12/01/2026
Come terapeuta e consulente psico-forense sono colpita dal "silenzio" dei figli, che i genitori mi riportano riguardo ai loro e .
Nel lavoro clinico di ascolto accade spesso di incontrare ragazzi capaci di entrare in relazione, disponibili, educati, apparentemente “adattati”.
Eppure, sotto questa superficie, si muove una sofferenza silenziosa: si sentono messi in secondo piano, si percepiscono invisibili nei cambiamenti familiari, non trovano uno spazio in cui i propri vissuti possano essere pensati e riconosciuti.
Ad esempio, quando un genitore riorganizza la propria vita affettiva senza riuscire a tenere "dentro" anche il mondo emotivo del figlio, quest’ultimo può reagire difendendosi dal dolore e in che modo?
Chiudendosi, isolandosi, prendendo distanza dalle emozioni, apparendo freddo e sbrigativo. Non per mancanza di affetto e quindi non è in discussione per lui il legame con il genitore (che purtroppo fraintende e reagisce a sua volta in maniera difensiva), ma per proteggersi da un sentimento di svalutazione, che rischia di diventare strutturante per la sua identità (non valgo niente).
I genitori (e a volte anche gli educatori in generale) si dimenticano che ancora sono “piccoli”, i figli.
Nell’ascolto clinico dei bambini e adolescenti emerge spesso una fatica profonda:
✅ la fatica di crescere mentre il riferimento affettivo si sposta sui pari,
✅ di trovare una collocazione quando gli adulti sono immersi nel proprio conflitto o nelle proprie scelte,
✅ la fatica di sentirsi ancora “visti” e, a volte, “vivi”.
In questi vissuti possono incidere sull’immagine di sé, sulla stima personale, sul corpo, sulle relazioni sociali e scolastiche.
Si parla di rischio evolutivo, per questo i genitori è opportuno si facciano aiutare, perchè la famiglia merita attenzione e cura per non sviluppare, nel tempo, una patologia nei figli.
Ascoltare, in questi casi significa "restituire senso" a emozioni confuse, offrire uno spazio in cui il/la ragazzo/a non debba scegliere tra il silenzio e la lealtà verso un genitore.
La domanda che dovremmo porci, come adulti, professionisti e genitori è: chi sta pensando a ciò che questo bambino sta provando?
Questo è uno dei punti critici e centrali delle CTU genitoriali, in cui l’elemento più importante per valutare un’eventuale non capacità è proprio quella, invece, di tenere in mente e saper riflettere sull’esperienza emotiva dei figli.