29/03/2026
Un chiarimento fondamentale…
TERAPIA DINAMICA, COGNITIVA, BREVE, LUNGA, AI... QUALE SCEGLIERE?
Ricordo che mia madre... pensava fossi dalla parte di mio padre, e il contrario; quelli di sinistra mi pensano di destra e viceversa; i cognitivi mi pensano psicodinamico e gli psicodinamici cognitivo e quando mi vogliono dire che sono un imbecille iniziano con :”Caro collega” che, è noto a tutti, se precede una critica, equivale a vaffanc... ops, volevo dire a un invito in direzione dell’ignoto.
Quindi, quale sia la terapia migliore non lo so, o meglio, so che sento l’irrefrenabile bisogno di salvarci dall’eccesso di fiducia in una, piuttosto che un’altra. Il punto è la “Rotatio Alchemica” e il mio osservare le criticità di una teoria e del suo fautore, sia esso lungo, breve, dinamico, profondo o di superficie.
Allora lo confesso, mi stizzisco di fronte all’elogio uroborico di chi vende il suo approccio senza considerarne i limiti. Dunque, se vi va, seguitemi con serenità, poiché oggi giochiamo a carte scoperte:
Scopo della terapia, qualunque essa sia, è “Perturbare Strategicamente”. Punto. O meglio, questa è la strategia, mentre lo scopo è favorire la riformulazione dei propri schemi di pensiero e dei propri schemi affettivi. La conseguenza, o la premessa, di questa riformulazione è una revisione del proprio universo relazionale.
Ci siamo? Riusciamo ad essere tutti d’accordo su questo? Perché da qui deriva la risposta alla domanda contenuta nel titolo.
Dunque, oggi sono qui a confessare che non sopporto noi Psicologi sempre tesi a voler dire che il nostro orientamento è il migliore, il più efficace. Ma questo accade soprattutto quando siamo giovani.
Quando gli anni passano, invece, quando si diventa più saggi, quando abbiamo attraversato contesti clinici drammatici, oppure pericolosi, quando abbiamo visto bussare alla nostra porta chi aveva sofferto andando da un collega prima di noi, oppure quando un paziente è andato via da noi per suonare dalla collega...
insomma, poi si impara ad abbassare le orecchie e a camminare dribblando la coda che, sempre saggiamente, abbiamo imparato a tenere in mezzo alle gambe... anche se non tutti.
Questo non è un lavoro da fare sempre allo stesso modo e, lo dico in supervisione e oggi a chi, tra voi che leggete, è paziente e non terapeuta (che poi è sempre la stessa cosa), anche io paziente, negli anni, non sono lo stesso paziente e potrei aver bisogno di modi diversi di parlare con me.
Ad esempio, lo confesso, io nasco paziente profondamente psicodinamico, riluttante a qualsivoglia modo cognitivo-comportamentale, sempre votato alla profondità dell’anima. E non posso certo dire che non avrei dovuto, o meglio, non potevo esimermi dal transitare quelle profondità, ne ero tossico; ed in parte lo sono.
Poi ho incontrato la profondità della dimensione cognitiva, il suo grande potere terapeutico. Ma per giungere in quella città ho attraversato quelle sistemiche, gestaltiche transazionali ecc.
Per altri il percorso è inverso, si passa dalla dimensione cognitiva, magari anche breve, per poi giungere a quella psicodinamica. In ogni caso potrebbe bastare solo l’una oppure solo l’altra, oppure, ancora, udite udite, potrebbe bastare un AI qualsiasi.
Si lo so, non vi arrabbiate, non sono un fautore dell’AI in terapia, ma la conosco abbastanza bene da affermare che potenzialmente può farsi strumento, e basta googolare con un po’ di mestiere per trovare evidenze scientifiche su questo.
Ma quale terapia è la migliore? Come scegliere? E poi arriva quel paziente che “Ma lei doc è junghiano o cognitivo o freudiano?” O, peggio, si pretende una terapia breve o lunga, come si trattasse di uramaki fritti oppure senza salmone.
Argh! Quanto mi fa arrabbiare il fatto che abbiamo diffuso, noi psicologi intendo, questa cultura degli orientamenti. Ogni terapeuta dovrebbe avere un ventaglio di strumenti. Cacchiarola! Ce lo vogliamo mettere in testa?
E se uno strumento manca, come a me manca di dominare la tecnica EMDR, si telefona al collega e si invia laddove si valuta che quel paziente potrebbe beneficiarne. Oppure si usano strumenti diversi e diversi mindset, purché mi si dia il tempo di fare quella stramaledetta “Analisi della domanda” che, tradotto, nient’altro è che la valutazione del caso.
