Anna Rossi Psicologa e Psicoterapeuta

Anna Rossi Psicologa e Psicoterapeuta Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di Anna Rossi Psicologa e Psicoterapeuta, Psicoterapeuta, Via Loreto n. 92, Reggio Di.

🪷Psicoterapeuta Sensomotoria
🧠 Psicoterapeuta CBT/TMI Expert/EFT
🪟 Esperta in Teoria Polivagale
🎶 Provider Safe and Sound Protocol
🌳Trauma/Disturbi di personalità/Regolazione emotiva
🧘🏻‍♀️ A casa nel mondo, in viaggio con gli illustrati

LA NON VIOLENZA IN TERAPIA 🕊️🌿Spesso pensiamo che per superare un trauma o un blocco emotivo serva "andare a fondo" a og...
18/01/2026

LA NON VIOLENZA IN TERAPIA 🕊️🌿

Spesso pensiamo che per superare un trauma o un blocco emotivo serva "andare a fondo" a ogni costo, scavare, sforzarsi di cambiare. La Psicoterapia Sensomotoria ci insegna l'esatto opposto con il principio della Non-Violenza.

Ma cosa significa praticamente?

1️⃣ Rispettare l'Organicità: ogni persona ha una tendenza innata verso la guarigione. Il compito del terapeuta non è "spingere", ma rimuovere gli ostacoli che impediscono a questa forza di fluire.

2️⃣ Seguire il Ritmo del Corpo: il sistema nervoso ha i suoi tempi. Se corriamo troppo, la "neurocezione" di pericolo si attiva e nessuna trasformazione può avve**re. La non-violenza è procedere alla velocità della sicurezza. Vale la regola del "sicuro ma non troppo".

3️⃣ Accogliere la Resistenza: non occorre combattere i sintomi o le difese, meglio esplorarli con apertura e curiosità. Ogni tensione nel corpo, ogni tendenza all'azione, ogni emozione e pensiero ha una storia da raccontare e un motivo per essere lì.

Se viviamo con l'imperativo di essere sempre più veloci e performanti, anche la salute rischia di diventare un compito da assolvere. La terapia sensomotoria intende invece creare uno spazio di rispetto e ascolto profondo in cui poterci sintonizzare con quello che - naturalmente - chiede di accadere.
Solo quando smettiamo di farci violenza, iniziamo davvero a guarire. ✨

Che ne pensi? Se ti va, dillo nei commenti! 💬

Psicoterapia Psicologia SafeAndSoundProtocol

FATTI DI VENTO 𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑛𝑎𝑠𝑐𝑒 𝑑𝑎 𝑢𝑛'𝑢𝑟𝑔𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑛𝑎𝑟𝑟𝑎𝑡𝑖𝑣𝑎 𝑐ℎ𝑒 ℎ𝑜 𝑠𝑒𝑛𝑡𝑖𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑟𝑖𝑡𝑜𝑟𝑛𝑜 𝑑𝑎 𝑢𝑛 𝑣𝑖𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜. 𝐻𝑜 𝑝𝑟𝑜𝑣𝑎𝑡𝑜 𝑎 𝑠𝑐𝑟𝑖𝑣...
06/01/2026

FATTI DI VENTO

𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑛𝑎𝑠𝑐𝑒 𝑑𝑎 𝑢𝑛'𝑢𝑟𝑔𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑛𝑎𝑟𝑟𝑎𝑡𝑖𝑣𝑎 𝑐ℎ𝑒 ℎ𝑜 𝑠𝑒𝑛𝑡𝑖𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑟𝑖𝑡𝑜𝑟𝑛𝑜 𝑑𝑎 𝑢𝑛 𝑣𝑖𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜. 𝐻𝑜 𝑝𝑟𝑜𝑣𝑎𝑡𝑜 𝑎 𝑠𝑐𝑟𝑖𝑣𝑒𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑑𝑖 𝑐ℎ𝑖 𝑜𝑠𝑠𝑒𝑟𝑣𝑎 𝑖𝑙 𝑚𝑜𝑛𝑑𝑜 𝑑𝑎 𝑢𝑛 𝑔𝑟𝑎𝑑𝑖𝑛𝑜 '𝑑𝑖𝑣𝑒𝑟𝑠𝑜', 𝑑𝑖 𝑐ℎ𝑖 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑜 𝑒̀ 𝑎𝑡𝑡𝑟𝑎𝑣𝑒𝑟𝑠𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑎𝑙 𝑣𝑒𝑛𝑡𝑜. 𝐷𝑖 𝑐ℎ𝑖, 𝑐𝑒𝑟𝑐𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑑𝑖 𝑡𝑟𝑎𝑠𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑟𝑒 𝑢𝑛𝑜 𝑠𝑐ℎ𝑖𝑎𝑓𝑓𝑜 𝑖𝑛 𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑑𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑑𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖𝑐𝑎𝑟𝑒, 𝑟𝑖𝑣𝑒𝑛𝑑𝑖𝑐𝑎 𝑖𝑙 𝑑𝑖𝑟𝑖𝑡𝑡𝑜 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑚𝑜𝑟𝑖𝑎, 𝑎𝑐𝑐𝑒𝑡𝑡𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑖𝑙 𝑑𝑜𝑙𝑜𝑟𝑒 𝑝𝑢𝑟 𝑑𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑝𝑒𝑟𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑎 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎.

