costrutto psicologico, spesso associato alla figura dell'Orfano, che rappresenta una ferita profonda capace di frammentare la psiche.

Questo modello universale di sofferenza costringe a un processo di distruzione e ricostruzione dell'identità: la rottura iniziale può evolvere verso la patologia oppure trasformarsi in un'opportunità di profonda rinascita e cambiamento.

Nella psicologia analitica (sviluppata inizialmente da Carl Gustav Jung), il trauma non è semplicemente un evento doloroso, ma un'esperienza che scuote le fondamenta stesse della percezione che una persona ha di sé e del mondo.

L'esperienza traumatica si radica nell'inconscio formando un complesso, ovvero un nucleo di pensieri ed emozioni represse che influenza in modo autonomo il comportamento e le reazioni dell'individuo.

Dal greco trauma (ferita/rottura), indica il momento in cui gli elementi della coscienza (cognitivi ed emotivi) vengono separati per proteggere l'individuo da un dolore insopportabile.

Spesso il trauma costringe a confrontarsi con l'Archetipo dell'Ombra (la parte oscura o rinnegata di sé) e può avviare il classico "viaggio dell'eroe", in cui la guarigione passa attraverso l'integrazione della ferita.

Scrive Il Dott. Luciani: "Qualcunque cosa oggi può "fare trauma" nel rapporto con l'altro. Evenienze che un tempo venivano metabolizzate dagli esseri umani attraverso un "fisiologico" lavoro si lutto - la rottura di un fidanzamento, il licenziamento, la perdita di una persona cara possono divenire patologiche al punto da richiedere spesso l'intervento farmacologico o quello terapeutico. Anche gli incontri più insignificanti possono infliggere una ferita narcisistica: un automobilista che impreca contro di noi, un vicino che ci guarda con espressione insolita, un amico che ci toglie il saluto."

Cosa può fare uno psicologo? Lo psicologo non “cancella” il trauma. Non può far sparire ciò che è accaduto. Non può cambiare il passato ma può fare qualcosa di altrettanto importante: aiutarti a non portarlo più da solo.

Il lavoro psicologico sul trauma è un percorso che può includere i seguenti passaggi:

La stabilizzazione: imparare a calmare il corpo quando si attiva troppo, a riconoscere i segnali, a ritrovare un senso di sicurezza interna.

La Rielaborazione narrativa: dare parole a ciò che è accaduto, senza esserne travolti.

L'utilizzazione di tecniche evidence-based come EMDR, TF-CBT, approcci somatici e sensomotori se è anche psicoterapeuta.

Ricostruzione dell’agency: tornare a sentire che puoi scegliere, decidere, muoverti nel mondo senza paura.

Il trauma non si supera “essendo forti”.

Si supera essendo accompagnati.

Ci sono situazioni in cui il trauma è così intenso da richiedere invece un supporto integrato con lo psichiatra: insonnia grave, attacchi di panico ricorrenti, dissociazione severa, ideazione suicidaria.

In questi casi, psicologo e psichiatra lavorano insieme, ognuno con le proprie competenze. Non è un fallimento. È cura di sé.

Il trauma non è un’etichetta. È una ferita che può essere vista, ascoltata, compresa e trasformata.

E sì: lo psicologo può trattare il trauma, anche se non ha una specializzazione in psicoterapia, perché il trauma vive nella mente, nel corpo, nella storia personale — ed è lì che il lavoro psicologico può fare la differenza.

26/05/2026

DIPENDENZA AFFETTIVA E DISTURBI DI PERSONALITÀ

La dipendenza affettiva non è un vero e proprio disturbo ma è un termine ombrello sotto il quale possiamo trovare condizioni psicopatologiche differenti assimilabile alle dipendenze comportamentali (New Addictions).

È un modo di stare in relazione quando il proprio mondo interno non basta a regolare emozioni, identità o autostima. A seconda della personalità, questo bisogno assume forme molto diverse.

Ecco come si declina nei profili borderline, istrionico, narcisistico e dipendente.

