BenePsicologico - Rosanna Di Cosmo Psicoterapeuta e terapeuta Emdr

BenePsicologico - Rosanna Di Cosmo Psicoterapeuta e terapeuta Emdr Psicologa e Psicoterapeuta approccio integrato (AT, psicodinamico, gestalt, cognitivo-comportamentale, umanistico-esperienziale). Terapeuta EMDR.

Psicologa Psicoterapeuta
via Gasperina, Roma
via Cavour, Nettuno

"...È quando tutto si tace, a battaglia finitaChe riconosci che è oro ogni feritaE ti sorprendi nell'atto di benedireTut...
12/03/2025

"...È quando tutto si tace, a battaglia finita
Che riconosci che è oro ogni ferita
E ti sorprendi nell'atto di benedire
Tutto il dolore e la forza di farlo fiorire..." 💕

E RESTA IL GRANO (Squilibri Ed.)ERICA BOSCHIERO e NERI MARCORE'SCARICA TESTO, ACCORDI E SPARTITO QUI: http://www.ericaboschiero.it/site/wp-content/uploads/20...

26/02/2022

- Nonna, non riesco a lasciar andare...
- Non ci riesci perché pensi che lasciare andare vuol dire morire. E invece vuol dire nascere. Ad una vita nuova. Pensa alla donna che sta per partorire: per far nascere suo figlio lo deve lasciare andare. Deve guidarlo fuori di sé e donarlo al mondo. Altrimenti muore.
- Come si fa a lasciar andare?
- Impara dalla donna che sta dando alla luce la sua creazione: apri il tuo corpo, la tua bocca e soprattutto il tuo cuore. E fatti strumento di questo lasciar andare. Con fermezza, determinazione e forza d'animo. Non resistere a questo richiamo, non chiudere il tuo corpo, non fuggire da questo compito. Non trattenere ciò che è giusto si allontani da te. Morirebbe. E non si creerebbe dentro di te lo spazio necessario per una vita nuova.
- Non è facile nonna...
- Perché ti ostini a pesare il tuo valore in base a quanto riesci a trattenere. Quando invece è il contrario. Più sei leggera, libera e vuota, più la tua luce interiore ha lo spazio per poter espandersi e avvolgerti. E allora capirai che lasciare andare è un dono. Che stai facendo a te stessa.

[Elena Bernabè]

Dipinto di Ikuyo Yasuda, "Mother and Child with Pomegranate"

