21/01/2026
🔬Per anni le IgG specifiche per alimenti sono state relegate a un ruolo marginale, quando non apertamente screditate, nella pratica clinica. Etichettate come semplici marker di esposizione alimentare o, peggio, come strumenti privi di validità diagnostica, le IgG alimentari sono diventate uno dei terreni più polarizzanti del dibattito tra immunologia accademica e medicina funzionale. Questo studio invita a superare questa contrapposizione ideologica, proponendo una lettura più matura, contestuale e biologicamente plausibile del loro significato.
Il punto centrale dell’analisi è semplice, spesso ignorato: le IgG alimento-specifiche non hanno un significato univoco. In condizioni di omeostasi intestinale, integrità della barriera mucosale ed equilibrio immunologico, la loro produzione rappresenta un meccanismo fisiologico di tolleranza orale. Le IgG partecipano alla neutralizzazione degli antigeni alimentari, facilitano la clearance immunologica e contribuiscono a prevenire risposte IgE-mediate. In questo contesto, la loro presenza non solo è “normale”, ma auspicabile.
Il problema emerge quando questo stesso meccanismo opera in un ambiente biologico alterato. Disbiosi intestinale, aumento della permeabilità (“leaky gut”), infiammazione cronica di basso grado e disfunzione dei recettori Fcγ trasformano un anticorpo potenzialmente tollerogenico in un attore pro-infiammatorio. Le IgG possono formare complessi immuni persistenti, attivare macrofagi e cellule dendritiche e alimentare circuiti infiammatori sistemici. In questi scenari, la positività IgG non è più un epifenomeno neutro, ma il riflesso di una perdita di controllo immunologico.
Non esistono “IgG buone” o “IgG cattive” in senso assoluto. Esistono risposte immunitarie appropriate o inappropriate a seconda del terreno biologico. Continuare a negare questo principio significa applicare all’immunologia clinica una semplificazione che non accetteremmo in nessun altro ambito della medicina complessa.
Liquidare le IgG come “inutili” significa ignorare una crescente mole di evidenze che le colloca all’interno di un network patogenetico che include microbiota, immunità innata e infiammazione cronica.
🧐LINK: https://www.preprints.org/manuscript/202504.2565?utm_source=chatgpt.com
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