12/01/2026
Molte persone convivono con una sofferenza difficile da nominare.
Non perché non sia reale, ma perché per molto tempo è stata minimizzata, negata o ignorata.
Quando le emozioni non vengono riconosciute, l’organismo si adatta.
In psicologia si parla di invalidazione emotiva quando ciò che si prova viene svalutato o non trova spazio. Queste esperienze possono rendere più vulnerabili, perché il sistema emotivo impara a funzionare in assenza di sicurezza e contenimento.
La ricerca mostra che, senza risposte emotive sintonizzate, diventa più difficile regolare le emozioni. Nel tempo possono emergere vergogna, autocritica e senso di inadeguatezza.
Spesso la sofferenza maggiore non riguarda ciò che è accaduto, ma l’essere stati soli mentre si stava male.
In terapia lavoriamo su queste esperienze perché continuano a influenzare il modo in cui una persona si percepisce nel presente.
L’EMDR permette di rielaborare esperienze emotivamente cariche che restano attive, mentre la Compassion Focused Therapy sostiene lo sviluppo di un modo più sicuro e meno giudicante di stare con se stessi.
Dare un nome a queste esperienze non significa etichettare.
Significa comprendere come certe difficoltà si sono costruite e come oggi possano essere affrontate con maggiore cura.
Se ti riconosci in queste parole, non è perché c’è qualcosa di sbagliato in te.
È possibile che tu ti sia adattato nel modo migliore a un ambiente che non offriva ciò di cui avevi bisogno.
Cosa cambia quando inizi a guardare le tue difficoltà come risposte comprensibili, invece che come difetti personali?
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