CEAF - Dott.ssa Modica Ilenia

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(Centro di educazione alimentare e fisica)

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a parte del tuo personal trainer.
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21/05/2026

NO, IL LATTE NON CONSUMA IL CALCIO DELLE OSSA!

In questi giorni si sta discutendo di latte e latticini e, a tal proposito, mi sono imbattuta in questo commento.
È bene precisare che non è vero che il latte “consumi” il calcio delle ossa: trattasi dell'ennesimo falso mito.

La bufala nasce soprattutto da una teoria secondo cui le proteine animali (come quelle del latte, appunto) renderebbero il sangue più “acido”, costringendo il nostro organismo a tamponare l'acidità prelevando il calcio dalle ossa.
Oggi sappiamo che il nostro organismo regola il pH in modo molto efficiente attraverso polmoni e reni, e che questo meccanismo non porta al “consumo” delle ossa nelle persone sane.

Ci sono poi alcuni altri fattori che hanno contribuito ad alimentare il falso mito: in certi Paesi dove si consuma molto latte si osservano anche molti casi di osteoporosi. Ciò non significa però che il latte la provochi: in quei Paesi spesso la popolazione vive più a lungo, è più sedentaria o presenta altri fattori di rischio.

In sostanza, il consumo di latte non garantisce automaticamente ossa più forti, ma nemmeno le indebolisce.
La salute delle ossa dipende soprattutto da un insieme di fattori, come attività fisica, apporto di calcio e proteine con la dieta, livello di vitamina D ed esposizione al sole, età, ormoni, tabagismo e consumo di alcol.

Quindi, se il latte vi piace e non ci sono controindicazioni per la sua assunzione (allergie/intolleranze), bevetelo pure senza troppi pensieri!

Fonti e approfondimenti nel primo tempo.

Solo noi sappiamo quanto e come è cambiato il tuo corpo!!!🥰Non è stato un miracolo…non hai scelto la via facile ma quell...
15/05/2026

Solo noi sappiamo quanto e come è cambiato il tuo corpo!!!🥰
Non è stato un miracolo…non hai scelto la via facile ma quella dell’impegno!!Mesi di alimentazione sana e allenamento costante😎
La foto non rende giustizia alla rivoluzione che hai compiuto…Felicissima di esserti stata accanto ❤️
-16 Kg…
Grazie anche alla nostra pt preferita!!!
Fit-lab di marisa sgarlata

16/04/2026

𝑂𝑔𝑔𝑖 𝑠𝑐𝑟𝑖𝑣𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑢𝑛 𝑝𝑖𝑐𝑐𝑜𝑙𝑜 𝑝𝑜𝑠𝑡 𝑑𝑒𝑠𝑡𝑖𝑛𝑎𝑡𝑜 𝑎𝑖 𝑝𝑎𝑧𝑖𝑒𝑛𝑡𝑖. 𝑀𝑜𝑙𝑡𝑖 𝑑𝑖 𝑣𝑜𝑖, 𝑠𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑠𝑖𝑐𝑢𝑟𝑖, 𝑠𝑎𝑝𝑟𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑙𝑎 𝑟𝑖𝑠𝑝𝑜𝑠𝑡𝑎. 𝐿𝑜 𝑠𝑐𝑟𝑖𝑣𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑞𝑢𝑒𝑖 𝑝𝑜𝑐ℎ𝑖 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑒 𝑙𝑜 𝑑𝑜𝑚𝑎𝑛𝑑𝑎𝑛𝑜. 𝑄𝑢𝑖𝑛𝑑𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑐𝑒 𝑛𝑒 𝑣𝑜𝑔𝑙𝑖𝑎𝑡𝑒.

𝐌𝐚 𝐢𝐥 𝐠𝐫𝐚𝐬𝐬𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐩𝐞𝐫𝐝𝐢𝐚𝐦𝐨, 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐝𝐢𝐦𝐚𝐠𝐫𝐢𝐚𝐦𝐨, 𝐝𝐨𝐯𝐞 𝐯𝐚?
È una di quelle domande che in ambulatorio arrivano all’improvviso e mettono il dito nel punto giusto. Perché quasi tutti pensano che il grasso “si consumi”, “si sciolga” o sparisca chissà dove. In realtà fa una fine molto più concreta. E, a prima vista, anche più strana.

