06/01/2026
FATTI DI VENTO
𝑄𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑟𝑎𝑐𝑐𝑜𝑛𝑡𝑜 𝑛𝑎𝑠𝑐𝑒 𝑑𝑎 𝑢𝑛'𝑢𝑟𝑔𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑛𝑎𝑟𝑟𝑎𝑡𝑖𝑣𝑎 𝑐ℎ𝑒 ℎ𝑜 𝑠𝑒𝑛𝑡𝑖𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑟𝑖𝑡𝑜𝑟𝑛𝑜 𝑑𝑎 𝑢𝑛 𝑣𝑖𝑎𝑔𝑔𝑖𝑜. 𝐻𝑜 𝑝𝑟𝑜𝑣𝑎𝑡𝑜 𝑎 𝑠𝑐𝑟𝑖𝑣𝑒𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑑𝑖 𝑐ℎ𝑖 𝑜𝑠𝑠𝑒𝑟𝑣𝑎 𝑖𝑙 𝑚𝑜𝑛𝑑𝑜 𝑑𝑎 𝑢𝑛 𝑔𝑟𝑎𝑑𝑖𝑛𝑜 '𝑑𝑖𝑣𝑒𝑟𝑠𝑜', 𝑑𝑖 𝑐ℎ𝑖 𝑜𝑔𝑛𝑖 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑜 𝑒̀ 𝑎𝑡𝑡𝑟𝑎𝑣𝑒𝑟𝑠𝑎𝑡𝑜 𝑑𝑎𝑙 𝑣𝑒𝑛𝑡𝑜. 𝐷𝑖 𝑐ℎ𝑖, 𝑐𝑒𝑟𝑐𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑑𝑖 𝑡𝑟𝑎𝑠𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎𝑟𝑒 𝑢𝑛𝑜 𝑠𝑐ℎ𝑖𝑎𝑓𝑓𝑜 𝑖𝑛 𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑑𝑎 𝑛𝑜𝑛 𝑑𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖𝑐𝑎𝑟𝑒, 𝑟𝑖𝑣𝑒𝑛𝑑𝑖𝑐𝑎 𝑖𝑙 𝑑𝑖𝑟𝑖𝑡𝑡𝑜 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑚𝑒𝑚𝑜𝑟𝑖𝑎, 𝑎𝑐𝑐𝑒𝑡𝑡𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑖𝑙 𝑑𝑜𝑙𝑜𝑟𝑒 𝑝𝑢𝑟 𝑑𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑝𝑒𝑟𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑜𝑝𝑟𝑖𝑎 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎.
Oggi abbiamo cercato riparo dal sole in una via del centro. Qui, su questa strada piena di persone, macchine e rifiuti, il vento riesce a raggiungerci risalendo dal porto. Un vento gonfio di odori, come i capelli miei e quelli di mio padre. Un vento che sa di disordine e di libertà, come l’animo mio e quello della gente del campo. Io spesso mi diverto a dare una punteggiatura a tutti quegli odori mescolati tra loro, come si fa a scuola con le parole. Come adesso, ad esempio: odore marcio di alghe, tipiche di questo mare; puzza di benzina, quella lasciata sull’acqua dalle tante navi che ogni giorno si fermano da queste parti; profumo di spezie e carne, come quello che viene fuori dal camioncino del turco qui accanto e che mi fa ve**re fame anche quando ho già mangiato; odore di fichi e di pomodori, di cui sono strapiene le cassette delle botteghe sulla strada; ciò che rimane del profumo di quell'uomo elegante che è passato poco fa per questa via. Quello vestito tutto di nero, con i pantaloni stretti e la maglietta pure. Mi sono chiesto se abbia scelto quei vestiti per non farsi attraversare dentro dal vento. Perché ho capito, osservando le persone durante le mie giornate sulla strada, che non a tutti piace essere accarezzati dal miscuglio di odori che il vento porta con sé.
Conto i gradini sotto di me: uno, due e tre. Io sto proprio in cima a questa piccola gradinata di marmo. Da qui posso vedere facilmente tutto quello che accade intorno, ma anche farmi i fatti miei, se ne ho voglia. Alle mie spalle, la vetrina di un negozio abbandonato. Al suo interno si vedono solo scatoloni sparsi qua e là sul pavimento e un bancone di legno chiaro dove qualcuno, prima, vendeva qualcosa. O forse ci ha solo provato e non deve essergli andata bene. Sembra quasi che il vento, risalendo dal porto, sia arrivato anche lì dentro e abbia soffiato forte, così forte da spazzare via una br**ta storia di cui forse adesso rimane solo un odore mescolato a tanti altri nell’aria. Ce ne sono tanti, di posti come questo, in città. Luoghi svuotati dal vento che raccontano la fretta di lasciarsi alle spalle qualcosa. Per non pensarci più. Nel mio orizzonte, qui da dove sono seduto, ne ho contati cinque. Chissà qual è il loro odore, se riuscirò a distinguerlo, a punteggiarlo.
