Hospice Via Delle Stelle

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###IV GIORNATA MONDIALE DEL MALATO"Dal di dentro, dal cuore…"Mercoledì 11 febbraio, ###IV Giornata Mondiale del Malato è...
21/02/2026

###IV GIORNATA MONDIALE DEL MALATO

"Dal di dentro, dal cuore…"

Mercoledì 11 febbraio, ###IV Giornata Mondiale del Malato è stata celebrata la Santa Messa in hospice, nel cuore stesso di quel luogo in cui fragilità e speranza si sfiorano ogni giorno senza fare rumore.
In apertura della celebrazione, don Armando, nostro assistente spirituale, ha portato i saluti del dottor Vincenzo Nociti, presidente della Fondazione “Via delle Stelle”: un pensiero semplice e partecipe, capace di esprimere vicinanza a ogni persona ricoverata, ai familiari, agli operatori e ai volontari che quotidianamente custodiscono questo spazio di cura e di umanità.
Non una celebrazione separata dalla vita, ma immersa dentro di essa: tra i respiri lenti delle stanze, gli sguardi raccolti dei familiari, il silenzio abitato di chi accompagna con passo leggero.
In hospice la liturgia non è mai soltanto rito. È carne della vita.
È preghiera che prende forma nei volti, nelle attese, nelle mani che si stringono piano per non disturbare il dolore.
L’altare, così vicino alla vulnerabilità umana, è diventato ancora una volta spazio di comunione e di affidamento.
La Parola ascoltata, il pane spezzato, la preghiera condivisa hanno attraversato corridoi e cuori, raggiungendo anche chi non poteva essere presente fisicamente ma restava unito in modo invisibile, dentro quella misteriosa rete di relazioni che la sofferenza rende ancora più vera.
In quel momento semplice e solenne insieme abbiamo percepito con chiarezza che la cura non riguarda soltanto il corpo.
La cura abbraccia l’anima. Custodisce la speranza. Tiene aperto un orizzonte di senso anche quando tutto sembra restringersi attorno al limite.
Proprio durante l’omelia, don Armando ha consegnato alla nostra comunità una parola del Vangelo capace di scendere in profondità: non è ciò che entra nell’uomo a renderlo impuro, ma ciò che dal suo cuore esce.
Ascoltata dentro l’hospice, questa frase cambia luce. Non resta un insegnamento lontano. Diventa esperienza viva. Diventa uno specchio silenzioso davanti al quale ciascuno è chiamato a sostare con verità. Perché qui, dove la vita si fa fragile, le apparenze lentamente cadono. Le difese si allentano. Le parole inutili si spengono.
Resta il cuore, n**o e vero, con tutto ciò che porta dentro: ferite antiche, paure taciute, memorie luminose, desideri di bene che non hanno mai smesso di cercare spazio.
Gesù parla di ciò che dal cuore può uscire: oscurità, egoismi, smarrimenti. E noi sappiamo quanto l’umano sia attraversato da queste ombre.
Ma l’hospice, paradossalmente, è anche il luogo in cui vediamo emergere altro.
