Tiziano Cerulli -Psicologo e Counsellor Immaginale

Tiziano Cerulli -Psicologo e Counsellor Immaginale Percorsi individuali, di coppia e di gruppo "Ogni psicologia che sceglie come sua meta l'anima deve parlare in termini immaginativi" James Hillman
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Psicologo e Counsellor Immaginale
Istruttore Mindfulness Educators®
Trainer in Compassion Focused Therapy

Accompagno chi vive ansia e disregolazione emotiva, blocchi decisionali e difficoltà relazionali.

16/04/2026

DONNE CHE ODIANO GLI UOMINI E UOMINI CHE ODIANO LE DONNE (Quando il trauma non è solo tuo, ma della tua storia)

A volte le nostre relazioni non funzionano non perché “scegliamo sempre la persona sbagliata”, ma perché stiamo portando avanti un copione che non abbiamo scritto noi.

Molte ricerche mostrano che alcuni traumi si trasmettono di generazione in generazione.
E così, senza accorgercene, possiamo ritrovarci a vivere emozioni che non nascono davvero da noi, ma da ciò che è accaduto nel nostro sistema familiare.

🔹 Quando l’odio non è odio, ma un’eredità emotiva

Può succedere che una madre o un padre trasmettano ai figli la propria rabbia verso l’altro genitore. Oppure che un trauma antico — un tradimento, una violenza, un’umiliazione — rimanga sospeso nel sistema e cerchi un luogo dove essere espresso.

Il risultato?

- emozioni sproporzionate rispetto alla situazione
- giudizi rigidi sul maschile o sul femminile
- difficoltà a vedere l’altro per ciò che è, e non per ciò che rappresenta

È come se, invece di reagire al partner reale, reagissimo a un fantasma relazionale.

COME SI MANIFESTA QUESTO “IRRETIMENTO” NELLE RELAZIONI?

1️⃣ Proiezioni massicce
L’altro diventa il contenitore di un’intera categoria:

- “Gli uomini sono tutti così…”
- “Le donne sono tutte cosà…”

Non è una relazione tra due adulti, ma tra due ferite che si incontrano.

2️⃣ Scelte di partner “coerenti” con il copione
Si finisce per scegliere persone che confermano la ferita, come se ci fosse una lealtà invisibile al sistema:
“Se i miei non erano felici, non posso esserlo nemmeno io.”

3️⃣ Reazioni emotive sproporzionate
Piccoli gesti dell’altro scatenano rabbia, paura, chiusura.
Non perché siano gravi, ma perché toccano un nodo antico.

4️⃣ Difficoltà con l’intimità
L’intimità richiede fiducia.
Il trauma, invece, insegna ipervigilanza, controllo, evitamento.

5️⃣ Ruoli rigidi
La relazione diventa una scena che si ripete:
vittima/persecutore, salvatore/ingrato, adulto/bambino.

QUANDO UNA DONNA “ODIA GLI UOMINI” O UN UOMO “ODIA LE DONNE”

Spesso non sta parlando degli uomini o delle donne in generale.
Sta parlando di una ferita.
Di un’esperienza che ha incrinato la fiducia.
Di un trauma che non ha ancora trovato un luogo sicuro in cui essere ascoltato.

L’odio, in questi casi, non è un’emozione primaria:
è una strategia di sopravvivenza.

Il sistema nervoso impara a riconoscere il pericolo attraverso pattern, non attraverso individui.
“Se assomiglia al predatore, potrebbe esserlo.”
Non è odio: è paura.

La rabbia diventa una corazza che protegge dal dolore e dà un senso di controllo.

COSA SUCCEDE QUANDO LA FERITA VIENE FINALMENTE ASCOLTATA?

Tre movimenti fondamentali:

🔸 Distinzione e differenziazione:
“Non tutti gli uomini sono mio padre, il mio ex, il mio aggressore.”
“Non tutte le donne sono come mia madre, la mia ex, ecc.”

🔸 Regolazione emotiva: Il corpo smette di reagire come se fosse sempre in pericolo.

