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Naturopatia Kinesiologia emozionale Quantica ricerca e formazione Chiara Zambianchi, Master in Psicologia Giuridica e Criminologia, Naturopata e Kinesiologa emozionale

Maturità classica, Laurea in Giurisprudenza, Master in Criminologia e Psicologia Giuridica e Penitenziaria, Diploma in Naturopatia presso la Libera Università Italiana di Naturopatia Applicata di Torino a seguito di un percorso formativo di 4 anni con esame di equiparazione a Heilpraktiker tedesco. Operatrice N.E.I.® dal 1994, Facilitatrice Metodo One Brain®, presso la Three in One Concept, Master Reiki della Reiki Alliance®, Operatrice sui chakra Metodo Corpo Specchio Martin Brofman, Iniziatore Q. E.®, ha studiato, P.N.L., N.A.C., Equilibrio Emozionale® e Metodo INTEGRA, AURA-SOMA®, Floriterapia Transpersonale, Medicina Omeosinergetica e Medicina Sistemica. Specializzata in Kinesiologia Emozionale e Iridologia, insegnante del proprio metodo KeQ® è consulente per Operatori Olistici e insegna Kinesiologia Emozionale a Naturopati e Operatori del Benessere. Coordina il proprio Centro Studi di Naturopatia a Rimini, Ravenna e Bologna.

11/01/2026

il Dr Ricardo Orozco (Valencia, Spagna, 1956) si è laureato nel 1982 in medicina presso l'Università di Barcellona. È floriterapeuta dal 1984 e insegnante dal 1993. È considerato una delle massime autorità a livello internazionale nel campo della floriterapia di Bach. Il suo lavoro sui Principi Transpersonali ha dato un notevole contributo al perfezionamento della floriterapia. Ha tenuto corsi di formazione in floriterapia presso Università in Spagna, Cuba e Argentina. Dirige la prestigiosa scuola di floriterapia Anthemon di Barcellona e l'Accademia di Naturopatia e Floriterapia Ippocrate MRO (Metodo Ricardo Orozco) di Sarzana (SP), da cui coordina la formazione in floriterapia per tutta l'Italia. È autore di 9 libri sui Fiori di Bach, tradotti in diverse lingue.

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MADRE NARCISISTA o CON TRATTI MARCATAMENTE NARCISISTICI: LA DINAMICA TOSSICA CON IL FIGLIO MASCHIO.Il legame tra una mad...
10/01/2026

MADRE NARCISISTA o CON TRATTI MARCATAMENTE NARCISISTICI: LA DINAMICA TOSSICA CON IL FIGLIO MASCHIO.

Il legame tra una madre narcisista e il suo figlio maschio, in particolare se primogenito, crea una delle dinamiche psicologiche piu' difficili e tossiche da affrontare.
Cerchero' in questo contesto di spiegare tale legame non funzionale in maniera piu' semplice possibile, affrontando l'argomento da un punto di vista pratico.
Il rapporto tra una madre narcisista e suo figlio, a maggior ragione se maschio, di solito non e' basato sull'amore incondizionato, ma sulla funzionalità: in sostanza il figlio esiste per soddisfare i bisogni emotivi o d'immagine della madre.
Infatti spesso il primogenito maschio di una madre narcisista o con tratti marcatamente narcisistici, assume il ruolo del cosiddetto "Figlio d'Oro", ossia un ruolo di estensione del suo ego. Egli non e' una persona a se' ma una estroflessione della madre.
Il figlio sin da piccolo viene caricato della responsabilità di essere "il migliore" per riflettere luce su di lei. I suoi successi sono i successi di sua madre, i suoi fallimenti sono vissuti da lei come un insulto personale.
Lei infatti ha proiettato sul figlio tutte le sue aspirazioni insoddisfatte, riversato su di lui tutte le sue aspirazioni, rendendogli davvero difficile capire chi lui sia veramente al di fuori delle sue aspettative...

In molti casi di madri narcisiste con figli maschi, si verifica un fenomeno chiamato "Matrimonio Emotivo" o parentificazione o incesto emotivo.
Se il padre e' assente, debole o emotivamente distante, lei potrebbe aver usato da sempre il figlio come confidente o come supporto emotivo principale. In questo modo il figlio
si e' caricato il peso della cura ossia si e' ritrovato a "prendersi cura" delle emozioni della madre fin da piccolo, diventando l'adulto della situazione mentre lei interpretava il ruolo della vittima o la regina bisognosa.

