Silvio Remedi Psicologo e Psicoterapeuta

Silvio Remedi Psicologo e Psicoterapeuta consulenze e terapia individuale, di coppia, familiare e in gruppo

13/05/2024

Cenni di Gestalt. Come lavoro.

17/05/2022

La meditazione è spazio, sorpresa, forza.

Avevo 19 anni quando un amico di qualche anno più grande mi propose di sperimentare una pratica meditativa; siccome a quel tempo facevo di tutto per mettere a tacere pensieri, impulsi, sensazioni, l’idea mi piacque! Provai solo un paio di volte, però. Era troppo difficile; la mia mente era come “un gatto selvatico legato a un palo”. Eppure, solo per qualche istante, mi parve di cogliere una sensazione di calma che si accompagnava a una respirazione più profonda e regolare. Sarebbero passati dieci anni prima che provassi di nuovo.

Mi ero da poco trasferito a Roma quando comprai dei testi sulla meditazione tibetana e zen, andai qualche volta in un dojo zen, poi iniziai a meditare regolarmente da solo. Decisi anche di scrivere la mia tesi di laurea sulle filosofie orientali.

E’ una pratica che si può fare ovunque e in qualsiasi momento.
Essere presenti a se stessi e, allo stesso tempo, a ciò che ci circonda, respirare più lentamente e profondamente. E osservare i pensieri, le sensazioni, le emozioni. Come se fossimo spettatori in una sala cinematografica.
Sentire l’angoscia, la paura, la rabbia, la vergogna (“Lascia fluire il dolore, ché la felicità è senza limite, e va e viene”), ma anche l’euforia, la speranza, il desiderio.
Non respingere i pensieri negativi così come non attaccarsi a quelli positivi. Non giudicarli. Noi non siamo i nostri pensieri. La mente mente: racconta storie parziali o distorte (“Non sono le cose a spaventarci, sono le idee che abbiamo delle cose”).

Ogni volta che vi accorgete di essere avvinghiati a un pensiero o a un’idea fissa, toccateli con gentilezza e precisione, riconosceteli, respirate, tornate a voi, al centro. Guardateli sciogliere come neve al sole. Alcuni sono chiazze di neve, si scioglieranno presto. Altri sono pezzi di ghiaccio, ci vorrà di più; ma anch’essi, con la costanza, si scioglieranno.

La meditazione riflette le stesse dinamiche di un’esistenza interpsichica e intrapsichica equilibrata: inutile fuggire di fronte alle difficoltà, distraendosi col rumore, la frenesia, l’eccesso nel lavoro, nel sesso, col cibo, l’abuso di sostanze o psicofarmaci. Inutile mettere la testa sotto la sabbia. Le difficoltà non spariranno, anzi.

Stare. Respirare con calma e profondità. Non c’è altro. Il passato è passato. Il futuro ancora non è. La realtà è qui, adesso.

16/10/2021

IO E L'ALTRO: PERCORSI DI INTEGRAZIONE NEL GRUPPO CLASSE

Premessa

Il progetto si pone come obiettivo l'agevolazione e/o il miglioramento delle dinamiche all'interno del gruppo-classe, della consapevolezza delle differenze, e della possibilità di condividere uno spazio comune in modo funzionale.

Si promuoverà uno spazio di riflessione e interazione, protetto e non-giudicante, in cui sarà possibile intraprendere un percorso di crescita e consolidamento delle proprie competenze relazionali.

Gli incontri pratico-esperienziali si propongono, attraverso l'uso di tecniche integrate, di offrire agli alunni un'occasione per sperimentarsi con nuove modalità di contatto; si intende suggerire la consapevolezza di bisogni e risorse, l'elaborazione di situazioni conflittuali, ampliando così la gamma di possibilità comportamentali e decisionali del/lla giovane, nel rispetto del rapporto con il gruppo e con se stesso/a.

Obiettivi

- Stimolare e consolidare la capacità dell'alunno/a di elaborare ed organizzare i propri strumenti, strategie e piani operativi per il superamento del disagio e delle inevitabili difficoltà della vita in gruppo.

- Superamento delle barriere comunicativo-relazionali e dell'isolamento, attraverso la libera espressione del proprio mondo interiore, il dialogo e la conoscenza delle risorse e dei limiti di ogni gruppo umano o contesto sociale.

