30/01/2026
È finito un gennaio di psicoterapia.
E i pazienti hanno portato pezzi.
Ehi tu, lavoro che mi fa stare male ma che, allo stesso tempo, non riesco a lasciare.
Ehi tu, relazione disfunzionale in cui ciò che è mio viene preso, e io finisco per farmene una colpa.
Ehi tu, genitore che non mi ha mai riconosciuto, amato, sostenuto, perché a tua volta non avevi ricevuto sostegno.
Ehi tu, tumore che torni.
Ehi tu, bambino che non arrivi.
Ehi tu, nuova consapevolezza: non siamo sbagliati, abbiamo dei dolori.
Ehi tu, incoerenza.
Ehi tu, atteggiamento aggressivo che si traveste da forza ma nasce dalla paura.
Ehi tu, ansia che ritorni, ma sembri meno scontrosa, meno feroce.
Ehi tu, indottrinamento religioso che un po’ mi ha fatto perdere chi sono.
Ehi tu, figlio che sembra dirmi qualcosa, anche quando non so ancora cosa.
Ehi tu, referto medico che aspetto.
Ehi tu, qualunque cosa tu sia.
Ci si ritrova a febbraio.
Con un pezzettino in più.
Qualche disegno più coerente.
Ancora scomodi, sì.
Ma con l’obiettivo — fragile e ostinato — di trovare un posto in cui accomodarci.