Per mantenere il controllo sul figlio e tenerlo vicino, una madre narcisista usa strumenti psicologici sottili:
1) Senso di colpa: "Dopo tutto quello che ho fatto per te..." è il ritornello classico per impedire al figlio di rendersi indipendente.
2) Sabotaggio dell'autonomia: ogni tentativo di separazione da parte del figlio (andare a vivere da solo, avere successo in qualcosa che lei non controlla, avere una relazione felice) viene vissuto come un vero e proprio tradimento. Lui deve soddisfare in toto le aspettative della madre diventando esattamente cio' che lei vuole, in modo tale da permetterle di rispecchiarsi nel suo successo e riscattarsi, e soprattutto rimanere sempre al suo fianco.
3) Triangolazione: la madre potrebbe usare eventuali fratelli o altri familiari per fare paragoni e fare sentire il Golden Boy costantemente in competizione per la sua approvazione.

Quale e' l'impatto sulle relazioni sentimentali del figlio della madre con tratti marcatamente narcisisti?

Le relazioni del figlio saranno caratterizzate da costante gelosia e competizione. La madre vedra' sempre le partner come delle vere e proprie rivali che minacciano il suo primato nel cuore e nella vita del figlio.
Tendenzialmente la dinamica che di solito tende a formarsi e' la seguente: lui non riesce ad arginarla ed e' dilaniato tra il desiderio di compiacere la sua compagna e la paura di essere un "cattivo figlio" verso la madre. La madre si mettera' in competizione con la compagna per mantenere il suo trofeo. Se non cerchera' di divincolarsi, intrappolato in questo 'tiro alla fune' il figlio nel tempo tendera' a chiudersi emotivamente, distaccarsi e confondersi. Vivra' un conflitto interno molto forte.
La narcisista allena il figlio a credere che la propria sopravvivenza dipenda da lei e dalla sua felicita' e soddisfazione, ma la verità è che lui non e' affatto responsabile del suo benessere emotivo e che puo' permettersi di separarsi dall'immagine che lei ha costruito per lui, ma al solo pensiero sente la morsa del senso di colpa.
Questa "Simbiosi Forzata" ha a che fare con un cordone ombelicale mai tagliato che impedisce di fatto il processo di individuazione del figlio. Per una madre narcisista, il figlio maschio non è un individuo separato, ma una protesi di se' stessa. Il messaggio implicito che manda e': "Tu esisti perché io ti ho dato la vita e mi appartieni e quindi devi soddisfare i miei desideri".
La conseguenza e' che ogni successo del figlio è merito suo, ogni suo errore è una mancanza di rispetto verso di lei. E tutto questo si struttura nel tempo, dall'infanzia all'adolescenza, all'eta' adulta....

Spesso il primogenito maschio diventa il marito psicologico.
Se lei si sentiva trascurata o infelice nel suo matrimonio (o nella sua vita), ha usato lui come spalla su cui piangere o come difensore.
Sin da piccolo il figlio quindi impara a leggere i suoi sbalzi d'umore per "salvarla" prima che la situazione esploda, rinunciando alla sua spensieratezza infantile. Prima di lui viene la madre e la sua tranquillita' emotiva. Sempre.

In un contesto tossico come questo qualunque ragazza o donna che si avvicina al figlio e' vissuta dalla madre narcisista come una "minaccia".
Qualunque donna lui scelga, ai suoi occhi non sarà mai "abbastanza" o, al contrario, sarà "una manipolatrice che lo sta portando via da lei".
Usera' quindi critiche sottili o scenate di salute/bisogno proprio quando lo vede felice e impegnato con la sua partner, per riportare l'attenzione su di sé.
Utilizzera' modalita' manipolatorie per distorcere la realta' agli occhi del figlio e questo lo portera' a dubitare della sua stessa percezione della realtà, facendolo sentire confuso, stupido o "pazzo". Puo' arrivare addirittura a farlo dubitare della sua scelta.
La madre narcisista in altri termini usa il senso di colpa come "guinzaglio".
Lei si pone come la "madre martire" che ha sacrificato tutto per il figlio e questo crea un debito perenne, rendendo difficilissimo al figlio dire di "no" o mettere dei confini senza provare un'angoscia profonda.

Perché è importante ricordare questi punti?

Perché il figlio maschio di una narcisista spesso soffre di una forma di paralisi emotiva: lui sente di voler "volare", ma sente anche un peso invisibile che lo trascina a terra ogni volta che prova a essere felice per conto suo.
Per una madre narcisista, l'eventuale compagna del suo pargolo non è una persona che lo rende felice, ma una usurpatrice. Nella sua testa, c'è un trono e lei deve essere l'unica regina.
Quindi tendera' ad attentare al loro legame e a svalutare la partner con un tipo di svalutazione sottile... Potrebbe utilizzare battute passivo-aggressive: del tipo: "Certo che è simpatica, però hai notato come spende i soldi?" o "Spero che lei sappia cucinare quello che piace a te come faccio io".
La richiesta sottesa sara' sempre la stessa: "Chi sceglierai? Me o lei?".