Contenuti

- Lo spazio interpersonale come contenitore: diritto di esistere, piacere di esserci.

- Rituali e schemi: l'affrancamento dagli automatismi e dalle stereotipie relazionali disfunzionali.

- Grounding e radicamento: la fermezza e l'assertività.

- Siamo tutti nella stessa barca: collaborazione e interdipendenza

- IO e TE: le differenze come ricchezza, scoprirsi simili nella distanza.

Metodologia

Una prima fase prevede la conoscenza tra i conduttori del laboratorio e gli alunni, come fondamento del clima di fiducia e cooperazione.

Le discussioni e il confronto si svolgeranno nel rispetto delle necessità degli alunni che saranno lasciati liberi di decidere come e quando interagire. La nostra esperienza ci insegna che la via maestra per una partecipazione autentica da parte di tutti gli alunni è la libertà e la tranquillità nel potersi esporre secondo i loro bisogni, possibilità, e tempi.
E la partecipazione di tutti, se non spinta o frettolosamente suggerita, non tarda ad arrivare.

Nel nucleo pratico-esperienziale del laboratorio verranno agevolati, nel qui ed ora, i processi di autoconoscenza e sperimentazione.

Le attività si svolgeranno sotto forma di laboratorio esperienziale, attraverso l'utilizzo di circle-time, role-playing, simulate e tecniche di drammatizzazione

Nei workshops e nei gruppi di lavoro verranno utilizzate tecniche integrate:

- gestaltiche (Perls, F., 1972, 1977);
- psicofisiologiche (Ruggieri, V., 1987, 1988, 1999)
- psicosociologiche (Carli, R., 1993, 2002);

Modalità

Gli incontri dureranno due ore e avranno una periodicità settimanale per ogni classe.
A seconda della disponibilità di spazi dell'istituto scolastico, si potranno formare gruppi composti da due classi.

Tempi d'attivazione

15 giorni dalla data di conferma

16/10/2021

Rabbia e Assertività.

Premessa

Questo workshop è stato ideato con l'intenzione di agevolare i processi di conoscenza e polarizzazione di questi due aspetti della vita che spesso vengono confusi e sovrapposti.

La rabbia è un collante psicofisiologico che difende l'Io nei momenti di fragilità, ma molto spesso, se espressa brutalmente, può rivelarsi disfunzionale. E il conto da pagare in genere è salato.

Al contrario l'assertività è la capacità di proteggere uno spazio, di fronteggiare un interlocutore con fermezza e lucidità. Una buona assertività è sempre intelligente e consapevole del contesto, e di come poterne trarre il massimo vantaggio.

L'assertività è rinvigorente; la rabbia è spesso disperata, ottusa e stancante.

L'intento del workshop è quello di fornire ai partecipanti la possibilità di canalizzare la rabbia e utilizzarla senza esserne sopraffatti. L'assunzione di responsabilità e lo sviluppo del senso etico sono elementi fondamentali di questa trasformazione.

Obiettivi

- Arricchire il bagaglio comportamentale dei partecipanti e quindi la loro efficacia comunicativa

- Fornire una nuova consapevolezza dei meccanismi psicofisiologici che portano prima all'irritazione, poi alla rabbia.

- Favorire il riconoscimento di copioni personali che l'individuo utilizza a suo sfavore

- Comprensione delle differenze individuali e delle possibili intese.

- Lavoro psicofisiologico su postura, sguardo, impostazione della voce, stile respiratorio e stile di gestione delle tensioni muscolari

Contenuti

- Chi sono, da dove vengo, dove e da chi ho imparato a difendermi

- Schemi corporei e risposte stereotipate: il gusto amaro del loop

- Come riconoscere l'irritazione crescente e placarla attraverso le tensioni muscolari

- Strategie e improvvisazione: a ognuno il suo

- Cosa vede l'altro, cosa sente l'altro

- Dalla ragione al torto: il confine etico

- L'assertività è sempre, innanzitutto, fatta di corpo.

Metodologia

Le attività pratiche si svolgeranno nel rispetto delle necessità dei partecipanti che saranno lasciati liberi di decidere come interagire, quando, se interagire. Si auspica comunque una disponibilità all'apertura e al contatto come via maestra per l'auto-consapevolezza e l'empowerment.

