16/04/2026
Scorri.
E la senti.
Acredine.
Livore.
Bile.
Frustrazione.
Insoddisfazione.
Parole che feriscono, toni che graffiano,
commenti che sembrano arrivare da molto più lontano di quello che dicono.
È facile fermarsi li.
Dire: "che cattiveria".
Ma a volte...
non è solo questo.
C'è una frustrazione che non trova voce.
Un'insoddisfazione che resta sotto pelle.
Un pieno che non riesce a svuotarsi.
E allora esce così.
Contro qualcuno.
Su qualcosa.
Nel modo più veloce possibile.
Come ci ricorda Wilhelm Reich, ciò che non può essere espresso... resta nel corpo.
E quando resta troppo a lungo, trova altre vie.
A volte più dure.
A volte più taglienti.
Anche Stephen Porges ci aiuta a leggere questo: quando il sistema nervoso non si sente al sicuro, può attivarsi in modalità difensiva.
E in quella attivazione, l'altro non è più un incontro.
Diventa un bersaglio.
E sì, a volte è inconsapevole.
Ma non sempre.
Ci sono anche momenti in cui si sceglie.
In cui si sa.
E proprio per questo diventa ancora più importante fermarsi.
Questo non giustifica.
Ma aiuta a vedere.
Perché dietro il livore, spesso c'è qualcosa che non è stato ascoltato.
E che continua a cercare una via.
E allora la domanda, forse, cambia.
- dove finisce tutto quello che non riusciamo a sentire?
- e in che modo, a volte, lo riversiamo fuori?
Forse il punto non è diventare "più buoni".
Ma più consapevoli.
Perché ciò che non riconosciamo dentro, troverà sempre un modo per uscire fuori.
E a volte basta un attimo.
Prima di reagire.
E chiedersi: “questa cosa che sto per dire... da dove arriva davvero?”