18/03/2026
Negli ultimi giorni ho letto moltissimi commenti sulla cosiddetta vicenda della “casa nel bosco”.
Commenti spesso molto emotivi, comprensibilmente, ma anche estremamente imprecisi dal punto di vista psicologico e giuridico.
Vorrei quindi fare una precisazione da psicologo che da molti anni si occupa di valutazioni della capacità genitoriale in sede peritale.
Capisco perfettamente che, per come certe notizie vengono raccontate, la decisione di un tribunale possa apparire a molti come una scelta dura o addirittura incomprensibile.
Ma chi lavora nelle consulenze tecniche lo sa bene: l’amore non basta.
Questo è il punto che spesso sfugge nel dibattito pubblico.
L’amore è una percezione soggettiva, un vissuto interno.
Ma la genitorialità, invece, è una funzione complessa, che deve garantire una serie di bisogni fondamentali del bambino.
E purtroppo la storia della psicopatologia ci insegna qualcosa di molto chiaro:
persone profondamente disfunzionali possono essere convintissime di amare i propri figli, e allo stesso tempo mettere in atto comportamenti gravemente dannosi.
Esistono casi, anche drammatici, in cui madri affette da patologie psichiatriche gravi hanno ucciso i propri figli convinte di proteggerli.
Questo significa una cosa molto semplice:
l’amore, da solo, non è un criterio valutativo sufficiente.
Non so se questo sia il caso specifico della madre coinvolta nella vicenda della casa nel bosco.
C’è una valutazione in corso e sarà quella sede a chiarire definitivamente molti aspetti.
Ma leggendo alcune delle indicazioni comportamentali richiamate nell’ordinanza del tribunale, appare evidente che i giudici non stanno valutando l’amore di quella madre.
Stanno valutando qualcos’altro.
Stanno valutando la capacità concreta di garantire ai tre bambini i bisogni evolutivi fondamentali.
Ed è qui che entra in gioco la valutazione psicologico-forense della genitorialità.
In una consulenza tecnica, in modo sintetico, vengono analizzate alcune funzioni genitoriali essenziali:
1. Funzione di protezione
Il genitore deve essere in grado di garantire sicurezza fisica e ambientale.
Significa offrire un contesto di vita che non esponga il minore a rischi evitabili.
2. Funzione di accudimento
Riguarda la capacità di rispondere ai bisogni primari del bambino:
• nutrizione
• igiene
• cure sanitarie
• stabilità quotidiana.
3. Funzione affettiva
Non è il semplice “dire di amare”.
È la capacità di sintonizzarsi emotivamente con il bambino, riconoscere i suoi stati interni e offrirgli contenimento.
4. Funzione regolativa
Il genitore deve aiutare il minore a costruire regole, limiti e organizzazione della realtà.
I bambini non crescono bene nel caos.
5. Funzione di mentalizzazione
È la capacità di comprendere la mente del bambino:
capire cosa prova, cosa pensa, cosa lo spaventa.
6. Funzione di apertura al mondo
Un buon genitore non isola il figlio.
Favorisce invece:
• socializzazione
• scuola
• relazioni
• confronto con la realtà esterna.
7. Capacità di collaborazione con le istituzioni
Quando intervengono servizi sociali, scuola o tribunale, il genitore deve dimostrare disponibilità alla collaborazione e alla revisione delle proprie scelte.
Ecco perché, quando leggiamo decisioni giudiziarie molto forti, è importante ricordare una cosa:
la genitorialità non si valuta sulle intenzioni, ma sugli effetti.
Non su ciò che il genitore sente.
Ma su ciò che il bambino riceve realmente in termini di sicurezza, crescita e sviluppo.
Ed è proprio questo che, nelle sedi peritali, viene analizzato con estrema attenzione.
Perché quando parliamo di minori non stiamo discutendo di opinioni.
Stiamo discutendo del loro futuro.