Luca Urbano Blasetti Psicologo Psicoterapeuta

Luca Urbano Blasetti Psicologo Psicoterapeuta Sono uno Psicologo e Psicoterapeuta individuale, di coppia e familiare.

Professore di psicodinamica, lunga esperienza nelle dipendenze patologiche, ex Responsabile di una struttura per Tossicodipendenti, Dottore di ricerca.

Da leggere per capire un pochino di più
30/11/2025

Da leggere per capire un pochino di più

LA TERAPIA È UNA CASA NEL BOSCO

Non so da che parte siete, ma so che siete un pelino irritati. In merito alla casa nel bosco, alle scelte dei signori Nathan e Catherine, verso i giudici, gli psicologi, gli assistenti sociali, gli insegnanti, il sindaco, il barbiere, le galline e l’asinello.

Un gran trambusto, insomma, quello in cui chi, come me, lavora nelle relazioni d’aiuto, si confronta tutte le volte in cui chi ha bisogno d’aiuto non lo vuole, oppure ritiene di non averne bisogno, oppure non ne ha bisogno?

Allora una prima confessione la fa quella parte di me che ha vissuto la trincea, quella parte che per vent’anni ha lavorato dirigendo una comunità per tossicodipendenti, magari con gite in diversi carceri, nei reparti psichiatrici, nei centri di salute mentale…

Ecco quella parte ha ancora i segni delle ferite, ma non le sue, ma di coloro che ho incontrato. Voglio dire che ho fatto una gran scorpacciata di dolore poi, lo confesso, dopo un certo numero di anni in burnout, complice il covid e con gli déi dalla mia, ho chiuso il centro che dirigevo, ho girato le spalle alla trincea e mi dedico alla psicoterapia nel mio studio.

E il mio studio è un luogo d’asilo in cui continuo, si, a lavorare con un occhio al mondo e a chi incontrerà i pazienti una volta usciti di lì, ma con l’attenzione massima proprio a loro, ai pazienti che, una volta entrati raccontano storie che hanno logiche ferree per quanto difficili da conciliare col mondo.

Insomma, confesso, io confesso, “io” quello che la trincea la conosce… ma veramente pensate, voi, o meglio il ministro Salvini, che io, gli assistenti sociali, i giudici, i colleghi, gli operatori e compagnia cantando, pensate che abbiamo come passatempo il firmare, che so, un TSO?

Veramente si pensa che chi sta in trincea, magari mentre beve uno spritz, magari condividendo un reel sui gattini che parlano, intanto firma un Trattamento Sanitario Obbligatorio? Oppure un Amministratore di Sostegno? Uno Spazio Neutro in cui fare incontri protetti coi figli, o una Tutela Minorile?

Ma si dai, è proprio così! Me li figuro, Mario Rossi, Valentina Bianchi, Giuseppe Verdi e Carlo Marroni , assistente sociale, giudice, psicologa e operatore che, brindando e ridendo, con l’indice che spalma la goccia di spritz caduto sul tavolo, dietro al collo, decidono di andare a rompere le scatole ai signori Nathan e Catherine!

Naaa. Lo sappiamo che non è così. Sappiamo bene che le maglie degli interventi sociali sono complesse, anche se a tratti aggrovigliate. Sappiamo tutti che prima di separare dei bambini dai genitori ci sono convocazioni, indagini, valutazioni, inviti a sanare le situazioni.

E vi dirò di più, ci sono interventi, aiuti, forniture, tutele e compagnia cantando.

Quello che il Ministro, e chi si candida a farsi accolito delle sue considerazioni, non sanno, è la quantità di minacce, aggressioni, stalkeraggi, insulti… non sanno della paura di chi sta in trincea, della nausea a casa dopo una zuffa dentro al servizio, delle notti in bianco, dell’ansia che strizza l’occhio al panico…

Si. Non lo sanno, altrimenti ci sarebbe cautela.