Oggi abbiamo cercato riparo dal sole in una via del centro. Qui, su questa strada piena di persone, macchine e rifiuti, il vento riesce a raggiungerci risalendo dal porto. Un vento gonfio di odori, come i capelli miei e quelli di mio padre. Un vento che sa di disordine e di libertà, come l’animo mio e quello della gente del campo. Io spesso mi diverto a dare una punteggiatura a tutti quegli odori mescolati tra loro, come si fa a scuola con le parole. Come adesso, ad esempio: odore marcio di alghe, tipiche di questo mare; puzza di benzina, quella lasciata sull’acqua dalle tante navi che ogni giorno si fermano da queste parti; profumo di spezie e carne, come quello che viene fuori dal camioncino del turco qui accanto e che mi fa ve**re fame anche quando ho già mangiato; odore di fichi e di pomodori, di cui sono strapiene le cassette delle botteghe sulla strada; ciò che rimane del profumo di quell'uomo elegante che è passato poco fa per questa via. Quello vestito tutto di nero, con i pantaloni stretti e la maglietta pure. Mi sono chiesto se abbia scelto quei vestiti per non farsi attraversare dentro dal vento. Perché ho capito, osservando le persone durante le mie giornate sulla strada, che non a tutti piace essere accarezzati dal miscuglio di odori che il vento porta con sé.

Conto i gradini sotto di me: uno, due e tre. Io sto proprio in cima a questa piccola gradinata di marmo. Da qui posso vedere facilmente tutto quello che accade intorno, ma anche farmi i fatti miei, se ne ho voglia. Alle mie spalle, la vetrina di un negozio abbandonato. Al suo interno si vedono solo scatoloni sparsi qua e là sul pavimento e un bancone di legno chiaro dove qualcuno, prima, vendeva qualcosa. O forse ci ha solo provato e non deve essergli andata bene. Sembra quasi che il vento, risalendo dal porto, sia arrivato anche lì dentro e abbia soffiato forte, così forte da spazzare via una br**ta storia di cui forse adesso rimane solo un odore mescolato a tanti altri nell’aria. Ce ne sono tanti, di posti come questo, in città. Luoghi svuotati dal vento che raccontano la fretta di lasciarsi alle spalle qualcosa. Per non pensarci più. Nel mio orizzonte, qui da dove sono seduto, ne ho contati cinque. Chissà qual è il loro odore, se riuscirò a distinguerlo, a punteggiarlo.

Seduto sul gradino più in alto mi esercito a infilarmi la mano in bocca. Tengo il pugno chiuso, così che sia più facile. Eseguo questo esercizio in modi diversi: a volte faccio ruotare il polso a destra o a sinistra, altre invece lo tengo allineato con la mano. Lascio che i miei piccoli denti, ancora bianchi, possano comprendere la differenza tra il mordere le nocche piuttosto che le dita, il palmo o il dorso della mano. Altre volte invece mi esercito a cambiare la forza del morso e quindi la quantità di dolore che provo. Ho capito che sia del morso che del dolore esistono diverse gradazioni e ho anche scoperto che esiste un modo di stringere i denti che rende uguali il dolore e il piacere. Provo diverse volte quest’ultimo passaggio per memorizzare bene questa scoperta. Non so bene perché, ma immagino potrà essermi di aiuto negli anni che verranno.
Alla mia sinistra, su un’altra scalinata da cui si accede a un negozio di scarpe, siedono mia madre, mio padre e mia nonna. Anche loro sono a piedi scalzi, come me. Ma mentre io dal terzo scalino riesco a sentire il fresco del marmo sotto i piedi, loro, seduti in basso, possono sentire solo il caldo rovente dell'asfalto. Magari è in questo modo che fanno coincidere il piacere e il dolore e forse adesso rimangono così, quasi immobili, per memorizzare questa utile sensazione. Esattamente come me.

