Bruno Calabrese - psicologo, criminologo

Bruno Calabrese - psicologo, criminologo Psicologo clinico e forense. Criminologo. Consulente Civile e Penale. Già Giudice Onorario

Tel. 3280690764

05/11/2025

La Procura chiede l’archiviazione ma la famiglia non ci sta. Torniamo a parlare del delitto di Angelo...

  2025 superati centomila partecipanti. Una festa esaltante !!
12/10/2025

2025 superati centomila partecipanti. Una festa esaltante !!

Rise and rise again, until lambs become lions !
04/10/2025

Rise and rise again, until lambs become lions !

    in una eccezionale dissertazione musicale sulla   di   Grato alla   !!
20/09/2025

in una eccezionale dissertazione musicale sulla di
Grato alla !!

Monte Giove, a sud-est di   , antica sede della città dei Volsci di Corioli, conquistata dal console Romano Postumio Com...
18/08/2025

Monte Giove, a sud-est di , antica sede della città dei Volsci di Corioli, conquistata dal console Romano Postumio Cominio, nel 493 a.C., e per questo appellato Coriolano!

17enne cerca di difendere un coetaneo da un pestaggio e ne esce con la mascella massacrata.Un mio intervento pubblicato ...
08/04/2025

17enne cerca di difendere un coetaneo da un pestaggio e ne esce con la mascella massacrata.
Un mio intervento pubblicato su 'Dentro la notizia' dell'08.04.2025, pagg.6-7 (Per copia gratuita del quotidiano online, richiedere a: direttore.dentrolanotizia@gmail.com).
Qui di seguito il testo integrale:
Immaginate che io sia un vecchio bavoso (cosa non lontano dalla realtà, a detta di alcuni!). Per giunta, incallito vo**ur delle fattezze di belle giovani strabilianti, da poco maggiorenni; che mostrano apertamente le loro corroboranti sinuosità, con seni apertamente scoperti e minigonne vertiginose, da cui traspaiono sottostanti tanga esilaranti che esaltano le fattezze di sodi glutei prorompenti ed invitanti. E che in un locale pubblico, in una sala da ballo, io non possa fare a meno di guardare una donna con spasmodica voluttà col mio sguardo fisso ed inebetito.
E mettiamo, anche, che gli accompagnatori, protettori dell’avvenente donna, non potendole far indossare burqa o veli coprenti, si sentano oltremodo offesi dalla mia voluttuosa e bavosa attenzione prolungata (per quanto in venerata contemplazione di cotanta erotica visione). E che all’uscita del locale decidano di volermi dare una sonora punizione per aver spogliato con gli occhi la donna a cui loro tengono molto, volendomi educare al rispetto rigoroso del comandamento: “non desiderare la donna d’altri”. E che, mentre io sia vessato da questi tre energumeni con calci e pugni, intervenga pacificamente un mio coetaneo a cercare di far cessare lo squadrismo a cui involontariamente sta assistendo, senza peraltro conoscermi, e che a sua volta si ritrovi colpito con un massacrante pugno in pieno volto, tanto da ritrovarsi con la mascella polifratturata. E mettiamo che, dopo il parapiglia, io, vittima colpita e svergognata, me ne scappi per l’istinto di sopravvivenza, strafegandomene della sorte del Don Chichotte improvviso che è corso in mio aiuto, nel deserto più totale di solidarietà umana, non sapendo che anche gli aggressori decidano di andarsene soddisfatti e vanitosi dell’impresa appena compiuta. Mettiamo tutto questo, voi che pensereste di tutto ciò?