🔸 Scelta: La persona torna a scegliere chi far entrare nella propria vita, senza che sia il trauma a decidere.

E allora l’odio si scioglie. Non perché “bisogna perdonare”, ma perché non serve più a sopravvivere.

L'ARTE DEL FARE ANIMA Ci sono momenti in cui l’ansia sociale non è solo timidezza: è un’ombra che restringe lo spazio, c...
15/04/2026

L'ARTE DEL FARE ANIMA

Ci sono momenti in cui l’ansia sociale non è solo timidezza: è un’ombra che restringe lo spazio, che rende il corpo rigido e la voce un filo sottile. Per anni ho creduto che quella fosse semplicemente la mia forma, il mio limite. Poi è arrivato il teatro.

Non solo come palcoscenico da conquistare, ma come luogo di cura.
Un luogo dove potevo essere altro, e proprio per questo, finalmente, me stesso.

Sul palco ho scoperto qualcosa che la psicologia archetipica descrive bene: quando entri in un personaggio, non stai fingendo. Stai incontrando un’energia psichica che già ti abita. L’Eroe che osa, il F***e che gioca, il Saggio che osserva, il Bambino che sente. Il teatro mi ha permesso di dialogare con queste figure interiori, di dare loro un corpo, una voce, un gesto. E così, lentamente, hanno iniziato a sostenermi anche fuori scena.

Le arti terapie parlano di questo: dell’atto creativo come ponte tra dentro e fuori, tra ciò che temiamo e ciò che desideriamo diventare. Nel mio caso, il teatro è stato un luogo dell’anima e per fare anima. Una pratica che ha sciolto nodi, ampliato confini, trasformato la paura in presenza.

Non mi ha “guarito” in modo magico. Mi ha insegnato a stare.
A stare nel corpo, nella relazione, nello sguardo dell’altro.
A stare nella mia voce, senza scusarmi per il suo tremore.

Oggi, nella Giornata dell’Arte, celebro questo: la possibilità che l’arte ha di salvarci non perché ci cambia, ma perché ci rivela come ho raccontato nel mio libro.

E forse è questo il suo potere più grande: ricordarci che dentro di noi esistono molte più forme di vita di quante l’IO ci lasci immaginare. Perché come ci ricorda James Hillman l'io non è la psiche ma una funzione della psiche.

14/04/2026

PSICOLOGI CONTRO PSICOLOGI: perché obbligare una categoria fragile a versare il doppio dei contributi?

📲 Fonte: Il Fatto Quotidiano di Francesca Pelizzoni

🖊 L’Ente Nazionale Previdenza e Assistenza Psicologi è pronto a una delibera che aumenta il “risparmio previdenziale” senza coinvolgere gli iscritti.

Se parliamo di psicologi pensiamo tutti all’ascolto, all’empatia e alla cura della salute mentale, ma da psicologa vi posso dire che tra colleghi non funziona sempre così.

La categoria rispecchia la società e attualmente è in corso un movimento da parte di un organo elettivo che sta proponendo una riforma previdenziale nel chiuso delle stanze Enpap.

L’Ente Nazionale Previdenza e Assistenza Psicologi ha eletto la sua nuova rappresentanza nel marzo 2025 e rappresenta una categoria professionale eccessivamente numerosa, economicamente fragile, in larga parte libero professionale e in maggioranza femminile con un gender gap retributivo di circa il 30%.

L’Ente saluta la presidenza decennale di Felice Torricelli e accoglie la nuova presidenza di Federico Conte, il quale nel comunicato stampa dopo la sua nomina nel maggio 2025 dichiara:

“Implementare ulteriormente il rendimento dei nostri investimenti e incentivare il risparmio previdenziale sono gli unici modi per vincere la sfida principale di ogni istituto di previdenza: garantire pensioni appropriate e dignitose”. Quindi non ci si aspetta certo, da queste parole, che l’intento sia di obbligare all’aumento del “risparmio previdenziale”.

E invece no, si lavora alacremente a tutti i livelli per arrivare all’obbligo di aumento della contribuzione senza che nessuna informazione circoli.