Il messaggio che manda inconsciamente e' tossico: vuole far credere al figlio che nessun'altra donna lo amerà mai in modo "puro" come lei, dipingendo le altre come interessate, manipolatrici o inadeguate, instillando al contempo l'idea che il figlio sia responsabile della sua stabilità emotiva. Crea insomma sulla testa del figlio un "debito" che non potra' mai ripagare, gettando fango (anche il proprio) sulla malcapitata di turno.

Ogni volta quindi che il figlio tentera' di mettere un confine (es. "Mamma, stasera non posso ve**re"), scatta dentro di lui un allarme che dice 'sei un "figlio cattivo" o "ingrato" e questo lo fara' sentire sempre in debito.

Il vero dramma avviene quando lui prova a proteggere la sua relazione. Lei farà leva sul senso di colpa per farlo sentire un traditore. Lo mettera' in una posizione impossibile: se rende felice la sua partner, sente di "uccidere" sua madre; se rende felice sua madre, sacrifichera' la vita di coppia.

Per spiegare questa dinamica dobbiamo guardare alla struttura invisibile di questo "triangolo". Il problema non è la mancanza di affetto, ma una distorsione dei ruoli.

Tecnicamente si chiama 'invischiamento'.
In una famiglia sana, i confini tra genitori e figli sono chiari. In questo caso invece, la madre ha eletto il figlio maschio a suo "partner psicologico".
Il problema vero e' che la madre cerca nel figlio la conferma emotiva, l'attenzione e la priorità che dovrebbe cercare in un partner o in se stessa, NON IN UN FIGLIO.
L'effetto sul figlio e' quindi devastante: quando lui trova una partner reale, si sente inconsciamente un "adultero", prova un senso di colpa profondo perché sente di stare "tradendo" la prima donna della sua vita, cioe' la madre.
Lui dal canto suo, si ritrova a fare da arbitro o mediatore. Invece di godersi la sua relazione, passa il tempo a cercare di "tenere calma" la madre o a giustificare la madre davanti alla partner. Diventa tutto pesantissimo da affrontare, ogni piccola cosa, ogni normale giornata diventa un inferno sulla terra.

In psicologia, per far funzionare una nuova famiglia o una nuova relazione, si dice che deve avve**re il distacco dalla famiglia d'origine. Ma il problema qui e' uno soltanto: la madre narcisista rifiuta di essere "declassata" al secondo posto. Vede la partner non come un'aggiunta alla famiglia, e quindi non le apre la porta di casa, anzi la vede come una competitor per le risorse (tempo, attenzione, amore). Non e' disposta a condividere il suo territorio.

L'effetto che si crea sul figlio e' un conflitto di lealtà. Lui pensa: "Se difendo la mia compagna, ferisco mia madre (che è fatta cosi e non cambia"). Non capisce che difendere la compagna non è un attacco alla madre, ma un atto dovuto di protezione verso se stesso in primis e verso la propria vita adulta.

Un'altra cosa importante da dire e' che come tentativo estremo di tenersi legato il figlio, la madre puo' proiettare sulla partner tutti i propri difetti o le proprie paure.
Se la madre è manipolatrice, accuserà la partner di essere una manipolatrice. Se la madre è possessiva, dirà che la partner "incattivisce" il figlio o lo tiene sotto scacco.
Alla fine lui, se non riesce a divincolarsi da questa morsa in breve tempo, iniziera' a guardare la partner con gli occhi della madre. Incomincera' a dubitare della donna che ama perché "la mamma dice questo o quello..... e la mamma si sa mi vuole bene e ha sempre ragione alla fine".

Qual è il vero problema?

Il problema non è che la madre è "difficile" o che la partner è "poco paziente". Il problema è che il figlio sta occupando un posto che non è il suo cioe' e' incastrato nel ruolo di "stampella emotiva" della madre.
Finché lui accetta questo ruolo, la sua partner sarà sempre percepita come "l'altra", l'intrusa che disturba l'equilibrio. E anche lei si sentira' cosi', sempre messa in secondo piano rispetto alla 'regina'.

Come uscirne?

Il figlio dovra' arrivare a capire che mettere dei confini (dire "No" alla madre, non raccontarle tutto della coppia, darle meno priorità rispetto alla partner) non significa essere un figlio cattivo, ma diventare un uomo adulto.
Una madre sana incoraggia il figlio a mettere la propria compagna al primo posto; una madre narcisista lo punisce con il silenzio o il senso di colpa se ci prova. Pazienza. Occorrera' nel tempo accettare e distaccarsi dalla dinamica tossica. Non senza patimenti: certamente si tratta di un percorso ad ostacoli piuttosto impervio, ma non certo impossibile. Il primo passo e' rendersene conto e scegliere di cercare soluzioni.