Qualcosa di inatteso. Qualcosa di profondamente vero. Vediamo cuori che, proprio dentro la prova, ritrovano strade dimenticate: un perdono sussurrato dopo anni di silenzio, una carezza che arriva quando sembrava troppo tardi, uno sguardo che dice grazie quando la voce non riesce più a farsi sentire.
È come se la fragilità aprisse un varco.
Come se il dolore, pur senza perdere il suo peso reale, lasciasse filtrare una verità più profonda: quella dell’amore che resiste, della relazione che rimane, dell’essenziale che finalmente emerge quando tutto il resto cade.
Allora comprendiamo che la purezza di cui parla il Vangelo non riguarda norme esteriori o confini rituali, ma la qualità del cuore.
E custodire il cuore diventa il primo gesto di cura.
Il più nascosto. Il più necessario. Il più difficile, perché chiede autenticità.
Custodire il cuore di chi soffre significa avvicinarsi senza invadere. Ascoltare senza fretta.
Restare anche quando non ci sono parole da dire e nessuna soluzione da offrire.
Significa riconoscere che ogni vita, fino all’ultimo respiro, conserva una dignità inviolabile e una luce che nessuna malattia può spegnere del tutto.
Una luce discreta, talvolta tremante, ma reale.
Ma custodire il cuore significa anche vigilare sul nostro. Perché chi cura non è fuori dalla fragilità: ne è parte.
E proprio nell’incontro con il limite dell’altro, il nostro cuore viene interrogato, purificato, reso più vero, più essenziale, più umano.
Forse è questo il dono nascosto della Giornata Mondiale del Malato vissuta in hospice:
ricondurci all’essenziale.
Ricordarci che la cura nasce dentro, prima ancora che nei gesti visibili. Che la prossimità è una scelta del cuore prima che un compito.
Che l’amore più autentico è spesso silenzioso, discreto, quasi invisibile agli occhi del mondo, ma potentissimo per chi lo riceve.
Uscendo dal salone, dopo quella Parola ascoltata insieme, rimaneva nell’aria una percezione mite ma tenace: la fragilità non è il luogo dell’impurità.
Può diventare, invece, lo spazio della verità. Il luogo in cui il cuore si libera dal superfluo e torna capace di bene.
Capace di relazione. Capace di tenerezza.
E così, nei corridoi attraversati in punta di piedi, nelle stanze abitate da respiri lenti, nei piccoli gesti che nessuno vede e che pure sostengono il mondo, continua a compiersi qualcosa di profondamente umano e insieme misterioso: un custodire reciproco, una cura che nasce dal cuore e al cuore ritorna. In questa luce discreta comprendiamo che la Giornata del Malato non termina con una celebrazione.
Non si chiude con una data sul calendario. Continua ogni giorno. Continua ogni volta che scegliamo di restare accanto invece di allontanarci.
Ogni volta che permettiamo al bene di uscire dal nostro cuore e diventare presenza concreta. Ogni volta che riconosciamo, nel volto fragile dell’altro, una chiamata alla nostra stessa umanità.
Ed è proprio lì, in questa fedeltà quotidiana fatta di silenzi, di ascolto, di piccole attenzioni, che la cura rivela il suo volto più vero: non potere, non efficienza, ma relazione che salva dalla solitudine.
Silenziosa. Fedele. Viva.