Le attività si svolgeranno sotto forma di laboratorio esperienziale, attraverso l'utilizzo di circle-time, role-playing, simulate e tecniche di drammatizzazione.

Verranno utilizzate tecniche integrate:

- psicofisiologiche (Ruggieri, V., 1987, 1988, 1999, 2001; Ruggieri, V., e Fabrizio, M.E., 1995; Ruggieri, V., Della Giovampaola, S., Fabrizio, M.E., 2004),
- gestaltiche (Perls, F., 1972, 1977);
- psicosociologiche (Carli, R., 1993, 2002);
- costruttiviste (Kelly, G.A., 1965; Maturana, H., e Varela, F., 1985);

Modalità

Gli incontri dureranno due ore e avranno una periodicità settimanale.
Massimo numero di partecipanti: 10.

Conduttore

Dott. Silvio Remedi, Psicologo e Psicoterapeuta.

16/10/2021

Nulla è più pericoloso di un’idea.
Se è l’unica che avete.
(Roger von Dech)

LA DIAGNOSI COSTRUTTIVISTA IN PSICOLOGIA CLINICA

(di Maria Armezzani)


“Fare una diagnosi” può significare molte cose diverse. Si può pensare alla diagnosi come a un processo che conduce a definire la patologia del paziente attraverso la rivelazione di sintomi o, nel caso di una diagnosi di personalità, come a una serie di operazioni finalizzate a individuare i “tratti” di una persona attraverso la registrazione dei suoi comportamenti.

Questo “fare” può essere guardato, però, anche come un dare senso alla realtà. Più che una valutazione della reale situazione del paziente, la diagnosi potrebbe essere un modo di dar vita a qualcosa che prima non c’era, una creazione di situazioni ed eventi, di cui lo psicologo potrebbe scoprirsi responsabile in prima persona.

Se la realtà è il prodotto del nostro modo di guardarla e di nominarla, il modo in cui guardiamo e nominiamo le persone contribuisce a produrre, piuttosto che a scoprire, la loro realtà.
I manuali come il DSM servono al professionista come base sicura per emettere diagnosi nel semplice confronto tra la constatazione di sintomi comportamentali e le classificazioni standard, condivise dalla comunità dei professionisti.

In questo modo si crede di compiere, come ripetutamente dichiarato dagli autori di tali manuali, un semplice atto descrittivo, una mera registrazione dei dati di fatto. Il lavoro del diagnosta consiste, in pratica, nell’includere o escludere la possibilità di appartenenza dei comportamenti del malato alla sindrome presa in considerazione.
Tuttavia, se si considera il linguaggio di tali manuali, diventa evidente che esso non è affatto imparziale. Quando, per esempio, come elemento essenziale per la diagnosi di “Episodio Depressivo Maggiore” si indica l’osservazione che “il soggetto può perdere la capacità di funzionare dal punto di vista sociale e lavorativo” (APA, 2000, p.381), si dà per scontato il valore di “funzionamento” delle persone; o quando come criterio della diagnosi di “Episodio Maniacale” si parla di “un’autostima ipertrofica” o di umore “anormalmente e persistentemente elevato” o di “eccessivo coinvolgimento in attività ludiche”(APA, 2000, p.388), è evidente il riferimento a una norma implicita.

Per questi ordini di motivi sono in molti a ritenere, e non da oggi, che “la diagnosi non ha un funzionamento neutrale, di semplice descrizione. Essa traduce un giudizio di principio. Comunica un deficit di valore” (Gergen, McNamee, 2000, p.337). Stanley e Ruskin (2002) sottolineano, inoltre, l’aspetto umiliante che può assumere il giudizio diagnostico per la persona, ma a questo proposito, già Jaspers (1913, p.472) aveva rivelato che “la classificazione e la determinazione della natura di un individuo significa una soluzione che, a rifletterci bene, è offensiva e interrompe la comunicazione”.
Il problema principale sollevato oggi da alcune prospettive è, tuttavia, di ordine diverso e riguarda la costruzione di “entità nosografiche” compiuta dalle operazioni diagnostiche.
Secondo Gergen (1994), “non c’è alcun modello di malattia a cui si attengano i professionisti; piuttosto, la concezione di malattia funziona in modo tale da connettere l’ambito professionale e quello culturale in una rete di attività che si sostengono mutualmente” (p.155).