Allora a costoro dico una cosa, anzi, gliela voglio insegnare perché non ha senso essere diplomatici. Dunque, ascoltate: Ogni volta che di fronte a una notizia complessa, magari ambigua, repentinamente la vostra anima si fa un’opinione senza attendere; ogni volta che vi schierate senza conoscere bene ciò che accade; ogni volta che si agisce senza aver pensato e meditato… ecco, tutte quelle volte significa che la vostra psiche ha attivato un automatismo che, in gergo tecnico, si chiama “Transfert”.

E vi risparmio la fatica di googolare, spiegando qui che il Transfert è “il processo di trasposizione inconsapevole, nella persona dell’analista, o di altri significativi in un dato momento, di sentimenti provati dal soggetto nei riguardi di persone che ebbero importanza nella sua vita infantile.”

Insomma, quando si apre la bocca e si da fiato alle trombe, si sta litigando con se stessi, sempre. Mentre chi sta di fronte diventa un fantoccio, viene spogliato di identità e caricato di significati che non gli appartengono, se non per coincidenza, ma che sono utili a chi ha aperto bocca per dire a se stesso quanto è bravo.

Ok ok ok! Non crogiolatevi! Mi riferisco a chi non digerisce il ministro o la parete politica che rappresenta. Si perché, nonostante tutto, il buon Matteo si è fatto portavoce di un atteggiamento tipicamente di sinistra. Quello possibilista, animalista, newagista, naturalista, veganista.

Quello dei signori Nathan e Catherine che, da un altro punto di vista, non hanno fatto niente di male nel voler impostare la loro esistenza in quella casetta sgarrupata, tanto carina. Si, magari senza soffitto e senza cucina, che non ci puoi entrare dentro e senza il vasino lì, ma che a loro piace così.
Allora la tutela dei minori è sacrosanta, ma non è forse sacrosanto il diritto di ognuno di riuscire ad arrivare ad abitare nella sua casa nel bosco? Non ho, tra l’altro, l’impressione che non amino i loro figli, magari dovrebbero mettere a fuoco, come tutti i genitori, se quello che fanno è la cosa migliore.

Ma questo è un rischio di tutti, anche dei figli che hanno una camera confortevole, con tutti i comfort e ogni ben diddio. Si, questa è la cosa buffa, gli assistenti sociali non entrano nelle ville di qui ragazzi che hanno un cellulare a due anni e la macchina elettrica a 12.

La casa, invece, come simbolo onirico, è la struttura della psiche. Allora la casa nel bosco è la possibilità di accogliere la propria struttura psichica per quello che è, fregandosene un po’ delle aspettative di mamma, papà, giudici e Matteo.

Si, ecco! La psicoterapia è il luogo in cui si trova la strada che porta alla propria personale casa nel bosco! Quella in cui si diventa chi si è, secondo necessità.

E qui vi confesso la mia rabbia per i TSO inopportuni, per gli allontanamenti frettolosi, per le cure sbagliate. La rabbia verso le istituzioni sanitarie che tutelano se stesse fingendo di curarsi dei pazienti.

Allora Nathan e Catherine restano da tutelare in questa loro scelta purché, questo non finisca per essere doloroso per i bambini… la logica è tutta qui, ed è difficile da attuare.

Insomma, comunque la mettiamo, a destra o manca, mi vedo costretto a mangiare un panino ripieno di Rabbia, magari seduto su una panchina accanto a Efesto e Marte, l’uno che taglia il pane e l’altro che lo riempie.

E ogni bravo terapeuta, ed io lo sono, non si illude di buonismo o di tutela della libertà senza declinarla con la condivisione, no. Un terapeuta di buon senso, come dico a chi viene in supervisione, presta sempre un occhio a chi accoglierà il paziente una volta uscito dal proprio studio.

Con quello stesso occhio, invita i pazienti a ragionare su come difendere la propria unicità ma cercando di declinarla col mondo. Si, perché “io sono quel che sono”, “sono fatto così”, l’accogliersi senza remore, rischia sempre di diventare una prigione se espelle il resto del mondo.

Si, che tu sia paziente o terapeuta, confessandoti che ci sono cascato per primo in tempi, per fortuna, ormai andati, ti dico che la libertà può diventare la peggior prigione possibile.

E come sempre ci ritroviamo a dire che il veleno è nella dose, che la libertà, come la felicità, non è nulla se non è condivisa. O come diceva Gaber, la “libertà è partecipazione”. Allora chi non partecipa per niente è prigioniero?