1. Disturbo Borderline – Per chi presenta tratti borderline, la dipendenza affettiva nasce dalla paura intensa dell’abbandono.
La relazione diventa un’àncora emotiva per non cadere nel vuoto: senza l’altro, il mondo interno può sembrare ingestibile.

- Vicinanza cercata in modo urgente
- Idealizzazione e svalutazione
- Crisi quando l’altro si allontana
- Identità che si frantuma nella solitudine

Qui la dipendenza è un tentativo di regolare emozioni troppo forti.

2. Disturbo Istrionico – Nell’organizzazione istrionica, il bisogno non è tanto la relazione, quanto l’attenzione. La dipendenza affettiva si manifesta come ricerca costante di conferme.

- Seduttività, teatralità, iperespressività
- Paura di essere dimenticati
- Relazioni vissute come palcoscenico
- Autostima legata allo sguardo altrui

L’altro diventa lo specchio che mantiene viva l’immagine di sé: "io esisto".

3. Disturbo Narcisistico – Dietro l’apparente autosufficienza narcisistica c’è una fragilità profonda. La dipendenza affettiva si esprime come bisogno ossessivo di ammirazione e riconoscimento.

- Ricerca di partner che confermino il valore
- Rabbia o ritiro quando la conferma manca
- Svalutazione dell’altro per proteggersi dalla vergogna
- Relazioni vissute come fonte di “rifornimento”

Qui la dipendenza è un modo per stabilizzare un Sé fragile anche se presentato agli altri diversamente.

4. Disturbo Dipendente – Nella struttura dipendente di personalità, la dipendenza affettiva è parte del quadro clinico. Il bisogno dell’altro è vissuto come necessità vitale.

- Difficoltà a decidere da soli
- Paura intensa della solitudine
- Sottomissione pur di non perdere la relazione
- Annullamento dei propri bisogni

L’altro è percepito come indispensabile per funzionare.

Quattro modalita' di vivere la dipendenza ma una radice comune. In tutti questi profili, la dipendenza affettiva è in realtà un tentativo di regolare emozioni difficili, proteggersi dalla solitudine psichica e dare continuità al proprio senso di sé.

Ciò che cambia è il motivo per cui l’altro diventa necessario.

26/05/2026

GLI ARCHETIPI DELLA MANIPOLAZIONE
(Parte seconda)

Il ciclo dell’abuso narcisistico può essere letto come un mito in quattro atti, in cui due archetipi principali — l’Illusionista e la Pellegrina — si muovono dentro un campo relazionale che alterna seduzione, confusione, perdita e ritorno.

Questa mappa non patologizza la vittima ma illumina il processo, non è un giudizio verso la persona. Le relazioni sono sempre caratterizzate da dinamiche tra aspetti inconsci e consci della psiche.

1. L’Illusionista — Fase dell'Idealizzazione: questa fase è quella che viene chiamata tecnicamente "Love Boombing".

L'Archetipo dominante è Il Mago Ombra
Il Simbolo è la luce che abbaglia
Movimento psichico: ricerca della fusione, promessa, destino.

L’Illusionista appare come colui che “vede” la Pellegrina o il Pellegrino più di chiunque altro.

La fase è caratterizzata da:
- proiezioni idealizzanti;
- fusionalità rapida;
- promessa di salvezza reciproca;
- narrazione mitica del legame.

Archetipo attivato nella vittima: La Pellegrina Visionaria, che sente di aver trovato finalmente un luogo in cui essere vista.

Ricordiamo che tutti vogliamo essere visti ma spesso questo tipo di dinamica si attiva dove c'è una ferita da rifiuto o da abbandono perché c'è un bisogno di riconoscimento profondo.

2. Il Giudice Oscuro — Fase della svalutazione: quella che tecnicamente nel ciclo dell'abuso viene chiamato "gaslighting": è una subdola forma di abuso psicologico e manipolazione.