Mio padre tiene accanto a sé una stampella. L’ha presa quando dal nostro campo, stamattina, ci siamo diretti in centro. Non è la prima volta che lo fa, se la porta spesso dietro. Forse lo fa perché gli piace la forma o forse perché vuole imparare a camminare facendosi sostenere, visto che sulle sue gambe sa già camminare benissimo. Mia madre e mia nonna invece hanno portato con loro delle coperte sulle quali adesso si sono adagiate. Con noi ci sono anche i nostri cagnolini. Immagino siano nostri perché non ci mollano un attimo. Anche stamattina ci hanno seguito lungo tutto il tragitto. Stanno bene con noi, si vede. Penso che gli piacciamo. Sono quattro: tre bianchi e uno marrone. Li guardo fare la lotta tra loro sul fondo della gradinata, su cui lascio che il tempo passi e il vento mi raggiunga. Le persone si fermano a guardarli con gli occhi teneri e dicono loro le stesse parole che altre volte ho sentito dire ai bambini della mia età. Ma non si avvicinano mai troppo, non provano mai ad accarezzarli. Ho l’impressione che sia la nostra presenza a non farli avvicinare. Forse pensano che avremmo qualcosa da ridire capendo che sono i nostri, ma non è così; forse dovrei farglielo capire, che non abbiamo niente in contrario. "Potete avvicinarvi", potrei dire loro, ad esempio. Loro, i nostri cagnolini, non ricambiano quelle attenzioni che andrebbero bene per un bambino e continuano a giocare tra loro, proprio come faccio io con la mia mano. A volte qualcuno di loro si separa dal gruppo, afferra con il muso qualche rifiuto dalla strada e va a nascondersi con il bottino sotto una delle macchine parcheggiate in fila accanto al marciapiede. "Lì sotto", penserà, "nessuno riuscirà a portarmi via quello che è mio". Ma mio padre ha paura che possano andare in strada ed essere investiti. Per questo motivo, ogni volta che uno di loro va sotto una macchina, si alza in piedi e lo afferra per trascinarlo fuori dal nascondiglio. Poi lo riporta vicino a me. Mi fido di mio padre: dei suoi piedi scalzi e sporchi di asfalto, del suo grande pancione e delle sue braccia scure e forti. Da grande voglio essere proprio come lui.

Dalla moschea il muezzin chiama i fedeli alla preghiera. Io ascolto ogni parola mentre provo a spingere il pugno ancora più forte contro la mia guancia sinistra, in modo che questa si gonfi come quando mio padre mangia a grandi bocconi. Proprio in quel momento, con l’adhan in sottofondo, sull'altra guancia — quella sgonfia — sento un forte dolore che è solo dolore. Arriva con il palmo aperto di una grande e robusta mano che non è la mia. E non è di mio padre, non è di mia madre, non è di mia nonna. Comincio a punteggiare quel dolore ma non faccio in tempo: subito la stessa mano mi afferra per il braccio e mi scaraventa con forza sul marciapiede. Lo stesso asfalto che ospitava i piedi della mia famiglia nel piacere che coincide con il dolore, adesso accoglie il mio corpo nel dolore che coincide con lo spavento. Piango, urlo forte, non capisco. Per piangere meglio spalanco la bocca più che posso, come quando, proprio poco fa, ci mettevo la mano dentro. Mentre sono ancora a terra alzo gli occhi e vedo un uomo in camicia bianca e pantaloni grigi in piedi davanti a me. Mi guarda e i suoi occhi sono pieni di odio. Mi odia. Dovrei odiarmi? Piango più forte, continuo a non capire. Stavo solo gonfiando la mia guancia con la mano. L'uomo mi volta le spalle e continua a camminare senza fretta, indifferente al mio pianto e alla mia bocca spalancata, come se per lui fossi solo una mosca fastidiosa da scacciare via. Mio padre si alza in piedi, afferra la stampella e gliela rivolge contro, urlando richieste di spiegazioni per quello che mi ha fatto. Forse era a questo che serviva la stampella? Magari mio padre sapeva che sarebbe potuto succedere e voleva essere preparato. Dalle urla che rivolge all'uomo che cammina a passo lentissimo capisco che ha sentito il mio pianto, che per lui non sono una mosca. Le urla di mio padre mi calmano. Smetto di piangere e torno a sedere in cima alla gradinata. Mia madre e mia nonna si alzano dalle loro coperte e raggiungono mio padre per trattenerlo mentre sta per lanciare la stampella addosso all’uomo con la camicia bianca. Lui fa resistenza ma poi, alla fine e con fatica, abbassa le braccia e smette di urlare. Non deve essergli passata del tutto, perché comincia a voltarsi intorno per cercare sguardi di solidarietà tra i passanti. Si gira verso di loro, verso ciascuno di loro, e cerca nei loro occhi un cenno di comprensione, il loro appoggio. Tutti hanno visto quello che è accaduto, ma tutti si tengono lontani. Rimangono fermi in cima alle loro gradinate invisibili. Nessuno appoggia i suoi occhi su quelli di mio padre, nessuno sembra saper parlare.

