Mary Arduino Psicologa

Mary Arduino Psicologa Psicoterapeuta della Gestalt, Educatore Certificato Cos-Parenting, TrainerTraining Autogeno e Docente

C’è un equivoco sottile attorno alla crescita: che basti il tempo.Il tempo passa, sì. Ma non sempre struttura.Per cresce...
10/04/2026

C’è un equivoco sottile attorno alla crescita: che basti il tempo.

Il tempo passa, sì. Ma non sempre struttura.
Per crescere serve un margine abitabile, un dentro che tenga e un fuori che non invada. Una forma che contiene senza schiacciare: una presenza che resta, dei limiti che orientano e parole che danno senso al “no” e rendono affidabile il “sì”.
Winnicott parlava di un ambiente che tiene. E prima ancora, di qualcuno che sa tenere.

Quando questo non accade - o accade troppo, o troppo poco - la mente si organizza come può.
Impara a contenersi da sola.
A ridurre il bisogno per non perdere il legame.
A crescere in anticipo o
A restare sospesa in un tempo che non evolve davvero.

Diventare adulti, allora, non è un esito naturale.
È un attraversamento.
Significa rimettere mano a quel margine interno: capire dove finisco io e dove comincia l’altro, dove posso appoggiarmi e dove posso reggermi. Non più solo adattarsi, ma scegliere.

Molte delle nostre fatiche nelle relazioni: trattenere, controllare, temere di perdere non nascono dal nulla. Hanno una forma. E quella forma viene da lì, dai primi spazi che ci hanno contenuto o lasciato scoperti.

La parte che conta, però, è questa: la struttura può cambiare. Nel lavoro terapeutico, in legami che non replicano ma trasformano, nella possibilità - spesso nuova - di restare con ciò che si muove dentro senza doverlo subito zittire o agire.

Crescere non è diventare autosufficienti.
È imparare a riconoscere ciò di cui si ha bisogno e a costruire, passo dopo passo, un luogo in cui quel bisogno possa concretamente esistere.

🌷

adult

“È difficile ballare quando stai sempre a guardare dove metti i piedi.” Sue JohnsonQuando ho letto per la prima volta qu...
03/04/2026

“È difficile ballare quando stai sempre a guardare dove metti i piedi.” Sue Johnson

Quando ho letto per la prima volta questa frase, ho riconosciuto qualcosa che vedo spesso nella stanza delle parole.

Ci sono coppie in cui uno dei due ha smesso di danzare. Non perché non voglia o non gli importi dell’altr*. Ma perché da qualche parte, in qualche momento della storia, ha imparato che muoversi liberamente fa male. Che il passo sbagliato costa. Che è meglio restare fermi, immobili, attenti, in ascolto del ritmo dell’altro, piuttosto che rischiare di inciampare ancora.

Dall’esterno sembra assenza.
Sembra che uno dei due abbia abbandonato la pista.

Ma chi resta fermo non ha smesso di sentire la musica. La sente eccome. Solo che trattiene ogni impulso, calcola ogni movimento, porta un peso che l’altr* spesso non vede e che il partner stesso fatica a mostrare.

Il problema è che quando uno smette di muoversi, l’altro si agita di più. Si avvicina, insiste, cerca contatto. E più si avvicina, più l’altro si irrigidisce. È una danza anche questa, solo che nessuno dei due riesce a godersela.

Cosa c’è dentro questa immobilità e dietro quel passo che non viene fatto?

Nelle scorse settimane ho ricevuto un workbook in regalo, l’ho aperto con curiosità mista a un po’ di cautela.Poi ho ini...
27/03/2026

Nelle scorse settimane ho ricevuto un workbook in regalo, l’ho aperto con curiosità mista a un po’ di cautela.

Poi ho iniziato a sfogliarlo.

Quello che mi ha sorpresa oltre alla struttura - precisa, fondata, ben costruita - è il modo in cui le domande ti raggiungono. Non ti chiedono di performare una riflessione, piuttosto ti lasciano spazio per abitarla.

L’ho portato nello spazio clinico come una possibilità di continuità tra una seduta e l’altra. Gli esercizi pratici e le visualizzazioni si prestano bene a questo: aiutano chi è in un percorso a non perdere il filo nei giorni in cui la seduta è lontana.