Quanto ho appena esposto, ovviamente, non è una fantasia erotica, né una visione onirica frutto di notti insonni tormentate, e nemmeno una sceneggiatura di un film p**nografico o da commedia all’italiana. Niente di tutto questo.
È pura realtà! Invero, i protagonisti sono tutti giovanissimi sbarbatelli. E l’episodio, quello vero, è accaduto la sera dell’8 marzo scorso, a Roma; in una piazza del Centro di un quartiere benestante. Molto benestante e perbene, ed i protagonisti sono tutti italiani. Nessuno straniero a supporto di velleità xenofobe.
Il nostro eroe si chiama Manfredi Mangione, 17enne liceale romano. Un eroe, umile e silenzioso, anche se tale non si considera. E non avremmo saputo questa miseranda storia se Massimo Gramellini non l’avesse raccontata sul Corriere della Sera. Quell’8 marzo, sabato notte, il giovane, uscendo da un locale in cui aveva trascorso la serata con altri amici, si è imbattuto in un suo coetaneo assalito da altri tre, più adulti, a suon di calci e pugni, senza via di scampo perché schiacciato contro un muro fuori da un altro locale. Senza pensarci, corre verso di loro, e tenta di far desistere pacificamente dal proseguire il pestaggio. La vittima già gronda sangue dal volto; «Ragazzi, calma», esclama. E tenta di separare gli aggressori dalla loro vittima ormai inerme. E per tutta risposta, uno dei tre lo aggredisce alle spalle con un cazzotto alla mandibola. Il colpo lo intontisce; barcolla, gli esce sangue dalla bocca che avverte disarticolata. Nel parapiglia la vittima del pestaggio, riesce a divincolarsi e si dà alla fuga; così gli aggressori smettono di accanirsi anche su di lui; forse hanno capito la gravità del colpo assestato, che il nostro sottovaluta. Rientra a casa; dolorante, barcollante e la testa tutta indolenzita. Mette del ghiaccio sulla mascella e cerca di dormire, pensando che l’indolenzimento col tempo passerà. Al risveglio, il cuscino intriso di sangue che continua ad uscire e la bocca ancora totalmente scomposta lo costringono a riferire il tutto ai propri genitori. Viene portato in ospedale. Lì scopre l’entità del danno. Mascella polifratturata. Intervento chirurgico dopo tre giorni. Viti e placche chirurgiche di assemblaggio, che a distanza di un mese ancora non lo fanno dormire. Alimentazione ancora liquida perché non è in grado di masticare, a distanza di un mese dal trauma. Ha una lesione del nervo mandibolare che innerva il labbro inferiore fino al mento, e lo ha reso insensibile agli stimoli del caldo e del freddo. È sicuro che non potrà recuperare le capacità originarie; nella migliore prospettiva p***e per un terzo, dopo una lunga convalescenza che non si sa quanto dovrà durare.
È riuscito a contattare il ragazzo salvato dal pestaggio, che lo ha ringraziato per avergli «salvato la vita» cosciente del fatto che, se non fosse intervenuto, i danni chirurgici e neurologici sarebbero toccati a lui. L’iniziale pestaggio del suo coetaneo 17enne, che l’ha scampata bella grazie a Mangione, è insorto perché aveva «guardato una ragazza che stava» in compagnia degli aggressori. Uno sguardo di troppo ad una ragazza che è di proprietà del maschio accompagnatore! Uno sguardo di troppo, «cavolate da discoteca», ed insorge lo squadrismo punitivo tanto per far capire che certa “merce” non si può nemmeno guardare a distanza! Perché “guardare a distanza” è un “provare a rimorchiare”; ed è un atto di sfida all’uomo che accompagna la ragazza. Alla sfida si reagisce con l’aggressione, tramite la quale si insegna la lezione: “la ragazza del boss non si può guardare più di tanto”.