Poi, fatta la valutazione, si ragiona su modalità, brevità e strumenti: terapia individuale, di coppia, familiare.
Eccoci al dunque: non esiste la migliore, ma esiste un assetto migliore, ossia quello di saper switchare da un mindset a un altro. Per questo una parte dei pazienti che seguo lavorano in chiave psicodinamica, mentre per un’altra parte attivo il mindset cognitivo, anche breve.
E se lei, tu, caro paziente, reclami una tecnica, possiamo considerarla come ipotesi ma non come sentenza. Lo confesso, vorrei che i pazienti si fidassero di noi, ma se non lo fanno è perché in rete vendiamo un approccio come fosse il farmaco panacea che può sostituire tutti gli altri.
Come a dire: “doc capisco che lei mi suggerisce di prendere l’antibiotico ogni 12 ore per sei giorni, ma penso che un antistaminico per 5 giorni sia meglio”. E confesso che io mi pongo così col mio medico di base, ma poi ragioniamo insieme e devo affidarmi, anche le volte in cui quello che dice non corrisponde alle mie conoscenze mediche acquisite da tiktokkaro.
L’onesta dovrebbe essere quella di non confondersi col proprio orientamento, anche se lo si è elaborato a fondo. Io, lo confesso, sono innamorato del mio strumento di elezione, il sogno. Lo trovo estremamente efficace, per questo a breve uscirà il manuale, quel “Bestiario onirico” nel quale propongo una nuova modalità di onirocritica (mi scuso per la pubblicità).
Tuttavia, la confessione comprende anche un altro fatto, solo nel 25-30 per cento dei pazienti i sogni entrano in modo strutturato nella psicoterapia. C’è chi non ha facile accesso al sogno, chi resiste a quello strumento, chi non si sente in alleanza nell’impiegarlo, oppure colui o colei che hanno bisogno di altro tipo di percorso.
Insomma, invento un metodo che però risulta utile, efficace e terapeutico solo con una parte delle persone che mi contattano, per tutti gli altri ho il dovere di lasciar chiuso nel cassetto quello stramaledetto manuale... che mi piace tanto.
Allora ci sono terapeuti brevi che fanno terapie lunghe e psicodinamici che si sbrigano e non parlano né di mamma né di papà, che poi sono certamente sopravvalutati. Quindi, che tu sia paziente o terapeuta, la questione resta sempre la stessa, chiama un terapeuta senza troppe esitazioni se hai bisogno. Assicurati che sia in gamba.
Sarà lei o lui ad aiutarti a comprendere quale tipo di percorso la tua anima reclama.
Paracelso, caro a Jung, chiamava la patologia col nome della cura, su questa via la psicanalisi, Jung, la terapia sistemica, quella breve-strategica, quella gestaltica o integrata, tutte potrebbero essere viste come patologie dei loro stessi ideatori che, però, hanno sviluppato un modo per vivere bene col mondo e con se stessi e per questo hanno il dovere di divulgarlo e applicarlo e dargli un nome.
Dunque, non esiste la giusta psicoterapia da scegliere, ma la comprensione di come la struttura psichica che attualmente io ho, ha bisogno di essere presa in carico.
E quale diabolico professionista dovrebbe restare nel mindset psicanalitico, affogando tra transfert, controtrasnfert, spostamento, condensazione, se alla fine il paziente ha bisogno di un mindset cognitvo, lungo o breve che sia?
Ogni modo ha i suoi punti di forza e i suoi punti di debolezza e, vi dirò di più, anche ogni terapeuta li ha. Ma un buon terapeuta, ed io lo sono, non si difende dietro al suo orientamento per dribblare i suoi punti di debolezza, piuttosto ci sta dentro, proprio perché questo è ciò che caratterizza la nostra professione: saper stare con le nostre debolezze.
Perturbare strategicamente, ecco, questo fa qualsiasi terapia. In vero anche il sogno ha questa funzione, quella di perturbare, ma lo fa non strategicamente. Sta al terapeuta utilizzare il contenuto onirico in modo strategico.
Il punto è che se scegliamo l’orientamento prima di aver pensato al paziente, se non riusciamo a rinunciare all’orientamento quando abbiamo valutato ciò ci cui il paziente ha bisogno, rischiamo di perturbare non strategicamente e quindi invitare il paziente a salvarsi da noi e dal nostro strumento.
Solo il sogno ha facoltà di perturbare tout court, a vanvera, il resto di noi deve accettare che l’analisi della domanda non prevede di vendere l’unico tipo si prosciutto che ho appeso in bottega, ma comprendere di quale nutrimento c’è bisogno.
E se non sei d’accordo, dillo a gran voce ma, ti prego, risparmiami il “Caro collega...”
Buona terapia
Luca Urbano Blasetti