Luca Urbano Blasetti Psicologo Psicoterapeuta

Luca Urbano Blasetti Psicologo Psicoterapeuta Sono uno Psicologo e Psicoterapeuta individuale, di coppia e familiare.

Professore di psicodinamica, lunga esperienza nelle dipendenze patologiche, ex Responsabile di una struttura per Tossicodipendenti, Dottore di ricerca.

30/03/2026

Come scegliere La psicoterapia.
Aspettando il Onirico

Questo video ha come scopo aiutare oe orientare pazienti, o chi cerca un professionista, a considerare che ogni professionista valuta e consiglia ai pazienti cosa sia più indicato.
Ogni orientamento ha la sua efficacia e i suoi punti di forza.
La professionalità del terapeuta è l’orientamento fondamentale da scegliere.

Ad aprile uscirà il manuale sul sogno
Resta connesso per avere info.

Un chiarimento fondamentale…
29/03/2026

Un chiarimento fondamentale…

TERAPIA DINAMICA, COGNITIVA, BREVE, LUNGA, AI... QUALE SCEGLIERE?

Ricordo che mia madre... pensava fossi dalla parte di mio padre, e il contrario; quelli di sinistra mi pensano di destra e viceversa; i cognitivi mi pensano psicodinamico e gli psicodinamici cognitivo e quando mi vogliono dire che sono un imbecille iniziano con :”Caro collega” che, è noto a tutti, se precede una critica, equivale a vaffanc... ops, volevo dire a un invito in direzione dell’ignoto.

Quindi, quale sia la terapia migliore non lo so, o meglio, so che sento l’irrefrenabile bisogno di salvarci dall’eccesso di fiducia in una, piuttosto che un’altra. Il punto è la “Rotatio Alchemica” e il mio osservare le criticità di una teoria e del suo fautore, sia esso lungo, breve, dinamico, profondo o di superficie.

Allora lo confesso, mi stizzisco di fronte all’elogio uroborico di chi vende il suo approccio senza considerarne i limiti. Dunque, se vi va, seguitemi con serenità, poiché oggi giochiamo a carte scoperte:

Scopo della terapia, qualunque essa sia, è “Perturbare Strategicamente”. Punto. O meglio, questa è la strategia, mentre lo scopo è favorire la riformulazione dei propri schemi di pensiero e dei propri schemi affettivi. La conseguenza, o la premessa, di questa riformulazione è una revisione del proprio universo relazionale.

Ci siamo? Riusciamo ad essere tutti d’accordo su questo? Perché da qui deriva la risposta alla domanda contenuta nel titolo.

Dunque, oggi sono qui a confessare che non sopporto noi Psicologi sempre tesi a voler dire che il nostro orientamento è il migliore, il più efficace. Ma questo accade soprattutto quando siamo giovani.

Quando gli anni passano, invece, quando si diventa più saggi, quando abbiamo attraversato contesti clinici drammatici, oppure pericolosi, quando abbiamo visto bussare alla nostra porta chi aveva sofferto andando da un collega prima di noi, oppure quando un paziente è andato via da noi per suonare dalla collega...

insomma, poi si impara ad abbassare le orecchie e a camminare dribblando la coda che, sempre saggiamente, abbiamo imparato a tenere in mezzo alle gambe... anche se non tutti.

Questo non è un lavoro da fare sempre allo stesso modo e, lo dico in supervisione e oggi a chi, tra voi che leggete, è paziente e non terapeuta (che poi è sempre la stessa cosa), anche io paziente, negli anni, non sono lo stesso paziente e potrei aver bisogno di modi diversi di parlare con me.

Ad esempio, lo confesso, io nasco paziente profondamente psicodinamico, riluttante a qualsivoglia modo cognitivo-comportamentale, sempre votato alla profondità dell’anima. E non posso certo dire che non avrei dovuto, o meglio, non potevo esimermi dal transitare quelle profondità, ne ero tossico; ed in parte lo sono.

