08/01/2022
"L'enorme potenziale generativo che deriva dal toccare gli altri in maniera profondamente umana, dall’umanizzare la vita, dall’esplorare cosa si voglia dall’altro e come si contribuisca, in questo, alla vita dell’altro, mette a contatto con la propria solitudine esistenziale.
Il che significa che l’esistenza è gettata nella propria libertà, o meglio nella responsabilità assoluta della propria libertà.
Che atto sarebbe, quello che rimanesse subordinato all’iniziativa dell’altro? Come potrebbe, un atto degno di questo nome, trovare il suo fondamento, appoggiarsi, sostenersi, reggersi sulla volontà dell’altro? Un atto infatti è tale se trova il suo fondamento in sé stesso. Solo in questo modo può svelare la totale inesistenza dell’Altro o, come direbbe Sartre, il nostro essere soli e senza scuse, consegnati al peso di una responsabilità illimitata.
Gli individui terrorizzati dalla propria solitaria vulnerabilità tentano di mitigare il terrore attraverso modalità interpersonali rigide e coatte: hanno bisogno degli altri per affermare la propria esistenza; bramano di essere incorporati da altri più grandi di loro; cercano di alleviare l’angoscia incorporando gli altri, legami sessuali multipli, frenesia nel lavoro e bisogno di costante movimento.
L’individuo si fa avanti non perché vuole ma perché deve, cosicché la relazione rimanga bloccata sul tema della sopravvivenza, trascurandone invece la crescita.
Gli individui, sono spesso isolati dagli altri o da parti di loro stessi, ma ciò non va confuso con la solitudine esistenziale. Essa si riferisce ad un abisso incolmabile tra un individuo e ogni altro essere, ma anche ad un isolamento più fondamentale, una separazione tra l’individuo e il mondo.
Nella misura in cui si è responsabili della propria vita, si è soli.
L’esserne consapevole significa abbandonare la credenza che ci sia un altro a proteggerci e a crearci.
Ciò implica un’esperienza di profonda impotenza, dettata da quello che Heidegger (1927) definiva come “essere gettati soli” nell’esistenza.
Nessuna relazione può eliminare la solitudine. Ciascuno di noi è solo nella sua esistenza. Yalom (1980) afferma: “Se siamo in grado di riconoscere le nostre situazioni isolate nell’esistenza, saremo in grado di rivolgerci amorevolmente verso gli altri. Se siamo sopraffatti dal terrore, davanti all’abisso della solitudine, non porgeremo la mano agli altri, ma invece ci sbracceremo scomposti per non annegare nel mare dell’esistenza”.
Una parte fondamentale del percorso terapeutico, perciò, risulta proprio aiutare il paziente a confrontarsi con la propria solitudine, con la propria libertà e con la propria responsabilità.
Clark Moustakas (1961), affermava: “Nell’essere solo, l’individuo si realizza nella solitudine, e crea un senso di relazione fondamentale con gli altri”.
La solitudine, invece di separare l’individuo o di causare una rottura o una divisione del sé, espande la sua interezza, la sua percettività, sensibilità e umanità. L’individuo sperimenta nuovi aspetti di sé, si relaziona agli altri in quanto persone reali, impara che il potenziale per l’amore esiste dentro di sé, aprendosi non soltanto all’altro, ma anche a sé stesso. Nell’esperienza di terapia, non importa che la relazione sia temporanea, ma quando l’esperienza dell’intimità è permanente anche l’esperienza della scoperta di sé lo sarà altrettanto e non potrà mai essere eliminata. Esiste nel proprio mondo interiore a ricordare il potenziale di ciascuno per raggiungere l’intimità. Quando l’esperienza dell’intimità è permanente, l’individuo riconosce i limiti della relazione, ovvero ciò che si può ottenere dagli altri, ciò che non si può ottenere, ma soprattutto incontra l’altro su un piano umano come fratello con cui condividere un irrevocabile solitudine."