30/11/2025
Da leggere per capire un pochino di più
LA TERAPIA È UNA CASA NEL BOSCO
Non so da che parte siete, ma so che siete un pelino irritati. In merito alla casa nel bosco, alle scelte dei signori Nathan e Catherine, verso i giudici, gli psicologi, gli assistenti sociali, gli insegnanti, il sindaco, il barbiere, le galline e l’asinello.
Un gran trambusto, insomma, quello in cui chi, come me, lavora nelle relazioni d’aiuto, si confronta tutte le volte in cui chi ha bisogno d’aiuto non lo vuole, oppure ritiene di non averne bisogno, oppure non ne ha bisogno?
Allora una prima confessione la fa quella parte di me che ha vissuto la trincea, quella parte che per vent’anni ha lavorato dirigendo una comunità per tossicodipendenti, magari con gite in diversi carceri, nei reparti psichiatrici, nei centri di salute mentale…
Ecco quella parte ha ancora i segni delle ferite, ma non le sue, ma di coloro che ho incontrato. Voglio dire che ho fatto una gran scorpacciata di dolore poi, lo confesso, dopo un certo numero di anni in burnout, complice il covid e con gli déi dalla mia, ho chiuso il centro che dirigevo, ho girato le spalle alla trincea e mi dedico alla psicoterapia nel mio studio.
E il mio studio è un luogo d’asilo in cui continuo, si, a lavorare con un occhio al mondo e a chi incontrerà i pazienti una volta usciti di lì, ma con l’attenzione massima proprio a loro, ai pazienti che, una volta entrati raccontano storie che hanno logiche ferree per quanto difficili da conciliare col mondo.
Insomma, confesso, io confesso, “io” quello che la trincea la conosce… ma veramente pensate, voi, o meglio il ministro Salvini, che io, gli assistenti sociali, i giudici, i colleghi, gli operatori e compagnia cantando, pensate che abbiamo come passatempo il firmare, che so, un TSO?
Veramente si pensa che chi sta in trincea, magari mentre beve uno spritz, magari condividendo un reel sui gattini che parlano, intanto firma un Trattamento Sanitario Obbligatorio? Oppure un Amministratore di Sostegno? Uno Spazio Neutro in cui fare incontri protetti coi figli, o una Tutela Minorile?
Ma si dai, è proprio così! Me li figuro, Mario Rossi, Valentina Bianchi, Giuseppe Verdi e Carlo Marroni , assistente sociale, giudice, psicologa e operatore che, brindando e ridendo, con l’indice che spalma la goccia di spritz caduto sul tavolo, dietro al collo, decidono di andare a rompere le scatole ai signori Nathan e Catherine!
Naaa. Lo sappiamo che non è così. Sappiamo bene che le maglie degli interventi sociali sono complesse, anche se a tratti aggrovigliate. Sappiamo tutti che prima di separare dei bambini dai genitori ci sono convocazioni, indagini, valutazioni, inviti a sanare le situazioni.
E vi dirò di più, ci sono interventi, aiuti, forniture, tutele e compagnia cantando.
Quello che il Ministro, e chi si candida a farsi accolito delle sue considerazioni, non sanno, è la quantità di minacce, aggressioni, stalkeraggi, insulti… non sanno della paura di chi sta in trincea, della nausea a casa dopo una zuffa dentro al servizio, delle notti in bianco, dell’ansia che strizza l’occhio al panico…
Si. Non lo sanno, altrimenti ci sarebbe cautela.
Allora a costoro dico una cosa, anzi, gliela voglio insegnare perché non ha senso essere diplomatici. Dunque, ascoltate: Ogni volta che di fronte a una notizia complessa, magari ambigua, repentinamente la vostra anima si fa un’opinione senza attendere; ogni volta che vi schierate senza conoscere bene ciò che accade; ogni volta che si agisce senza aver pensato e meditato… ecco, tutte quelle volte significa che la vostra psiche ha attivato un automatismo che, in gergo tecnico, si chiama “Transfert”.
E vi risparmio la fatica di googolare, spiegando qui che il Transfert è “il processo di trasposizione inconsapevole, nella persona dell’analista, o di altri significativi in un dato momento, di sentimenti provati dal soggetto nei riguardi di persone che ebbero importanza nella sua vita infantile.”