Ciò che Gergen e, con lui, molti altri autori del costruzionismo sociale (Burr,1995; Newman e Holzman, 1996; Kutchins e Kirk, 1997) hanno messo in evidenza è il potere del linguaggio di generare significati che, proprio in quanto condivisi, diventano forme di realtà acquisite e date per scontate.

Basti pensare alla sorte di certe emozioni universalmente condivise come la paura, l’entusiasmo, la tristezza, non appena queste siano fagocitate da un certo linguaggio tecnico della psicologia o della psichiatria. La paura diventa “fobia”, l’entusiasmo “iperattività o ipomania”, la tristezza diventa “sintomo depressivo”, dove il termine di confronto è fornito da un ipotetico stato di adattamento alla realtà, impersonato da un altrettanto ipotetico individuo medio.
In questa “patologizzazione della vita quotidiana” (Burr e Butt, 2000), il potere del linguaggio professionale di creare realtà è visibile e ben noto; una volta che sia stata definita la cornice di tali realtà attraverso una puntuale elencazione di sintomi e circostanze non è difficile, per molte persone che attraversano le inevitabili difficoltà della vita, riconoscersi in quelle descrizioni e identificarsi con quella “patologia”.

Per questo Gergen, Hoffman e Anderson (1996) si chiedono se la diagnosi tradizionale non sia un “disastro”. Perché, una volta che una persona sia stata definita in qualche modo attraverso un’etichetta diagnostica, e una volta che si sia definita essa stessa – per un gioco di rimandi interpersonali – come “quella cosa” che l’etichetta definisce (“schizofrenico”, “borderline”, “depresso”, “mobbizzato”), perde la possibilità di costruirsi in altri modi e di trovare altre soluzioni alle circostanze che l’hanno imprigionato nel suo ruolo.

Le parole della diagnosi non solo esprimono, ma danno forma a ciò che si può sentire. Esse sono, dopotutto, i ‘termini degli esperti’, e diventano, quindi, il linguaggio d’elezione per capire o classificare le persone (inclusi noi stessi) nella vita quotidiana (Gergen,1996).
La diagnosi che, categorizzando, attribuisce un nome ai significati degli altri può essere anche vista come una forma di potere che si esercita, spesso inconsapevolmente, in nome della scienza.

L’”esperto” è autorizzato dalle convenzioni sociali e istituzionali a raccogliere informazioni sulle persone che si rivolgono a lui e a inserirle dentro mappe concettuali che prescrivono termini diagnostici predefiniti.
Alcune tipologie di categorizzazione del processo diagnostico possono però, ovviamente, anche rivelarsi uno strumento utile per alcuni scopi pratici; esse tendono a definire un campo di indagine scientifica, e in qualche caso possono essere la soluzione più adatta per sviluppare una prospettiva in modo preciso all’interno di un certo campo di pertinenza.

Quando, però, esse diventano “etichette”, cristallizzando al loro interno la soggettività ed il dinamismo dell’individuo, si dimostrano completamente sterili nell’indicare qualcosa di nuovo da cercare; conducono raramente alla sperimentazione e, nel momento stesso in cui assecondano l’ingenuità di chi si affida alle regole (per raggiungere appunto una diagnosi), bloccano la sua immaginazione.

Anche secondo lo psicologo statunitense George Kelly questo genere di ragionamento si basa sul presupposto, tipico della scienza naturalistica, di una realtà esterna da registrare, per cui “cerchiamo il significato delle parole negli oggetti di riferimento piuttosto che nei soggetti da cui originano”; così che noi “sentendo pronunciare una parola guardiamo a ciò di cui si parla, piuttosto che ascoltare la persona che la pronuncia”. Secondo lo psicologo costruttivista:
“Ogni volta che ci pare di sapere tutto ciò che c’è da sapere su qualcuno, questi sembra non avere più segreti e smette di essere fonte di sorprese. Ogni volta che attribuiamo una forma definita alla persona, creiamo un ostacolo alla sua trans-formazione. Rinunciando invece, fin dall’inizio, a determinare l’immagine dell’altro gli consentiamo di poter essere oltre ciò che vediamo di lui e di restare, per noi, un centro di attenzione”(1965, p.89).