Questa è la sfida più difficile: lui deve imparare a "divorziare" psicologicamente dalla madre per poter impegnarsi veramente con la sua partner. È un processo di emancipazione difficile rispetto ad altri ma posiibile.

Il segreto non è urlare o litigare, ma diventare emotivamente indisponibili alla manipolazione e affrontare il senso di colpa: piano piano il figlio dovra' arrivare ad accettare di essere "il cattivo" nella narrazione della madre. Se mette un confine, e lei dirà che lui e' un ingrato, va bene. Il suo dolore non è causato dalla cattiveria o ingratitudine del figlio, ma dalla sua incapacità di lasciarlo crescere.

E' un processo di emancipazione che permettera' al figlio di diventare veramente adulto e di riconoscere i propri bisogni, desideri e aspirazioni, staccandoli definitivamente dalle richieste di successo e realizzazione della madre.

Il rischio per chi e' invischiata in una relazione con un figlio non ancora emancipato da una madre del genere è quello di diventare la "nemica" sia della madre che del partner alla fine.
Per salvarsi e dare un'opportunita' alla relazione la cosa piu' intelligente da fare e' spostarsi lateralmente.
Quindi non attaccare la madre direttamente, mettere i giusti confini, stabilire delle regole e non cadere nella trappola di fare la
"madre sostitutiva": non iniziare ad accudirlo, non permettere di varcare certi limiti. Occorrera' lasciargli sentire il peso delle sue scelte, vedere le conseguenze del suo comportamento e non entrare nella triangolazione.

Per un figlio maschio (o femmina, comunque questo vale in generale), mettere confini a una madre narcisista non significa distruggerla, ma salvare se stessi. E questo e' assolutamente necessario per creare la propria indipendenza e vivere una vita appagante. Se lei sta male perché il figlio e' indipendente e va per la sua strada, il problema è la sua patologia, non la mancanza di amore filiale.

Chiara Zambianchi

IPOCONDRIA: PAURA DI "SPARIRE"L’ipocondria non è “solo paura di ammalarsi”, ma un modo complesso in cui la mente sposta ...
21/12/2025

IPOCONDRIA: PAURA DI "SPARIRE"

L’ipocondria non è “solo paura di ammalarsi”, ma un modo complesso in cui la mente sposta sul corpo un’angoscia molto più profonda. Un sintomo lieve, un formicolio, un battito accelerato diventano il punto di partenza per scenari catastrofici: la mente costruisce un quadro di malattia grave, quasi certa, anche in assenza di riscontri oggettivi. La psicologia ci ricorda che, alla base, non c’è solo la paura della malattia, ma soprattutto la paura della morte che assume la forma di un controllo esasperato sul corpo.

Alla radice, spesso, troviamo una ferita primordiale legata al rifiuto. Per un neonato, non essere accolto equivale a una minaccia di sopravvivenza.
Se la madre vive la gravidanza con rifiuto, ambivalenza o paura, anche in modo inconscio, il feto registra un messaggio profondo: “Il mondo non mi accoglie, la mia sopravvivenza è in pericolo”. Questa traccia non si cancella semplicemente crescendo, ma resta come memoria emotiva di base. Più avanti nella vita, un licenziamento, un tradimento, una separazione o un lutto possono riattivare quella stessa ferita, risvegliando un terrore antico di “sparire” se non si è visti, amati, riconosciuti.

In questo quadro, la mente cerca una via di fuga. L’angoscia esistenziale, intollerabile da nominare direttamente (“non sono desiderata”, “posso essere abbandonata”), viene spostata sul corpo. Temere di morire per mancanza d’amore è troppo n**o, troppo doloroso; temere di morire per una malattia appare invece più legittimo, più “gestibile”, perfino più condivisibile socialmente. La malattia, reale o immaginata, diventa allora un linguaggio indiretto attraverso cui chiedere protezione e vicinanza.

Esiste poi un aspetto ancora più sottile: il beneficio invisibile. Il ruolo del “malato” permette di ottenere attenzioni, cure, riguardi che altrimenti sarebbe difficile chiedere apertamente. La fragilità viene giustificata, il bisogno di accudimento trova una cornice accettabile. È un paradosso doloroso: si soffre per la paura della malattia, ma allo stesso tempo la malattia (o la sua possibilità) offre un ruolo, uno spazio, una forma di riconoscimento.

