10/12/2025
Come ti distruggo la Tradizione con la dualità…
BABBO NATALE, ALIAS IL DIAVOLO, ALIAS LA BEFANA
di Paolo Boccuccia
Quelli di dicembre sono i giorni nei quali, nella planetaria febbre consumistica di una civiltà mercantile, imperversa l’universale fantoccio che da noi è Babbo Natale ma che in chiave mondialista è denominato Santa. Dall’America al Giappone, dalla Nuova Zelanda alla Norvegia nel mese di dicembre si festeggia una ricorrenza la cui origine religiosa si è persa nei paesi cristiani, mentre non se ne è mai avuta nozione negli altri.
Il protagonista della festa non è il neonato di Betlemme della favola cristiana ma un florido vecchione del quale se l’abbigliamento ne denuncia una origine molto nordica, il nome Santa Claus (contratto in Santa nell’uso universale) lo identifica con un personaggio meridionale, San Nicola, ossia Nikolaus di Mira, nato in Asia Minore nel IV secolo e divenuto vescovo di Mira nella Licia, il cui culto cominciò a diffondersi quando le sue reliquie furono trasportate a Bari nel 1087 divenendo così il patrono del capoluogo pugliese. Il santo cristiano è stato quindi trasformato in un vecchio dalla folta barba bianca che abita al Polo Nord e che nella notte di Natale porta doni ai bambini, trasportandoli con una slitta tirata da un equipaggio di renne e deponendoli accanto al camino, dalla cui canna egli scende col suo sacco colmo di dolci e giocattoli.
Tuttavia, questa strana figura di nonno benefico, abbigliato con un costume rosso vagamente da lappone, non ha nulla da spartire con l’antico dignitario ecclesiastico della storia. Santa Claus (San Nicolaus) ed il vescovo di Mira hanno in comune solo il nome, Nicola, o meglio il suo abbreviativo Nick che fu rimosso dal personaggio nordico trasformandolo in Claus per aferesi. In realtà, Babbo Natale, alias Santa, è Nick o meglio Old Nick, Nick il Vecchio, altro nome di Old H***y, il vecchio dalle Corna della tradizione britannica. E che altri non è che il Diavolo.
Nelle antiche leggende dei paesi settentrionali, il Diavolo viene dal Nord estremo (il Polo nord), il regno delle tenebre e del freddo; indossa un completo di pelliccia rossa (il colore del fuoco dell’inferno) e guida un tiro di renne, animali cornuti su cui si è trasferita una delle caratteristiche del demonio e scende dai camini sporcandosi di fuliggine; per questo è chiamato Black Jack, Black Man, Black Peter (anche Peter Pan scende dai camini e si sposta in aria volando come la slitta di Santa Claus). Porta con sé un gran sacco nel quale infila i bambini che rapisce e confina all’estremo nord; in quanto Diavolo, egli è anche Pellegrino per rovesciamento del significante positivo (il pio itinerante ad un santuario) in quello negativo.
Nella prima metà del XIX secolo, si operò la trasformazione dell’antico demone nordico nell’icona natalizia del vecchione benevolo il cui unico compito è quello di portare doni ai bambini la notte del 25 Dicembre: mito piccolo-borghese generatosi in seno alla cultura biedermeier per rovesciamento nell’opposto di una figura demoniaca angosciante. E ciò per via di due diverse e concomitanti motivazioni. Da un lato, a seguito alla rivoluzione illuministica del secolo precedente, la pressione dell’ideologia religiosa ortodossa, sia cattolica che riformata, si allentò e la data del 25 Dicembre restò in parte svuotata del contenuto cristiano mentre si riempì di un vecchio mito mitteleuropeo i cui contenuti angoscianti furono rimossi e, come detto, rovesciati nell’opposto.
Dall’altro, in coerente con la situazione socio-politica del momento, si affermò un ceto medio, voglioso di dimenticare i fatti tumultuosi della Rivoluzione francese e del successivo impero napoleonico, e più attento all’avvento della Rivoluzione industriale, che nell’evoluzione dello stile proponeva prodotti funzionali, dalle linee semplici e, quindi, facilmente industrializzabili. Così, un bisogno generalizzato di quieto vivere depotenziò ed edulcorò le produzioni fantastiche medioevali in una prospettiva buonista, e perciò trasformò il diavolo in santo ed il rapitore di bimbi in munifico vecchione.
L’antico contenuto fobico della figura demoniaca venne, perciò, annullata in maniera radicale trasformando il Vecchio Nick da spavento dei bambini, da Uomo nero che li rapisce e “li tiene un anno intero”, in San Nicola: operazione chirurgica estrema che, tuttavia, non poteva non lasciare un residuo irremovibile di negatività, un fondo di paura profondamente occultata dal grasso fantoccio del Santa Claus tutto bonomia e generosità della nuova mitologia natalizia.
In tal modo, accanto al vecchione rubizzo e bianco-barbuto venne posta l’icona della Befana, traslazione del termine Epifania (arrivo, venuta) collegata nel mito cristiano all’arrivo dei “tre Re Magi” che portano doni al divino fanciullo. Ancora quindi un personaggio benefico e, chiaramente, un duplicato del San Nicola natalizio: stavolta il Vecchio Nick si presenta al femminile e con un aspetto decisamente meno rassicurante.
La vecchia Befana, simile in tutto all’aspetto della Strega medievale, fattrice di malvagi incantesimi ed alleata del demonio, rappresenta nel suo aspetto esteriore quel fondo incoercibile di minaccia che non era stato possibile cancellare dall’icona di Santa Claus. Il demonio, infatti, può assumere qualsiasi forma, mancandone di una propria specifica: puro spirito nel mito, pura angoscia nella realtà, egli può presentare l’icona del nano e del gigante, dell’uomo e della donna, del bambino e del vecchio come un perfetto mutaforma, che assume ogni aspetto di essere vivente, compreso quello di animale.
A sua volta, la Befana vola a cavalcioni del ma**co di una scopa, che altro non è che la trasposizione in chiave femminile del bordone del diavolo-pellegrino il quale, in questo suo duplice aspetto di pericoloso demone e di benevolo compagno di viaggio, e più in generale nel suo ambiguo manifestarsi in un capriccioso alternarsi di burle malevoli e di favori inaspettati, nel suo alterno passare da un travestimento all’altro, ci riporta all’arcaica, universale figura del trickster, l’”imbroglione”, il “burlone” quale è espresso dalle leggende e dal folklore dell’intera umanità.
Uno spirito senza sesso e senza età, persino senza una forma antropica propria, né propriamente cattivo né propriamente buono: capriccioso, ironico, allegro mascalzone che si diverte a spaventare i viandanti ma anche a beneficiarli rivelando loro nascondigli di tesori, opportunità di successo, notizie sconvolgenti e segrete.
Ad ogni buon conto, il folkloristico antenato è senz’altro più significativo ed interessante dell’attuale Santa globalizzato e non tanto perché quest’ultimo è banale e melenso come il suo prototipo ottocentesco, quanto perché divenuto prodotto commerciale, invasivo delle nostre giornate dicembrine e gran bevitore di Coca Cola negli spazi televisivi; riprodotto in mille oggetti dozzinali, reso tanto meschino dalla macchina della promozione pubblicitaria da perdere qualsiasi pur remoto valore e divenuto l’icona più insulsa e più meccanica, più ripetitiva e più noiosa della storia dell’umanità….
(Articolo integrale di Paolo Boccuccia, pubblicato sul Nuovo Giornale Nazionale)