Si tratta dello stesso fenomeno riferito da Frisch all’amore tra due persone:
“La nostra convinzione di conoscere l’altro è la fine dell’amore: in ogni caso, tuttavia, il rapporto di causa ed effetto è forse da porre in modo diverso da come saremmo tentati di fare; non è perché conosciamo l’altro che il nostro amore finisce ma viceversa: poiché il nostro amore è al termine, poiché ha esaurito la sua forza, è per questo che per noi la persona è finita. Così deve essere. Non c’è altra possibilità. Rifiutiamo alla persona la disponibilità a inoltrarsi in altre trasformazioni. Le neghiamo l’esigenza, propria di ogni vivente, di restare inconoscibile(…). Quando ci si fa un’immagine, allora è il disamore, il tradimento”(1950, p.50).

Commentando questo brano, Galli (1999) considera che l’atteggiamento opposto produce “effetti positivi in termini di sviluppo, trasformazione, novità di vita” e lo assimila, non a caso, al rispetto, così come è inteso nella prospettiva fenomenologica e come è stato efficacemente connotato da Metzger:
“Accostarsi alle cose con rispetto e amore (Ehrfurcht und Liebe) e riservare semmai il dubbio e la diffidenza verso le precomprensioni e i concetti con i quali si è tentato tradizionalmente di comprendere il mondo dei dati” (1971, p.15).

Per quanto il termine “amore” possa sembrare fuori luogo in un ambito strettamente professionale, e per quanto il richiamo al rispetto appaia superfluo a chi senta di osservare scrupolosamente le norme del codice deontologico, queste dimensioni accennano ai principi epistemologici delle scienze fenomenologiche, del modello Bioesistenzialista e del Costruttivismo psicologico.

Anche i biologi Maturana e Varela ne L’albero della conoscenza scrivono a questo proposito:
“…In questa etica il punto principale è che farsi veramente carico della struttura biologica e sociale dell’essere umano equivale a porre al centro la riflessione su cosa questi è capace di fare e che cosa lo distingue. Equivale a cercare le circostanze che permettano di prendere coscienza della situazione in cui si è – qualunque essa sia – e guardarla secondo una prospettiva più ampia, da una certa distanza…A questo atto di ampliamento del nostro dominio conoscitivo riflessivo, che implica sempre una nuova esperienza, possiamo giungere o perché i nostri ragionamenti sono rivolti verso di esso, oppure, e più direttamente, perché qualche circostanza ci porta a guardare l’altro come uno uguale a noi, in un atto che generalmente chiamiamo amore. Inoltre tutto ciò che ci permette di renderci conto che l’amore o, se non vogliamo usare una parola tanto forte, l’accettazione dell’altro da parte di qualcuno nella convivenza, è il fondamento biologico del fenomeno sociale: senza amore, senza accettazione dell’altro da parte di ciascuno, non c’è socializzazione, e senza socializzazione non c’è umanità. Qualunque cosa che distrugga o limiti l’accettazione dell’altro da parte di qualcuno, dalla competizione al possesso della verità, passando per la certezza ideologica, distrugge o limita colui che si dà il fenomeno sociale, e cioè l’essere umano, perché distrugge il processo biologico che lo genera. Cerchiamo di non cadere in equivoci, qui non stiamo facendo della morale, questa non è una predica sull’amore; stiamo solo mettendo in evidenza che biologicamente, senza amore, senza accettazione dell'altro, non c’è fenomeno sociale, e che se si convive lo stesso senza considerare questo problema, si vive ipocritamente l’indifferenza o la negazione attiva” (1999, p. 203).

Messe in parentesi le realtà oggettive, non resta che il confronto diretto con le altre presenze che implica, all’interno delle stesse opzioni scientifiche, la necessità di una riflessione etica.
Se, infatti, l’essere umano riscopre la sua presenza come prospettiva sul mondo, quel mondo è anche il correlato di tutte le altre prospettive che egli incontra; tutte le prospettive possibili smettono – nella coesistenza – di essere oggetti tra gli altri e appaiono come centri di significazione del suo stesso campo d’esperienza.

