30/03/2026
Concerto di primavera
C’è qualcosa di delicato, quasi impercettibile, quando la musica entra in hospice.
Non chiede permesso, non fa rumore.
Si appoggia piano sulle stanze, attraversa i corridoi, si posa sulle persone. E lì resta.
Non invade, non pretende. Semplicemente accompagna.
Si insinua tra i pensieri, accarezza le attese, sfiora anche ciò che non ha più nome.
A volte si ha la sensazione che la musica, in questi luoghi, sappia dove andare prima ancora di noi.
Come se riconoscesse le ferite, senza bisogno di nominarle. Oggi è stato così.
Il Concerto di primavera non è stato solo un evento. È stato un tempo sospeso.
Un tempo in cui, per un attimo, il dolore ha cambiato forma.
Non è scomparso, ma si è lasciato attraversare da qualcosa di diverso.
Più leggero. Più umano.
E in quel cambiamento, anche minimo, si è aperto uno spazio.
Uno spazio in cui respirare, in cui non sentirsi soli, in cui poter essere, semplicemente.
Dentro questo tempo, ha preso vita SpazioCultura…La cultura che cura, un contenitore ideato e diretto dalla dott.ssa Francesca Arvino, Responsabile del Servizio di Psicologia in hospice, che, con sensibilità e visione, continua a custodire e generare occasioni in cui la bellezza incontra la fragilità e si fa relazione.
C’è, nel suo modo di pensare questi spazi, qualcosa che va oltre l’organizzazione: un’attenzione autentica alla persona, al suo bisogno di essere raggiunta anche quando le parole non bastano più.
Un prendersi cura che passa attraverso la bellezza, senza imporsi, ma lasciando tracce.
Un cammino reso possibile anche grazie alla Fondazione “Via delle Stelle”,
diretta dal dott. Vincenzo Nociti, che incoraggia e sostiene, con presenza attenta e silenziosa, questi spazi in cui l’umano può ancora fiorire.
Forse è questo che accade quando la musica entra in luoghi come questi: non cura, non risolve, ma trasforma.
Rende abitabile anche ciò che sembra impossibile da sostenere.
Apre uno spazio, piccolo ma vero, in cui si può semplicemente stare.
Senza difese.
Senza dover spiegare.
Senza dover essere altro da sé.
Le note si sono fatte strada piano, come fanno le cose autentiche.
Ad aprire la prima parte del concerto il talento del chitarrista Marco Zema, presentato da Alessandro Pucci, che si è alternato con naturalezza tra il microfono e il pianoforte.
Accanto alla musica, la voce accattivante di Domenico Tripepi ha attraversato lo spazio con calore, facendoci sognare attraverso canzoni senza tempo, capaci di raggiungere ognuno in modo diverso, senza bisogno di spiegarsi.
Le parole, mai di circostanza, hanno saputo restituire il senso profondo di quel momento, soffermandosi con delicatezza anche sulla figura di Giovanna Crucitti, che guida l’associazione culturale Preludi, riconoscendone la visione e la cura.
Poi la musica.
Quella che non ha bisogno di spiegazioni.
Le corde della chitarra non hanno riempito lo spazio, lo hanno abitato.
Hanno dato voce a ciò che spesso resta in silenzio, toccando corde più profonde di quelle che si vedono.
E il silenzio, a sua volta, si è lasciato abitare.
In alcuni momenti è sembrato che il tempo rallentasse davvero.
Come se tutto si fosse fermato per lasciare spazio solo a ciò che contava.
Altro prezioso regalo ci è arrivato da Francesco Fragomeni.
Mentre le sue dita correvano leggere sulla tastiera, la sua voce ci ha portato lontano.
Non in un altrove indefinito, ma in uno spazio familiare, fatto di emozioni riconoscibili,
di ricordi che non fanno rumore ma restano.
C’era qualcosa di autentico nel suo modo di stare dentro la musica: nessuna forzatura, nessuna ricerca di effetto, solo il desiderio di condividere.
E così, nota dopo nota, si è creato un ponte invisibile tra chi suonava e chi ascoltava.
Un ponte fatto di ascolto di presenza, di umanità.
Un ponte che, anche se per poco, ha unito storie diverse dentro lo stesso respiro.