Nicola Saggese
Amici dell’hospice di Reggio Calabria
Vincenzo Nociti Francesca Arvino Anna Tiziano Ines Barbera Iolanda Mercuri Francesco Nocera Federazione Cure Palliative Onlus Luca Castellano Counselor Noi delle cure palliative Maria Assunta Catanese Nuccio Garofano Giovanna Toscano Angela Milella Rosanna Squillaci Maria Gabriella Brundi Maria Cristina Caridi

17/02/2026
L'AMORE CHE SI FA PRESENZA… la tenerezza che custodisceCi sono luoghi in cui la vita si lascia interrogare più che altro...
17/02/2026

L'AMORE CHE SI FA PRESENZA… la tenerezza che custodisce

Ci sono luoghi in cui la vita si lascia interrogare più che altrove.
Luoghi in cui le domande diventano più essenziali delle risposte e dove ciò che appare fragile rivela, in realtà, la sua verità più profonda.
L’hospice è uno di questi luoghi. Perché costringe a guardare l’essenziale della vita senza difese.
Qui l’amore non è un’idea romantica né un sentimento da celebrare nei giorni segnati sul calendario.
È una presenza concreta, quotidiana, spesso silenziosa.
È relazione che resiste, cura che accompagna, umanità che non arretra davanti al limite.
Per questo, quando il giorno di San Valentino attraversa l’hospice, non porta con sé soltanto il linguaggio degli innamorati, ma apre uno spazio più ampio, quasi universale, in cui l’amore si rivela nella sua forma più nuda e più vera: quella che resta.
Sabato scorso l’hospice ha respirato in modo diverso.
Non perché fosse una festa, ma perché qualcosa di invisibile attraversava i corridoi con passo leggero, come una presenza capace di cambiare il tono delle ore.
La mattina si è aperta in punta di piedi, come sempre accade qui.
Il silenzio non era vuoto: era abitato.
Ogni stanza custodiva una storia, ogni respiro una relazione, ogni sguardo una domanda di vicinanza.
Poi, lentamente, la presenza dei familiari, degli operatori e dei volontari ha iniziato a tessere una trama comune fatta di piccoli gesti condivisi.
Ed è proprio dentro quella trama che la festa dell’Amore ha trovato la sua dimensione più vera, restituendo alle stanze dell’hospice una magia discreta, capace di nascere solo quando i cuori si riconoscono.
Un appuntamento prezioso e atteso, reso possibile dalla Fondazione “Via delle Stelle”, guidata dal dottor Vincenzo Nociti, e dall’Associazione culturale “Rhegium Julii”, diretta dal dottor Pino Bova, che ancora una volta hanno saputo intrecciare cura, bellezza e presenza dentro la trama delicata delle nostre giornate.
Non un semplice evento, ma un tempo condiviso capace di dilatare il respiro delle stanze e restituire profondità agli incontri.
In hospice l’amore cambia forma e diventa essenziale.
Si fa attesa paziente.
Si fa silenzio condiviso che non spaventa.
Si fa mano che accompagna senza trattenere.
Si fa cura.
Rimane nei volti dei familiari che attraversano la fatica con dignità.
Rimane negli occhi degli operatori che imparano ogni giorno la misura fragile e luminosa del prendersi cura.
Rimane nei passi discreti dei volontari, che entrano in punta di piedi portando con sé soltanto ciò che conta davvero: presenza, ascolto, tempo donato senza misura.
Rimane nella dedizione silenziosa degli operatori.
Rimane nella presenza fedele dei volontari, capaci di trasformare un gesto semplice in segno di umanità profonda.
La presenza dei familiari, degli operatori e dei volontari ha restituito alla festa dell’Amore la sua luce più autentica, donando alle stanze dell’hospice quella magia discreta che nasce solo quando i cuori si riconoscono.
Dentro questa atmosfera sospesa, la parola poetica ha trovato spazio per farsi respiro condiviso.
Anche questa volta i poeti dell’Associazione “Rhegium Julii”, Mimma Scibilia, Vincenzo Filardo e il presidente Pino Bova, con la voce intensa di Nazim Hikmet, hanno saputo dare senso e significato alla giornata, riunendo tutti attorno a quell’unico filo conduttore che è l’Amore.
Si è alzata anche la voce di un familiare di una nostra ospite, la cui poesia ha toccato le corde più profonde dell’anima: «il sole, il mare, le attese, le mille domande dell’uomo…» fino a farsi parola di riconoscenza e di grazie rivolto a tutti gli operatori e volontari, custodi silenziosi di cura e di umanità.
In hospice la poesia non è ornamento.
Diventa linguaggio dell’anima.
Dà voce a ciò che spesso resta indicibile.
Restituisce dignità alle emozioni, profondità al dolore, spazio alla speranza.
Accanto alla parola è arrivata la musica.
Le note dei musicisti dell’”MT Make it Better”, Riccardo Crea, Joel Cutrì, Antonella D’Agostino, Santi Ciraolo e Augusto Laganà, guidati dal caro Peppe Licordari, hanno attraversato i corridoi con dolcezza, posandosi sulle mani, sugli sguardi, sui silenzi.
Non un concerto, ma una carezza sonora.
Una presenza gentile capace di cullare l’anima.
Perché c’è una musica che intrattiene e una musica che accompagna.