𝐈𝐥 𝐠𝐫𝐚𝐬𝐬𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐜𝐨𝐦𝐩𝐚𝐫𝐞 𝐧𝐞𝐥 𝐧𝐮𝐥𝐥𝐚. Non prende la porta sul retro. E non si limita a “diventare energia”, formula comoda ma incompleta. La verità è che, quando dimagriamo, una parte enorme di quel grasso lascia il corpo soprattutto attraverso il 𝐫𝐞𝐬𝐩𝐢𝐫𝐨.

𝐏𝐞𝐫 𝐜𝐚𝐩𝐢𝐫𝐞 𝐢𝐥 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐚𝐠𝐠𝐢𝐨 𝐛𝐢𝐬𝐨𝐠𝐧𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐢𝐫𝐞 𝐝𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐢𝐥 𝐜𝐨𝐫𝐩𝐨 𝐥𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐞𝐫𝐯𝐚. Nel tessuto adiposo "l’energia" è parcheggiata sotto forma di trigliceridi: una molecola di glicerolo con attaccati tre acidi grassi. Finché l’organismo è in equilibrio energetico, quel deposito resta lì. Quando invece si crea un deficit energetico, il sistema cambia registro: l’insulina si abbassa, le catecolamine salgono, e la lipolisi viene messa in moto. (𝑅𝑒𝑠𝑜 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑙𝑖𝑐𝑒).

𝐀 𝐪𝐮𝐞𝐥 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐭𝐫𝐢𝐠𝐥𝐢𝐜𝐞𝐫𝐢𝐝𝐞 𝐯𝐢𝐞𝐧𝐞 𝐬𝐦𝐨𝐧𝐭𝐚𝐭𝐨. Il glicerolo prende la via del fegato. Gli acidi grassi entrano in circolo legati all’albumina, come passeggeri che hanno finalmente lasciato il magazzino e stanno andando verso il luogo in cui verranno davvero utilizzati.

𝐈𝐥 𝐜𝐮𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐭𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐞̀ 𝐧𝐞𝐢 𝐦𝐢𝐭𝐨𝐜𝐨𝐧𝐝𝐫𝐢. È lì che gli acidi grassi entrano e vengono sottoposti a β-ossidazione, un processo che li riduce progressivamente in unità di acetil-CoA. Da lì l’acetil-CoA entra nel ciclo di Krebs e, attraverso la fosforilazione ossidativa, contribuisce alla produzione di ATP. 𝐌𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐛𝐚𝐬𝐭𝐚 𝐝𝐢𝐫𝐞 “𝐬𝐢 𝐩𝐫𝐨𝐝𝐮𝐜𝐞 𝐞𝐧𝐞𝐫𝐠𝐢𝐚”, 𝐩𝐞𝐫𝐜𝐡𝐞́ 𝐥𝐚 𝐟𝐚𝐜𝐜𝐞𝐧𝐝𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐟𝐢𝐧𝐢𝐬𝐜𝐞 𝐥𝐢̀. Gli atomi di carbonio contenuti negli acidi grassi vengono ossidati: 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐧𝐭𝐚𝐧𝐨 𝐚𝐧𝐢𝐝𝐫𝐢𝐝𝐞 𝐜𝐚𝐫𝐛𝐨𝐧𝐢𝐜𝐚. Intanto l’ossigeno partecipa alla formazione 𝐝𝐢 𝐚𝐜𝐪𝐮𝐚.

𝐄𝐝 𝐞𝐜𝐜𝐨 𝐢𝐥 𝐩𝐮𝐧𝐭𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐨𝐫𝐩𝐫𝐞𝐧𝐝𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐬𝐢 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐢: circa l’𝟖𝟒% del grasso perso viene eliminato come CO₂ attraverso i polmoni. Il resto se ne va come acqua. 𝑰𝒏 𝒂𝒍𝒕𝒓𝒊 𝒕𝒆𝒓𝒎𝒊𝒏𝒊, 𝒊𝒍 𝒈𝒓𝒂𝒔𝒔𝒐 𝒄𝒉𝒆 𝒑𝒆𝒓𝒅𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒍𝒐 𝒆𝒔𝒑𝒊𝒓𝒊𝒂𝒎𝒐.