Una donna si avvicina, scavalcando il perimetro che distingue noi dagli altri. Mi guarda e fa un gesto con le braccia e le spalle, come a dire: "mi spiace, è capitato". Non sono sicuro di aver capito. Anzi, non ne comprendo proprio il senso e non rispondo nulla. Rimetto la mano in bocca e riprendo a esercitarmi. Ma quel gesto di spalle e di braccia mi rimane dentro la testa come gli scatoloni sul pavimento del negozio abbandonato. Come mio padre, che mi ha difeso ma che adesso è tornato a sedere con la testa bassa e lo sguardo molto triste. Non è più il padre che voleva lanciare la stampella contro l'uomo con la camicia bianca. I passanti invece, che fino a quel momento erano rimasti fermi, sono scesi dai gradini invisibili delle loro scalinate e hanno ripreso a camminare. È possibile, data l’ora, che adesso tornino nelle loro case, dove potranno scegliere di non fare entrare il vento chiudendo bene porte e finestre, dove potranno digerire i loro Japrak insieme al ricordo di me che piango e urlo sul marciapiede. Io invece, con il pugno in bocca, io che sto qui senza finestre né porte, voglio regalarla al vento questa piccola storia insignificante, così che possa mescolarsi a tante altre storie fatte di polvere e di asfalto. Per farle attraversare le vie di questa città e farla entrare da porte e finestre lasciate aperte da qualcuno. E poi spingerla più lontano e farle attraversare pure il mare. Ma non voglio lasciarmela alle spalle, come le storie di quei negozi del centro con le vetrine vuote. Aspetto che poi, dopo essere andata in giro, torni da me per poterne riconoscere l’odore e punteggiarlo, per dargli un posto e, così, un senso. Come si fa a scuola con le parole

Opera di Gary Bunt

A scuola non trovavo affatto noiosa l'ora di storia: mi piaceva, nel presente della mia quotidianità, imparare a coglier...
06/01/2026

A scuola non trovavo affatto noiosa l'ora di storia: mi piaceva, nel presente della mia quotidianità, imparare a cogliere i riflessi di quello che era stato.

La storia non sta solo nei libri o nei monumenti, ma abita nelle tradizioni, nella struttura urbanistica delle città, nei dialetti. Abita nel nostro sistema nervoso, nella nostra biologia.

Opressione e trauma non sono concetti astratti o singoli eventi: sono fenomeni che "prendono corpo". Il trauma storico colpisce un intero gruppo sociale per generazioni - colonizzazioni, guerre, privazioni sistemiche - creando una memoria collettiva che non si trasmette solo attraverso i racconti, ma coinvolge la nostra biologia. Così, un senso di allerta tramandato racconta di corpi che hanno imparato a sopravvivere a una costante minaccia, i cui effetti rimangono impressi nella postura e nelle reazioni emotive anche quando la minaccia non è più presente. L'oppressione sistemica non è un singolo atto di discriminazione, ma vive e si perpetua in un ambiente (politico, economico, legale) strutturato in modo tale da limitare il potenziale di "certi corpi" rispetto ad altri. Quando lo Stato o le istituzioni creano ostacoli nell'accesso alle risorse, il corpo può reagire adattandosi a vivere sotto un peso che rende ogni gesto quotidiano più faticoso.