La psicoterapia, il mio lavoro, è il luogo in cui l’azione principale è sempre la condivisione, o come punto di partenza, o come punto d’arrivo. Ma soprattutto è il luogo in cui si attende, si contempla la propria rabbia, si ragiona sul proprio transfert e si lavora per smettere di dire e dirsi sciocchezze.

E chi non lo fa guarda a destra e manca e, spesso, si da alla politica.

Buona terapia

Luca Urbano Blasetti

TERAPIA DI COPPIAin presenza e onlineRieti e Parma
28/11/2025

TERAPIA DI COPPIA
in presenza e online
Rieti e Parma

Spesso sono proprio le coppie separate a non separarsi mai veramente... per non scoprire la mia fragilità e mediocrità, continuo a fare in modo che neanche il mio compagno o compagna si accorga della sua.

28/11/2025

Bisogno e Desiderio

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27/11/2025

Alcune riflessioni che ho fatto sul mio blog.
25/11/2025

Alcune riflessioni che ho fatto sul mio blog.

NO ALL’EDUCAZIONE SESSUALE NELLE SCUOLE MA NELLE CASE

Oggi inizierei scrivendo che l’esimio prof. Recalcati si oppone a una materia scolastica specifica per l’educazione sessuale. Lo sapevate? Forse si, come certamente sapete, almeno chi mi segue da un po’, che sono invidioso del buon Massimo, sempre Recalcati.

Oggi, quindi, parleremo di educazione sessuale o affettiva e confesserò il mio pensiero profondo, quello che si cela dietro l’idea diplomatica, e politicamente corretta, di quanto sia auspicabile che ci sia qualcuno a scuola che spieghi come sia fatto il “pisellino” e la “patatina”.

E se queste due parole irritano qualcuno tra voi che leggete, al punto da non recepire il tono satirico cogliendo un tono orgiastico… Mbè allora significa che ce n’è veramente bisogno.

Ma una prima confessione oggi, tanto per far comprendere la texture di questo blog a chi ci è incappato per la prima volta, va in direzione delle parole “Esimio” e “Buon” qualora vengano rivolte a un collega o ad una collega. Si, perché queste parole indicano un’aggressività malcelata che sembra molto vicina a una “formazione reattiva”, ossia a quel meccanismo di difesa col quale si dichiara un sentimento opposto a quello che si prova.

Insomma, sento che Recalcati sia narcisista e un pelino scorretto, ma soprattutto lo invidio e quindi probabilmente è più in gamba di quello che dichiaro, per questo mi è maldigesto. Confessarlo è per me quasi pornografico, mi fa sentire n**o ma è alla nudità che ci rivolgiamo oggi.

Dunque, dobbiamo parlare di educazione sessuale e/o educazione all’affettività e la prima confessione va nella direzione della mia profondissima incaz…. Ops scusatemi anche stavolta, volevo intendere arrabbiatura.

Si, perché l’anno corrente è quello del mio mezzo secolo e, da cinquantenne attempato, faccio un tuffo nel passato, quello in cui, novello psicologo, dai primi anni duemila, mi arrischiavo nelle scuole tra un progetto di integrazione scolastica, uno di educazione all’affettività-sessualità e altri di prevenzione delle tossicodipendenze.

Allora?!!! Mi vorreste dire da allora che nulla è stato deciso? Mi vorreste dire che il mio essere uscito dal circuito scolastico per addentrarmi in quello della psicoterapia e della formazione postuniversitaria, abbia lasciato tutto com’è?

Mi sento come quando dimentichi un vassoio di macinato di bovino adulto in freezer, magari con la pellicola leggermente aperta, e lui, quel povero bovino, almeno divenuto adulto, sbianchisce le sue carni spingendomi a evitare di consumarlo.

So che vegetariani e vegani mi staranno odiando e mi scuso per l’immagine, ma vale la medesima cosa per gli hamburger di tofu o di verdure.

Insomma, dopo 25 anni pensavo che quel vassoio non fosse neanche più nel freezer, quindi che ci fanno i dibattiti sull’educazione sessuale a scuola? Così sbianchiti per altro!