Poi ho incontrato la profondità della dimensione cognitiva, il suo grande potere terapeutico. Ma per giungere in quella città ho attraversato quelle sistemiche, gestaltiche transazionali ecc.

Per altri il percorso è inverso, si passa dalla dimensione cognitiva, magari anche breve, per poi giungere a quella psicodinamica. In ogni caso potrebbe bastare solo l’una oppure solo l’altra, oppure, ancora, udite udite, potrebbe bastare un AI qualsiasi.

Si lo so, non vi arrabbiate, non sono un fautore dell’AI in terapia, ma la conosco abbastanza bene da affermare che potenzialmente può farsi strumento, e basta googolare con un po’ di mestiere per trovare evidenze scientifiche su questo.

Ma quale terapia è la migliore? Come scegliere? E poi arriva quel paziente che “Ma lei doc è junghiano o cognitivo o freudiano?” O, peggio, si pretende una terapia breve o lunga, come si trattasse di uramaki fritti oppure senza salmone.

Argh! Quanto mi fa arrabbiare il fatto che abbiamo diffuso, noi psicologi intendo, questa cultura degli orientamenti. Ogni terapeuta dovrebbe avere un ventaglio di strumenti. Cacchiarola! Ce lo vogliamo mettere in testa?

E se uno strumento manca, come a me manca di dominare la tecnica EMDR, si telefona al collega e si invia laddove si valuta che quel paziente potrebbe beneficiarne. Oppure si usano strumenti diversi e diversi mindset, purché mi si dia il tempo di fare quella stramaledetta “Analisi della domanda” che, tradotto, nient’altro è che la valutazione del caso.

Poi, fatta la valutazione, si ragiona su modalità, brevità e strumenti: terapia individuale, di coppia, familiare.

Eccoci al dunque: non esiste la migliore, ma esiste un assetto migliore, ossia quello di saper switchare da un mindset a un altro. Per questo una parte dei pazienti che seguo lavorano in chiave psicodinamica, mentre per un’altra parte attivo il mindset cognitivo, anche breve.

E se lei, tu, caro paziente, reclami una tecnica, possiamo considerarla come ipotesi ma non come sentenza. Lo confesso, vorrei che i pazienti si fidassero di noi, ma se non lo fanno è perché in rete vendiamo un approccio come fosse il farmaco panacea che può sostituire tutti gli altri.

Come a dire: “doc capisco che lei mi suggerisce di prendere l’antibiotico ogni 12 ore per sei giorni, ma penso che un antistaminico per 5 giorni sia meglio”. E confesso che io mi pongo così col mio medico di base, ma poi ragioniamo insieme e devo affidarmi, anche le volte in cui quello che dice non corrisponde alle mie conoscenze mediche acquisite da tiktokkaro.

L’onesta dovrebbe essere quella di non confondersi col proprio orientamento, anche se lo si è elaborato a fondo. Io, lo confesso, sono innamorato del mio strumento di elezione, il sogno. Lo trovo estremamente efficace, per questo a breve uscirà il manuale, quel “Bestiario onirico” nel quale propongo una nuova modalità di onirocritica (mi scuso per la pubblicità).

Tuttavia, la confessione comprende anche un altro fatto, solo nel 25-30 per cento dei pazienti i sogni entrano in modo strutturato nella psicoterapia. C’è chi non ha facile accesso al sogno, chi resiste a quello strumento, chi non si sente in alleanza nell’impiegarlo, oppure colui o colei che hanno bisogno di altro tipo di percorso.

Insomma, invento un metodo che però risulta utile, efficace e terapeutico solo con una parte delle persone che mi contattano, per tutti gli altri ho il dovere di lasciar chiuso nel cassetto quello stramaledetto manuale... che mi piace tanto.