Si massacra il malcapitato, per far capire alla ragazza che, ormai, è merce proprietaria. Guai a trafugarla. Ai ladri si applica la tribale legge del taglione.
Con questo episodio è evidente che sono in libera ed impunita circolazione uomini dediti alla violenza, che la utilizzano per fare carriera criminale nel gruppo sociale che frequentano. Ogni loro presenza deve incutere timore, perché solo così possono impossessarsi del territorio. Piccoli boss crescono, per sviluppare un proprio gruppo gerarchico dedito al consociativismo criminale.
E in tutta questa melma, appare un angelo, con le ali spennate, impotente e disarmato, che non esita ad interve**re armato della sola propria compassione; con una dignità che lo dovrebbe rendere uomo adulto, più appetibile e più attraente di quelli intrisi di una cultura maschilista fino al midollo, convinti che «il vero uomo sia quello che mena più degli altri per farsi rispettare» (come ben evidenziato dal Corriere della Sera).
Beh, è ora di dire la verità, che già è sotto gli occhi di tutti! E’ ora di dire a tutte le donne che inorridiscono per i continui femminicidi, che blaterano per il maschilismo e patriarcato imperante, che imprecano per tutte le donne picchiate e malmenate e per quelle trattate come oggetto; è ora di dire che ragazzi come Mangione, non risultano eroticamente attraenti, nemmeno lusinghevoli per loro loro semplice presenza, perché la stragrande maggioranza delle adolescenti è attratta dal machismo, da quei modelli mediatici del maschile da poter rappresentare come fiore all’occhiello e far sbavare d’invidia le proprie amiche.
Mangione non rappresenta certo un modello di successo. Crocchiato, menomato ed invalido per sempre. Giusta punizione per un adolescente deviante che, sul piano educativo e culturale, fa dell’umanità e della compassione verso i malcapitati un perno centrale del proprio agire umano! Giusta punizione per un essere umano che, istintivamente, non è egoista, né omertoso o mafioso, in una società civile che si professa intrisa di valori cristiani, ma che fa della violenza un’arma privilegiata del vivere quotidiano, civile ed identitario.
Assistere ad un episodio di violenza fa scattare istintivamente quei valori etici e culturali secondo i quali viviamo e siamo stati educati. La visione della violenza elicita quello che siamo. Purtroppo, la cultura omertosa mafiosa del «farsi i cazzi propri» per non avere conseguenze negative, per non rimetterci, domina le famiglie borghesi permeando tutto il nostro bel Paese. Proprio questo Paese, i cui rampolli vorremmo fossero pronti ad affrontare massacranti e cruente guerre militari!
E non è un caso che, proprio l’altro ieri, un arbitro 19enne, a Riposto, durante i play-off Under 17, in piena partita, accerchiato da diversi adulti entrati in campo, è stato preso a calci e pugni in faccia, inseguito, sgambettato e colpito alla nuca, senza che i 22 giocatori minorenni accennassero alcuna reazione in difesa del malcapitato.