I miei imbarazzi, i risolini degli studenti, io che parlo di emozioni e di differenze di genere, di dipendenze affettive, di identità e alessitimia… sempre io che cado dallo scooter all’uscita di scuola dopo un circle time e gli studenti che strabuzzano gli occhi… tutto questo non ha portato da nessuna parte?!

Allora chiariamolo. Il motivo per cui il “Buon” Recalcati (Mi scuso Prof.) ha ragione, è legato al fatto che non si può insegnare a scuola ciò che accade nella vita. Se dopo 25 anni siamo ancora lì, forse significa che la scuola non sa recepire il compito che gli veniva dato.

Proprio come se la scuola fosse uno studente, direi che è impreparata, forse con un ritardo, forse bisognosa di strumenti compensativi, la scuola ha un BES sull’educazione sessuale e questo per una serie di motivi. Tre in particolare:

Il primo sono gli insegnanti, il secondo gli ADHD, il terzo i genitori.

Andiamo per gradi.

Sapete che sempre in quei primi anni duemila seguivo anche la formazione di coloro che facevano i corsi di abilitazione all’insegnamento? No, immagino di no. Come del resto non sapete neanche che ciò che veniva pensato come formazione aveva un carattere squisitamente poco psicoaffettivo.

I futuri maestri… Ops, scusate, volevo dire insegnanti, venivano formati su qualcosa del tipo, come funziona l’attenzione negli adolescenti o come funziona la cognizione.

Insomma, chi giunge all’agognato ruolo di insegnante sa molto la materia che insegna ma molto poco della materia a cui insegna. Almeno nella maggior parte delle situazioni.

Similmente ai medici che non hanno nessuna cultura della relazione, molti insegnanti non hanno nessuna cultura dell’affettività, tantomeno della sessualità.

Troppo spesso chi anela a quel ruolo, insegue un posto fisso, con orari sostenibili e con studenti bravi, buoni, intelligenti e sereni.

AHAHHAHAHAHAHAHAHghghua. Si rido! Rido perché stesso Sigismondo, Freud intendo, diceva che i mestieri più difficili sono, in ordine, il genitore, l’insegnante e lo psicologo. E, fregandocene del primato tra genitore e psicologo, l’insegnante è sempre il secondo più difficile.

Troppo spesso chi ha un certo analfabetismo affettivo o sessuale, oppure una rigidità psicologica e relazionale tende a rifugiarsi nell’insegnamento. Insomma, gli insegnanti devono essere formati a diventare maestri altrimenti c’è poco da fare.

E il prezzo maggiore di questa tendenza la pagano i bravi Maestri e Maestre, quelli con la “M”.

Il secondo motivo l’ho chiamato ADHD, per riassumere la tendenza della scuola italiana a medicalizzare gli studenti sempre più spesso. Un po’ per pigrizia, un po’ per timore di genitori violenti e iperprotettivi perché colpevoli di non fare il loro lavoro, gli insegnati e la scuola preferiscono una diagnosi che scarichi i barili (gli studenti complessi) nelle braccia della sanità pubblica.

E si può forse insegnare una materia come l’educazione sessuale se non si è in grado di dialogare con la complessità additandola come patologia? Non si finirà per medicalizzare anche il pisellino e la patatina?

Il terzo motivo sono invece proprio loro, i genitori, quelli di terza o quarta generazione dal 68’ quelli che hanno confuso l’ascolto dei figli con la possibilità di non fare nulla. Si è confusa la necessità di garantire la libertà ai figli con l’opportunità di garantirsi la propria.

Quindi non si fornisce un modello, si fa quello che ci va, poi i figli se la vedranno loro. Nessuna frustrazione reggono i genitori, per questo nessuna ne reggono i figli. Nessun impegno sociale, civico e morale sostengono i concepitori e perché dovrebbero sostenerlo i concepiti?

Siamo giunti al dunque. In ogni progetto ho fatto un’esperienza sempre più frequente: i destinatari del progetto e gli operatori finivano per scambiarsi di posto. Così gli operatori diventavano i reali utenti finali e gli utenti finali venivano ridotti a mero strumento.