Allora ci sono terapeuti brevi che fanno terapie lunghe e psicodinamici che si sbrigano e non parlano né di mamma né di papà, che poi sono certamente sopravvalutati. Quindi, che tu sia paziente o terapeuta, la questione resta sempre la stessa, chiama un terapeuta senza troppe esitazioni se hai bisogno. Assicurati che sia in gamba.

Sarà lei o lui ad aiutarti a comprendere quale tipo di percorso la tua anima reclama.

Paracelso, caro a Jung, chiamava la patologia col nome della cura, su questa via la psicanalisi, Jung, la terapia sistemica, quella breve-strategica, quella gestaltica o integrata, tutte potrebbero essere viste come patologie dei loro stessi ideatori che, però, hanno sviluppato un modo per vivere bene col mondo e con se stessi e per questo hanno il dovere di divulgarlo e applicarlo e dargli un nome.

Dunque, non esiste la giusta psicoterapia da scegliere, ma la comprensione di come la struttura psichica che attualmente io ho, ha bisogno di essere presa in carico.

E quale diabolico professionista dovrebbe restare nel mindset psicanalitico, affogando tra transfert, controtrasnfert, spostamento, condensazione, se alla fine il paziente ha bisogno di un mindset cognitvo, lungo o breve che sia?

Ogni modo ha i suoi punti di forza e i suoi punti di debolezza e, vi dirò di più, anche ogni terapeuta li ha. Ma un buon terapeuta, ed io lo sono, non si difende dietro al suo orientamento per dribblare i suoi punti di debolezza, piuttosto ci sta dentro, proprio perché questo è ciò che caratterizza la nostra professione: saper stare con le nostre debolezze.

Perturbare strategicamente, ecco, questo fa qualsiasi terapia. In vero anche il sogno ha questa funzione, quella di perturbare, ma lo fa non strategicamente. Sta al terapeuta utilizzare il contenuto onirico in modo strategico.

Il punto è che se scegliamo l’orientamento prima di aver pensato al paziente, se non riusciamo a rinunciare all’orientamento quando abbiamo valutato ciò ci cui il paziente ha bisogno, rischiamo di perturbare non strategicamente e quindi invitare il paziente a salvarsi da noi e dal nostro strumento.

Solo il sogno ha facoltà di perturbare tout court, a vanvera, il resto di noi deve accettare che l’analisi della domanda non prevede di vendere l’unico tipo si prosciutto che ho appeso in bottega, ma comprendere di quale nutrimento c’è bisogno.

E se non sei d’accordo, dillo a gran voce ma, ti prego, risparmiami il “Caro collega...”

Buona terapia

Luca Urbano Blasetti

Dopo tre anni di lavoro, finalmente prossimo all’uscita “Bestiario onirico. Il sogno come strumento clinico”Un testo per...
29/03/2026

Dopo tre anni di lavoro, finalmente prossimo all’uscita
“Bestiario onirico. Il sogno come strumento clinico”

Un testo per tutti i professionisti Psicologi che vogliono approfondire l’uso del sogno in ambito clinico.

Un manuale in tre parti, una storica ed epistemologica, una sulle neuroscienze e sulle tecniche, una sugli animali nei sogni.

Se vuoi avere un’idea leggi gli articoli sul cane, sul gatto e sul serpente su
Luca urbano Blasetti.it

Oppure Digita “sognare un cane” sul motore di ricerca.

Stay tuned

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La mente mente, il corpo no. La psicoterapia è lo spazio in cui facciamo amicizia con il limite.

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Il nuovo manuale “Bestiartio onirico: il sogno come strumento clinico” uscirà ad Aprile.
15/03/2026

Il nuovo manuale “Bestiartio onirico: il sogno come strumento clinico” uscirà ad Aprile.