Ma come ho fatto a sapere della questione? Il collega Mauro Grimoldi, consigliere Enpap, ha reso pubblica la discussione che sarebbe arrivata a una delibera il 23 aprile senza coinvolgimento della categoria professionale.

Su Facebook, nei suoi post, Grimoldi dichiara prima di aver lasciato il suo gruppo Altra Psicologia e qualche giorno dopo pubblica uno stralcio del verbale nel quale la notizia è contenuta.

Sconcertata e anche un po’ incredula, mi sono interessata alla questione e da quel momento è nata una impressionante presentazione paternalista dal resto dei consiglieri, 49 persone che portano una versione unica indiscutibile e che dall’alto del loro scranno comunicano a tutta la categoria che devono pagare.

Si parla di un’emergenza, di ministeri che ce lo chiedono, di ignoranza finanziaria e previdenziale della categoria, di fake news, degli occhiali bianchi di Grimoldi. E da qualche giorno è partita un’esplosione di webinar da parte di consiglieri, di post, di video, fino al lancio il 14 aprile di “A tu per tu con ENPAP: focus, domande e risposte su assistenza e previdenza” nel quale si scomodano presidente e vicepresidentessa. Eventi mai visti prima, ma che fanno pensare ad un correre ai ripari alla fuga di notizie.

Ora, certamente questa è una piccola notizia che riguarda una piccola categoria di persone, ma qualcosa mi fa avvertire una certa similitudine con la riforma della giustizia da poco, fortunatamente bocciata.

Colleghi ad alto reddito, quindi probabilmente nemmeno coinvolti dalla riforma (esiste un massimale per i redditi altri), obbligheranno colleghi, che arrivano a malapena alla fine del mese, a pagare quasi il doppio dei contributi per un forse aumento futuro della propria pensione tra 20 o 30 anni, delta che sarà ridotto a niente dalla tassazione ordinaria. Nessuna possibilità di discussione.

La domanda che mi frulla in testa è perché si è agito in questo modo? Perché questa opacità? Chi ci guadagna da questa riforma?"

13/04/2026

LE PERSONE ARRIVANO FIN DOVE PERMETTE LA PERSONALITÀ (E I MECCANISMI DI DIFESA)

Quando qualcuno si allontana da te senza nemmeno provare a chiarire, è naturale chiedersi se hai sbagliato qualcosa. A volte sì… ma altre volte scopri che quella persona si comporta così con tutti. E allora capisci che non è “colpa tua”: è il suo modo di stare (o non stare) in relazione.

Perché succede?

Perché alcune persone non riescono a sostenere una relazione autentica senza maschere.
Se qualcuno intravede cosa c’è sotto, si chiudono per proteggersi.

Perché magari hanno imparato in famiglia che manipolare, controllare o usare gli altri è “normale”.

Perché possono avere un attaccamento evitante o tratti borderline o narcisistici che le portano a idealizzare e poi svalutare al primo conflitto, buttando giù dal piedistallo chi loro stesse avevano messo lì.

E così, nel tempo, trovano solo chi si incastra nel loro copione… oppure si ritrovano sole, circondate da terra bruciata.

Se tu hai cercato un confronto, se hai provato a riparare, non sei tu “il problema”.
Il problema è quasi sempre chi scappa dal dialogo.

Non perché tu non abbia mai sbagliato, ma perché hai cercato una risoluzione che l’altro non voleva — o non era in grado di sostenere.

Sbagliare è umano. Ferirsi è umano. La differenza la fa chi resta aperto al confronto e chi alza un muro.

Il confronto fa paura perché ci mette davanti alle bugie che raccontiamo agli altri e a noi stessi. Ci mostra limiti, difetti e insicurezze.

Le relazioni che durano sono quelle basate su comunicazione, tolleranza e, spesso, perdono.

Puoi perdonare e lasciar andare anche se l’altro non può o non vuole farlo, convinto di avere ragione.