Ciliegina sulla torta è stata la nostra mitica Cristina Caridi, che ha saputo coinvolgere, con naturalezza e calore, i familiari e tutti i volontari presenti, chiamandoli a partecipare a quel momento.
E lì qualcosa è cambiato.
Non c’era più un “chi suona” e un “chi ascolta”, ma un unico spazio condiviso.
Le distanze si sono accorciate, i ruoli si sono sciolti, e ciò che è rimasto è stato semplicemente l’essere insieme.
Un momento reso ancora più vero, più umano, più nostro.
E tutto questo non è accaduto per caso.
C’è stato un dono, silenzioso e prezioso, che ha preso forma attraverso l’associazione culturale Preludi, guidata con sensibilità dalla prof.ssa Giovanna Crucitti.
E viene naturale pensarla anche come un’insegnante, nel senso più profondo del termine, riprendendo l’etimologia latina in signum: colei che lascia il segno.
Un segno che non si impone, ma si imprime con delicatezza, attraverso la visione, la cura, e la capacità di generare bellezza condivisa.
Insieme al suo team, ha saputo offrirci un dono fatto di presenza, di attenzione, di bellezza offerta senza rumore.
E in quella bellezza, oggi, ci siamo ritrovati.
Non dura molto. Ma basta.
Perché in quei momenti non conta il tempo che passa, ma quello che si apre.
Per tutti una mattinata che ha lasciato qualcosa dentro.
Per quel clima così intimo e vero che, piano piano, si è creato.
Una mattinata “intima” di confronto, di crescita e di condivisione, in cui si percepiva chiaramente un desiderio profondo di esserci.
Non solo come gruppo, ma come persone.
E a dirlo, in fondo, non siamo stati solo noi. Qualcuno, quasi sottovoce, ha detto: “Sembrava che il tempo si fosse fermato.” Un altro: “Non pensavo che la musica potesse arrivare così in profondità.”
E poi c’è stato chi ha provato a dare un nome a ciò che, ogni giorno, viviamo accanto alle persone ammalate: “Il volontario non è lì per fare qualcosa…ma per esserci.
Per condividere un tratto di strada, anche quando non si può cambiare la direzione.”
Parole semplici, ma vere.
Parole che non cercano effetto, ma che raccontano ciò che è accaduto meglio di qualsiasi descrizione.
E in tutto questo, un grazie sincero e profondo va a tutti gli operatori e a tutti gli ausiliari, che ogni giorno abitano questi spazi con competenza, dedizione e una umanità che non fa rumore, ma tiene insieme tutto.
Un grazie di cuore anche a Cristina Caridi, anima e cuore di SpazioCultura, capace di trasformare ogni momento in un’esperienza condivisa.
E un pensiero speciale va ad Alessia Genua, vulcano di SpazioCultura, assente per motivi belli, ma sempre presente.
E poi i volti, i nomi, le presenze che hanno dato corpo a questa mattina: Angela, Donatella, Francesca, Francesco, Giovanna, Marisa, Maria Assunta, Nicola, Rosaria, Valentina, Vanna… e tutti coloro che, in modi diversi, hanno reso possibile questo incontro.
Un grazie per la loro capacità così rara di rendere “dolci” anche le giornate più difficili,
con piccoli gesti, attenzioni silenziose, presenze che sanno restare.
E forse, alla fine, è proprio questo che resta.
Non le note, non le parole, non i singoli momenti.
Ma quella sensazione sottile di essere stati, davvero, insieme.
E in un luogo come questo, dove ogni giorno si misura il limite, scoprire che esiste ancora spazio per la bellezza, per la relazione, per l’umanità condivisa, non è poco.
È già cura.
Vincenzo Nociti Francesca Arvino Ines Barbera Anna Tiziano Iolanda Mercuri Maria Cristina Caridi Maria Assunta Catanese Francesco Nocera Angela Milella Francesca Amorini Giovanna Toscano Giovanna Crucitti Donatella Scopelliti mallamace bagala rognetta Vanna Macrì Preludi scuola di musica SICP - Società Italiana di Cure Palliative Noi delle cure palliative Federazione Cure Palliative Onlus Rosaria Denisi