SOGNI IN TERAPIA: I 4 ERRORI PIÙ COMUNI DEI TERAPEUTI

Ma insomma! Il sogno è o non è uno strumento clinico? La psicoterapia che lavora coi sogni è seria oppure cade nella mantica, nella cabala, nel vaticinio? È evidente che oggi parleremo di sogni, però devo fare un disclaimer: sarò un po’ tecnico, quindi, se non è la giusta giornata, scrolla senza pensarci… ci sta.

Adesso, però, come sempre, vi starete aspettando il mio solito disappunto, quello verso una Psicologia che, prolifica come una rana, ha deposto i suoi discepoli come nuvole di girini, tutti, nessuno escluso, compreso il sottoscritto, impegnati nel trovare la sua visibilità.

Vi aspettate il mio attacco verso il qualunquismo degli psicosocial… non vi deluderò e parleremo dei 4 errori più diffusi tra gli psicologi che lavorano col sogno.

Il punto è che Lei, la signorina Psicologia, ha la pretesa di catturare la psiche con lo stesso piglio di un fotografo del National Geographic: perennemente alla ricerca di uno scatto perfetto, alla ricerca di un solo fotogramma in grado di riassumere tutto.

Invece Psiche, proprio come gli animali che quello stramaledetto fotografo vuole immortalare, non sta ferma bella e carina e in posa, no. Psiche è in perenne movimento! Per questo fatta la diagnosi trovato l’inganno, che tradotto significa qualcosa del tipo: una teoria psicologica ha una durata che rispetto all’incommensurabilità del tempo, vale appena per un battito di ciglia.

Sto affermando che una malattia psicologica in California è un talento in Tibet, oppure che un disturbo di personalità nel medioevo diventa un lavoro nel romanticismo e poi di nuovo una sofferenza psicologica nel 2126.

Quindi si, sono incavolato con gli psicologi che lavorano con i sogni come fossero segni astrologici e, con la stessa parca cautela degli astrologi, fanno interpretazioni che sviliscono il sogno e la sua natura squisitamente antiantropica.

Si, si, ora spiego… le teorie sul sogno sono tutte protese a cercare la sua funzione cercando di scovare quale sia il beneficio rispetto a noi. L’impatto antropico delle teorie sul sogno è virulento alla stessa maniera di come lo è la trasformazione che facciamo dell’ambiente nel quale viviamo.

Palazzi, ponti, strade, fabbriche, parchi, ferrovie, piazze, impianti sciistici, reti fognarie… l’impatto antropico sull’ambiente è il segnale più evidente del carattere endemico della specie sapiens. E le trasformazioni sono talmente imponenti da non poter più risalire alle forme primordiali del paesaggio.

Similmente le teorie sul sogno, mentre Lui, il Sogno, figlio di Morfeo, ha una meta tutta sua che non ha a che vedere con noi. Questo il primo errore di chi lavora coi sogni in terapia, pensare che i sogni ci appartengano e ci vogliano aiutare come fossero angeli custodi.

E so che state storcendo il naso ma, confessandovi che questa confessione è un subdolo messaggio pubblicitario (me ne scuso), vi condivido che la maggior comprensione di questo errore la troverete nel manuale che uscirà ad Aprile.

“Bestiario Onirico: il sogno come strumento clinico” questo il titolo di un testo, non proprio per neofiti, che riunisce la tradizione psicodinamica e cognitiva con quella delle neuroscienze; un testo che raccoglie casi clinici e tecniche, oltre che un decalogo di norme di approccio al sogno.

Ok, scusate, pubblicità fatta, ma non ne potevo più di insegnare questa materia rinviando a testi troppo vecchi.

Questo primo errore elude il vero scopo del sogno, ossia la sua natura entropica. Il sogno è il nume tutelare del disordine in quanto tale. Questa sua indole lo rende perturbante rispetto alla nostra naturale tendenza all’omeostasi. Perturbandoci ci obbliga a ripensarci, tutto qui.