16/10/2021
Studio di psicoterapia in via degli Scipioni 17, Roma Prati, a 100 metri dalla stazione della metropolitana Ottaviano
16/10/2021

Studio di psicoterapia in via degli Scipioni 17, Roma Prati, a 100 metri dalla stazione della metropolitana Ottaviano

21/09/2021

Gestalt e Zen

Sono molte le similitudini tra il concetto buddista di “attaccamento” e quello gestaltico del “hanging-on-bite”, il “morso per attaccarsi” o “morso senza lasciare la presa”, che indica ciò che in termini tecnici è detto “fissazione/resistenza orale” (Perls, Hefferline, Goodman, 1971, e Perls, 1942). Per il pensiero olistico della Gestalt vi è corrispondenza tra le fasi della consumazione del cibo ed il nostro assorbimento mentale del mondo; scrive Perls:

“Si può differenziare lo sviluppo dell’istinto della fame in vari stadi: stadio pre-natale, pre-dentale (succhiare), incisivo (mordere) e molare (mordere e masticare). Durante lo stadio incisivo i capezzoli della madre diventano una “cosa” da mordere; non comprendendo la natura biologica dell’impulso di mordere del bambino, o forse avendo un capezzolo dolente, la madre può agitarsi, e ad esempio ritrarre il seno o dare uno schiaffo al bambino ‘cattivo’, condizionandolo all’inibizione del morso. Il mordere viene identificato con il ferire ed essere feriti. Più la capacita di ferire è inibita e proiettata, più il bambino svilupperà la paura di essere ferito; e questa paura di ritorsione, a sua volta, produrrà un’ancor maggior riluttanza ad infliggere dolore. In tutti questi casi si trova un uso insufficiente dei denti frontali, insieme ad un’incapacità generale a far presa nella vita, ad ‘affondare i denti’ in un compito. Molti adulti trattano il cibo solido ‘come se’ fosse liquido, da essere ingoiato a sorsi. Queste persone sono sempre caratterizzate da impazienza. Chiedono l’immediata gratificazione della loro fame, non hanno sviluppato un interesse nel distruggere cibo solido. La loro impazienza è combinata con l’avidità e l’incapacità di raggiungere soddisfazioni.”(Perls, 1995, pp.146-147).

Perls sostiene quindi che l’uso dei denti è la rappresentazione biologica principale dell’aggressività. L’inibizione dentale precoce porta allo sviluppo di due distinti aspetti del carattere: un’attitudine ad aggrapparsi (fissazione) da un lato e ‘il complesso del succhiotto’ dall’altro. Il bambino frustrato e insoddisfatto cerca – e talvolta gli viene dato – un succhiotto, qualcosa di indistruttibile, da poter mordere senza subire ripercussioni. Il succhiotto permette lo scarico di una certa dose di aggressività ma, a parte ciò, non produce nessun cambiamento nel bambino, cioè, non lo nutre. Gli individui adulti con queste caratteristiche si aggrappano a una persona, ad una situazione o ad una cosa, nella speranza che questo atteggiamento sia sufficiente a ‘far scorrere il latte’. Il ‘succhiotto’ rappresenta un serio impedimento allo sviluppo della personalità, perché non soddisfa realmente l’aggressività, ma la devia dal suo scopo biologico, cioè la gratificazione della fame e il ripristino della totalità dell’individuo.

Come possono le persone far fronte all’atteggiamento di aggrapparsi? Come possono eludere la necessità di mordere e disporre del surplus di aggressività che deriva necessariamente dall’insoddisfazione della relazione (risentimento), senza incorrere nel pericolo (come essi lo sentono) di causare cambiamento e distruzione? Solo ri-stabilendo la tendenza distruttiva verso il cibo e verso ogni cosa che rappresenti un ostacolo alla globalità dell’individuo, restaurando un’aggressività funzionale, avviene la re-integrazione di una personalità “suzionale” e insoddisfatta.