𝐒𝐞𝐦𝐛𝐫𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐜𝐮𝐫𝐢𝐨𝐬𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐚 𝐮𝐬𝐚𝐫𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐟𝐚𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐥𝐩𝐨, ma il dato interessante non è solo questo. Il punto serio è che perdere grasso, soprattutto quello ectopico - /centrale-omentale, cambia il funzionamento dell’organismo. 𝐐𝐮𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐬𝐢 𝐫𝐢𝐝𝐮𝐜𝐞 𝐢𝐥 𝐠𝐫𝐚𝐬𝐬𝐨 𝐯𝐢𝐬𝐜𝐞𝐫𝐚𝐥𝐞, infatti, non cala soltanto la massa adiposa: 𝒄𝒂𝒎𝒃𝒊𝒂 𝒊𝒍 𝒎𝒆𝒔𝒔𝒂𝒈𝒈𝒊𝒐 𝒎𝒆𝒕𝒂𝒃𝒐𝒍𝒊𝒄𝒐 𝒄𝒉𝒆 𝒒𝒖𝒆𝒍 𝒕𝒆𝒔𝒔𝒖𝒕𝒐 𝒎𝒂𝒏𝒅𝒂 𝒄𝒐𝒏𝒕𝒊𝒏𝒖𝒂𝒎𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒂𝒍 𝒓𝒆𝒔𝒕𝒐 𝒅𝒆𝒍 𝒄𝒐𝒓𝒑𝒐.

𝐒𝐢 𝐚𝐛𝐛𝐚𝐬𝐬𝐚 𝐢𝐥 𝐭𝐨𝐧𝐨 𝐢𝐧𝐟𝐢𝐚𝐦𝐦𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢𝐨. Migliora la sensibilità insulinica. Si riduce il carico di acidi grassi liberi che raggiunge il fegato. E da questo derivano conseguenze molto concrete: meno lipotossicità, migliore controllo glicemico, minore stress metabolico epatico.

𝐈𝐥 𝐦𝐨𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐮𝐢 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐨 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚 𝐞̀ 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐥𝐢𝐜𝐞: il grasso non è un blocco unico. Non tutto il tessuto adiposo si comporta allo stesso modo. Il grasso viscerale, in particolare, gioca una partita molto più pesante perché comunica direttamente con il fegato attraverso il circolo portale. Per questo il suo impatto metabolico è tanto rilevante e per questo ridurlo significa ottenere molto più di un semplice calo ponderale.

𝐀𝐥𝐥𝐚 𝐟𝐢𝐧𝐞, 𝐥𝐚 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐨𝐬𝐭𝐚 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐝𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐚𝐳𝐢𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐞̀ 𝐜𝐡𝐢𝐚𝐫𝐚. Il grasso che perdiamo non svanisce: esce soprattutto dai polmoni sotto forma di anidride carbonica e, in parte minore, come acqua. Ma la questione vera è un’altra. 𝑸𝒖𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒓𝒊𝒅𝒖𝒄𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒊𝒍 𝒈𝒓𝒂𝒔𝒔𝒐 𝒗𝒊𝒔𝒄𝒆𝒓𝒂𝒍𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒔𝒕𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒔𝒐𝒍𝒐 𝒂𝒍𝒍𝒆𝒈𝒈𝒆𝒓𝒆𝒏𝒅𝒐 𝒊𝒍 𝒄𝒐𝒓𝒑𝒐. 𝑺𝒕𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒄𝒂𝒎𝒃𝒊𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒍𝒂 𝒃𝒊𝒐𝒄𝒉𝒊𝒎𝒊𝒄𝒂 𝒄𝒐𝒏 𝒄𝒖𝒊 𝒒𝒖𝒆𝒍 𝒄𝒐𝒓𝒑𝒐 𝒑𝒂𝒓𝒍𝒂, 𝒓𝒆𝒂𝒈𝒊𝒔𝒄𝒆 𝒆 𝒔𝒊 𝒂𝒅𝒂𝒕𝒕𝒂. 𝑵𝒐𝒏 𝒆̀ 𝒔𝒐𝒍𝒕𝒂𝒏𝒕𝒐 𝒑𝒆𝒓𝒅𝒊𝒕𝒂 𝒅𝒊 𝒑𝒆𝒔𝒐. 𝑬̀ 𝒇𝒊𝒔𝒊𝒐𝒍𝒐𝒈𝒊𝒂 𝒄𝒉𝒆 𝒄𝒂𝒎𝒃𝒊𝒂 𝒔𝒄𝒓𝒊𝒕𝒕𝒖𝒓𝒂.