Ma alla fine la domanda è una sola:

"Preferisci avere ragione o trovare pace?"

La scelta è tua.

PERCHE' NON RIUSCIAMO A SMETTERE DI PENSARE A UNA PERSONA? Quando finisce una storia d’amore, o un'amicizia importante, ...
12/04/2026

PERCHE' NON RIUSCIAMO A SMETTERE DI PENSARE A UNA PERSONA?

Quando finisce una storia d’amore, o un'amicizia importante, non perdi solo l’altro. È come se una parte di te si spegnesse.

Non è solo nostalgia. È una perdita di Anima. La vitalità, il senso, la realtà stessa sembrano svanire.

Non guardi più il mondo con gli stessi occhi.

Non ti riconosci più.

La caccia all'anima (o soul retrieval) nello sciamanesimo è una pratica rituale di guarigione volta a recuperare frammenti di energia vitale perduti a causa di traumi, shock o dolorose separazioni.

Attraverso il viaggio sciamanico, lo sciamano entra nel mondo non ordinario per restituire l'integrità alla persona, superando un senso di vuoto e aridità esistenziale.

Dal punto di vista psicologico, come scrive James Hillman: "La perdita di Anima è esperienza comune quando finisce una storia d’amore. Si ha allora una perdita di vitalità e di realtà, non solo riguardo all’altra persona, a quella storia, all’amore, ma anche riguardo a se stessi e al mondo intero."

Come scrive la pagina Torcha: "La difficoltà nel dimenticare alcune persone può essere compresa alla luce dell’Effetto Zeigarnik, descritto dalla psicologa Bluma Zeigarnik. Questo fenomeno mette in luce come la mente tenda a mantenere attivi e accessibili dei contenuti incompleti, generando persistente tensione cognitiva.

Applicato alle relazioni interpersonali, tale meccanismo spiega perché i legami non pienamente conclusi risultino particolarmente difficili da elaborare. Quando una relazione termina senza una chiusura chiara — emotiva, comunicativa o simbolica — il cervello continua a trattarla come un “compito aperto”.

Ne deriva un’attivazione mentale costante che si manifesta attraverso pensieri ricorrenti, ruminazione e simulazioni ipotetiche (“cosa sarebbe successo se…”).

Questo processo non è casuale, ma risponde a una funzione adattiva: la mente è orientata alla risoluzione e alla coerenza. In assenza di una conclusione, tenta di ridurre l’incongruenza interna riesaminando eventi passati e costruendo scenari alternativi.

Tuttavia, quando tale ciclo non trova una soluzione, può trasformarsi in un loop cognitivo che ostacola il distacco emotivo.

La persistenza del ricordo, quindi, non dipende necessariamente dall’intensità del legame, ma dal grado di “incompletezza” percepita. Relazioni ambigue, interrotte bruscamente o prive di spiegazioni tendono a fissarsi più a lungo nella memoria proprio perché non integrate pienamente nell’esperienza personale.

L’uscita da questo stato richiede una forma di chiusura, che può essere reale, attraverso il confronto o una decisione consapevole oppure simbolica, come la rielaborazione interna dell’esperienza.

Anche il riconoscimento delle emozioni e l’accettazione dell’assenza di una conclusione perfetta contribuiscono a ridurre la tensione cognitiva. In questo modo, il “compito” può essere finalmente archiviato, permettendo alla mente di liberare risorse e orientarsi verso nuove esperienze."

Quella frattura è anche un invito: a ritrovarti, a ricucire il filo interrotto con te stessə, a far nascere qualcosa di nuovo… da quel vuoto. La perdita può diventare un ritorno a se stessi.

Ti è successo? Cosa vorresti dire oggi a quella persona?

Scrivimelo nei commenti.

11/04/2026

QUANDO LA MADRE TERRIBILE CONDUCE LA FIGLIA VERSO UOMINI NARCISO

Ci sono storie che non iniziano nelle relazioni adulte, ma molto prima: nei territori psichici dove si formano i primi archetipi. Questi archetipi sono spesso trasmessi di generazione in generazione.
Quando una donna cresce con una madre invadente, manipolatoria, capace di usare le figlie come estensioni del proprio potere e con un padre assente, su cui la madre ha proiettato il proprio maschile interiore, la psiche della figlia impara una grammatica affettiva precisa: l’amore è qualcosa che si conquista e non qualcosa che si riceve.