L'Archetipo dominante è il Padre Punitivo;
Il Simbolo è lo specchio che distorce
Movimento psichico: erosione, confusione, senso di colpa.

L’Illusionista si trasforma nel Giudice Oscuro: la stessa voce che prima esaltava ora corregge, punisce, svaluta. Il manipolatore (detto gaslighter) agisce per far dubitare la vittima della sua memoria, percezione o sanità mentale, con l'obiettivo di dominarla e renderla dipendente.

Qui emergono:
- microcritiche
- gaslighting
- oscillazioni imprevedibili
- punizioni silenziose

Archetipo attivato nella vittima: La Custode della Colpa, che tenta di riparare, adattarsi, meritare di nuovo la luce iniziale come se cercasse l'approvazione del Padre.

3. Il Sovrano di Ghiaccio — Fase dello Scarto o abbandono del campo relazionale.

L'Archetipo dominante è Il Re Inaccessibile;
Il Simbolo è la porta che si chiude senza rumore
Movimento psichico: vuoto, sospensione, craving (fase della dipendenza)

Il Sovrano di Ghiaccio non spiega, non chiarisce, non accompagna. Scompare, si ritira, sostituisce. E' un archetipo che non appartiene solo al manipolatore patologico ma a chiunque scompare senza dare una spiegazione lasciando l'altro in uno stato di confusione.

La vittima entra nella fase più dolorosa:
- disorientamento;
- craving affettivo;
- idealizzazione retroattiva.
- ricerca di senso.

Archetipo attivato nella vittima: La Viandante dell’Abbandono, che vaga tra ricordi e speranze alla ricerca della propria anima.

4. La fase finale che può essere definita come il Ritorno o risucchio (hoovering): il tentativo di ripescaggio. Dopo un periodo di silenzio, il manipolatore torna a farsi vivo (spesso dopo che la vittima ha iniziato a riprendersi) con scuse, finte promesse di cambiamento o dichiarazioni d'amore.

L'Archetipo è il Predatore del Bisogno o Burattinaio che si attiva per riportare la vittima nella spirale dell'abuso e riprendere il controllo.
Il Simbolo è l'aspirapolvere
Il movimento è risucchiare, manipolare e attrarre a sé.

L'ultima fase è caratterizzata da:
- Ricerca compulsiva di conferme;
- Paura dell'abbandono mascherata da controllo;
- Seduzione e manipolazione emotiva
- Riattivazione dei legami traumatici.

Archetipo attivato nella vittima: il Burattino dipendente. Non si riconoscono i fili perché non si è ancora arrivati a comprendere quali ferite o schemi inconsci l'altro è capace di attivare in noi.

Questa mappa non ha valore scientifico ma è una lettura immaginale e archetipica delle energie che si muovono dentro di noi e nella relazione dove c'è una forma di abuso e manipolazione.

Hai mai vissuto una di queste fasi?

25/05/2026

QUANDO LA FIDUCIA SI ROMPE
(E l'altro supera un limite)

Molti anni fa avevo un’amica che arrivava sempre in ritardo. Io restavo lì, fermo per strada, ad aspettare per ore.

Ogni volta tacevo, ogni volta tolleravo.

Finché un giorno le dissi: “Se la prossima volta non arrivi puntuale, ti aspetto dieci minuti e poi me ne vado”. E così feci.

Lei mi chiamò sul telefono di casa — non esistevano ancora gli smartphone — e mi chiese: “Dove sei?”.

“A casa”, risposi.

Silenzio. Poi le sue scuse.

Aggiunsi solo una cosa: se voleva recuperare il rapporto, da quel momento avrebbe dovuto rispettare il mio tempo.

Da quel giorno fu sempre puntuale.

La fiducia non si spezza all’improvviso...

Si erode. Si incrina. Si satura.

E quando si supera una certa soglia — diversa per ognuno — ciò che si rompe non è solo la fiducia nell’altro, ma la fiducia in sé stessi nel continuare a restare.

È come un vaso o uno specchio che cade e si frantuma.