Il modo in cui percepiamo il mondo e vi agiamo è lo specchio del nostro potere: impariamo a muoverci nello spazio pubblico non in base alla nostra libertà, ma in base ai confini invisibili tracciati dal potere.
Riconoscere questa dimensione della nostra esistenza ci aiuta a comprendere che la salute, il benessere, non sono solo il risultato di ciò che abbiamo attraversato come individui, ma anche come comunità nel corso delle generazioni.

Prestare attenzione al corpo richiede allora, inevitabilmente, di guardare anche alla società che lo ha modellato. È a partire da questa consapevolezza corporea e sociale che la reazione può diventare azione, il sentire sapere, il passato radice che fa spazio al presente per germogliare.

Quest'anno ci siamo moltiplicati per accogliere meglio la complessità. Che bel regalo!Buon inizio✨
02/01/2026

Quest'anno ci siamo moltiplicati per accogliere meglio la complessità. Che bel regalo!
Buon inizio✨

"A Natale siamo tutti più buoni" diceva il claim di qualche pubblicità quando ero bambina. "A Natale siamo tutti felici"...
25/12/2025

"A Natale siamo tutti più buoni" diceva il claim di qualche pubblicità quando ero bambina.
"A Natale siamo tutti felici" è il messaggio implicito di immagini con famiglie perfette e brindisi infiniti. Un messaggio che rischia di essere violento per chi il Natale lo vive come un momento che amplifica le mancanze, i conflitti, la solitudine, la stanchezza.

C'è chi in questi giorni non si sente "a festa" e per questo si percepisce sbagliato, inadatto, diverso.
Anche per me il Natale, per tanto tempo, non è stato affatto un momento felice. Fino a quando, durante una vigilia in solitudine, mi sono permessa di creare la mia personale magia. È stata la vigilia più bella che abbia mai trascorso!

Se in questi giorni di festa sentite di non avere nulla, ma proprio nulla, da festeggiare, sappiate che non c'è niente di sbagliato in voi, che non è necessario sforzarsi di essere diversi da come siete o di provare cose che non provate. Semplicemente chiedetevi, se vi va, di cosa può essere fatta la vostra magia. Cercatela nelle cose piccole, come il calore di una coperta, il profumo di una tisana, lo sguardo senza scopo spinto oltre la finestra, i film che fanno tornare bambini. Cercatela magari nel coraggio di dire "no" a quello che non vi va di affrontare. Non c' è niente di più magico dello scoprire la propria autenticità per abitarla.

Il mio augurio per voi è di trovare in questi giorni la vostra personale magia, quella in cui stare in pace con voi stessi.

Adesso vado a godermi la mia magia davanti a una tisana in compagnia delle mie amiche immaginarie...un abbraccio ✨✨❤️✨✨

"Nel silenzio dell’inverno, la primavera germoglia già.” – Emily DickinsonIeri una cara amica, durante uno dei nostri "c...
22/12/2025

"Nel silenzio dell’inverno, la primavera germoglia già.” – Emily Dickinson

Ieri una cara amica, durante uno dei nostri "caffè a distanza", mi ha detto che si è fatta un regalo e che lo ha messo sotto l'albero per scartarlo la mattina di Natale.

Questa cosa inizialmente mi ha fatto sorridere, l'ho trovata divertente. Solo dopo, riflettendoci su, ho capito il valore simbolico di questo gesto bellissimo!

Ho cominciato a pensare che proprio in questo periodo dell'anno - come ogni anno- avviene un piccolo miracolo: il buio inizia a cedere il passo alla luce e le giornate tornano, un minuto alla volta, ad allungarsi. È un miracolo piccolo, che avviene senza fare rumore: il silenzio dell'inverno non è "morte", ma il modo in cui l'energia sceglie di raccogliersi per poi rinascere.