Studenti dell'Istituto 'Leonardo da Vinci' di Roma protestano contro una docente. Ne nasce un caso politico, ma è solo u...
15/03/2025

Studenti dell'Istituto 'Leonardo da Vinci' di Roma protestano contro una docente. Ne nasce un caso politico, ma è solo un caso di cattiva gestione!
Un mio intervento pubblicato su 'Dentro la notizia' del'15.03.2025, pagg.11-12 (Chiunque voglia ricevere copia gratuita del quotidiano online, può farne richiesta a: direttore.dentrolanotizia@gmail.com).
Qui il testo integrale:
In un prestigioso liceo di Roma, il 'Leonardo da Vinci', a poca distanza dal Colosseo, alcune classi di studenti hanno deciso di disertare in blocco le lezioni, e dare vita ad una protesta fragorosa davanti l’istituto scolastico. A primo acchito, la notizia rievocherebbe i fasti sessantottini di studenti impegnati politicamente per realizzare una società migliore rispetto a quella ereditata dai propri genitori. Ed invece, no. La protesta è finalizzata ad una richiesta di attenzione mediatica su un disagio diffuso rispetto al comportamento che un docente terrebbe da molto tempo con gli studenti durante la propria attività didattica. Insomma, un vero e proprio ammutinamento nei riguardi di un capitano che, anziché veleggiare nei mari entusiasmanti delle nuove conoscenze culturali, sembra annaspare nelle torbide nebbie di condotte abusanti, o comunque che esulano dalle ‘good practices’ educative e formative. A detta degli studenti in protesta, tutta la comunità scolastica (compresa la dirigenza) sarebbe al corrente del comportamento tenuto da una docente che, a loro dire, “umilia e bullizza gli studenti, con particolare accanimento nei confronti delle studentesse", definendole anoressiche, obese o poco di buono.
In una sorta di video-reportage testimoniale realizzato dagli stessi studenti, la docente viene accusata di aver “dato dell’anoressica” ad una studentessa perché stava “mangiando un cubetto di cioccolata” adducendo che fosse tale perché mangiava “sempre in classe” e non a casa. Un'altra ragazza riferisce di essersi sentita dire che non avesse “il fisico per le magliette corte" e contestava alla docente di aver ‘stalkerizzato’ la propria madre per sapere tutti gli affari della proria famiglia. "Nonostante fossi di un'altra classe - racconta una terza ragazza - mi ha fermato in mezzo al corridoio, mentre stavo abbracciata con un amico mio, stavo con una canotta, e mi ha dato della poco di buono". Il video, i cui protagonisti si esprimono con un forte accento lessicale romanesco, termina con la considerazione che gli studenti, dopo aver tentato un confronto con la stessa professoressa, sia attraverso i propri genitori che con altri docenti, sono convinti che la situazione non possa cambiare e sono sfiduciati sulla possibilità che si possa “fare qualcosa".
Mi sto occupando di questa vicenda perché la sua notizia, a prima vista, sembrava essere prettamente attinente a quei numerosi casi (alcuni dei quali me ne sono occupato professionalmente) di comportamenti penalmente rilevanti commessi dagli insegnanti ai danni degli alunni, relativi a forme di ‘abuso dei mezzi di correzione’, di ‘body shaming’, di abusi psicologi e fisici e di ‘maltrattamenti’ in generale.
Infatti, è ancora diffuso nella scuola che docenti abbiano una condotta violenta (prevalentemente psicologica e non fisica) sugli allievi, anche se per finalità educative (animus corrigendi). Ed in questo modo, purtroppo, minano la salute mentale degli studenti quando sono apostrofati o etichettati con frasi vessatorie o offensive, ingiuriose e/o denigratorie, del tipo: sei un «deficiente, incapace, cretino»; epiteti che hanno una ricaduta negativa nella relazione dello stesso studente con il gruppo classe ovvero minano indelebilmente l’autostima di questi. Peraltro, l’eventuale conseguenza di simili condotte reiterate, attinenti alla condizione di salute psichica dello studente (gravi stati d’ansia, insonnia, depressione, disturbi del comportamento e del carattere, quali sindromi da evitamento con ritiro sociale, etc.) possono integrare la diretta responsabilità in solido del docente stesso.
Più precisamente, anche la Corte di Cassazione ha stabilito che il reato di “abuso dei mezzi di correzione o di disciplina” si debba intendere come qualsiasi comportamento che «umili, svaluti, denigri o violenti psicologicamente un alunno causandogli pericoli per la salute, atteso che, in ambito scolastico, il potere educativo o disciplinare deve sempre essere esercitato con mezzi consentiti e proporzionati alla gravità del comportamento deviante del minore, senza superare i limiti previsti dall’ordinamento o consistere in trattamenti afflittivi dell’altrui personalità».