Tre condizioni segnano quasi sempre il punto di non ritorno:

- Perdita di coerenza interna — quando per restare dovresti tradire te stesso, i tuoi valori, la tua dignità. Non è più questione di perdonare l’altro, ma di riuscire a guardarti allo specchio.

- Ripetizione del danno — non è l’errore, ma la sua ricorrenza. Quando ciò che ti ferisce diventa un pattern, la fiducia muore.

- Assenza di responsabilità — se l’altro non riconosce, non ripara, non cambia, non c’è terreno su cui ricostruire.

La fiducia può rinascere solo quando:

- c’è verità — l’altro smette di difendersi e inizia a mostrarsi;
- c’è riparazione attiva — non scuse, ma comportamenti nuovi;
- c’è reciprocità — si lavora in due, non uno solo.

La fiducia non è un ponte che crolla: è un confine che si chiarisce.

Quando dici “non si recupera più”, spesso significa:
“Ho capito chi sei tu, e ho capito chi sono io.
E questa verità non è compatibile con il continuare.”

Non è una sconfitta. È lucidità.

Dopo il punto di rottura, scuse e tentativi di rimediare diventano inutili se l’altro non è disposto a cambiare.

La fiducia si perde perché le scuse arrivano dopo la tua soglia, quella goccia che l’altro pensava di non aver ancora raggiunto.

E se resti in un rapporto così, la domanda diventa inevitabile: resti per amore, per mancanza di strumenti, o per dipendenza?

Non tutto si può riparare.

Soprattutto se hai uno stile di attaccamento ansioso e l'altro tende a non farti sentire al sicuro può essere difficile stare in quella relazione e se ci rimani è perché non hai ancora abbastanza sicurezza interiore per comunicare i tuoi bisogni affettivi ed emotivi e mettere dei limiti.

24/05/2026

LA SEDIA VUOTA

La sedia è ancora lì, dove l’avevi lasciata tu.
Non l’ho spostata di un centimetro.
Non per nostalgia, ma per onestà: ogni volta che la guardo, ricordo che ci sono relazioni che non si rompono ma semplicemente finiscono.
E che finire non è un fallimento, ma è vita vissuta.

Le relazioni che terminano non muoiono mai: cambiano forma. Diventano un’eco. Un riflesso. Una domanda che non ha più bisogno di risposta.

Quando un amore o un'amicizia finisce, il corpo lo sa prima della mente. La pelle smette di aspettare.
Il respiro si fa più corto. Le abitudini si stropicciano come vestiti troppo usati.

Eppure, nella sedia vuota dell’ex partner o dell'ex amica/o, c’è sempre un’ultima lezione da apprendere: che non possiamo salvare chi non vuole essere salvato, che non possiamo trattenerci dove non siamo più graditi, che l’amore non è mai un possesso, ma è un rito di passaggio.

La sedia vuota diventa allora un confine.
Un altare.
Un luogo dove esprimere ciò che non abbiamo avuto il coraggio di dire.

È una soglia tra ciò che eravamo e ciò che stiamo diventando. Tra la versione di noi che amava e quella che impara dolorosamente a lasciar andare.

La sedia vuota non chiede di essere riempita. Chiede di essere riconosciuta.
Ci sono amori o amicizie che finiscono, ma non smettono di educarci.

Se c'è una persona che non riesci a dimenticare ma che sai non tornerà più queste parole sono anche per te.

22/05/2026

COME DIVENTARE PIU' SICURI NELLE RELAZIONI

"Ma come faccio a sviluppare uno stile di attaccamento sicuro se per tutta la vita ho vissuto con uno stile insicuro?"

Facciamo una premessa importante: i nostri genitori, o le esperienze relazionali precedenti, ci condizionano ma non determinano il nostro destino.

Eraclito affermava Ethos anthropoi daimon, "Il carattere è destino": questo significa che la nostra vita e il nostro destino sono strettamente legati al nostro carattere e alle nostre azioni.