In alcuni casi, l’ipocondria funziona anche come campo di espiazione. Chi, fin da bambino, si è sentito “colpevole”, per la sofferenza dei genitori, per tensioni famigliari, per credenze religiose rigide, può interiorizzare l’idea di meritare una punizione. Il corpo, allora, diventa il luogo simbolico in cui quella “punizione divina” viene attesa e temuta: la malattia immaginata non è solo paura, è anche la forma che assume una colpa antica che cerca un modo per pagare il proprio debito.

Sul piano mentale questo si traduce in pensieri ricorrenti, controlli continui, sfiducia nei professionisti della salute, isolamento progressivo, illusione di poter evitare la morte attraverso il monitoraggio incessante dei sintomi. A livello più profondo, si tratta di una trappola evolutiva. Il bambino non accolto interiorizza una verità biologica: “Senza il branco, sarò in pericolo”. Da adulto, il “branco” diventa la famiglia, il partner, il contesto lavorativo. Ogni percepito rifiuto o allontanamento riaccende l’allarme antico. Tuttavia la persona non riesce a dire: “Temo di morire dentro perché mi sento abbandonata o colpevole”, e così quel terrore si converte in paura dei sintomi, in lotta contro malattie immaginarie, in un nemico fisico da combattere al posto del vuoto affettivo e della colpa non elaborata.

Per sciogliere quest nodo, le rassicurazioni razionali non bastano. L’ipocondria non si placa con l’ennesimo esame negativo, perché la sua radice non è nel corpo, ma nel corpo emotivo. È necessario interve**re su più livelli: lo stato d’allarme cronico che trasforma ogni segnale fisico in minaccia, il vuoto affettivo che utilizza la malattia come richiesta d’amore, la sfiducia profonda nel mondo (“non sono al sicuro”), il bisogno di espiare una colpa antica, il rifiuto della vita che si mimetizza come paura di morire.

In questo quadro, i Fiori di Bach rappresentano un sostegno prezioso come rimedi naturali rivolti alle matrici emotive congelate che alimentano il pensiero ipocondriaco. Aiutano a ridurre la paura primitiva di essere “divorati” dall’abbandono, a trasformare la richiesta di cure in una forma più sana di autostima, a riportare la mente dal controllo ossessivo al presente, a dare voce ad angosce antiche, di rifiuto, di colpa, di punizione, senza che debbano più esprimersi attraverso l’ossessione per i sintomi.

Chi si riconosce in queste dinamiche non è “esagerato” né “immaginario”: sta mettendo in scena, sul corpo, un frammento di storia emotiva non ancora ascoltata. Quando quel frammento viene finalmente riconosciuto e accolto, la paura di morire attraverso il corpo si attenua, perché la parte più profonda di sé smette di sentirsi invisibile e colpevole. E la vita, a poco a poco, torna a sembrare un luogo in cui è possibile restare.

Donatella Pecora
Floriterapia Psicodinamica

INCONTRARE L’ OMBRACarl Gustav Jung diceva che l’incontro più decisivo della vita non è con un maestro, un amore o un ne...
20/12/2025

INCONTRARE L’ OMBRA

Carl Gustav Jung diceva che l’incontro più decisivo della vita non è con un maestro, un amore o un nemico, ma con se stessi.
E che questo incontro, quasi sempre, avviene passando da una soglia inquietante: l’Ombra.

Non è un’idea astratta. Jung l’ha vissuta sulla propria pelle.



🔹 L’inizio della discesa: la frattura con Freud

Un primo grande aneddoto riguarda la rottura con Sigmund Freud.
Jung lo considerava un padre spirituale. Freud, a sua volta, lo aveva indicato come il suo erede. Ma Jung sentiva che qualcosa non tornava: l’eccessiva riduzione di tutto alla sessualità, il rifiuto del simbolico, del mito, del sacro.

Durante un viaggio negli Stati Uniti, Freud ebbe un mancamento. Jung lo sostenne fisicamente, ma interiormente sentì qualcosa di oscuro emergere:
una strana emozione di potere, quasi di liberazione.

Anni dopo Jung scriverà che quello fu uno dei primi veri contatti con la propria Ombra:
il riconoscere dentro di sé ambizione, desiderio di superare il padre, rivalità, sentimenti che la coscienza morale tende a reprimere.

«Finché non rendi cosciente l’inconscio, esso dirigerà la tua vita e tu lo chiamerai destino.»



🔹 Il sogno di Sigfrido: uccidere l’eroe interiore

Dopo la rottura con Freud, Jung attraversò una crisi profonda (1913–1917).
Un giorno fece un sogno terribile: uccideva Sigfrido, l’eroe della mitologia germanica.

Al risveglio fu sconvolto. Capì che Sigfrido rappresentava il suo Io eroico, lo scienziato brillante, il pensatore riconosciuto.
L’Ombra chiedeva qualcosa di radicale: la morte dell’eroe.