04/04/2026
21 kg sono un traguardo incredibile, la prova concreta della tua forza! 🤩Continua così, con la stessa grinta: il meglio ...
03/04/2026

21 kg sono un traguardo incredibile, la prova concreta della tua forza! 🤩Continua così, con la stessa grinta: il meglio deve ancora ve**re e tu sei già a metà dell'opera.🥰

Orgogliosa di voi!!❤️
01/04/2026

Orgogliosa di voi!!❤️

26/03/2026

𝐂𝐨𝐥𝐞𝐬𝐭𝐞𝐫𝐨𝐥𝐨 𝐚𝐥𝐭𝐨: 𝐧𝐨𝐧 𝐞̀ 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐥𝐩𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐭𝐚𝐯𝐨𝐥𝐚. 𝐌𝐚 𝐧𝐞𝐩𝐩𝐮𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐭𝐢𝐜𝐚 𝐚𝐮𝐭𝐨𝐫𝐢𝐳𝐳𝐚 𝐚 𝐝𝐨𝐫𝐦𝐢𝐫𝐞 𝐭𝐫𝐚𝐧𝐪𝐮𝐢𝐥𝐥𝐢.
Le nuove linee guida americane del 2026 sulla gestione delle dislipidemie non parlano solo di “colesterolo alto” in modo generico. Mettono insieme, nello stesso quadro, LDL elevato, trigliceridi elevati e lipoproteina(a), e archiviano l’idea sempliciotta secondo cui tutto si risolve con due consigli dati in fretta in ambulatorio. Sostituiscono infatti le linee guida del 2018, riportano in primo piano i target LDL, introducono un approccio più moderno alla stima del rischio e insistono su un concetto elementare ma spesso dimenticato: 𝐢𝐥 𝐝𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐜𝐚𝐫𝐝𝐢𝐨𝐯𝐚𝐬𝐜𝐨𝐥𝐚𝐫𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐝𝐢𝐩𝐞𝐧𝐝𝐞 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐝𝐚 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐞̀ 𝐚𝐥𝐭𝐨 𝐮𝐧 𝐯𝐚𝐥𝐨𝐫𝐞 𝐨𝐠𝐠𝐢, 𝐦𝐚 𝐝𝐚 𝐩𝐞𝐫 𝐪𝐮𝐚𝐧𝐭𝐨 𝐭𝐞𝐦𝐩𝐨 𝐢𝐥 𝐜𝐨𝐫𝐩𝐨 𝐫𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐞𝐬𝐩𝐨𝐬𝐭𝐨 𝐚 𝐥𝐢𝐩𝐨𝐩𝐫𝐨𝐭𝐞𝐢𝐧𝐞 𝐚𝐭𝐞𝐫𝐨𝐠𝐞𝐧𝐞.

La prima cosa da chiarire, senza fumo negli occhi, è questa: 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐥𝐢𝐧𝐞𝐞 𝐠𝐮𝐢𝐝𝐚 𝐝𝐞𝐝𝐢𝐜𝐚𝐭𝐞 𝐞𝐬𝐜𝐥𝐮𝐬𝐢𝐯𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐝𝐢𝐬𝐥𝐢𝐩𝐢𝐝𝐞𝐦𝐢𝐞 𝐠𝐞𝐧𝐞𝐭𝐢𝐜𝐡𝐞. Sarebbe sbagliato dirlo. Però è altrettanto vero che, rispetto al passato, danno molto più peso alle forme ereditarie, soprattutto ipercolesterolemia familiare e lipoproteina(a) elevata. 𝑰𝒏 𝒑𝒓𝒂𝒕𝒊𝒄𝒂, 𝒍𝒂 𝒎𝒆𝒅𝒊𝒄𝒊𝒏𝒂 𝒖𝒇𝒇𝒊𝒄𝒊𝒂𝒍𝒆 𝒔𝒕𝒂 𝒅𝒊𝒄𝒆𝒏𝒅𝒐 𝒇𝒊𝒏𝒂𝒍𝒎𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒖𝒏𝒂 𝒄𝒐𝒔𝒂 𝒄𝒉𝒆 𝒂𝒏𝒅𝒂𝒗𝒂 𝒅𝒆𝒕𝒕𝒂 𝒅𝒂 𝒂𝒏𝒏𝒊: 𝒄𝒊 𝒔𝒐𝒏𝒐 𝒑𝒆𝒓𝒔𝒐𝒏𝒆 𝒄𝒉𝒆 𝒏𝒐𝒏 𝒑𝒂𝒓𝒕𝒐𝒏𝒐 𝒅𝒂𝒍 𝒄𝒉𝒊𝒍𝒐𝒎𝒆𝒕𝒓𝒐 𝒛𝒆𝒓𝒐. Non perché “non si impegnano abbastanza”, ma perché hanno una biologia che gioca sporco fin dall’inizio.