La Madre Terribile non è la madre reale, ma la sua ombra archetipica che ingloba, confonde, manipola, definisce chi sei prima che tu possa farlo tu. È un'immagine interna alla psiche.

La figlia impara a sopravvivere diventando iper-accudente, accomodante, invisibile a sé stessa. Sceglie uomini infantili senza esperienza o uomini egocentrici e di potere.

È la nascita dell’archetipo della Figlia Persefone: sensibile, intuitiva, ma prigioniera di un mondo che non ha scelto.

L’assenza del padre non è solo mancanza: è un buco nella mappa. La donna Persefone cresce senza un testimone, senza uno sguardo che la veda come soggetto.
Da adulta, quel vuoto diventa un magnete: attrae uomini che non ci sono davvero, o che ci sono solo quando serve a loro.

Gli uomini narcisisti, infantili o emotivamente abusanti incarnano perfettamente ciò che la psiche di Persefone conosce: presenza intermittente, bisogno di essere salvati, centralità assoluta del loro mondo interno, incapacità di vedere l’altro.

Persefone li riconosce non perché li desideri, ma perché sono familiari. E la familiarità, nell’inconscio, è spesso scambiata per destino. La psiche è attratta da ciò che familiare e che rispecchia il mondo interiore.

La dinamica relazionale è antica quanto i miti:
- La donna Persefone tenta di salvare il suo Uomo Narciso come non ha potuto salvare il padre dalla Madre Terribile.
- Narciso usa Persefone come specchio, come la Madre Terribile usava lei.
- Entrambi recitano ruoli che non hanno scelto, ma che conoscono troppo bene.

È un incastro, non un amore. È funzionale a rinforzare un'identità fittizia basata sulla manipolazione reciproca.

La trasformazione avviene quando la donna riconosce il copione e smette di interpretarlo. Quando comprende che non deve salvare nessuno, non deve essere scelta per valere, non deve riparare la ferita originaria attraverso relazioni impossibili.

È il momento in cui Kore, la fanciulla, diventa Persefone, la giovane dea che torna alla luce con una nuova sovranità interiore.

Il punto non è evitare Narciso, ma riconoscere Persefone staccandosi da una madre Demetra castrante. Perché quando la donna recupera il proprio centro, l’archetipo cambia forma. E ciò che prima sembrava destino diventa finalmente scelta.

11/04/2026

IL CATTIVO ALTRO

Una storia zen racconta che un uomo, un mattino, si svegliò prima dell’alba con un solo pensiero: trovare il suo nemico. L’aria era ancora fredda quando lasciò la sua casa e si mise in cammino. Attraversò la pianura mentre il sole saliva lento, ma del nemico nessuna traccia.

A mezzogiorno, con il calore che tremolava nell’aria, si addentrò nella foresta. Cercò tra le ombre degli alberi, tra i rami intrecciati, tra i rumori che sembravano sussurri. Nulla.

Quando il sole cominciò a scendere, salì sulle colline. Da lassù il mondo sembrava più piccolo, più leggibile, eppure il suo nemico non era lì.
Solo al crepuscolo, stanco e disilluso, si sedette accanto a un ruscello. L’acqua scorreva limpida, come se non avesse mai conosciuto la fatica. Si chinò per bere, e fu allora che lo vide: il volto del nemico, riflesso nell’acqua. Il suo volto.

Le tradizioni orientali ci ricordano che il bene e il male non sono due regni separati, ma due correnti che scorrono dentro ciascuno di noi. Il simbolo del Tao lo mostra con chiarezza: nel bianco c’è un punto nero, nel nero un punto bianco. Nessuno è solo luce, nessuno è solo ombra.