Non era una follia, ma una trasformazione.
Jung comprese che per incontrare davvero se stesso doveva rinunciare all’immagine ideale di sé, accettare fragilità, caos, paura, ambivalenza.

Scrisse:

«Preferii essere f***e piuttosto che non essere me stesso.»



🔹 Il “Libro Rosso”: dialogare con l’Ombra

Durante quegli anni Jung iniziò a scrivere e dipingere quello che oggi conosciamo come Il Libro Rosso.
Non era un diario scientifico, ma un dialogo diretto con l’inconscio: visioni, figure oscure, demoni interiori, vecchi saggi, serpenti, divinità.

Un aneddoto emblematico: Jung racconta che parlava con le immagini come se fossero persone reali, chiedendo loro chi fossero e cosa volessero.

Non le scacciava.
Non le patologizzava.
Le ascoltava.

Questa è la sua rivoluzione: l’Ombra non va eliminata, ma integrata.



🔹 Lo scarabeo dorato: quando l’Ombra apre il senso

Uno degli aneddoti clinici più famosi riguarda una paziente estremamente razionale, chiusa a ogni apertura simbolica.
Durante una seduta, raccontava un sogno in cui compariva uno scarabeo d’oro.

In quel preciso istante, Jung sentì un colpo alla finestra: entrò uno scarabeo reale, rarissimo in quella zona.
Jung lo prese e lo porse alla paziente dicendo:
«Ecco il tuo scarabeo.»

La donna rimase sconvolta. Quel momento ruppe la sua corazza psichica.

Per Jung, l’Ombra non è solo ciò che è oscuro, ma anche ciò che la razionalità rifiuta: il mistero, la sincronicità, l’imprevisto.



🔹 Bollingen: costruire una casa per l’Ombra

Negli anni maturi Jung costruì la Torre di Bollingen, una casa senza elettricità, sulle rive del lago di Zurigo.
La edificò con le proprie mani, incidendo simboli sulle pietre.

Disse che lì non era “il professor Jung”, ma un uomo primitivo, in contatto con la sua parte arcaica.

Un giorno incise una frase latina su una pietra:

Vocatus atque non vocatus, Deus aderit
“Chiamato o non chiamato, Dio sarà presente.”

L’Ombra, per Jung, è proprio questo: ciò che arriva anche quando non lo inviti.



🔹 Cos’è davvero l’Ombra

Jung chiarì più volte che l’Ombra non è solo il male.
È tutto ciò che non abbiamo voluto essere:
• rabbia repressa
• desideri inconfessati
• talento non vissuto
• forza rifiutata
• sensibilità negata

Spesso ciò che odiamo negli altri è la nostra Ombra che chiede riconoscimento.



🔹 L’incontro finale

Jung concludeva che l’individuazione – diventare se stessi – non è un percorso luminoso e rassicurante, ma una discesa consapevole.

«Non si diventa illuminati immaginando figure di luce, ma rendendo cosciente l’oscurità.»

Incontrare la propria Ombra non significa soccombere ad essa.
Significa smettere di fuggire, e finalmente diventare interi.

(Da “I semi delle stelle”)

01/11/2025

Non puoi controllare tutto — e va bene così... perché puoi controllare tanto. Il segreto per una vita appagante? Circondarsi di chi sa trarre il meglio da ciò che puoi controllare. ❤️❤️❤️

Non puoi decidere come gli altri ti trattano, ma puoi scegliere a chi dedicare tempo, energie e cuore. È lì che nasce la vera reciprocità. ❤️

IL CORAGGIO DI DIRE NO! NELLA COPPIA, IN FAMIGLIA, NELL'AMICIZIA E SUL LAVOROGran parte della frustrazione e dell'insodd...
01/11/2025

IL CORAGGIO DI DIRE NO! NELLA COPPIA, IN FAMIGLIA, NELL'AMICIZIA E SUL LAVORO

Gran parte della frustrazione e dell'insoddisfazione di molte persone risiede nell' incapacità o nella seria difficoltà a mettere confini chiari con gli altri nella vita di tutti i giorni e a dire no senza sentirsi in colpa.

Sono decine le situazioni dalle quali usciamo sopraffatti e con una sensazione di profondo disagio quando ci rendiamo conto di non esserci fatti rispettare o di non aver rispettato i nostri valori o i nostri bisogni.

Questo fenomeno non accade soltanto a individui dalla fragile personalità o privi di autostima, ma può costituire la risultante di un'educazione troppo rigida, di modelli relazionali introiettati, di gentilezza d'animo e bontà che rendono difficile la comprensione
della differenza tra maleducazione e assertivita'.