È indubbio che gli esempi riportati dagli studenti, di cui sopra, a giustificazione della loro contestazione, riguardano comportamenti tenuti che andavano redarguiti dal personale docente (che ha anche funzione educativa) e ricondotte sotto il segno di un’adeguata disciplina e contegno, che deve essere comunque tenuto dall’allievo in un contesto quale quello scolastico, diverso da quello casalingo o di strada. È evidente che le allieve si sentite legittimate, per es., durante la lezione a mangiare pezzi di cioccolata o quant’altro al bisogno, ad indossare abiti succinti, ad andare nei corridoi della scuola a braccetto col boyfriend come se stessero a spasso nella città o in altro contesto non scolastico.
Paradossalmente, dal mio punto vista, la docente (additata al pubblico ludibrio) dovrebbe essere lodata per il suo tentativo di ripristinare la disciplina ed il rispetto dell’Istituzione che non può prevedere forme di comportamento palesemente ‘dissacranti’ come quelli adottabili in tutt’altri contesti, come discoteche o parchi pubblici. E sono sicuro che quanto appena da me asserito suonerà molto strano, se non del tutto stonato, alle orecchie di parecchi genitori che difendono i propri figli a spada tratta, ritenendoli legittimati a comportarsi a scuola come se fossero ‘a casa propria’, in nome di una libera espressione della personalità ed in nome del buon senso che si lega al pensiero ‘naif’ del “tanto che male fanno?”.
Purtroppo, l’intervento adottato dall’insegnante (così come descritto dagli studenti), nonostante le buone intenzioni, è incongruo nella misura in cui ha prevaricato il senso di rispetto dell’allievo, che comunque deve essere garantito, così come annoverato dal “Patto Educativo di Corresponsabilità” dello stesso Istituto scolastico.
Ancora una volta, ci ritroviamo di fronte ad un conflitto all’interno di una comunità scolastica in cui tutti hanno colpa nel non averlo disinnescato, compresa la direzione scolastica e l’eventuale organo superiore ministeriale. Infatti, il dirigente, anziché affrontare di petto la situazione e riunire tutti per ricordare (anche sul piano formale) gli obblighi di ciascuno ai rispettivi ruoli inderogabili, ha applicato la logica dilatoria e del laissez-faire, secondo un approccio risolutivo alla ‘volemose bene’, che finisce inevitabilmente per degenerare in contrasti che nascondono le inadempienze di tutti (alunni e genitori compresi).
Ed anche in questo caso si nota l’assenza dell’intervento adeguato di uno psicologo che all’interno dell’Istituto avrebbe depotenziato sul nascere il conflitto. Infatti, la criticità dell’Istituto scolastico è consistita proprio nell’assenza di un canale di ascolto efficace. E la percezione di inazione e di mancanza di ascolto da parte della dirigenza scolastica ha spinto gli studenti a ricorrere ad una protesta pubblica, cercando così l’attenzione dei media e della comunità cittadina. Il fatto che i tentativi di confronto – diretti e mediati tramite i genitori – non abbiano portato a cambiamenti concreti ha contribuito a creare un clima di sfiducia verso l’intera istituzione.
Pertanto, è evidente che il sistema di gestione delle lamentele e dei conflitti all’interno dell’Istituto è stato carente o inefficace.
Tutti dimenticano quanto sia fondamentale che in un contesto educativo esista un canale sicuro e imparziale, che consenta a studenti, genitori e personale di segnalare comportamenti inappropriati e di ottenere risposte tempestive e trasparenti.
Purtroppo, molto spesso gli insegnanti dimenticano che il linguaggio umiliante e la derisione (nei riguardi degli studenti) non solo compromettono la relazione docente-studente, ma possono anche incidere negativamente sul rendimento scolastico e sulla partecipazione attiva in classe, compromettendo definitivamente la funzione cui sono preposti.
La vicenda dell’Istituto d’Istruzione Superiore che ho qui raccontato è prototipica di molte realtà diffuse in tutta Italia. Essa mette in luce una problematica complessa che va oltre il semplice episodio di protesta manifestato e pone interrogativi su come, nella scuola in generale, vengano gestite le dinamiche di potere nelle aule e sull’importanza di una cultura educativa basata sul rispetto reciproco. Essa evidenzia come la mancata gestione di comportamenti supposti ‘abusanti’ e la carenza di canali di ascolto portano ad una crisi di fiducia nei confronti dell’istituzione scolastica. La protesta sopra descritta è da interpretarsi come un segnale di esigenza di rinnovamento delle pratiche didattiche e di una maggiore attenzione alle esigenze emotive e psicologiche degli studenti stessi.
I responsabili dell’Istituto ed i futuri ispettori ministeriali dovrebbero, per il futuro, sviluppare un iter di risoluzione multidimensionale, puntando, non solo a sanzionare eventuali comportamenti scorretti ma, soprattutto a instaurare un clima di rispetto e dialogo che coinvolga tutti gli attori della comunità scolastica. Solo così si potrà trasformare questo episodio, da doloroso disagio in un’opportunità per migliorare la gestione dei conflitti scolastici e con essa la qualità dell’educazione e delle performance degli allievi.