Nel celebre saggio Il codice dell'anima, lo psicoanalista James Hillman lo racconta molto bene esponendo la "teoria della ghianda" e riportando casi di personaggi famosi che sono passati attraverso abusi e storie di violenza uscendone più forti e sicuri.

Secondo questa visione, ciascun individuo nasce con un'immagine innata e un destino unico, che il filosofo chiama daimon, che spinge continuamente per realizzarsi.

Hillman rifiuta l'idea che il nostro carattere sia solo il risultato dell'ambiente, dell'educazione o di traumi infantili. I genitori e l'infanzia sono solo "contenitori" e strumenti del destino, non gli artefici di ciò che siamo.

Il libro insegna a decifrare i segnali (a volte accidentali o dolorosi) attraverso cui l'anima si esprime. Dalla mediocrità fino al successo, ogni percorso ha una sua intima necessità che va riconosciuta e onorata.

"Ciò che serve, l’anima lo usa. Sono strabilianti, anzi, la saggezza e il senso pratico che essa dimostra nell’utilizzare accidenti e disgrazie."

Lo stile di attaccamento sicuro si sviluppa in genere quando una persona ha sperimentato relazioni di cura coerenti, sensibili e rassicuranti. Non tutti hanno avuto questa "fortuna".

Avere uno stile sicuro significa possedere le seguenti caratteristiche:

1. Sviluppare maggiore fiducia in sé e negli altri: chi ha un attaccamento sicuro si sente degno d'amore e crede che gli altri siano affidabili e disponibili. Non si fida ovviamente di tutti ma sente e sceglie di chi potersi fidare.

2. Regolazione emotiva: ha una buona capacità di riconoscere, esprimere e gestire le proprie emozioni in modo equilibrato.

3. Relazioni stabili: tende a costruire legami affettivi profondi, duraturi e reciproci, con confini sani.

4. Autonomia e dipendenza equilibrate: riesce a essere autonomo senza temere l’intimità, ed è capace di chiedere supporto nei momenti difficili.

5. Comunicazione chiara: esprime i propri bisogni e sentimenti senza eccessiva paura del rifiuto o della disapprovazione.

6. Resilienza: affronta meglio stress e conflitti nelle relazioni, senza sentirsi sopraffatto o abbandonato facilmente.

Nel mio percorso personale, per diventare una persona più sicura nelle relazioni, ma anche nel mio lavoro ho individuato e testato degli esercizi pratici per sviluppare uno stile di attaccamento più sicuro:

1. Diario emotivo: ogni sera scrivere 3 cose che hai fatto in cui ti sei sentito/a te stesso/a, libero/a da giudizio o bisogno di compiacere. Questo rinforza l'identità personale e la fiducia in te.

2. Praticare la regolazione emotiva. Quando senti una forte emozione, fermati e chiediti: cosa sto provando? dove lo sento nel corpo? cosa mi serve ora? Coltivare la consapevolezza e il non giudizio aiuta a tollerare e integrare le emozioni.

3. Riconoscere le relazioni sicure. Fai una lista delle persone con cui ti senti accolto/a e ascoltato/a e coltiva questi legami. Anche una o due relazioni sicure possono fare la differenza.

4. Visualizzazione guidata. Immaginare una figura compassionevole che ci guarda con amore, calma e sicurezza (reale o simbolica) e visualizzarla quando ti senti fragile rinforza il senso di sicurezza interiore.

5. Pratica del confine sano. Ogni settimana, individua un piccolo confine che puoi affermare (dire no, chiedere spazio, esprimere un bisogno). Scrivilo e rifletti su come ti sei sentito/a dopo. Questo sviluppa autonomia e rispetto di sé.

Tutti questi passaggi aiutano a diventare più sicuri solo se li si mette in pratica regolarmente, possibilmente con la guida di un professionista, ma è anche importante ri-conoscere e frequentare persone che ci fanno sentire al sicuro, soprattutto se siamo insicuri.

Nelle relazioni dove c'è troppa confusione e confini poco chiari non può esserci sicurezza.

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Quartucciu

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