Il journaling guidato, in particolare, fa qualcosa di preciso: sposta il lavoro dal racconto all’esperienza.
E questa, per me, è la differenza che conta.

Non sostituisce. Accompagna.

L’ho trovato uno strumento utile, da tenere volentieri sul comodino, come un appuntamento serale con se stess*: dieci minuti, una domanda, una pagina. Un piccolo reset che invita a non perdersi di vista ma ad incontrarsi in modo diverso e autentico.

📖Reset Mentale:
Il tuo percorso di trasformazione personale.


L’ansia è uno dei temi che più spesso arriva nella stanza delle parole. A volte prende la forma di un respiro corto, alt...
16/02/2026

L’ansia è uno dei temi che più spesso arriva nella stanza delle parole. A volte prende la forma di un respiro corto, altre di pensieri che accelerano o di una tensione silenziosa che accompagna intere giornate.

Quando arriva, il desiderio è quasi sempre lo stesso: farla smettere il prima possibile.
Ma il corpo, nei momenti di allarme, non impara qualcosa di nuovo. Cerca piuttosto ciò che gli è già familiare, ciò che ha conosciuto prima.

Per questo le pratiche di grounding diventano preziose quando vengono allenate nei momenti di calma. È lì che il sistema nervoso può riconoscere lentamente una strada diversa, costruendo un senso di orientamento e presenza a cui tornare quando l’attivazione aumenta.

Nel post ho descritto una breve tecnica da esplorare con calma, anche ora, semplicemente per farne esperienza.

Siccome l’ansia é lo scarto tra il momento passato e quello futuro, allenarsi quando stiamo bene è ciò che rende possibile ritrovarsi nel - qui e ora - quando dentro tutto si amplifica.

🤍 Se senti che ti é stato utile, raccontami la tua esperienza nei commenti…ti leggeró volentieri.

C’è un dolore che, col tempo, smette di essere solo qualcosa che accade e diventa qualcosa che si è.Affonda le radici ne...
20/01/2026

C’è un dolore che, col tempo, smette di essere solo qualcosa che accade e diventa qualcosa che si è.
Affonda le radici nella vita che si é lasciati indietro.

Non lo si porta soltanto addosso: prende forma nei gesti, nella postura, nel modo in cui si entra in relazione con il mondo.
Separarsene non è semplice.
Perché vivere senza quel dolore può fare paura quanto restarci dentro.
È come togliere un peso che ha fatto da appoggio per anni: le gambe tremano, l’equilibrio va ritrovato, e il corpo non sa subito come camminare senza.

Imparare a farlo non è una conquista rapida.
È un’arte sottile, fatta di passi lenti, di soste, di ascolto. Un processo che chiede tempo, presenza,e spesso uno sguardo che accompagni senza forzare.

Non si tratta di lasciare andare in fretta,
ma di imparare, poco a poco, a non dover più vivere solo attraverso ciò che ha fatto male, a riconoscere che alcune ferite o assenze non si lasciano alle spalle.

Restano depositate in un luogo interno, silenzioso, e tornano a farsi sentire nei dettagli più semplici:
un’immagine incontrata per strada, un sapore, una musica che attraversa il corpo mentre camminiamo.

Restare accanto a questo è difficile. Faticoso.
Riconoscere che ciò che è accaduto, così com’è accaduto, ha fatto male.
Punto.

Solo passando attraverso questo varco l’esperienza può depositarsi dentro, trovare un luogo in cui essere tenuta e compresa, e iniziare a mutare il suo senso,
lasciando affiorare uno spazio nuovo, ancora in divenire, in cui il tempo che viene possa prendere forma.

💌A volte condividere è un modo per restare accanto.
Se stai pensando a qualcuno, forse queste parole possono raggiungerlo.




A volte non è l’emozione a essere difficile, ma il momento in cui arriva: quando lo spazio interno è già troppo occupato...
13/01/2026

A volte non è l’emozione a essere difficile, ma il momento in cui arriva: quando lo spazio interno è già troppo occupato e l’intensità emotiva supera ciò che possiamo reggere.

In questi momenti: il sistema nervoso cerca una soglia di sicurezza per ridurre il carico emotivo e si orienta verso ciò che gli permette di rimanere in equilibrio.

Ti è mai capitato di accorgerti che stai facendo di più
proprio quando sentire diventa troppo?
Di accelerare, controllare, distrarti,
restare sempre conness*
o, al contrario, chiuderti un po’.

