12/01/2026
La cura, in sala di psicomotricità, si manifesta nel non confondere la presenza viva di un bambino o di una bambina, con un semplice numero in elenco. Ha cura chi, pronunciando un nome, riconosce davvero la persona che vi abita.
Lo si vede bene quando Giulia, dopo un’assenza, rientra portando con sé un biglietto preparato a casa: uno per me e uno per la mia collega. Sui bigliettini ha scritto “ECCOMI QUA, SONO TORNATA”. Parole semplici, ma dense di significato. Raccontano il piacere di ritrovare il proprio posto, la certezza che nessuno lo ha occupato scalzandola, la consapevolezza di valere proprio perché è stata attesa, pensata, nominata.
Nel gruppo di psicomotricità, infatti, i bambini e le bambine sanno che l’appartenenza non si interrompe quando qualcuno manca. Anche l’assenza ha un posto, un nome, un gesto che la accoglie. Ogni volta che un bambino o una bambina non può partecipare, la psicomotricista lo nomina con cura, e il gruppo di bambini viene invitato – se lo desidera – a pensarlo mentre gioca, mentre costruisce, corre, immagina.
Nel rituale iniziale, l’adulto prepara comunque la sua etichetta con il suo nome, la mostra agli altri come un piccolo segno di continuità. Anche lo sgabello viene sistemato al suo posto: rimarrà vuoto, certo, ma proprio quel vuoto diventa presenza simbolica, un modo per dire “tu fai parte di noi, anche oggi”.
Così, incontro dopo incontro, i bambini imparano che il gruppo li contiene sempre, anche quando non possono esserci fisicamente. E scoprono che il pensiero dell’altro è già una forma di relazione, una trama sottile che tiene insieme, che custodisce, che fa sentire parte.