12/03/2026
Certi giorni guardo con delicatezza la psicologa che ero, dalla posizione della psicoterapeuta che sono diventata.
Quella rigidità che mi portava a guardare con sospetto la cura farmacologica, oggi la vedo come un’alleata in molti casi.
Quella convinzione massiccia che mi faceva pensare di dover dare risposte, si è trasformata nel fare tante, tantissime domande.
Quella paura di apparire sempre come quella che sa, oggi mi fa guardare la persona davanti a me e dirle: “Non lo so, capiamolo insieme”.
La gabbia che mi faceva pensare di non poter essere me stessa al di fuori dello studio, perché il ruolo veniva prima di tutto.
La libertà di sbagliare, di dirlo ai pazienti, di sentirmi stanca, di fare invii a colleghi perché non tutto fa per me e io non sono per tutti.
Sorrido quando qualcuno mi dice che il mio è un lavoro privilegiato.
Perché, in fondo, la penso come loro.
A volte vorrei andare da quella psicologa che ero, mentre faceva mille tirocini non retribuiti, le file in segreteria alla Sapienza che “fanno curriculum”, le ore di lezione nel caldo di San Lorenzo…
e dirle che sì, alla fine, ne sarà valsa la pena.
(Che mi sogni ancora di notte le file in segreteria quello è un altro conto)