Eppure, quando qualcosa ci ferisce, quando qualcuno non ci ama come vorremmo, quando ci sentiamo traditi o non visti, la tentazione è sempre la stessa: cercare il colpevole fuori. Così la realtà diventa uno specchio, come quello in cui si perde Narciso. Solo che noi non ci innamoriamo del riflesso: lo temiamo, lo accusiamo, lo combattiamo.

Lo psicoterapeuta John Welwood chiama questo meccanismo la fissazione sul “cattivo altro”: la figura interna di chi ci ferisce, ci delude, ci abbandona. Questa figura nasce presto, quando da bambini scopriamo che i nostri genitori non sono solo “buoni”. A volte sono distratti, arrabbiati, incoerenti, umani. Se quella rabbia infantile non trova spazio, si trasforma in un’ombra più grande: un “cattivo” generico, sempre in agguato, sempre pronto a farci del male.

E allora lo proiettiamo ovunque: nelle relazioni, nelle istituzioni, nei leader, perfino negli sconosciuti. Il mondo si popola di nemici, e noi continuiamo a cercarli all’alba, nella pianura, nella foresta, sulle colline.

Marie‑Louise von Franz scrive: «Riversare il male sugli altri equivale a perdere la possibilità di percepirlo e quindi la capacità di trattare con esso.»

Non significa negare che il male esista. Significa riconoscere che l’unico luogo in cui possiamo davvero incontrarlo e trasformarlo è dentro di noi.

Jung lo dice con una semplicità disarmante:
«Poco importa sapere dove l’altro sbaglia. È interessante sapere dove sbagliamo noi stessi. Perché solo lì si può fare qualcosa.»

Forse è questo il vero viaggio: smettere di cercare il nemico fuori e avere il coraggio di guardare il riflesso nell’acqua.

10/04/2026

I CINQUE LINGUAGGI DELL'AMORE

Hai mai sentito che, nonostante l'amore che provi per il tuo partner, ci sia qualcosa che non va?

Eliana e Paolo sono un esempio perfetto di come le differenze nei linguaggi dell'amore possano portare a incomprensioni.

Si presentano per una consulenza di coppia e subito osservo che mentre Eliana ha bisogno di momenti di qualità per sentirsi amata, Paolo si sente realizzato attraverso i servizi che offre. Questo porta entrambi a sentirsi insoddisfatti, perché non riescono a riconoscere e apprezzare i gesti dell'altro.

È fondamentale comunicare le proprie esigenze e trovare un equilibrio. Entrambi sbagliavano nel modo di comunicare.

Rispondendo a domande sulle loro preferenze, Eliana e Paolo hanno scoperto i loro linguaggi dell'amore e hanno iniziato a "parlare" la lingua dell'altro.

Questo ha rafforzato la loro connessione e li ha resi più soddisfatti nella relazione.

Gary Chapman ha identificato cinque linguaggi dell'amore:

1. Le parole valorizzanti: complimenti e parole gentili (non necessariamente sdolcinate);

2. I momenti di qualità: attenzione esclusiva e condivisione (senza smartphone o distrazioni);

3. I regali: doni che rappresentano affetto (piccoli pensieri);

4. I servizi resi: aiuto concreto e pratico (poche parole e più fatti);

5. Il tocco fisico: abbracci, baci e carezze.

Ognuno di noi ha uno o due linguaggi preferenziali che ci fanno sentire amati. Quando il nostro partner si rivolge a noi nel nostro linguaggio principale, il nostro “serbatoio affettivo” si riempie, e ci sentiamo profondamente amati.

Al contrario, se il partner utilizza un linguaggio diverso, potremmo sentirci trascurati, anche se l'amore è sincero.

Non lasciare che le incomprensioni rovinino la tua relazione...

Conosci il tuo linguaggio dell'amore e quello del tuo partner.?

RELAZIONI FRAGILI NELL'ERA DELL'INDIVIDUALISMO Si parla spesso delle nuove generazioni come immature, fragili, incapaci ...
09/04/2026

RELAZIONI FRAGILI NELL'ERA DELL'INDIVIDUALISMO

Si parla spesso delle nuove generazioni come immature, fragili, incapaci di stare nelle relazioni.