Per capirci: gli operatori dei progetti di prevenzione delle dipendenze patologiche sono riusciti a non cadere nella tossicodipendenza, oppure quelli di educazione sessuale si sono alfabetizzati alla loro sessualità e al rispetto delle differenze di genere. Ma ragazzi accannati hanno continuato nella sublimazione e quelli imbarazzati hanno continuato a coprirsi.

Quindi? Vi starete chiedendo… quindi la risposta sta nella confessione che sto per farvi e che ho già fatto altre volte.

Nello stesso modo in cui i pazienti sono utili ai terapeuti e alla loro serenità più di quanto non sia vero il contrario, l’educazione alla sessualità è più utile agli operatori, insegnati e genitori che non agli studenti. Pur non essendogli nociva.

Un buon progetto dovrebbe essere rivolto, dunque, a loro, a genitori, insegnanti e operatori, oppure dovremmo attendere che gli studenti, i destinatari di facciata, ci vengano a dire di qui ai prossimi 20 anni, cosa abbiamo sbagliato. Sembra che stiamo dicendo qualcosa del tipo: Se la vedano loro!

Che il fenomeno del femminicido possa venir contenuto dall’introduzione di una specifica materia di educazione sessuale, è fuor di dubbio. Che questo fenomeno sia la conseguenza di questa mancata educazione è una sciocchezza grande come quella di dire che chi ruba o non paga correttamente i dipendenti lo fa perché non è stato educato alla matematica.

Quindi direi che confesso la mia rabbia verso le istituzioni, e la mia gratitudine verso i pazienti che certamente aiuto, ma che sono nutrimento nella misura in cui mi concedono quel ruolo di aiutante che, come si è compreso, consente a me per primo di essere curativo verso di me.

E dopo aver confessato, scusandomi per la lungaggine, ringraziando chi è giunto sin qui, direi di smetterla di curare i feriti e iniziare a contenere chi spara e chi non protegge i feriti dalle ferite.

Buona terapia

Luca Urbano Blasetti

Ultimi tre posti per i gruppi di Supervisione sul SOGNO COME STRUMENTO CLINICOSiamo al quarto anno. Il gruppo di supervi...
22/11/2025

Ultimi tre posti per i gruppi di Supervisione sul SOGNO COME STRUMENTO CLINICO

Siamo al quarto anno. Il gruppo di supervisione sul sogno è nato a fine 2022.
Oggi sono diventati due gruppi.

Gli incontri mensili raccolgono colleghe e colleghi di diversi orientamenti e da diverse parti d’Italia.

Tra formazione, supervisione e covisione il gruppo si sta rivelando una vera occasione di crescita professionale

Ogni terapeuta si trova prima o poi a raccogliere un sogno in seduta, ma spesso non ha una formazione specifica. Il gruppo, condotto da Luca Urbano Blasetti Professore di psicodinamica presso le scuole di specializzazione, ti consentirà di sviluppare una competenza nel lavoro con uno strumento clinico irrinunciabile.

Per avere info manda un messaggio al ⁨329 100 5824⁩

II SEMINARIO a Psicologia (Emozioni)Domani Mercoledì 19 NovembreDalle 15:00 alle 19:00Forse non tutti sanno che…Sembra u...
18/11/2025

II SEMINARIO a Psicologia (Emozioni)
Domani Mercoledì 19 Novembre
Dalle 15:00 alle 19:00

Forse non tutti sanno che…

Sembra una vecchia rubrica ma è vero, Rieti ancora non sa che c’è la Facoltà di Psicologia.

E non sa che mercoledì 19, terrò la seconda lezione seminario affiancando Il Prof. Cordellieri nella cattedra di Psicologia Generale

Un intermezzo seminariale nel quale lavoreremo con le emozioni dal punto di vista fisiologico, psicologico e mitologico.
Esploreremo anche le emozioni nell’era digitale e come cambino sui social.

Adesso lo sapete!
Stay tuned

14/11/2025

Invidia o
Narcisismo?

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12/11/2025

Ipocondria, disturbo d’ansia da malattie e intelligenza artificiale

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10/11/2025

Resilenza e Psicoterapia

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