Quella che nasce in hospice appartiene alla seconda: non riempie il silenzio, lo custodisce.
I giovani musicisti, tra Hey Jude e Let It Be, hanno voluto condividere le loro emozioni:
«La bellezza di aver vissuto una mattinata in cui l’amore si è fatto concreto».
Un’esperienza semplice ma profonda, capace di dimostrare come la cura, quando diventa gesto quotidiano, renda visibile ciò che spesso resta soltanto parola.
Ed ancora, i giovani musicisti mettono in evidenza la bellezza dell’ascolto per imparare:
«Grazie per l’opportunità di godere di parole, poesie, di esempi e messaggi provenienti dal mondo degli adulti».
Ed ancora: «Contento di essere qui con voi in hospice. Ho sentito il bisogno di fare qualcosa di utile». «Il desiderio di fare qualcosa di utile per gli altri e la gioia semplice di aver scelto di essere in hospice, scoprendo che donare tempo agli altri è il modo più autentico di trovarlo per sé».
Il musicista più timido ha voluto ugualmente lasciare la propria traccia, parlando della bellezza dell’ascolto e della bellezza di imparare dal mondo degli adulti.
L’incontro per i ragazzi è stato vissuto come un incontro tra mondi che si cercano: quello degli adulti, a cui guardare per imparare la profondità della vita, e quello dei giovani, desiderosi di apprendere, ascoltare, lasciarsi trasformare.
Ed ha prodotto questi frutti: uno sguardo più attento, un ascolto più profondo, la scoperta che la bellezza condivisa può generare speranza anche nei luoghi attraversati dalla fragilità.
Tutto questo prende forma dentro SpazioCultura, la cultura che cura, il percorso ideato, progettato e diretto dalla dottoressa Francesca Arvino, responsabile del Servizio di Psicologia dell’hospice.
Negli anni, questo cammino ha donato alla struttura momenti di bellezza, parola e riflessione capaci di accompagnare con delicatezza i passi più fragili, trasformando la cultura in relazione e la relazione in spazio di umanità condivisa.
SpazioCultura non è un contenitore di eventi.
È un modo diverso di abitare la cura.
Dice che anche nel tempo della malattia la persona resta storia, desiderio, bisogno di senso.
Dice che la cura non è completa se non tocca anche ciò che non si vede.
Dice che la bellezza non è un lusso, ma una necessità dell’anima.
Per questo giornate come quella vissuta non sono semplici ricordi.
Sono segni.
Segni di una comunità che sceglie di restare.
Segni di un amore che continua anche dentro la fragilità.
Nel respiro condiviso di questa esperienza sentiamo il bisogno della gratitudine,
perché è nella riconoscenza che ciò che viviamo diventa memoria feconda.
Grazie a Cristina Caridi, anima sensibile e presenza luminosa dello SpazioCultura. Nel suo modo delicato di esserci prende forma quella bellezza silenziosa che accoglie, sostiene e trasforma rendendo sempre più questo spazio casa dell’anima e luogo di umanità autentica.
Grazie ad Alessia Genua, motore instancabile e vulcano vivente di entusiasmo e creatività. Pur non essendo fisicamente presente si è fatta in modo vivo e tangibile, come accade per quelle persone abitano i luoghi con il cuore prima ancora che con i passi. energia viva anche nella distanza.
Un pensiero colmo di vicinanza va a Daniela Scuncia e Peppe Licordari, assenti per motivi di salute ma profondamente presenti nel legame che ci unisce.
Grazie ai volontari presenti Angela Milella, Francesca Amorini, Francesco Nocera, Daniela Scopelliti, Nicola Saggese e Gregorio Costantino, mani silenziose che rendono possibile ogni incontro.
Grazie a tutti gli operatori e ausiliari sempre attenti e profondamente impegnati nella buona realizzazione dello SpazioCultura.
E grazie a tutti coloro che, in punta di piedi, continuano a seminare bellezza dentro questo luogo fragile e luminoso. Ci piace annoverare, tra i segni silenziosi di questa storia di cura, Nicola Saggese, presenza vigile e delicata nello SpazioCultura, luogo in cui la bellezza diventa respiro e la relazione si trasforma in luce condivisa.
Forse è questo che l’hospice insegna, con discrezione: che la vita non si misura dal tempo che possediamo, ma dall’amore che riusciamo a donare mentre il tempo passa.
E allora San Valentino, qui, non finisce con una giornata.
Continua nei passi lenti lungo i corridoi, nelle mani che si cercano senza rumore, negli sguardi che promettono presenza anche quando tutto si fa fragile.
Continua ogni volta che qualcuno sceglie di restare.
Perché l’amore vero non salva dal limite, ma lo attraversa.
Non trattiene la vita, ma la accompagna fino alla sua soglia più misteriosa.
E proprio lì, dove le parole sembrano spegnersi, rimane ciò che non finisce: la cura donata, la relazione vissuta, la memoria d’amore che continua a respirare nel cuore di chi resta.
È in questo respiro che lo SpazioCultura continua a vivere.
Non come evento.
Non come progetto.
Ma come promessa silenziosa di umanità.
Una promessa che non fa rumore… ma illumina

