30/05/2026
L’AQUILONE E L’ARTE DI LASCIARE ANDARE
Ieri, durante la mia trasmissione "Storie che curano" ho parlato del tema del lasciare andare usando una metafora che sento molto vicina: quella dell’aquilone, ispirata alla canzone "Kite" degli U2 che Bono scrisse per la morte del padre.
Lasciare andare non è un gesto improvviso.
È un processo psicologico complesso, che tocca identità, legami, aspettative.
E l’aquilone ci aiuta a capirlo.
Quando teniamo un aquilone tra le mani, c’è un filo che unisce due forze: la nostra presa e il vento. Quel filo rappresenta la relazione.
Il bisogno di sentirci ancora in contatto.
La paura che, se allentiamo la presa, qualcosa si spezzi.
Ma l’aquilone vola solo quando smettiamo di ti**re troppo forte. Allentare non significa abbandonare.
Significa permettere al legame di trovare il suo equilibrio naturale.
Significa riconoscere che l’altro non è un’estensione di noi, ma un essere in movimento.
Nella pratica clinica lo vediamo spesso: trattenere per paura di perdere, controllare per paura del cambiamento, stringere per paura del vuoto.
Soprattutto in chi ha uno stile di attaccamento insicuro ansioso.
Eppure, la maturità affettiva nasce proprio lì:
nel momento in cui capiamo che lasciare andare è un atto di fiducia, non di rinuncia.
L’aquilone ci ricorda che Il filo non è controllo, è connessione.
Il vento non è minaccia, è crescita.
La distanza non è perdita, è trasformazione.
Lasciare andare non è perdere qualcuno. È permettere a entrambi di respirare.
È un gesto adulto, spesso doloroso, sempre necessario.
Ed è così che, a volte, scopriamo che l’aquilone vola più in alto proprio quando smettiamo di trattenerlo.
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