Parlami d’Amore - Dott.ssa Caterina Pettinato

Parlami d’Amore - Dott.ssa Caterina Pettinato Aiuto le persone a creare relazioni sane. Lavoro con bambini, coppie, famiglie e singoli individui. Questa pagina si occupa di Emozioni.

Spunti e condivisioni su come trasformare le proprie emozioni in risorse.

24/01/2026

“In coppia bisogna sacrificarsi.”
È una frase che sento spesso.
Ed è una frase pericolosa.

Perché siamo cresciuti con un’idea confusa:
che sopportare significhi amare.
Che resistere sia una virtù.
Che “portare pazienza” sia sempre la scelta giusta.

Il problema è questo:
non tutto ciò che chiamiamo compromesso è sano.

Il sacrificio, a volte, è inevitabile.
Ma quando diventa silenzioso, costante, non condiviso…
smette di essere amore
e inizia a essere perdita di sé.

Il compromesso è ancora più subdolo:
all’inizio sembra maturità, sembra amore.
Ma se per stare insieme devi rinunciare a parti essenziali della tua identità,
col tempo quel disagio lavora dentro.
Cresce.
E ti allontana da chi sei.

Molte relazioni non finiscono per mancanza di sentimento.
Finiscono perché una delle due persone
ha smesso di sentirsi intera.

Una relazione sana non vive di sacrifici che cancellano l’identità.
Vive di comunicazione, libertà, possibilità di restare sé stessi.

Perché amare non significa annullarsi.
Significa restare interi.

20/01/2026

I segnali più importanti spesso sono piccoli.
Non quelli “da film”, ma quelli di tutti i giorni: un genitore esausto che non regge più il pianto, i capricci, i “no” sui compiti. Una mamma o un papà che si annulla e diventa tutto bambino-centrico. Quando un figlio inizia a essere percepito come un peso o un fastidio.
Non sono “mostri”. Sono fragilità umane, comuni, soprattutto dentro la fatica di famiglia, lavoro, responsabilità.
Il punto è questo: se ignorate, possono diventare pericolose. E non bisogna arrivare all’irreparabile.

Chiedere aiuto non è una sconfitta: è un atto d’amore verso sé stessi e verso chi ci sta vicino.
E se lo noti in qualcuno, non restare in silenzio: avvicinati, ascolta, offri una mano.
La prevenzione nasce dalle relazioni e dal coraggio di dire: non sto bene, ho bisogno di aiuto.

17/01/2026

Capire non vuol dire giustificare.

Quando parliamo del caso di Alessia Pifferi, la domanda non è solo cosa è successo, ma come una persona può arrivare a non prendersi cura del proprio bambino.

Uno dei pensieri più frequenti (e meno detti) nelle madri, soprattutto alla prima esperienza, è questo:
“E se impazzissi? E se facessi del male a mio figlio?”
È una paura reale, diffusa, spesso vissuta in silenzio.

In alcuni casi, alla base c’è una storia di mancato accudimento:
se nessuno si è preso cura di te quando eri bambino o bambina, diventare un adulto capace di accudire può essere estremamente difficile.
Una parte resta bloccata, infantile, fragile.

In altri casi entra in gioco un bisogno disperato di esistere attraverso lo sguardo dell’altro:
se mi vedi, valgo; se mi ignori, non esisto.
L’amore – o quello che viene percepito come tale – diventa l’unico modo per sentirsi vivi.
E il bisogno affettivo può arrivare a sovrastare tutto, persino la responsabilità genitoriale.

Poi c’è lo spegnimento emotivo.
Per sopravvivere al dolore alcune persone imparano a non sentire più nulla.
Ma quando spegni il dolore, spegni anche l’empatia.
E senza empatia non percepisci più il dolore che stai causando, nemmeno a tuo figlio.

Il bambino smette di essere visto come una persona.
Diventa qualcosa di cui occuparsi solo quando “serve”.
Quando non serve più, viene vissuto come un ostacolo.

Quando questi fattori si sommano, possono nascere comportamenti gravissimi, fino alla perdita totale della consapevolezza del male che si sta causando.

Analizzare la storia che c’è dietro non significa assolvere.
Significa comprendere per prevenire.
Perché il vero lavoro non è dopo.
È molto prima.

14/01/2026

Perché online le persone diventano più aggressive?

Sotto uno dei miei ultimi post clinici ho letto commenti svalutanti, offensivi e disumanizzanti.
Non è stato un caso isolato.
È un meccanismo psicologico e sociale preciso.