Insomma, la sua utilità è solo un effetto collaterale del suo favorire il disordine. Ma il sogno se ne infischia di perturbarci proprio come un'alluvione non ha come scopo distruggere la nostra casa. Il fatto che noi ricostruiamo una casa migliore della precedente non ci autorizza a dire che il sogno avesse questo scopo.

Il secondo errore è quello che lamentava Carletto, Jung intendo, ossia la tendenza diffusa nel pensare che un’immagine nel sogno sia la riedizione dell’oggetto corrispondente nella realtà. In soldoni, si tende a pensare che se sogno mia madre (sempre lei), sto elaborando il mio rapporto con quella concreta.

Invece ogni immagine del sogno è sempre psiche che parla di sé, ogni immagine è una porzione della psiche del sognatore. E siccome la psiche è fatta di bisogni, emozioni, condotte e processi, allora ogni immagine è sempre e soltanto un bisogno, un’emozione, una condotta o un processo che richiede la nostra attenzione.

Anzi, direi che, in barba alla nostra attenzione, si impone.

Quindi quella madre è una parte di me e la potrei riassumere con: la funzione o la modalità con cui tendo a prendermi cura di ciò che mi abita.

Il terzo errore è quello freudiano. Si cari i miei sigismondini, questa storia che latente e manifesto siano come il carnevale di Viareggio, quella storia che un’immagine onirica viene per significarne un’altra non regge.

Una forchetta non è un forcone né il tridente di Nettuno; una zia, una maestra, una fioraia non sono mia madre (sempre lei)no. Sono solo una zia, una maestra, una fioraia.

Quindi dimenticate tutte quelle regole di condensazione o spostamento! Se stai litigando con la prof. di matematica minacciandola con una forchetta nella piazza di Istambul… e sia. Una p**a è una p**a, in barba a Magritte.

Il quarto errore è il più pericoloso, ossia quello secondo cui un sogno che fa male, da fastidio o lascia interdetti, sia da contenere. Tutti cerchiamo di proteggere i pazienti e l’Io nei sogni, mentre se viene aggredito nel sogno, che so, magari dalla madre (sempre lei) dobbiamo accogliere l’aggressione poiché ciò che è efferato nella realtà è una manna dentro il sogno.

E dovrei spiegare, spiegare e spiegare, ma questa è solo una pubblicità, maledetta la mia ambizione, però scrivo qui per fare un invito, proprio come faccio a lezione o a coloro che supervisiono: non inventiamo voli iperbolici.

Un’immagine onirica esige rispetto, e quel rispetto ci conduce dritti dritti ad un uso clinico del sogno. Ogni immagine deve essere lavorata per comprendere quale sia la funzione, bisogno, emozione o condotta che sta rappresentando. Una volta individuata il gioco è fatto.

Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare; quindi, se ti vuoi giocare un numero al lotto fai pure, ma il sogno è altro.

Si si si, tranquilli non fa male riportare al concretismo il sogno; se sogno mia madre (sempre lei), parlare di lei e di come mi fa arrabbiare, fa bene alla terapia, soltanto che è un bene parziale… si rischia di lasciare la parte più buona del sogno, quella che da indicazioni su come sto con le parti di me che, di volta in volta, prendono le sembianze di madri, zii, cani, uccelli, pietre, case…

Come se di fronte a un piatto di linguine alle vongole, scansassi proprio loro, le carnose vongole, oppure levassi la crema al bignè.

A proposito! Dobbiamo dare una quinta regola! Il sogno non esige di essere interpretato, il solo fatto di averlo visto è la prova che psiche ha lavorato, sta lavorando o lavorerà con la madre dentro di me, ossia sul modo con cui mi devo curare delle mie emozioni.

Insomma, che tu sia paziente o terapeuta, che poi è la stessa cosa, se non hai capito il sogno che hai visto, let it be. Se vuoi studiare come si fa, invece, stai tuned.

Buona terapia e sogni d’oro.

Luca Urbano Blasetti

11/03/2026

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