20/03/2026
SEXALESCENZA? Forse sì. Ma non per tutti, e non nello stesso modo.
Mi colpisce il successo di questa parola: sexalescenza.
Suona bene, rassicura, accarezza l’idea che i 60 di oggi siano una “seconda adolescenza”.
Dal punto di vista scientifico, però, la questione è più interessante e molto meno banale.
Non stiamo parlando semplicemente di persone che “si sentono giovani”.
Stiamo parlando di un’età della vita in cui si riaprono, spesso insieme, almeno quattro cantieri:
identità, corpo, desiderio e posizione sociale.
La ricerca ci dice che la sessualità in età avanzata non scompare affatto.
Cambia.
Diventa più legata all’intimità, alla qualità del legame, al sentirsi ancora riconosciuti come persone desideranti e non soltanto come corpi che invecchiano.
E ci dice anche un’altra cosa: l’ageismo fa male. Fa male al benessere psicologico, all’immagine di sé, perfino alla libertà di vivere il proprio desiderio senza vergogna.
Ma in Italia non esiste una sexalescenza.
Ne esistono molte.
Esiste quella di chi arriva ai 60 anni con salute discreta, casa di proprietà, reti sociali, competenze ancora spendibili e magari tempo per ridefinirsi.
Ed esiste quella di chi arriva alla stessa età con carriere intermittenti, pensioni più fragili, lavoro povero alle spalle o fatiche accumulate per decenni. In Italia la disuguaglianza costruita nella vita lavorativa tende a trasferirsi quasi integralmente anche nella pensione.
Esiste poi una sexalescenza di cui si parla troppo poco:
quella delle persone che entrano nell’over 60 in continuità con una malattia rara, o che addirittura ricevono la diagnosi in età anziana.
Per loro arrivare a questo traguardo non significa soltanto “rimettersi in gioco”.
Significa, spesso, aver attraversato anni di adattamenti, perdite, riabilitazioni, ridefinizioni del corpo e dell’autonomia. Eppure anche qui restano vivi il bisogno di legame, di riconoscimento, di dignità, di progetto.
Forse allora la parola giusta non è “seconda adolescenza”.
Forse è seconda negoziazione dell’esistenza.
Perché dopo i 60 anni non si torna adolescenti.
Si diventa, semmai, più consapevoli di una domanda radicale:
come voglio abitare il tempo che mi resta, con questo corpo, questa storia, queste possibilità e questi limiti?
Ed è una domanda profondamente psicologica.
Ma anche profondamente sociale.
Dott.ssa Antonella Esposito
Psicoterapeuta esperta in Malattie Rare
Presidente e Direttrice di Thélema Centro Psicoterapia e Riabilitazione
Direttrice del Master di 2 livello in Malattie Rare del Consorzio Universitario Humanitas