Quando comunichiamo dietro uno schermo:
– non vediamo il volto dell’altro
– non percepiamo le sue reazioni emotive
– non riceviamo un feedback immediato

Il risultato è una riduzione dei freni inibitori:
la corteccia prefrontale (coinvolta nella regolazione e nel controllo) lavora meno,
e prevale la reazione impulsiva.

Un altro dato fondamentale:
la maggior parte delle persone non legge né ascolta davvero ciò che commenta.
Spesso si reagisce a una parola, a un trigger emotivo, a qualcosa che tocca il proprio vissuto.

Nel video spiego 4 meccanismi principali che entrano in gioco nei commenti online:
1️⃣ Disinibizione online
2️⃣ Attenzione frammentata
3️⃣ Reazione impulsiva
4️⃣ Norme di gruppo e conformismo

📚 Riferimenti scientifici citati (approfonditi qui sotto):
– John Suler – Online Disinhibition Effect
– Studi sull’attenzione online ed eye-tracking del Nielsen Norman Group

Prima di commentare, fermati un attimo.
Chiediti:
Questa reazione cosa racconta di me?

La modalità con cui rispondi non è automatica.
È una scelta.

11/01/2026

Un abuso che non si ferma alla violenza fisica,
ma che continua nello sguardo degli altri.
Quando il dolore viene messo su un palco,
quando l’orrore viene trasformato in “evento”,
non stiamo parlando di tutela.
Stiamo parlando di degrado culturale ed educativo.
Come ha dichiarato la garante per l’infanzia e adolescenza Marina Terrani,
il quadro che emerge è sconfortante:
non solo un padre abusante,
ma un intero sistema che fallisce nel proteggere.
Un bambino vittima non può essere celebrato
né esposto in un evento pubblico.
Perché così l’abuso non finisce:
cambia solo forma.
Chi parla davvero a nome dei minori
li protegge.
Li sottrae allo sguardo.
Restituisce loro sicurezza.
Se questo diventa un format,
il problema non è un singolo episodio.
È la società che stiamo costruendo.

10/01/2026

Eh già….

06/01/2026

Questo video nasce da un fraintendimento.
Anzi, da più fraintendimenti.
Nei commenti al contenuto precedente sul caso di Alessia Pifferi (lo scrivo chiaramente per contesto), molte persone hanno reagito dopo pochi secondi di ascolto, attribuendo al video un intento che non c’era: la giustificazione del gesto o della persona.

Qui chiarisco il punto centrale.
Il contenuto è narrato dal punto di vista clinico, non morale. Non assolve, non attenua, non giustifica. Racconta. Analizza. Espone elementi utili alla comprensione di come certe tragedie arrivano a compiersi.

Il tema non è il colpevole dopo.
Il tema sono i segnali prima.

Quando si parla di mente criminale, di dinamiche familiari, di contesti sociali e di prevenzione, non si sta difendendo nessuno. Si sta cercando di capire dove il sistema ha smesso di vedere. Perché gridare allo scandalo a tragedia avvenuta è facile. Intercettare il disagio prima lo è molto meno, ma è lì che si gioca la vera responsabilità collettiva.

Tutte le informazioni condivise in questo spazio derivano da atti, verbali e documenti ufficiali, accessibili e depositati. Non opinioni personali, non ricostruzioni arbitrarie, non storytelling emotivo. È materia clinica, giuridica e processuale.

Se un contenuto vi infastidisce, fermatevi un attimo prima di reagire.

Ascoltate tutto. Leggete la caption.
Perché la riflessione richiede tempo.
E la comprensione, quasi sempre, è più scomoda del giudizio.

05/01/2026

Questa non è solo una storia che fa rabbia.
È una storia che fa paura, perché parla di solitudine, di fragilità non viste, di dolore lasciato crescere nel silenzio.

Parliamo del caso di Alessia Pifferi e della morte della figlia Diana, una bambina di 18 mesi morta a Milano nel 2022 dopo essere stata lasciata sola in casa.
Un fatto di cronaca nera che ha scosso l’Italia e che oggi resta simbolo di qualcosa che va oltre la condanna.

Qui non si tratta di giustificare.
Si tratta di guardare prima del gesto: isolamento sociale, maternità in difficoltà, salute mentale ignorata, assenza di una rete che potesse vedere il crollo prima che diventasse tragedia.

La giustizia ha fatto il suo corso.
Ma le tragedie non nascono all’improvviso.
Nascono quando una persona diventa invisibile.