Vincenzo Nociti Francesca Arvino Anna Tiziano Iolanda Mercuri Ines Barbera Maria Cristina Caridi Alessia Genua Vincenzo Filardo Giuseppe Licordari Luca Castellano Counselor Federazione Cure Palliative Onlus Luigi Zac Noi delle cure palliative

NEL SILENZIO DELLA CATTEDRALE, IL SENSO DEL NOSTRO SERVIREIeri pomeriggio, in attesa della ###IV Giornata Mondiale del M...
08/02/2026

NEL SILENZIO DELLA CATTEDRALE, IL SENSO DEL NOSTRO SERVIRE

Ieri pomeriggio, in attesa della ###IV Giornata Mondiale del Malato, la nostra associazione ha vissuto una veglia di preghiera in Cattedrale. Presenti i volontari Nicola Saggese, Angela Milella, Maria Assunta Catanese, Nuccio Garofano e Marisa Mallamace. La celebrazione, presieduta dall’arcivescovo monsignor Fortunato Morrone e organizzata dall’Ufficio per la Pastorale della Salute, è stata un tempo raccolto, abitato dal silenzio e dalla luce discreta delle candele, nel quale ciascuno ha potuto deporre ciò che ogni giorno porta nel cuore: i volti incontrati in hospice, le storie affidate con fiducia, le fragilità che chiedono soltanto presenza e tenerezza.
Eravamo lì come volontari, ma prima ancora come persone chiamate a custodire la vita nella sua forma più fragile.
La preghiera ha unito i nostri passi, ricordandoci — come suggerito da monsignor Morrone — che la cura nasce dall’ascolto profondo, dalla vicinanza che non abbandona e dalla capacità di farsi prossimi soprattutto a chi attraversa il tempo della prova. In quel raccoglimento abbiamo sentito più forte il senso del nostro servire e il legame profondo con ogni persona affidata alle cure palliative.
Durante la celebrazione è stato consegnato il mandato a tutte le Associazioni di volontariato operanti in ambito sanitario, come segno di riconoscimento e di invio nel servizio.
Un gesto semplice, ma carico di significato, che rinnova l’impegno a vivere il volontariato come presenza fedele accanto alle persone più fragili, nella logica del dono e della comunione.
Siamo tornati con una gratitudine silenziosa, quasi nascosta.
Perché momenti come questi non fanno rumore, ma scavano dentro e restituiscono respiro al nostro cammino. E dentro quella preghiera, ancora una volta, abbiamo riconosciuto che prendersi cura è anche affidare, e che nel custodire la fragilità degli altri siamo, misteriosamente, custoditi anche noi.
NS
Francesca Arvino Vincenzo Nociti Ines Barbera Anna Tiziano Iolanda Mercuri Francesco Nocera Rosanna Squillaci Giovanna Toscano Nuccio Garofano Maria Assunta Catanese Angela Milella

02/02/2026
27/01/2026

PER RICORDARE
PER NON DIMENTICARE
Giorno della Memoria.
Per ricordare chi è stato strappato alla vita, al nome, alla dignità.
Per non dimenticare dove può arrivare l’odio quando smette di riconoscere l’altro come umano.
La memoria non è solo uno sguardo al passato:
è una responsabilità nel presente.
È scegliere, ogni giorno, da che parte stare.
È vigilare sulle parole, sui gesti, sulle indifferenze.
Perché ciò che è accaduto non accada mai più.
Perché il dolore degli altri continui a interrogarci.
Perché ricordare è un atto di giustizia.
Francesca Arvino Vincenzo Nociti Ines Barbera Anna Tiziano

UN INCONTRO CHE PARLA LA LINGUA DELLA CURACi sono incontri che arrivano con la semplicità delle cose vere. Non fanno rum...
22/01/2026