Seduto sul gradino più in alto mi esercito a infilarmi la mano in bocca. Tengo il pugno chiuso, così che sia più facile. Eseguo questo esercizio in modi diversi: a volte faccio ruotare il polso a destra o a sinistra, altre invece lo tengo allineato con la mano. Lascio che i miei piccoli denti, ancora bianchi, possano comprendere la differenza tra il mordere le nocche piuttosto che le dita, il palmo o il dorso della mano. Altre volte invece mi esercito a cambiare la forza del morso e quindi la quantità di dolore che provo. Ho capito che sia del morso che del dolore esistono diverse gradazioni e ho anche scoperto che esiste un modo di stringere i denti che rende uguali il dolore e il piacere. Provo diverse volte quest’ultimo passaggio per memorizzare bene questa scoperta. Non so bene perché, ma immagino potrà essermi di aiuto negli anni che verranno.
Alla mia sinistra, su un’altra scalinata da cui si accede a un negozio di scarpe, siedono mia madre, mio padre e mia nonna. Anche loro sono a piedi scalzi, come me. Ma mentre io dal terzo scalino riesco a sentire il fresco del marmo sotto i piedi, loro, seduti in basso, possono sentire solo il caldo rovente dell'asfalto. Magari è in questo modo che fanno coincidere il piacere e il dolore e forse adesso rimangono così, quasi immobili, per memorizzare questa utile sensazione. Esattamente come me.
Mio padre tiene accanto a sé una stampella. L’ha presa quando dal nostro campo, stamattina, ci siamo diretti in centro. Non è la prima volta che lo fa, se la porta spesso dietro. Forse lo fa perché gli piace la forma o forse perché vuole imparare a camminare facendosi sostenere, visto che sulle sue gambe sa già camminare benissimo. Mia madre e mia nonna invece hanno portato con loro delle coperte sulle quali adesso si sono adagiate. Con noi ci sono anche i nostri cagnolini. Immagino siano nostri perché non ci mollano un attimo. Anche stamattina ci hanno seguito lungo tutto il tragitto. Stanno bene con noi, si vede. Penso che gli piacciamo. Sono quattro: tre bianchi e uno marrone. Li guardo fare la lotta tra loro sul fondo della gradinata, su cui lascio che il tempo passi e il vento mi raggiunga. Le persone si fermano a guardarli con gli occhi teneri e dicono loro le stesse parole che altre volte ho sentito dire ai bambini della mia età. Ma non si avvicinano mai troppo, non provano mai ad accarezzarli. Ho l’impressione che sia la nostra presenza a non farli avvicinare. Forse pensano che avremmo qualcosa da ridire capendo che sono i nostri, ma non è così; forse dovrei farglielo capire, che non abbiamo niente in contrario. "Potete avvicinarvi", potrei dire loro, ad esempio. Loro, i nostri cagnolini, non ricambiano quelle attenzioni che andrebbero bene per un bambino e continuano a giocare tra loro, proprio come faccio io con la mia mano. A volte qualcuno di loro si separa dal gruppo, afferra con il muso qualche rifiuto dalla strada e va a nascondersi con il bottino sotto una delle macchine parcheggiate in fila accanto al marciapiede. "Lì sotto", penserà, "nessuno riuscirà a portarmi via quello che è mio". Ma mio padre ha paura che possano andare in strada ed essere investiti. Per questo motivo, ogni volta che uno di loro va sotto una macchina, si alza in piedi e lo afferra per trascinarlo fuori dal nascondiglio. Poi lo riporta vicino a me. Mi fido di mio padre: dei suoi piedi scalzi e sporchi di asfalto, del suo grande pancione e delle sue braccia scure e forti. Da grande voglio essere proprio come lui.