Eppure, non saper mettere paletti e opporsi fermamente a quel che non si vuole può diventare causa di disagio e malessere profondi, può abbassare l'autostima, può farci sentire inadeguati e trasformarsi in un problema relazionale di non poco conto.

Proviamo a vedere insieme in quattro serate come funzionano e da dove hanno origine certe dinamiche, che caratteristiche presentano le persone che le vivono e cosa possiamo fare insieme per superarle.

Dalle h 19 alle h 22 su zoom il 10/17/25 novembre e 1 dicembre

Costo per le 4 serate 130 euro

Verranno rilasciati alla fine del corso una dispensa riassuntiva e un attestato di partecipazione.

Per iscrizioni e info cinziamammoliti@hotmail.com

16/10/2025

Per la maggior parte di noi è molto difficile capire che le emozioni vanno vissute, comprese, gestite e, soprattutto, comunicate....

16/10/2025
LA CHIAVE PER SPENGERE L'INFIAMMAZIONE CRONICA DELL'INTESTINO PERMEABILE 🦠🧬Molte persone convivono ogni giorno con uno s...
16/10/2025

LA CHIAVE PER SPENGERE L'INFIAMMAZIONE CRONICA DELL'INTESTINO PERMEABILE 🦠🧬

Molte persone convivono ogni giorno con uno stato infiammatorio latente, sintomi a grappolo e diagnosi complesse… senza sapere che alla base c’è un nemico silenzioso, ma potentissimo...l’intestino permeabile.

Oggi voglio accompagnarti passo dopo passo dentro questo tema, per aiutarti a capire cosa succede "davvero" quando la barriera intestinale si indebolisce, quali sono le cause più comuni, le conseguenze sul sistema immunitario e sul corpo intero… e soprattutto come possiamo invertire la rotta.

Quindo, cos’è l’intestino permeabile? Immagina il tuo intestino come un filtro intelligente, una membrana semi-permeabile. Lascia passare i nutrienti, le vitamine, gli elettroliti. Ma blocca tutto ciò che potrebbe fare danno, batteri, tossine ambientali, frammenti di cibo non digerito.

Quando questa barriera si rompe, a causa di stress, farmaci, dieta infiammatoria, infezioni o disbiosi, si aprono delle vere e proprie “falle” che permettono il passaggio di molecole indesiderate nel sangue. Il sistema immunitario, a quel punto, entra in allarme. Non capisce più cosa è amico e cosa è nemico. E reagisce con una risposta infiammatoria costante.

Ti suona familiare? Infiammazione, stanchezza cronica, nebbia mentale, dolori migranti, problemi digestivi, pelle reattiva, autoimmunità? L’intestino permeabile è spesso la scintilla che accende questo fuoco.

Nel nostro intestino vivono trilioni di microrganismi. Un ecosistema intero che dovrebbe essere dominato dai “buoni”, batteri protettivi, fermentanti, antinfiammatori. Ma la dieta moderna, i pestlcidi, gli antiblotici, lo stress e mille altri fattori alterano questo equilibrio. Nasce così la disbiosi.

Con la disbiosi, aumentano i patogeni opportunisti, batteri come Klebsiella, Citrobacter, Proteus, Morganella… molti dei quali producono istamina e innescano autoimmunità. E mentre loro si moltiplicano, i batteri benefici calano. È come un condominio in cui gli inquilini tossici hanno preso il sopravvento.

Quando la flora è alterata, anche la mucosa intestinale si indebolisce, le giunzioni si aprono, l’infiammazione si amplifica. È un circolo vizioso. E la permeabilità intestinale diventa il ponte che collega intestino e infiammazione sistemica.

Il nostro corpo è intelligente. Quando le cellule percepiscono una minaccia, che sia un batterio, una tossina, un’infezione o persino uno stress emotivo profondo, attivano una modalità chiamata “Cell Danger Response” (risposta di pericolo cellulare).

In pratica, le cellule smettono di produrre energia e si mettono in modalità difensiva. E finché il pericolo non passa, restano lì, come soldati in trincea. Il problema è che, quando il pericolo è cronico, anche la risposta resta attiva a lungo. Il corpo non riesce più a uscire dalla modalità “sopravvivenza” e resta bloccato nella disfunzione.

Indovina dove si attiva per primo questo meccanismo? Nell’intestino. E da lì parte l’onda... mitocondri in tilt, infiammazione costante, sistema immunitario iperattivo. Se non spegniamo questa risposta, l’organismo non riesce a guarire.

Ma c’è una buona notizia L’intestino può guarire, anche se sei in una condizione cronica, anche se hai provato mille protocolli, anche se sei iper-reattivo a tutto. Serve tempo, strategia, dolcezza… ma si può ricostruire.