UN INCONTRO CHE PARLA LA LINGUA DELLA CURA
Ci sono incontri che arrivano con la semplicità delle cose vere. Non fanno rumore, non hanno bisogno di grandi presentazioni: accadono e basta, come un respiro che si accorda al ritmo dell’altro.
L’incontro di qualche tempo fa, con Luca, volontario della Fondazione “Gigi Ghirotti” di Genova, è stato proprio così: una mattinata trascorsa insieme, tra parole e silenzi, tra curiosità e riconoscimento, dentro quella trama invisibile che lega tutte le persone che scelgono di dedicare parte della propria vita alla cura.
È venuto a trovarci quasi per caso, approfittando di un breve passaggio in città, ma fin dal suo arrivo si è percepita la profondità del suo sguardo. Non cercava solo di “vedere” l’hospice, ma di comprenderlo: di sentirne l’atmosfera, di coglierne il ritmo, di avvicinarsi con rispetto a quel quotidiano fatto di piccoli gesti che custodiscono senso.
Si è presentato con discrezione, ma con la curiosità viva di chi crede nel valore del confronto e sa che ogni realtà, ogni esperienza, ogni storia, può insegnare qualcosa di nuovo.
Con lui abbiamo parlato a lungo.
Ha incontrato gli operatori sanitari, i volontari, la psicologa, il presidente della Fondazione, la direzione sanitaria, ha ascoltato, domandato, condiviso. E ogni dialogo è diventato occasione per riflettere, insieme, su cosa significhi oggi essere volontari in hospice, su come mantenere vivo lo spirito originario del dono anche dentro una struttura complessa e organizzata.
Ne è nato uno scambio di idee proficuo, sincero e generoso.
Abbiamo parlato della formazione dei volontari, dell’importanza di una supervisione costante, di come accompagnare le persone nel tempo della fragilità. Ci siamo confrontati sulla raccolta fondi, sulle strategie per sostenere progetti di umanizzazione della cura, sulle difficoltà e sulle risorse che ogni associazione mette in campo per restare fedele alla propria missione.
Luca ha portato con sé l’esperienza della Gigi Ghirotti di Genova, una realtà che da decenni rappresenta un punto di riferimento nel panorama delle cure palliative italiane, fondata su valori solidi e su una visione del volontariato come presenza accanto.
Questo incontro, però, non nasce dal caso.
È stato possibile grazie a un lavoro di rete certosino, costruito negli anni con pazienza, ascolto e relazioni coltivate una ad una. Una rete fatta di contatti mantenuti vivi, di dialoghi che non si sono interrotti, di legami che hanno saputo attraversare il tempo.
È dentro questo tessuto silenzioso che realtà diverse riescono a incontrarsi, riconoscersi e parlarsi con naturalezza. La rete non è solo uno strumento organizzativo: è una scelta di visione. È credere che il volontariato cresca quando accetta di aprirsi, di confrontarsi, di lasciarsi interrogare dall’esperienza dell’altro.
Ascoltandolo, abbiamo sentito quanto le nostre strade, pur così lontane geograficamente, siano vicine nello spirito.
A unirci è un modo di guardare alla vita, e al dolore, con rispetto e tenerezza. È la stessa convinzione che la cura non si misura solo in farmaci o protocolli, ma nel tempo condiviso, nell’ascolto, nel “restare accanto”.