Ma ciò che osservo, nella mia vita privata e professionale, è che la difficoltà è ormai intergenerazionale.

Stiamo attraversando un tempo in cui molte persone non riescono più a restare dentro i legami: relazioni amicali e sentimentali, collaborazioni. Alla prima crisi, al primo malinteso, al primo disagio… si chiude la relazione.

Con un messaggio o sparendo senza nessuna spiegazione.

La relazione diventa un luogo da cui fuggire, non uno spazio da abitare e condividere.

Secondo le riflessioni dello psicologo Matteo Lancini, negli ultimi anni si è assistito a una trasformazione radicale nelle dinamiche relazionali e genitoriali. Si è passati da un mandato verticale (lavora, fai figli, rispetta le regole) a una società in cui viene dato un valore assoluto e prioritario al progetto individuale.

La tendenza, nelle relazioni, è quella di idealizzare l’altro, proiettandolo sopra un piedistallo, che quando non corrisponde all’immagine che avevamo in mente, viene spostato nel "cestino dei rifiuti" attraverso la svalutazione e l'etichettatura diagnostica.

“È un narcisista”, “è evitante”, “è un caso umano”. Etichette che rassicurano, ma che impediscono di vedere la complessità.

Desideriamo l’amore, ma spesso non sappiamo praticare l’amare.

Confondiamo eccitazione, innamoramento, attaccamento con un sentimento che invece richiede tempo, cura, fatica, continuità.

Le persone diventano oggetti di consumo: si usano, si sostituiscono, si scartano.

Eppure nelle relazioni si sta nonostante: nonostante i difetti, nonostante le incomprensioni, nonostante le ferite inevitabili che due esseri umani, imperfetti, possono infliggersi mentre cercano di incontrarsi.

Murakami lo esprime con lucidità: “Noi siamo tutti esseri imperfetti che vivono in un mondo imperfetto… A volte è impossibile evitare che qualcuno rimanga ferito. Occorre essere aperti e abbandonarsi alla vita così come viene.”

È più facile restare nella zona di comfort o scegliere la solitudine che impegnarsi in una relazione e lavorare su di sé.

E' più facile dare sempre la colpa all'altro e non assumersi nessuna responsabilità.

Questo non significa tollerare dinamiche disfunzionali. Significa riconoscere che ogni legame attraversa fasi, crisi, compiti evolutivi.

Senza impegno, pazienza, tolleranza, stima reciproca e comunicazione non si costruisce nulla.

Nessuna casa resta in piedi senza fondamenta solide.

09/04/2026

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08/04/2026

Le vostre domande: "L’attaccamento ansioso e l’alta sensibilità (HSP, high sensitivity) sono la stessa cosa?"

No, ma si incontrano spesso e possono amplificarsi a vicenda. La correlazione non è deterministica, ma esistono ponti psicologici che spiegano perché molte persone altamente sensibili sviluppano pattern ansiosi nelle relazioni.

La sensibilità elevata rende il sistema nervoso più reattivo agli stimoli emotivi e relazionali; l’attaccamento ansioso nasce quando, in un contesto di sviluppo, questa reattività non trova sintonizzazione, sicurezza e regolazione. Il risultato è un adulto che vive le relazioni con iper-vigilanza, paura della perdita e forte bisogno di conferme.

Come si intrecciano: tre livelli chiave

1. Neurobiologia condivisa: iper-reattività allo stress
Le persone altamente sensibili hanno:
- maggiore attivazione dell’amigdala
- elaborazione profonda degli stimoli
- soglia più bassa per il sovraccarico emotivo

Se durante l’infanzia questa sensibilità incontra caregiver incoerenti, imprevedibili o emotivamente assenti, il sistema sviluppa strategie ansiose per ottenere vicinanza e regolazione.

In altre parole: la sensibilità è il terreno; l’attaccamento ansioso è una risposta appresa in quel terreno.