Queste azioni non nascono per evitare la vita,
ma, a volte, aiutano ad attraversarla senza esserne travolt*.

Alcune di queste strategie diventano col tempo abituali, perché hanno funzionato come regolatori emotivi.
Riconoscerne la funzione è spesso il primo passo per comprendere quando iniziano a limitare la nostra vita emotiva e relazionale.

Perché la parte più difficile
non è capire cosa proviamo,
ma riuscire a restarci accanto,
senza fuggire, mentre lo sentiamo.

🤍

Qualche giorno fa, rientrando in una casa che conosco da sempre, mi sono accorta di come certi luoghi riescano a parlart...
28/12/2025

Qualche giorno fa, rientrando in una casa che conosco da sempre, mi sono accorta di come certi luoghi riescano a parlarti anche restando muti.

Era tardo pomeriggio, la luce entrava obliqua dalle finestre e per un istante ho avuto la sensazione che tutto fosse fermo, eppure incredibilmente vivo.

Ci sono dettagli che spesso passano inosservati,
eppure sono rimasti sempre lí: il marmo consumato, la moka in attesa del suo prossimo viaggio, quell’oggetto lasciato da anni nello stesso punto e l’aria intorno che sembra avere una sua temperatura emotiva.
Sono proprio questi frammenti minimi a custodire qualcosa di più grande, come se raccogliessero il tempo senza mostrarlo.

Credo che accada perché i luoghi, come le persone, trattengono ciò che li ha attraversati. Non parlano in modo diretto, ma continuano a vibrare di ciò che è stato: presenze, gesti, attese, silenzi.
E a volte basta fermarsi un attimo per accorgersi che quel battito non si è mai interrotto.

Forse è questo che riconosciamo quando qualcosa ci tocca senza un motivo preciso: la sensazione che esista una memoria che non è solo nostra, ma condivisa, stratificata e intessuta nel tempo.
Una memoria che non chiede di essere spiegata, ma semplicemente ascoltata per tenere una traccia viva tra ciò che é stato e ciò che resta.

E allora capisco che non tutto ció che conta ha bisogno di parole. Alcune cose restano vive proprio perché continuano a pulsare in silenzio, come una casa che, anche vuota, non smette di abitare chi l’ha attraversata.

🤍

Dicembre è un mese che muove molto fuori:richieste, ritmi, aspettative, appuntamenti…E spesso il corpo resta indietro, i...
30/11/2025

Dicembre è un mese che muove molto fuori:
richieste, ritmi, aspettative, appuntamenti…
E spesso il corpo resta indietro, in silenzio,
a chiedere spazio, respiro, lentezza.

Quest’anno ho sentito il desiderio di accompagnare questo tempo in un modo più umano, più semplice, più interno.
Non con cose da fare, ma con piccoli gesti da abitare.

✨Da 1 a 24 dicembre, ogni giorno troverai nelle stories un gesto semplice: una pausa, un dettaglio, un ritorno.
Qualcosa che ti aiuti a rientrare in te,
a ritrovare il ritmo che ti abita,
a sentire il corpo come un luogo sicuro in cui tornare.

Non un calendario da aprire.
Un percorso da vivere.

🎁 E il 25 dicembre ci sarà un piccolo dono pensato per te, per chi avrà camminato questo Avvento con cura e gentilezza.

Se questo sentire ti risuona,
puoi salvare il post e iniziare da qui.
Con calma, un gesto al giorno.

A domani…

❤️




Ti succede mai di sentire che la mente corre troppo? Che i pensieri si moltiplicano, si accavallano, e fai fatica a “res...
27/11/2025

Ti succede mai di sentire che la mente corre troppo? Che i pensieri si moltiplicano, si accavallano, e fai fatica a “restare dentro” quello che vivi?

È qualcosa che incontro spesso anche nella stanza delle parole:
quando la mente prende il volo,
il corpo resta qui a reggere il resto.
E lì nascono tensioni, fatica, distanza da sé.

In questo spazio, ho provato a raccontare cosa accade in quei momenti e a lasciare un gesto semplice per tornare a te.

Se ti va, mi piacerebbe sapere:
qual è il primo segnale che ti dice che la mente sta andando via?
Qual è il tuo campanello d’allarme?