Regalarsi qualcosa, in questo preciso momento, non è solo un atto materiale: è muoversi al ritmo della natura. Proprio come la terra custodisce i semi sotto la neve, noi possiamo scegliere di alimentare la nostra fonte di luce per illuminare il nostro inverno. Possiamo, nel freddo dell'inverno, dedicarci un gesto di calore che ci prepari alla fioritura ☀️

Che sia un libro, una passeggiata nei posti del cuore, un’ora di silenzio o un desiderio rimandato da tempo, farci un regalo in questo tempo è un modo di celebrare la nostra luce.
Non serve che sia grande o costoso, basta che ci sappia illuminare. 💛

𝗥𝗶𝘁𝘂𝗮𝗹𝗶𝘁𝗮̀: 𝗶 𝗽𝗶𝗰𝗰𝗼𝗹𝗶 𝗴𝗲𝘀𝘁𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗱𝗮𝗻𝗻𝗼 𝘀𝗶𝗴𝗻𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮𝘁𝗼 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝘃𝗶𝘁𝗮In un mondo in cui l'efficienza è valore indiscusso, in cui c...
17/12/2025

𝗥𝗶𝘁𝘂𝗮𝗹𝗶𝘁𝗮̀: 𝗶 𝗽𝗶𝗰𝗰𝗼𝗹𝗶 𝗴𝗲𝘀𝘁𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗱𝗮𝗻𝗻𝗼 𝘀𝗶𝗴𝗻𝗶𝗳𝗶𝗰𝗮𝘁𝗼 𝗮𝗹𝗹𝗮 𝘃𝗶𝘁𝗮

In un mondo in cui l'efficienza è valore indiscusso, in cui ci troviamo a fare scorpacciate di esperienze sino a non riuscire a distinguerne più il sapore, il 𝗿𝗶𝘁𝘂𝗮𝗹𝗲 può aiutarci ad "accasarci" nel tempo. A dargli un significato, a distinguerne il sapore.

Byung-Chul Han, filosofo sudcoreano, sottolinea l'importanza del rituale nel creare un "𝗹𝘂𝗼𝗴𝗼 𝘁𝗲𝗺𝗽𝗼𝗿𝗮𝗹𝗲" dove poter smettere di industriarci e semplicemente 𝗲𝘀𝘀𝗲𝗿𝗲.

I rituali stabilizzano la vita, creano dei confini, fanno spazio a lentezza e ripetizione nei ritmi incalzanti con i quali siamo abituati a vivere la nostra quotidianità.
𝗡𝗲𝗹 𝗿𝗶𝘁𝘂𝗮𝗹𝗲 𝗻𝗼𝗻 "𝘂𝘀𝗶𝗮𝗺𝗼" 𝗶𝗹 𝘁𝗲𝗺𝗽𝗼, 𝗺𝗮 𝗹𝗼 𝗮𝗯𝗶𝘁𝗶𝗮𝗺𝗼, in compagnia di noi stessi o degli altri.

I rituali trasformano azioni ordinarie in atti sacri capaci di creare una cornice di sicurezza che ci permette di connetterci con la nostra esperienza. Di viverla, non di consumarla.

I pccoli rituali quotidiani sottraggono il tempo alla logica dell'utile ricordando a noi stessi che la nostra vita ha un 𝘃𝗮𝗹𝗼𝗿𝗲 che va oltre ciò che produciamo o possediamo.
Come quando ci concediamo, ad esempio, di usare i colori come atto spontaneo e libero dai giudizi, di portare l'attenzione e assaporare il modo in cui i pennelli "danzano" sul foglio o sulla tela. 𝗡𝗼𝗻 𝗽𝗲𝗿 "𝗰𝗿𝗲𝗮𝗿𝗲" 𝗾𝘂𝗮𝗹𝗰𝗼𝘀𝗮 𝗱𝗶 𝗻𝘂𝗼𝘃𝗼, 𝗺𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝗽𝗲𝗿𝗺𝗲𝘁𝘁𝗲𝗿𝗲 𝗮 𝘂𝗻 𝗺𝗼𝗻𝗱𝗼 𝗱𝗶 𝗮𝗽𝗿𝗶𝗿𝘀𝗶.

Siamo abituati a vederci come parti separate, a percepire un senso di disconnessione tra il nostro essere più profondo, ...
13/12/2025

Siamo abituati a vederci come parti separate, a percepire un senso di disconnessione tra il nostro essere più profondo, il nostro corpo e la nostra mente.
Questa frammentazione, eredità del dualismo cartesiano, spesso ci fa sentire incompleti, confusi.
L'Olismo, uno dei principi filosofici e spirituali della Psicoterapia Sensomotoria, ha una visione diversa: considera ciascuno di noi come una unità vivente, dinamica e interconnessa che sperimenta la vita.

