21/02/2026
###IV GIORNATA MONDIALE DEL MALATO
"Dal di dentro, dal cuore…"
Mercoledì 11 febbraio, ###IV Giornata Mondiale del Malato è stata celebrata la Santa Messa in hospice, nel cuore stesso di quel luogo in cui fragilità e speranza si sfiorano ogni giorno senza fare rumore.
In apertura della celebrazione, don Armando, nostro assistente spirituale, ha portato i saluti del dottor Vincenzo Nociti, presidente della Fondazione “Via delle Stelle”: un pensiero semplice e partecipe, capace di esprimere vicinanza a ogni persona ricoverata, ai familiari, agli operatori e ai volontari che quotidianamente custodiscono questo spazio di cura e di umanità.
Non una celebrazione separata dalla vita, ma immersa dentro di essa: tra i respiri lenti delle stanze, gli sguardi raccolti dei familiari, il silenzio abitato di chi accompagna con passo leggero.
In hospice la liturgia non è mai soltanto rito. È carne della vita.
È preghiera che prende forma nei volti, nelle attese, nelle mani che si stringono piano per non disturbare il dolore.
L’altare, così vicino alla vulnerabilità umana, è diventato ancora una volta spazio di comunione e di affidamento.
La Parola ascoltata, il pane spezzato, la preghiera condivisa hanno attraversato corridoi e cuori, raggiungendo anche chi non poteva essere presente fisicamente ma restava unito in modo invisibile, dentro quella misteriosa rete di relazioni che la sofferenza rende ancora più vera.
In quel momento semplice e solenne insieme abbiamo percepito con chiarezza che la cura non riguarda soltanto il corpo.
La cura abbraccia l’anima. Custodisce la speranza. Tiene aperto un orizzonte di senso anche quando tutto sembra restringersi attorno al limite.
Proprio durante l’omelia, don Armando ha consegnato alla nostra comunità una parola del Vangelo capace di scendere in profondità: non è ciò che entra nell’uomo a renderlo impuro, ma ciò che dal suo cuore esce.
Ascoltata dentro l’hospice, questa frase cambia luce. Non resta un insegnamento lontano. Diventa esperienza viva. Diventa uno specchio silenzioso davanti al quale ciascuno è chiamato a sostare con verità. Perché qui, dove la vita si fa fragile, le apparenze lentamente cadono. Le difese si allentano. Le parole inutili si spengono.
Resta il cuore, n**o e vero, con tutto ciò che porta dentro: ferite antiche, paure taciute, memorie luminose, desideri di bene che non hanno mai smesso di cercare spazio.
Gesù parla di ciò che dal cuore può uscire: oscurità, egoismi, smarrimenti. E noi sappiamo quanto l’umano sia attraversato da queste ombre.
Ma l’hospice, paradossalmente, è anche il luogo in cui vediamo emergere altro.
Qualcosa di inatteso. Qualcosa di profondamente vero. Vediamo cuori che, proprio dentro la prova, ritrovano strade dimenticate: un perdono sussurrato dopo anni di silenzio, una carezza che arriva quando sembrava troppo tardi, uno sguardo che dice grazie quando la voce non riesce più a farsi sentire.
È come se la fragilità aprisse un varco.
Come se il dolore, pur senza perdere il suo peso reale, lasciasse filtrare una verità più profonda: quella dell’amore che resiste, della relazione che rimane, dell’essenziale che finalmente emerge quando tutto il resto cade.
Allora comprendiamo che la purezza di cui parla il Vangelo non riguarda norme esteriori o confini rituali, ma la qualità del cuore.
E custodire il cuore diventa il primo gesto di cura.
Il più nascosto. Il più necessario. Il più difficile, perché chiede autenticità.
Custodire il cuore di chi soffre significa avvicinarsi senza invadere. Ascoltare senza fretta.
Restare anche quando non ci sono parole da dire e nessuna soluzione da offrire.
Significa riconoscere che ogni vita, fino all’ultimo respiro, conserva una dignità inviolabile e una luce che nessuna malattia può spegnere del tutto.
Una luce discreta, talvolta tremante, ma reale.
Ma custodire il cuore significa anche vigilare sul nostro. Perché chi cura non è fuori dalla fragilità: ne è parte.
E proprio nell’incontro con il limite dell’altro, il nostro cuore viene interrogato, purificato, reso più vero, più essenziale, più umano.
Forse è questo il dono nascosto della Giornata Mondiale del Malato vissuta in hospice:
ricondurci all’essenziale.
Ricordarci che la cura nasce dentro, prima ancora che nei gesti visibili. Che la prossimità è una scelta del cuore prima che un compito.
Che l’amore più autentico è spesso silenzioso, discreto, quasi invisibile agli occhi del mondo, ma potentissimo per chi lo riceve.
Uscendo dal salone, dopo quella Parola ascoltata insieme, rimaneva nell’aria una percezione mite ma tenace: la fragilità non è il luogo dell’impurità.
Può diventare, invece, lo spazio della verità. Il luogo in cui il cuore si libera dal superfluo e torna capace di bene.
Capace di relazione. Capace di tenerezza.
E così, nei corridoi attraversati in punta di piedi, nelle stanze abitate da respiri lenti, nei piccoli gesti che nessuno vede e che pure sostengono il mondo, continua a compiersi qualcosa di profondamente umano e insieme misterioso: un custodire reciproco, una cura che nasce dal cuore e al cuore ritorna. In questa luce discreta comprendiamo che la Giornata del Malato non termina con una celebrazione.
Non si chiude con una data sul calendario. Continua ogni giorno. Continua ogni volta che scegliamo di restare accanto invece di allontanarci.
Ogni volta che permettiamo al bene di uscire dal nostro cuore e diventare presenza concreta. Ogni volta che riconosciamo, nel volto fragile dell’altro, una chiamata alla nostra stessa umanità.
Ed è proprio lì, in questa fedeltà quotidiana fatta di silenzi, di ascolto, di piccole attenzioni, che la cura rivela il suo volto più vero: non potere, non efficienza, ma relazione che salva dalla solitudine.
Silenziosa. Fedele. Viva.
Nicola Saggese
Amici dell’hospice di Reggio Calabria
Vincenzo Nociti Francesca Arvino Anna Tiziano Ines Barbera Iolanda Mercuri Francesco Nocera Federazione Cure Palliative Onlus Luca Castellano Counselor Noi delle cure palliative Maria Assunta Catanese Nuccio Garofano Giovanna Toscano Angela Milella Rosanna Squillaci Maria Gabriella Brundi Maria Cristina Caridi