Lo leggo volentieri nei commenti.
E se ti risuona, salva il post per quando ne avrai bisogno. 🤍




Qualche giorno fa mi sono imbattuta in questa frase:“Amare significa aver cura della solitudine dell’altro, senza mai pr...
23/08/2025

Qualche giorno fa mi sono imbattuta in questa frase:
“Amare significa aver cura della solitudine dell’altro, senza mai pretendere di colmarla né conoscerla.”

Quante volte, nella coppia, temiamo la distanza? La sentiamo come un vuoto che divide, invece che come un respiro che permette a entrambi di restare vivi.

Eppure ognuno porta con sé uno spazio segreto, intimo, che non può e non deve essere invaso.
Siamo prima un Io, con la nostra storia, i nostri silenzi, le ferite e le risorse che ci abitano.
Solo riconoscendo e rispettando questo spazio, l’incontro con l’altro può trasformarsi in un Io e Tu vitale: un legame che non fagocita, ma nutre.

Dal punto di vista clinico, la capacità di abitare la propria solitudine è una radice dell’attaccamento sicuro.
Chi riesce a stare con sé stessə senza paura costruisce confini più chiari e stabili; chi sa rispettare la solitudine dell’altro alimenta fiducia, intimità e libertà reciproca.

Da questa riflessione sono nati per me altri piccoli frammenti, altre immagini su ciò che significa amare.
Perché l’amore, prima di essere fusione, è incontro: due solitudini che scelgono di camminare insieme.

❤️ Ora tocca a te… se chiudi gli occhi, cosa significa per te amare?

…………..

C’è un motivo se osservando l’acqua ci sentiamo subito più tranquillə e leggerə.Il corpo ricorda, il respiro rallenta, l...
20/08/2025

C’è un motivo se osservando l’acqua ci sentiamo
subito più tranquillə e leggerə.

Il corpo ricorda, il respiro rallenta, la mente si apre.

Nel post ti accompagno a scoprire perché l’acqua ci calma così profondamente…

E, alla fine, troverai un piccolo invito da sperimentare:
un minuto di blu tutto per te. 🌊

💙 Se vorrai, potrai raccontarmi nei commenti o in dm come lo hai vissuto.

Ti aspetto🌷

…………………….

Non tutto accade nel momento in cui lo diciamo. Nel lavoro clinico, alcuni processi hanno bisogno di latenza: restano ne...
13/08/2025

Non tutto accade nel momento in cui lo diciamo.
Nel lavoro clinico, alcuni processi hanno bisogno di latenza: restano nello sfondo, in un movimento silenzioso, dove le sensazioni si decantano e le immagini interne si riorganizzano.

La pausa e l’attesa non sono vuoti, né assenze ma spazi di assimilazione: momenti in cui ciò che è emerso trova il tempo per radicarsi, integrarsi e prendere forma stabile.
Come radici invisibili che lavorano sottoterra, preparano la struttura per sostenere nuovi rami. 🌱

💬 Raccontami, se vuoi, come vivi le tue pause e le tue attese.

Oppure

🪞Prenditi un momento oggi per ascoltare cosa si muove nel tuo “sfondo”.

💙

Indirizzo

Trieste/Talenti/Centocelle
Rome
00100

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 20:00
Sabato 09:00 - 17:00

Telefono

+393485295922

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Chi sono

Benvenuto sulla mia pagina, sono Mary Arduino - Psicologa, specializzanda in Psicoterapia della Gestalt presso l’Istituto GTKairos di Roma - regolarmente iscritta all'Albo degli Psicologi del Lazio con numero 23902.

Ho conseguito la Laurea in Psicologia presso l’Università La Sapienza di Roma e successivamente il Master in Criminologia e Psicologia Forense presso l'Associazione Italiana di Psicologia e Criminologia.

Specializzatami in Psicologia di Comunità, del Lavoro e delle Organizzazioni, ho lavorato per molti anni nell’ ambito delle risorse umane.

La continua formazione professionale e curiosità personale mi hanno permesso di conoscere il modello ad orientamento gestaltico conseguendo il diploma di Counsellor nella Relazione d’Aiuto nel 2016 presso il Centro Italiano Gestalt di Roma e nello stesso anno il Training in Comunicazione Non Violenta con Yoram Mosenzon.