Dalla moschea il muezzin chiama i fedeli alla preghiera. Io ascolto ogni parola mentre provo a spingere il pugno ancora più forte contro la mia guancia sinistra, in modo che questa si gonfi come quando mio padre mangia a grandi bocconi. Proprio in quel momento, con l’adhan in sottofondo, sull'altra guancia — quella sgonfia — sento un forte dolore che è solo dolore. Arriva con il palmo aperto di una grande e robusta mano che non è la mia. E non è di mio padre, non è di mia madre, non è di mia nonna. Comincio a punteggiare quel dolore ma non faccio in tempo: subito la stessa mano mi afferra per il braccio e mi scaraventa con forza sul marciapiede. Lo stesso asfalto che ospitava i piedi della mia famiglia nel piacere che coincide con il dolore, adesso accoglie il mio corpo nel dolore che coincide con lo spavento. Piango, urlo forte, non capisco. Per piangere meglio spalanco la bocca più che posso, come quando, proprio poco fa, ci mettevo la mano dentro. Mentre sono ancora a terra alzo gli occhi e vedo un uomo in camicia bianca e pantaloni grigi in piedi davanti a me. Mi guarda e i suoi occhi sono pieni di odio. Mi odia. Dovrei odiarmi? Piango più forte, continuo a non capire. Stavo solo gonfiando la mia guancia con la mano. L'uomo mi volta le spalle e continua a camminare senza fretta, indifferente al mio pianto e alla mia bocca spalancata, come se per lui fossi solo una mosca fastidiosa da scacciare via. Mio padre si alza in piedi, afferra la stampella e gliela rivolge contro, urlando richieste di spiegazioni per quello che mi ha fatto. Forse era a questo che serviva la stampella? Magari mio padre sapeva che sarebbe potuto succedere e voleva essere preparato. Dalle urla che rivolge all'uomo che cammina a passo lentissimo capisco che ha sentito il mio pianto, che per lui non sono una mosca. Le urla di mio padre mi calmano. Smetto di piangere e torno a sedere in cima alla gradinata. Mia madre e mia nonna si alzano dalle loro coperte e raggiungono mio padre per trattenerlo mentre sta per lanciare la stampella addosso all’uomo con la camicia bianca. Lui fa resistenza ma poi, alla fine e con fatica, abbassa le braccia e smette di urlare. Non deve essergli passata del tutto, perché comincia a voltarsi intorno per cercare sguardi di solidarietà tra i passanti. Si gira verso di loro, verso ciascuno di loro, e cerca nei loro occhi un cenno di comprensione, il loro appoggio. Tutti hanno visto quello che è accaduto, ma tutti si tengono lontani. Rimangono fermi in cima alle loro gradinate invisibili. Nessuno appoggia i suoi occhi su quelli di mio padre, nessuno sembra saper parlare.
Una donna si avvicina, scavalcando il perimetro che distingue noi dagli altri. Mi guarda e fa un gesto con le braccia e le spalle, come a dire: "mi spiace, è capitato". Non sono sicuro di aver capito. Anzi, non ne comprendo proprio il senso e non rispondo nulla. Rimetto la mano in bocca e riprendo a esercitarmi. Ma quel gesto di spalle e di braccia mi rimane dentro la testa come gli scatoloni sul pavimento del negozio abbandonato. Come mio padre, che mi ha difeso ma che adesso è tornato a sedere con la testa bassa e lo sguardo molto triste. Non è più il padre che voleva lanciare la stampella contro l'uomo con la camicia bianca. I passanti invece, che fino a quel momento erano rimasti fermi, sono scesi dai gradini invisibili delle loro scalinate e hanno ripreso a camminare. È possibile, data l’ora, che adesso tornino nelle loro case, dove potranno scegliere di non fare entrare il vento chiudendo bene porte e finestre, dove potranno digerire i loro Japrak insieme al ricordo di me che piango e urlo sul marciapiede. Io invece, con il pugno in bocca, io che sto qui senza finestre né porte, voglio regalarla al vento questa piccola storia insignificante, così che possa mescolarsi a tante altre storie fatte di polvere e di asfalto. Per farle attraversare le vie di questa città e farla entrare da porte e finestre lasciate aperte da qualcuno. E poi spingerla più lontano e farle attraversare pure il mare. Ma non voglio lasciarmela alle spalle, come le storie di quei negozi del centro con le vetrine vuote. Aspetto che poi, dopo essere andata in giro, torni da me per poterne riconoscere l’odore e punteggiarlo, per dargli un posto e, così, un senso. Come si fa a scuola con le parole
Opera di Gary Bunt