La novità più importante, infatti, è il richiamo a interve**re prima. La guideline raccomanda di affrontare la dislipidemia precocemente, 𝐠𝐢𝐚̀ 𝐢𝐧 𝐞𝐭𝐚̀ 𝐠𝐢𝐨𝐯𝐚𝐧𝐢𝐥𝐞, proprio per ridurre il rischio cumulativo da esposizione prolungata alle lipoproteine aterogene. Nei documenti AHA collegati si legge che il counseling sugli stili di vita deve iniziare presto, con considerazione precoce della terapia farmacologica nei giovani con ipercolesterolemia familiare, e che i bambini tra 9 e 11 anni non ancora testati dovrebbero eseguire un profilo lipidico per individuare forme importanti come la FH. Questo significa una cosa molto concreta: 𝒂𝒔𝒑𝒆𝒕𝒕𝒂𝒓𝒆 𝒊 45 𝒐 𝒊 50 𝒂𝒏𝒏𝒊, 𝒊𝒏 𝒄𝒆𝒓𝒕𝒊 𝒔𝒐𝒈𝒈𝒆𝒕𝒕𝒊, 𝒆̀ 𝒎𝒆𝒅𝒊𝒄𝒊𝒏𝒂 𝒊𝒏 𝒓𝒊𝒕𝒂𝒓𝒅𝒐.

Il capitolo che più cambia il quadro culturale è quello della 𝐥𝐢𝐩𝐨𝐩𝐫𝐨𝐭𝐞𝐢𝐧𝐚(𝐚). Per anni è stata trattata come un dettaglio per specialisti. Adesso no. 𝐋𝐞 𝐥𝐢𝐧𝐞𝐞 𝐠𝐮𝐢𝐝𝐚 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐦𝐢𝐬𝐮𝐫𝐚𝐫𝐥𝐚 𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐨 𝐮𝐧𝐚 𝐯𝐨𝐥𝐭𝐚 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐚𝐝𝐮𝐥𝐭𝐚, la considerano un fattore che aumenta il rischio già da 125 nmol/L o 50 mg/dL, e ricordano che valori di 250 nmol/L o 100 mg/dL si associano a un rischio stimato circa doppio. E soprattutto mettono nero su bianco un punto decisivo: 𝐥𝐨 𝐬𝐭𝐢𝐥𝐞 𝐝𝐢 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐢𝐧𝐜𝐢𝐝𝐞 𝐩𝐨𝐜𝐨 𝐬𝐮𝐥𝐥𝐚 𝐋𝐩(𝐚). Questo non vuol dire che dieta e movimento siano inutili; 𝐯𝐮𝐨𝐥 𝐝𝐢𝐫𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐢𝐧 𝐜𝐡𝐢 𝐡𝐚 𝐮𝐧𝐚 𝐋𝐩(𝐚) 𝐚𝐥𝐭𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐧𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐚 𝐟𝐚𝐯𝐨𝐥𝐚 𝐝𝐞𝐥 “𝐛𝐚𝐬𝐭𝐚 𝐢𝐦𝐩𝐞𝐠𝐧𝐚𝐫𝐬𝐢 𝐝𝐢 𝐩𝐢𝐮̀”. Bisogna riconoscere il rischio e trattarlo meglio.

Anche sui target LDL il documento cambia tono. In modo molto netto. Tornano obiettivi più chiari:

🥰
02/03/2026

🥰

Grazie per le risate…e per avermi odiata tutto il tempo!!!😜Un bacio lo sai che se lo merita tua moglie!❤️
27/02/2026

Grazie per le risate…e per avermi odiata tutto il tempo!!!😜
Un bacio lo sai che se lo merita tua moglie!❤️

19/02/2026

Negli ultimi anni il digiuno intermittente è stato il re incontrastato dei trend salutisti, promettendo miracoli metabolici e una longevità da Matusalemme. La perdita di peso che promette ha convinto anche i più scettici e disincantati delle diete. Tuttavia, le conclusioni di un’ampia revisione sistematica pubblicata su Cochraine hanno l’effetto di una doccia fredda: il digiuno intermittente non è superiore a una normalissima dieta ipocalorica. “Sono risultati che non dovrebbero stupirci e che dimostrano che saltare la cena non fa dimagrire di più che mangiare meno, ma in modo distribuito”, commenta Laura Rossi, direttrice del Reparto Nutrizione, Alimentazione e Salute dell’Istituto superiore di sanità (Iss).

L’articolo completo di Valentina Arcovio su Salute

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