Durante quella mattinata, le parole hanno avuto il sapore delle cose vere: non discorsi astratti, ma esperienze che si toccano, si contaminano, si illuminano a vicenda.
Luca ha raccontato il loro modo di vivere il volontariato, le relazioni che nascono attorno ai letti dei malati, la forza discreta di chi sa entrare in punta di piedi e uscire lasciando una traccia di umanità.
Noi gli abbiamo raccontato la nostra quotidianità, i piccoli gesti che costruiscono la giornata in hospice, le sfide di un volontariato che prova ogni giorno a custodire dignità e presenza.
È stato naturale allora spostare la conversazione su un piano più profondo, sul senso stesso dell’essere volontari.
Cosa significa esserci per qualcuno che soffre?
Cosa distingue un gesto fatto per generosità da una presenza che davvero accompagna?
Abbiamo riconosciuto che il volontariato, quando è autentico, non nasce per riempire un vuoto, ma per abitare la fragilità con consapevolezza e amore. È un incontro tra due vulnerabilità, non tra chi aiuta e chi è aiutato, ma tra due esseri umani che si riconoscono nella loro comune condizione.
Luca ascoltava con attenzione, e nei suoi occhi si leggeva la stessa emozione che spesso accompagna anche noi: quella gratitudine silenziosa per tutto ciò che ogni incontro lascia dentro.
A un certo punto ha detto una frase semplice, ma vera: «In fondo, il volontariato è un modo per restare umani».
E in quel momento tutti abbiamo annuito, perché quelle parole contenevano la sintesi di ciò che ogni giorno proviamo a fare: preservare l’umanità nei luoghi dove la vita si assottiglia, dove il tempo si fa prezioso, dove basta un gesto, un sorriso, uno sguardo per dire “tu sei importante”.
L’incontro con Luca ci ha ricordato che ogni esperienza di cura è parte di una rete più grande, fatta di volti e storie che si sostengono reciprocamente.
Ci ha mostrato come lo scambio non è solo trasmissione di pratiche o modelli, ma un movimento di reciprocità: ognuno porta qualcosa di sé e riceve in cambio una parte dell’altro.
È così che la cultura delle cure palliative cresce: attraverso il dialogo, l’ascolto, il confronto, la condivisione di esperienze che diventano patrimonio comune.
Quando Luca è andato via, l’atmosfera che ha lasciato era quella di una gratitudine quieta.
Non c’erano saluti formali, ma un senso di continuità: come se la sua presenza avesse aperto uno spazio di possibilità, un ponte invisibile tra Genova e Reggio, tra due case che parlano la stessa lingua della cura.
Forse è questo il dono più grande di un incontro come questo: ricordarci che il volontariato non è solo fare, ma essere, e che ogni incontro autentico rinnova il senso del nostro cammino.
Perché, alla fine, chi si avvicina al dolore con rispetto e amore scopre che nulla è mai perduto — tutto si trasforma in relazione, in memoria, in un gesto che continua a generare vita.
Grazie, Luca, per averci ricordato che l’essenza del volontariato è racchiusa proprio lì, dove il fare si fa ascolto, dove la presenza diventa cura, dove la distanza tra due città si annulla nel calore di un incontro umano.
Da Genova a Reggio Calabria, da una storia all’altra, resta una certezza condivisa: ogni volta che due esperienze si incontrano nel nome della cura, l’umanità fa un passo avanti.

Nicola Saggese
AMICI DELL’HOSPICE DI REGGIO CALABRIA

Vincenzo Nociti Francesca Arvino Ines Barbera Anna Tiziano Iolanda Mercuri Antonino Sgro' Maria Gabriella Brundi Rosanna Squillaci

SUONI ANTICHI, PRESENZA VIVALa zampogna, un fiato che accompagnaArriva respirando. Prima ancora di suonare, si fa sentir...
09/01/2026