E una delle chiavi più potenti che abbiamo oggi si chiama acido butirrico (ne abbiamo giá parlato piu volte). È un postbiotico, cioè un prodotto di scarto benefico che viene generato quando i tuoi batteri buoni fermentano la fibra. Ma attenzione, non è un integratore miracoloso è una molecola vitale.

L’acido butirrico nutre le cellule del colon, rinforza i mitocondri, ripara le giunzioni intestinali, abbassa le citochine infiammatorie, modula i linfociti T, riduce l’istamina e può persino calmare i mastociti.

In altre parole, è una chiave di accesso per uscire dal loop infiammatorio e recuperare una barriera intestinale funzionante.

Come aumentare l’acido butirrico in modo naturale:

1. Fermenta la tua fibra: Sì, la fibra è il carburante dei batteri buoni. Ma non esagerare, se hai una SIBO o sei molto reattivo, devi trovare il tuo “punto dolce”. Parti da fibre fermentabili leggere (come le verdure cotte) a piccole dosi, osserva come reagisci e vai per gradi.

2. Aggiungi prebiotici e postbiotici: Non bastano i probiotici, servono anche i loro metaboliti. I postbiotici, come butirrato, acetato e propionato, hanno effetti diretti sulla mucosa intestinale. Alcuni alimenti utili... kefir, verdure fermentate, kombucha, aceto di mele.

3. Sostieni i batteri giusti: Vuoi sapere chi produce acido butirrico? Faecalibacterium prausnitzii, Roseburia, Eubacterium, Anaerostipes. Se vuoi che questi lavorino, devi creare l’ambiente adatto, poco ossigeno, pH intestinale acido, assenza di infiammazione.

E se non riesco a produrne abbastanza?

Ci sono persone che hanno un intestino talmente compromesso che non riescono più a produrre ma nemmeno a tollerare ciò che serve a guarire. In questi casi, può essere utile un supplemento di butirrato già pronto.

Ma attenzione, non tutti i butirrati sono uguali, il migliore, a oggi, è il tributirrato, una forma ben assorbita che arriva fino al colon. Anche qui, si parte da una dose minima, una capsula a giorni alterni e si osservano le reazioni, si aumenta gradualmente, mooolto gradualmente.

Quando il danno intestinale è profondo, spesso abbiamo anche una carenza di IgA secretorie, anticorpi che vivono proprio nella mucosa e la proteggono. È come avere un esercito disarmato.

Qui entrano in gioco le immunoglobuline orali (non da latte ma da siero bovino), aiutano a neutralizzare tossine, a ridurre l’infiammazione e a ripristinare la funzione barriera. Ottime in caso di infezioni persistenti, H. pylori, SIBO e autoimmunità.

Vuoi dare una pausa all’intestino per rigenerarsi? Il digiuno intermittente può aiutare moltissimo. Non serve saltare pasti a oltranza, bastano 14-16 ore di stop, anche solo 2-3 volte a settimana. Questo permette ai mitocondri intestinali di “rigenerarsi” e riduce la pressione meccanica sulla mucosa.

Il digiuno stimola anche una pulizia cellulare chiamata mitofagia, che è fondamentale per la resilienza delle cellule intestinali. Meno stress, più riparazione.

L’alimentazione antinfiammatoria non è una moda, è un’arma. Se vuoi spegnere l’incendio intestinale, devi togliere la benzina. E la benzina sono gli zuccheri raffinati, i grassi ossidati, gli additivi, i pesticidi, le farine raffinate, i cibi reattivi.

Al loro posto, brodi, verdure cotte, radici, zuppe, pesce selvatico, olio extravergine, avocado, erbe, infusi. Pochi ingredienti, tanta densità nutritiva. E se hai intolleranze? Parti dal basso, poi ricostruisci. Il corpo sa cosa fare, se lo ascolti.

Mai dimenticare questo, l’intestino è innervato, se sei in stress costante, in simpatico attivato, in allerta continua… il tuo intestino non può guarire. Punto. Rilassare il nervo vago, respirare, dormire, ascoltarsi, stare in natura, ricevere tocco, parlare col cuore: tutto questo fa parte del protocollo. Non è “new age”, è biologia.

L’intestino permeabile non è solo un “problema intestinale”. È una crepa nella barriera più importante del nostro corpo. È l’ingresso attraverso cui si infila l’infiammazione cronica, l’autoimmunità, la stanchezza, la confusione mentale, la sensibilità a tutto.

Ma, e lo dico con convinzione, si può invertire la rotta. Il corpo sa guarire, se glielo permettiamo e il protocollo di riparazione dell’intestino permeabile è una delle strade più potenti per riaccendere la vita.

Patrizia Coffaro

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