Anche nel Buddhismo l’aggressività funzionale e la forza dell’Io sono considerati elementi fondamentali per il raggiungimento dell’illuminazione. La rappresentazione buddhista della ‘ruota della vita’ (ruota del samsara) raffigura i cosiddetti sei regni dell’esistenza che gli esseri senzienti percorrono all’infinito nel loro ciclo di rinascite. Nelle rappresentazioni artistiche, questa forma circolare, o mandala, è posta tra le fauci spalancate di Yama, il signore della morte. Il mandala illustra in maniera assai vivida tutti e sei i regni ai quali gli esseri senzienti sono soggetti: il regno umano, il regno infernale, il regno dei preta (spiriti affamati), il regno degli asura (dèi gelosi o titani), e il regno degli dèi.
Il regno degli dèi gelosi o titani è un regno dell’Io e dell’aggressività, ed è presentato come uno dei regni superiori, nonostante che il Buddhismo sia ritenuto una dottrina passiva, stoica e avversa all’Io. Le funzioni classiche dell’Io di soggiogamento, dominio, autocontrollo e adattamento sono chiaramente tenute in gran conto nella cosmologia buddhista. Anzi, sono addirittura la base per la pratica essenziale della meditazione di consapevolezza, dove le funzioni stesse dell’Io vengono chiamate a raccolta per coltivare la consapevolezza del momento presente. Il Bodhisattva della compassione appare in questo scenario brandendo una spada fiammeggiante, simbolo della consapevolezza che discrimina. La presenza della spada sottolinea il fatto che il problema non è la natura aggressiva dell’Io; questa energia infatti è tenuta in gran conto ed è necessaria lungo la via spirituale (Epstein, 1995). Il Bodhisattva della compassione sollecita gli dèi gelosi a dare un nuovo orientamento alla propria aggressività, distruggendo e assimilando (in termini gestaltici: masticando e sminuzzando) l’inconsapevolezza che li estranea da sé.

Dice Perls a proposito della concentrazione sul mangiare:
“Quando avrete deciso di diventare consapevoli del vostro mangiare, comincerete a fare meravigliose scoperte. Dapprima sarà molto difficile fissare la vostra mente interamente sul processo del mangiare, anche per un tempo breve. In pochi secondi troverete, probabilmente, che la vostra mente è vagata lontano e che voi siete altrove ma non a tavola a mangiare. Non forzatevi a concentrarvi, ma richiamatevi ogni volta che notate di scivolar via dalla concentrazione; lentamente imparerete a concentrarvi… più a lungo” (1995, p. 206).

Gli fa eco Pema Chodron, monaca buddhista, sul ‘non-attaccamento’:
“Lasciate andare tutti i vostri pensieri. Non li reprimete, li riconoscete soltanto come pensieri, con molta precisione e delicatezza, e poi li lasciate andare. Una volta capito come funziona è un metodo di una potenza incredibile: potete essere completamente ossessionati dal desiderio, dalla paura o da qualsiasi altro pensiero, ma appena vi rendete conto di ciò che state facendo, senza giudicarvi potete lasciare andare. E’ probabilmente una delle cose più meravigliose che vi siano state date: la capacità di mollare la presa, di non restare intrappolati nel vortice dei pensieri di rabbia, ansia o depressione” (1995, p.32)

E Thich Nhat Hanh, monaco buddhista vietnamita, raccontando di una conversazione con un amico:
“Eravamo seduti sotto un albero e ci dividevamo un mandarino. Lui cominciò a parlare dei suoi impegni futuri. Ogni volta che ci veniva in mente un progetto che appariva promettente o stimolante, Jim ci si immergeva a tal punto da dimenticare completamente quello che stava facendo. Si cacciava in bocca uno spicchio di mandarino e prima ancora di cominciare a masticarlo ne aveva già un altro davanti alla bocca. A malapena si rendeva conto di mangiare un mandarino. Il mio commento fu. ‘Dovresti mangiare lo spicchio che hai già in bocca’. Jim si accorse all’improvviso di quello che stava facendo: era come se non stesse mangiando affatto il mandarino, semmai stava mangiando i suoi progetti per il futuro. Un mandarino è fatto a spicchi; se sai mangiarne uno spicchio, probabilmente potrai mangiarlo tutto. Ma se non sai mangiare uno spicchio non puoi mangiare il mandarino. Jim capì. Mise giù la mano lentamente e si concentrò sulla presenza dello spicchio che aveva in bocca. Lo masticò attentamente prima di allungare la mano per prenderne un altro. In seguito, quando Jim finì in prigione per attività contro la guerra, mi chiedevo se avrebbe sopportato di stare rinchiuso tra quattro mura e gli inviai una breve lettera: ‘Ricordi il mandarino che ci siamo divisi quando eravamo insieme? La tua reclusione è come il mandarino. Mangiala, e diventate una cosa sola. Domani non ci sarà più’.” (1992, p.58)

Indirizzo

Rome
00192

Orario di apertura

Lunedì 08:30 - 19:30
Martedì 08:30 - 19:30
Mercoledì 08:30 - 19:30
Giovedì 08:30 - 19:30
Venerdì 08:30 - 19:30
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