"Se vuoi migliorare il mondo, inizia facendo sentire le persone al sicuro."— Dott. Stephen PorgesAlcune persone hanno av...
08/12/2025

"Se vuoi migliorare il mondo, inizia facendo sentire le persone al sicuro."
— Dott. Stephen Porges

Alcune persone hanno avuto il merito di cambiare il mio modo di fare terapia e, ancora più profondamente, il mio sguardo sulla nostra umanità.

Una di queste è Stephen Porges che, con la sua Teoria Polivagale, mi ha aiutata a comprendere fino in fondo quanto la nostra salute mentale e fisica, la nostra capacità di amare, imparare e lavorare, dipendano fondamentalmente da quanto il nostro sistema nervoso si senta al sicuro e connesso al mondo e agli altri.

E sono felice di condividere con voi la mia certificazione nel Safe and Sound Protocol (SSP), un innovativo intervento acustico non invasivo basato proprio sulla Teoria Polivagale del Dr. Stephen Porges e progettato per aiutare a regolare il sistema nervoso autonomo, riducendo lo stress, l'ansia e migliorando la concentrazione e l'impegno sociale 🧠✨

Felice di poter aggiungere questo potente strumento alla mia pratica per supportare ulteriormente il benessere di chi si rivolge a me.

Vuoi saperne di più?
Contattami, sarò felice di spiegarti nel dettaglio come funziona l'SSP e come può sostenerti nel tuo benessere!

             

🌳 𝗜𝗹 𝗴𝗿𝗼𝘂𝗻𝗱𝗶𝗻𝗴 𝗲 '𝗮 𝗻𝗮𝗰𝗮 🛏️   (dal dialetto "la culla")Sono una psicoterapeuta, ma prima ancora una persona profondament...
02/12/2025

🌳 𝗜𝗹 𝗴𝗿𝗼𝘂𝗻𝗱𝗶𝗻𝗴 𝗲 '𝗮 𝗻𝗮𝗰𝗮 🛏️ (dal dialetto "la culla")

Sono una psicoterapeuta, ma prima ancora una persona profondamente radicata in questa terra: la Calabria.
Nel mio lavoro uso spesso il grounding per aiutare le persone a sentire i piedi per terra e il bacino stabile, per collegarsi così all'esperienza del momento presente.
Stamattina pensavo che il radicamento ha anche una dimensione socioculturale.

Ma le 𝗿𝗮𝗱𝗶𝗰𝗶 contano in terapia?
Certo che si! L'ingiustizia sociale, l'oppressione e il contesto culturale influenzano profondamente il corpo e il sistema nervoso e impattano sulla salute mentale.
Ignorare il 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗲𝘀𝘁𝗼 𝘀𝗼𝗰𝗶𝗮𝗹𝗲 𝗲 𝗰𝘂𝗹𝘁𝘂𝗿𝗮𝗹𝗲 significa disconoscere quella parte importante dell'identità che passa attraverso il linguaggio non verbale, le dinamiche familiari, storiche e collettive.

Essere calabrese significa ad esempio muoversi costantemente tra 𝗼𝗿𝗴𝗼𝗴𝗹𝗶𝗼 𝗲 𝘃𝗲𝗿𝗴𝗼𝗴𝗻𝗮, sentire la 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗮𝗹𝗴𝗶𝗮 𝗱𝗶 𝗳𝘂𝘁𝘂𝗿𝗼. Tutte esperienze che ritrovo spesso nei miei pazienti calabresi. Il mio ruolo diventa allora aiutarli a riconoscere, riscoprire e utilizzare queste dinamiche che sono parte del loro patrimonio culturale per renderle motore di un 𝗿𝗶𝗻𝗻𝗼𝘃𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗿𝗮𝗱𝗶𝗰𝗮𝘁𝗼 più che macigni che schiacciano.

Essere qui in Calabria è per me una 𝘀𝗰𝗲𝗹𝘁𝗮 𝗰𝗼𝗻𝘀𝗮𝗽𝗲𝘃𝗼𝗹𝗲, è il desiderio di mettere le mie competenze al servizio della mia comunità, valorizzando l'identità culturale per renderla strumento di cura.
È la scelta di farlo cercando stabilità nelle mie radici.