Insomma, quando si apre la bocca e si da fiato alle trombe, si sta litigando con se stessi, sempre. Mentre chi sta di fronte diventa un fantoccio, viene spogliato di identità e caricato di significati che non gli appartengono, se non per coincidenza, ma che sono utili a chi ha aperto bocca per dire a se stesso quanto è bravo.
Ok ok ok! Non crogiolatevi! Mi riferisco a chi non digerisce il ministro o la parete politica che rappresenta. Si perché, nonostante tutto, il buon Matteo si è fatto portavoce di un atteggiamento tipicamente di sinistra. Quello possibilista, animalista, newagista, naturalista, veganista.
Quello dei signori Nathan e Catherine che, da un altro punto di vista, non hanno fatto niente di male nel voler impostare la loro esistenza in quella casetta sgarrupata, tanto carina. Si, magari senza soffitto e senza cucina, che non ci puoi entrare dentro e senza il vasino lì, ma che a loro piace così.
Allora la tutela dei minori è sacrosanta, ma non è forse sacrosanto il diritto di ognuno di riuscire ad arrivare ad abitare nella sua casa nel bosco? Non ho, tra l’altro, l’impressione che non amino i loro figli, magari dovrebbero mettere a fuoco, come tutti i genitori, se quello che fanno è la cosa migliore.
Ma questo è un rischio di tutti, anche dei figli che hanno una camera confortevole, con tutti i comfort e ogni ben diddio. Si, questa è la cosa buffa, gli assistenti sociali non entrano nelle ville di qui ragazzi che hanno un cellulare a due anni e la macchina elettrica a 12.
La casa, invece, come simbolo onirico, è la struttura della psiche. Allora la casa nel bosco è la possibilità di accogliere la propria struttura psichica per quello che è, fregandosene un po’ delle aspettative di mamma, papà, giudici e Matteo.
Si, ecco! La psicoterapia è il luogo in cui si trova la strada che porta alla propria personale casa nel bosco! Quella in cui si diventa chi si è, secondo necessità.
E qui vi confesso la mia rabbia per i TSO inopportuni, per gli allontanamenti frettolosi, per le cure sbagliate. La rabbia verso le istituzioni sanitarie che tutelano se stesse fingendo di curarsi dei pazienti.
Allora Nathan e Catherine restano da tutelare in questa loro scelta purché, questo non finisca per essere doloroso per i bambini… la logica è tutta qui, ed è difficile da attuare.
Insomma, comunque la mettiamo, a destra o manca, mi vedo costretto a mangiare un panino ripieno di Rabbia, magari seduto su una panchina accanto a Efesto e Marte, l’uno che taglia il pane e l’altro che lo riempie.
E ogni bravo terapeuta, ed io lo sono, non si illude di buonismo o di tutela della libertà senza declinarla con la condivisione, no. Un terapeuta di buon senso, come dico a chi viene in supervisione, presta sempre un occhio a chi accoglierà il paziente una volta uscito dal proprio studio.
Con quello stesso occhio, invita i pazienti a ragionare su come difendere la propria unicità ma cercando di declinarla col mondo. Si, perché “io sono quel che sono”, “sono fatto così”, l’accogliersi senza remore, rischia sempre di diventare una prigione se espelle il resto del mondo.
Si, che tu sia paziente o terapeuta, confessandoti che ci sono cascato per primo in tempi, per fortuna, ormai andati, ti dico che la libertà può diventare la peggior prigione possibile.
E come sempre ci ritroviamo a dire che il veleno è nella dose, che la libertà, come la felicità, non è nulla se non è condivisa. O come diceva Gaber, la “libertà è partecipazione”. Allora chi non partecipa per niente è prigioniero?
La psicoterapia, il mio lavoro, è il luogo in cui l’azione principale è sempre la condivisione, o come punto di partenza, o come punto d’arrivo. Ma soprattutto è il luogo in cui si attende, si contempla la propria rabbia, si ragiona sul proprio transfert e si lavora per smettere di dire e dirsi sciocchezze.
E chi non lo fa guarda a destra e manca e, spesso, si da alla politica.
Buona terapia
Luca Urbano Blasetti