2. Sintonizzazione emotiva: quando manca, la sensibilità diventa vulnerabilità
L’alta sensibilità richiede:
- risposte prevedibili
- delicatezza
- tempi lenti
- conferme non intrusive

Se il bambino sensibile non riceve questo tipo di accudimento, può interiorizzare:
- “Sono troppo”
- “Devo monitorare l’altro per sentirmi al sicuro”
- “La vicinanza non è garantita, devo conquistarla”

Questo è il nucleo dell’attaccamento ansioso.

3. Quando attaccamento ansioso e alta sensibilità coesistono, emergono spesso:
- iper-lettura dei segnali dell’altro
- ruminazione e sovra-interpretazione
- paura intensa del rifiuto
- bisogno di conferme frequenti
- difficoltà a tollerare l’ambiguità
- forte empatia, ma anche vulnerabilità al sovraccarico

La sensibilità amplifica l’ansia; l’ansia amplifica la sensibilità.

Ma c’è anche un lato evolutivo! Le persone altamente sensibili non sono destinate all’attaccamento ansioso. Anzi, la ricerca mostra che:
- in contesti sicuri, sviluppano spesso attaccamento sicuro più stabile della media
- rispondono molto bene a relazioni sane, terapia e ambienti regolati
- hanno una plasticità emotiva superiore

La sensibilità è un amplificatore: amplifica il disagio in ambienti disfunzionali, ma amplifica anche la crescita in ambienti sicuri.

Distinguere i due fenomeni è essenziale:
Alta sensibilità = tratto temperamentale
Attaccamento ansioso = strategia relazionale appresa.

Non sono la stessa cosa, ma possono intrecciarsi profondamente.

08/04/2026

IL QUINTO PILASTRO DELL'ATTACCAMENTO ANSIOSO: La comunicazione assertiva

Uno dei passaggi più trasformativi per chi vive dinamiche di attaccamento ansioso è imparare a comunicare in modo assertivo.
Non perché “bisogna essere più forti”, ma perché l’assertività restituisce dignità al bisogno, forma al sentire e mette confini alla relazione.

🔹 Perché è così difficile essere assertivi quando si ha un attaccamento ansioso?
L’attaccamento ansioso porta spesso a tre movimenti interiori:

- Paura di perdere l’altro → quindi si tace, si minimizza, si ingoia.
- Paura di non essere ascoltati → quindi si amplifica, si insiste, si chiede conferma.
- Paura di essere “troppo” → quindi si chiede scusa per ogni emozione.

In questo spazio, la comunicazione diventa o trattenuta (passiva) o esplosiva (aggressiva). L’assertività, invece, è il punto di mezzo: non imploro e non accuso. Mi esprimo.

🔹 Che cos’è davvero la comunicazione assertiva?
Non è “parlare con sicurezza”.
Non è “dire tutto quello che si pensa”.
Non è “essere fermi e decisi”.

La comunicazione assertiva è la capacità di:

- riconoscere il proprio bisogno senza vergogna,
- esprimerlo senza pretendere,
- ascoltare l’altro senza annullarsi,
- restare presenti anche se la risposta non è quella sperata.

È un atto di maturità affettiva, non di controllo.

🔹 Tre frasi che incarnano l’assertività (e che non attivano l’altro):
- “Quando succede X, io mi sento Y. Avrei bisogno di Z.”
- “Questa cosa per me è importante. Possiamo parlarne?”
- “Non sto accusando, sto condividendo il mio vissuto.”

Sono frasi semplici, ma per chi ha un attaccamento ansioso rappresentano un vero allenamento identitario: dare voce a sé senza perdere l’altro, e senza perdersi nell’altro.

🔹 La comunicazione assertiva non serve a ottenere una risposta specifica. Serve a ritrovare la propria posizione nella relazione.

È il passaggio in cui l’ansia smette di guidare la conversazione, e inizia a farlo la consapevolezza.

È il momento in cui il bisogno non diventa un’arma, ma un ponte.

Indirizzo

Quartucciu

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Martedì 09:00 - 20:00
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