E adesso, dopo lo sforzo di scrivere questo post, 'ma nacu (mi rilasso) un po'. 😌

"Noi (𝘵𝘦𝘳𝘢𝘱𝘦𝘶𝘵𝘪) non siamo i guaritori, siamo il contesto nel quale si ispira la guarigione" 🪷Ron KurtzLa 𝗣𝘀𝗶𝗰𝗼𝘁𝗲𝗿𝗮𝗽𝗶𝗮 𝗦...
30/11/2025

"Noi (𝘵𝘦𝘳𝘢𝘱𝘦𝘶𝘵𝘪) non siamo i guaritori, siamo il contesto nel quale si ispira la guarigione" 🪷
Ron Kurtz
La 𝗣𝘀𝗶𝗰𝗼𝘁𝗲𝗿𝗮𝗽𝗶𝗮 𝗦𝗲𝗻𝘀𝗼𝗺𝗼𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮® nasce negli anni 80 con il lavoro di 𝗣𝗮𝘁 𝗢𝗴𝗱𝗲𝗻, pioniera nell'integrazione delle tecniche somatiche con i metodi psicoterapeutici tradizionali.
È un modello di intervento ancorato alle moderne neuroscienze e alla pratica clinica ed è guidato da sei principi che affondano le loro radici in tradizioni filosofiche (buddhista, taoista e indigena) che guardano al rapporto mente corpo.
Più che "oggetto biologico", la psicoterapia sensomotoria riconosce il 𝗰𝗼𝗿𝗽𝗼 𝗰𝗼𝗺𝗲 "𝘀𝗼𝗴𝗴𝗲𝘁𝘁𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗲𝘀𝗽𝗲𝗿𝗶𝘀𝗰𝗲 𝗶𝗹 𝗺𝗼𝗻𝗱𝗼": il corpo è il modo che abbiamo per stare su questo pianeta, lo strumento a nostra disposizione per conoscerlo.
I 𝗽𝗿𝗶𝗻𝗰𝗶𝗽𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝘁𝗲𝗿𝗮𝗽𝗶𝗮 𝘀𝗲𝗻𝘀𝗼𝗺𝗼𝘁𝗼𝗿𝗶𝗮 si basano sul riconoscimento della saggezza corporea innata che il terapeuta impara a osservare e attivare per aiutare le persone ad attingere alle loro risorse interne e a liberare il potenziale.
Tali principi sono mappe per i terapeuti, per la loro azione e per il loro atteggiamento. Non esiste una ricetta per farli propri una volta per tutte: sono 𝗽𝗿𝗼𝗰𝗲𝘀𝘀𝗶 𝗲𝗺𝗲𝗿𝗴𝗲𝗻𝘁𝗶 cui il terapeuta può prestare attenzione, di cui può osservarne il manifestarsi momento per momento non solo nella stanza di terapia, ma anche nel rapporto con sé stesso e con il mondo.
Il 𝗣𝗿𝗶𝗻𝗰𝗶𝗽𝗶𝗼 𝗱𝗶 𝗢𝗿𝗴𝗮𝗻𝗶𝗰𝗶𝘁𝗮̀ riconosce che il 𝗽𝗼𝘁𝗲𝗿𝗲 𝗰𝘂𝗿𝗮𝘁𝗶𝘃𝗼 𝗲 𝗹’𝗶𝗻𝘁𝗲𝗹𝗹𝗶𝗴𝗲𝗻𝘇𝗮 𝘀𝗼𝗻𝗼 𝗮𝗹𝗹’𝗶𝗻𝘁𝗲𝗿𝗻𝗼 𝗱𝗶 𝗼𝗴𝗻𝗶 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼𝗻𝗮 e che ogni persona ha il proprio cammino di crescita unico, misterioso ed emergente. Il terapeuta che si ispira a questo principio non vuole "aggiustare" le persone, semplicemente perché sa che non c'è niente da aggiustare! Non impone un cambiamento dall'esterno, ma cerca di facilitare il processo naturale di guarigione creando un ambiente che permetta al paziente di "lasciar fare" al proprio sistema nervoso, a fidarsi della sua saggezza intrinseca.

Indirizzo

Via Loreto N. 92
Reggio Di
89133

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 12:00
15:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 13:00
Mercoledì 15:00 - 20:00
Giovedì 15:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 12:00
15:00 - 20:00
Sabato 09:00 - 13:00

Telefono

+393809046521

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