Parlare del caso Pifferi–Diana significa chiedersi quante altre storie simili esistono, lontano dalle telecamere, prima che diventino titoli.

Perché indignarsi dopo è facile.
Vedere il dolore prima, molto meno.

30/12/2025

C’è un tipo di senso di colpa che non nasce da “aver fatto qualcosa di sbagliato”, ma da come hai imparato a stare nelle relazioni.

Se da piccolo ti sei abituato a:

controllare l’umore degli adulti,

essere “quello bravo” per tenere la pace,

nascondere rabbia/tristezza per non creare problemi,

è possibile che tu abbia interiorizzato un messaggio silenzioso: “valgo quando non disturbo”.

Queste dinamiche si vedono spesso in famiglie dove c’è:
amore condizionato, aspettative alte, poca accoglienza emotiva, frasi che minimizzano (“esageri”, “smettila”, “non fare scenate”), oppure ruoli invertiti (il bambino che diventa regolatore emotivo dell’adulto).

Da adulto può trasformarsi in:
people pleasing, paura del conflitto, difficoltà a dire no, ipervigilanza, bisogno di “meritarsi” affetto e approvazione.

Da dove si comincia (davvero)

Dai un nome alla dinamica: non sei “difettoso”, ti sei adattato.

Riporta il colpevole al posto giusto: la colpa non è un’identità, è un’impronta.

Allenati ai confini (anche piccoli): un no, un rimando, una richiesta chiara.

Se ti risuona forte, lavorarci in terapia può accelerare tantissimo il processo.

Se ti sei riconosciuto, salva il reel: può servirti nei momenti in cui torni a “funzionare” per sentirti amabile.
Se vuoi, scrivici: ti aiutiamo a capire da dove arriva questo schema e come romperlo.

26/12/2025

Natale non è solo luci e regali.
È anche stanchezza emotiva, per tutti.
In questo periodo molti genitori ci scrivono perché vedono cali di attenzione, nervosismo, voti che scendono, reazioni più forti del solito.
E la domanda è quasi sempre la stessa, anche se formulata in mille modi diversi:
👉 “Sto sbagliando perché sono troppo severo?”
👉 “Come faccio a essere fermo senza essere cattivo?”
La risposta non sta nella durezza.
Sta nella struttura.
La fermezza non è rigidità.
È coerenza + presenza emotiva.
Un ragazzo non ha bisogno di genitori perfetti o sempre “buoni”.
Ha bisogno di adulti che sappiano reggere le emozioni, senza scappare e senza crollare.
La struttura serve a questo:
non a controllare, ma a contenere.
A dire: “Questa emozione è grande, ma io resto qui con te.”
Quando le regole cambiano ogni volta, quando le eccezioni diventano la norma, quando le strategie non vengono portate fino in fondo…
non è il ragazzo a perdersi:
è il contenitore che smette di tenere.
Essere coerenti non significa essere duri.
Significa essere affidabili.
E questo, soprattutto nei momenti più intensi dell’anno, è una delle forme più profonde di cura.

23/12/2025

Ogni Natale l’Italia riscopre una tradizione.
Non il presepe.
Il format.
Cambia il caso.
Cambia il contesto.
Il copione resta.
Entrano in scena quando l’attenzione è massima.
Non sono giudici.
Non sono terapeuti.
Sono narratori d’urgenza.
Indagano.
Raccontano.
Mettono ordine.
La vittima, però, non ha potuto parlare.
Ci sono i testi.
Le ricostruzioni.
Le interpretazioni.
Il pubblico osserva, giudica, consuma.
Tutti convinti di stare dalla parte giusta.
Il problema non sono le persone.
Sono i ruoli.
Quando la tutela diventa un genere.
Quando la fragilità diventa contenuto stagionale.
Pandora Gate non è stato un caso isolato.
È stato un precedente riuscito.
E i precedenti riusciti diventano modelli.

19/12/2025

Il Natale viene spesso raccontato come qualcosa da fare: preparare, organizzare, correre.
Ma c’è una parte meno visibile, che ha più a che fare con la psicologia che con le feste.

È quello spazio di attesa che ci mette davanti a noi stessi.
Alle relazioni.
Alle scelte che rimandiamo.
Alle emozioni che teniamo in sospeso.

Non sempre serve aggiungere qualcosa.
A volte serve solo rallentare abbastanza da potersi ascoltare.

🎄 Questo periodo non chiede perfezione.
Chiede presenza.

Indirizzo

Reggio Nell Emilia
42123

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