08/01/2022

"L'enorme potenziale generativo che deriva dal toccare gli altri in maniera profondamente umana, dall’umanizzare la vita, dall’esplorare cosa si voglia dall’altro e come si contribuisca, in questo, alla vita dell’altro, mette a contatto con la propria solitudine esistenziale.
Il che significa che l’esistenza è gettata nella propria libertà, o meglio nella responsabilità assoluta della propria libertà.
Che atto sarebbe, quello che rimanesse subordinato all’iniziativa dell’altro? Come potrebbe, un atto degno di questo nome, trovare il suo fondamento, appoggiarsi, sostenersi, reggersi sulla volontà dell’altro? Un atto infatti è tale se trova il suo fondamento in sé stesso. Solo in questo modo può svelare la totale inesistenza dell’Altro o, come direbbe Sartre, il nostro essere soli e senza scuse, consegnati al peso di una responsabilità illimitata.
Gli individui terrorizzati dalla propria solitaria vulnerabilità tentano di mitigare il terrore attraverso modalità interpersonali rigide e coatte: hanno bisogno degli altri per affermare la propria esistenza; bramano di essere incorporati da altri più grandi di loro; cercano di alleviare l’angoscia incorporando gli altri, legami sessuali multipli, frenesia nel lavoro e bisogno di costante movimento.
L’individuo si fa avanti non perché vuole ma perché deve, cosicché la relazione rimanga bloccata sul tema della sopravvivenza, trascurandone invece la crescita.
Gli individui, sono spesso isolati dagli altri o da parti di loro stessi, ma ciò non va confuso con la solitudine esistenziale. Essa si riferisce ad un abisso incolmabile tra un individuo e ogni altro essere, ma anche ad un isolamento più fondamentale, una separazione tra l’individuo e il mondo.
Nella misura in cui si è responsabili della propria vita, si è soli.
L’esserne consapevole significa abbandonare la credenza che ci sia un altro a proteggerci e a crearci.
Ciò implica un’esperienza di profonda impotenza, dettata da quello che Heidegger (1927) definiva come “essere gettati soli” nell’esistenza.
Nessuna relazione può eliminare la solitudine. Ciascuno di noi è solo nella sua esistenza. Yalom (1980) afferma: “Se siamo in grado di riconoscere le nostre situazioni isolate nell’esistenza, saremo in grado di rivolgerci amorevolmente verso gli altri. Se siamo sopraffatti dal terrore, davanti all’abisso della solitudine, non porgeremo la mano agli altri, ma invece ci sbracceremo scomposti per non annegare nel mare dell’esistenza”.
Una parte fondamentale del percorso terapeutico, perciò, risulta proprio aiutare il paziente a confrontarsi con la propria solitudine, con la propria libertà e con la propria responsabilità.
Clark Moustakas (1961), affermava: “Nell’essere solo, l’individuo si realizza nella solitudine, e crea un senso di relazione fondamentale con gli altri”.
La solitudine, invece di separare l’individuo o di causare una rottura o una divisione del sé, espande la sua interezza, la sua percettività, sensibilità e umanità. L’individuo sperimenta nuovi aspetti di sé, si relaziona agli altri in quanto persone reali, impara che il potenziale per l’amore esiste dentro di sé, aprendosi non soltanto all’altro, ma anche a sé stesso. Nell’esperienza di terapia, non importa che la relazione sia temporanea, ma quando l’esperienza dell’intimità è permanente anche l’esperienza della scoperta di sé lo sarà altrettanto e non potrà mai essere eliminata. Esiste nel proprio mondo interiore a ricordare il potenziale di ciascuno per raggiungere l’intimità. Quando l’esperienza dell’intimità è permanente, l’individuo riconosce i limiti della relazione, ovvero ciò che si può ottenere dagli altri, ciò che non si può ottenere, ma soprattutto incontra l’altro su un piano umano come fratello con cui condividere un irrevocabile solitudine."

11/12/2021

Sto imparando a non reagire a tutto ciò che mi dà fastidio.
Sto imparando che non ho bisogno di ferire chi mi fa del male.
A volte il massimo segno di maturità, è allontanarsi da tutto ciò che provoca disagio e turba la pace interiore.
Sto imparando che l’energia che spendo per reagire a tutte le cose su cui mi ostino, mi esaurisce e mi impedisce di concentrare le energie su cose utili per me.
Sto imparando che non posso piacere a tutti, e va bene così.
Sto imparando che non reagire non significa acconsentire,
ma evitare discussioni inutili.
Sto imparando ad apprendere le lezioni della vita, apprendendo da chi è diverso da me.
Sto scegliendo di provare ad essere migliore.
Sto scegliendo la mia tranquillità, perché è quello di cui ho davvero bisogno.
Non voglio più drammi. Non ho bisogno di nessuno che mi faccia sentire come se non fossi abbastanza.
Sto imparando a scegliere di volere litigi e discussioni.
Vado oltre, non ci sono.
Sto imparando che, di tanto in tanto, non dire nulla, dice tutto.
Sto imparando che rispondere a provocazioni, mi fa male e dà potere a un’altra persona sulle mie emozioni.
Non posso controllare ciò che dicono gli altri, ma posso decidere come reagire, come gestire e scegliere se hanno o meno importanza per me.
Sto imparando che la maggior parte delle volte queste situazioni non dicono nulla su di me, ma molto sull’altro.
Sto imparando semplicemente ad amarmi, e non a distruggermi.
A volte è meglio lasciar perdere, lasciare andare le persone, se questi rapporti non hanno la forza di esistere da soli senza troppe spiegazioni.
Sto imparando che la vita diventa più semplice quando non mi concentro su ciò che sta accadendo intorno a me...
ma piuttosto su me stessa.
Lavorare su di me e per la mia pace interiore, mi fa capire che non reagire ad ogni piccola cosa che mi dà fastidio, è il primo passo per vivere una vita sana e più felice.
(Debora Doca)

Perdersi per ritrovarsi
23/06/2020

Perdersi per ritrovarsi

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