SUONI ANTICHI, PRESENZA VIVA
La zampogna, un fiato che accompagna

Arriva respirando. Prima ancora di suonare, si fa sentire nel petto, come un fiato antico che chiede spazio. In hospice questo fiato trova un luogo inatteso: corridoi che conoscono il silenzio, stanze che custodiscono attese, sguardi che hanno imparato a misurare il tempo non con l'orologio ma con la presenza.
La zampogna non è arrivata da sola.
È arrivata con Sebastiano Battaglia, amico da sempre dell'hospice. Uno di quelli che non si presentano come ospiti, ma come persone di casa. La sua presenza precede il suono, lo prepara, lo rende possibile. Perché prima ancora della musica, c'è una relazione che nel tempo si è fatta fiducia, conoscenza reciproca, cammino condiviso. Quella mattina la zampogna è arrivata così e subito l'aria ha cambiato densità. Non era più solo aria: era memoria che tornava a circolare, era un richiamo che non chiedeva spiegazioni. La zampogna non spiega, non convince, non persuade. Ricorda.
Ricorda le case basse, i camini accesi, i passi lenti sulla terra umida. Ricorda le feste piccole, quelle che non avevano palco ma condivisione. Ricorda un tempo in cui la musica non era intrattenimento, ma compagnia. E forse è per questo che in hospice la zampogna non stona: perché qui la compagnia è tutto.
Tra una melodia e l'altra, Sebastiano parlava. Non riempiva i silenzi: li abitava. Raccontava delle sue giornate, del lavoro nei campi, delle stagioni che insegnano l'attesa meglio di qualunque libro. Parlava del suo “bizzolo”, come di una misura antica che non ha bisogno di essere capita per essere vera. Le sue parole avevano lo stesso ritmo della zampogna: non correvano, non forzavano. Stavano.
E mentre stavano, qualcosa accadeva. Gli sguardi si alzavano. Qualcuno chiudeva gli occhi.Qualcun altro sorrideva senza sapere bene perché. La zampogna entrava nelle stanze come entra una persona di famiglia e con estremo ispetto. Non portava allegria di superficie, portava profondità. Quella profondità che non fa rumore, ma muove.
In hospice la musica non è mai solo musica. È relazione. È un modo diverso di dire "sono qui”. La zampogna, con il suo respiro continuo, sembrava dire proprio questo: resto. Resto anche quando il fiato è corto, resto anche quando le parole finiscono. Resto.
C'era qualcosa di sorprendente nel vedere uno strumento così legato all'esterno, ai monti, ai pascoli, alle processioni, trovare casa in un luogo chiuso. Eppure, forse, non esiste luogo più aperto di un hospice. Aperto alla fragilità, al limite, all'essenziale. Aperto a ciò che conta davvero. La zampogna lo sapeva, o forse lo ricordava meglio di noi.
Ogni nota sembrava allungare il tempo, renderlo più abitabile. Non cancellava la fatica, non addolciva la realtà. La rendeva condivisibile. Come accade con le cose autentiche: non tolgono il peso, aiutano a portarlo insieme.
Questo incontro non nasce per caso. Anche la zampogna in hospice trova casa dentro “SpazioCultura...la cultura che cura", un contenitore pensato, ideato, progettato e diretto dalla dottoressa Francesca Arvino, responsabile del Servizio di Psicologia in Cure Palliative dell'hospice.
SpazioCultura non porta eventi: apre possibilità. Non aggiunge rumore, ma crea varchi. È un modo di intendere la cultura non come ornamento, ma come gesto di cura, come linguaggio capace di raggiungere ciò che la parola clinica non sempre riesce a toccare.
Dentro questo orizzonte, la zampogna non è intrattenimento, ma presenza significativa. È cultura che incontra la fragilità senza sovrastarla, che si fa prossima,che accetta il limite e lo abita. È cultura che non consola, ma accompagna. Che non spiega,ma resta.
Tutto questo è possibile perché c'è una visione condivisa e sostenuta. La Fondazione "Via delle Stelle", amministrata dal Vincenzo Nociti, incoraggia e sostiene con convinzione questo modo di intendere la cura: una cura che non separa il corpo dalla storia, la malattia dalla persona, il tempo della fine dalla dignità del vivere.
In questo intreccio virtuoso tra cultura, psicologia e cure palliative, anche una zampogna può trovare spazio e senso. Non come eccezione, ma come espressione coerente di un pensiero più ampio: quello che riconosce che l'essere umano ha bisogno, fino all'ultimo, di bellezza, di significato, di relazioni che parlino il linguaggio dell'anima.
Quando il suono si è spento, non c'è stato bisogno di dire molto. La gratitudine era già lì, negli occhi, nei piccoli cenni, nei sorrisi trattenuti. La zampogna aveva fatto il suo lavoro: aveva messo in relazione. Aveva ricordato a tutti che, finché c'è respiro,c'è possibilità di incontro.
E forse è questo che resta di quella mattina: la consapevolezza che la cura passa anche da strade inattese. Che una musica antica può parlare al presente con una voce sorprendentemente attuale. Che in hospice non entrano solo persone, ma mondi interi. E quando entrano con rispetto, trovano spazio.
La zampogna se n'è andata come era arrivata: respirando.
Ma qualcosa è rimasto. Un'eco sottile, difficile da nominare. Una presenza che continua a dire, anche adesso, che non siamo soli. Che qualcuno, da qualche parte, sta ancora suonando per noi.
SN
Vincenzo Nociti Francesca Arvino Ines Barbera Anna Tiziano Iolanda Mercuri Nicola Saggese Giovanna Toscano Francesco Nocera Marzia Costantino Rosanna Squillaci Maria Assunta Catanese Donatella Scopelliti

Indirizzo

Delle Camelie
Reggio Di
89133

Telefono

+390965683611

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