Nuovo regolamento europeo sui rimpatri di cittadini non UEUn mio intervento pubblicato su 'Dentro la notizia' del'13.03....
13/03/2025

Nuovo regolamento europeo sui rimpatri di cittadini non UE
Un mio intervento pubblicato su 'Dentro la notizia' del'13.03.2025, pagg.8-10 (Chiunque voglia ricevere copia gratuita del quotidiano online, può farne richiesta a: direttore.dentrolanotizia@gmail.com).
Qui il testo integrale:
Il 12 marzo, a Bruxelles, la vicepresidente della Commissione UE, Henna Maria Virkkunen, ha illustrato la proposta del nuovo Regolamento sui rimpatri, approvato dalla Commissione UE, elaborato dal commissario agli Affari interni e migrazioni, Magnus Brunner. Tutti entusiasti per il nuovo Regolamento che ha valore di mera proposta da sottoporre all’approvazione successiva sia del Parlamento che del Consiglio UE.
In soldoni, la Commissione UE ha proposto un nuovo Regolamento, che dovrebbe sostituire la direttiva in materia emanata nel 2008, ritenuta da tutti ormai obsoleta, che definirebbe una procedura comune di rimpatri dei cittadini non UE, colpiti da ordine di espulsione. L’obiettivo sarebbe quello di superare l'attuale frammentazione normativa esistente tra i 27 Paesi con differenti sistemi di applicazione delle espulsioni dal territorio UE.
Quindi, di fronte ad una problematica così importante, oggetto di aspre battaglie dialettiche tra i partiti e anche tra i governi dei singoli Stati, oggi veniamo a sapere che ogni Stato UE fa come gli pare perché la direttiva vigente è poco analitica e poco precisa sull’attività da espletarsi. E la patata bollente, in questi decenni, è ricaduta sempre sugli Stati di confine (come l’Italia), abbandonati ad affrontare alla meglio il problema del rimpatrio degli irregolari con una normativa locale sempre insufficientemente supportata da quella della Corte di Giustizia UE sui diritti umani, la quale, in mancanza di una precisa direttiva comunitaria, ha sempre castrato le iniziative dei singoli Paesi UE. Col risultato che il rimpatrio (forzato o volontario) è stato sempre più difficile, con una maggiore presenza di immigrati irregolari circolanti sui territori UE, con concomitante maggiore incidenza dei reati contro il patrimonio e di spaccio di sostanze stupefacenti ad opera degli stessi immigrati irregolari.
Ora che i venti di guerra in Ucraina si sono fatti più incombenti per un potenziale diretto coinvolgimento militare dell’UE, e che le recenti elezioni mostrano un netto cambio di rotta verso partiti di destra ed ultradestra (per non parlare del vero e proprio ‘golpe’ in atto in Romania), i burocrati della Commissione UE si sono affrettati a sviluppare una proposta di modifica della direttiva del 2008, che nasceva già obsoleta e monca fin dall’inizio. Ci sono voluti circa venti anni per capire l’inefficacia della normativa emanata all’epoca.
Quanto sopra, ancor di più, contribuisce al calo vertiginoso in atto della credibilità ed affidabilità delle Istituzioni Europee da parte di tutti i cittadini.
In un clima in cui l’UE, impone dall’alto la spesa (a debito) del futuro riarmo dei singoli Stati UE (800 miliardi di euro) senza la consultazione dello stesso Parlamento europeo (per la supposta condizione emergenziale di guerra in atto), la Commissione, folgorata sulla via di Damasco, emana una “proposta” da far vagliare agli Organi democratici dell’UE. Una mera propaganda politica!
Prima di analizzare la proposta della Commissione, annunciata in p***a magna dagli organi di stampa, quasi fosse una svolta epocale, cerchiamo di chiarire il fenomeno di cui stiamo parlando.
Il numero totale di cittadini non UE a cui è stato intimato di lasciare il territorio di un Paese dell'UE (Decreto di rimpatrio) è stato di 435.860 per il 2023 e di 440.215 per il 2024 (in Italia, di 26.460 per il 2023 e di 27.590 per il 2024). Tra i paesi dell'UE, la Francia è la nazione che ha emesso più decreti di rimpatrio, seguita dalla Germania, dalla Spagna [questi tre Stati da soli hanno emesso ordini di rimpatrio che ammontano sommati a più della metà (51,7%) di tutti i cittadini colpiti in altri Stati dallo stesso provvedimento], poi dalla Grecia; e l’Italia si colloca solo al quinto posto tra gli Stati UE (fonte Eurostat).
Il numero dei cittadini non UE che sono stati effettivamente rimpatriati è stato di 105.785 per il 2023 e di 121.810 per il 2024 (in Italia, di 3.270 per il 2023 e di 3.225 per il 2024). Sui rimpatri, l’Italia si colloca soltanto all’11° posto nell’UE, nonostante sia fortemente colpita dal fenomeno dell’immigrazione irregolare che la pone, come detto, al 5° posto per l’incidenza.
In UE, a fronte dell’aumento del fenomeno dell’immigrazione irregolare intorno al 4% annuo, solo in Italia abbiamo un numero pressoché stabile di rimpatriati. Questo significa che in Italia, stazionano ogni anno un numero di circa 23.000 immigrati irregolari in più, che si vanno a sommare a quelli preesistenti l’anno precedente.
Dalla statistica si evidenzia un quadro emergenziale che i Governi UE hanno affrontato con diversa efficienza; disastrosa per l’Italia (nelle diverse legislature). Quei pochi rimpatri eseguiti dall’Italia sono stati tutti forzati (non volontari), nonostante a livello europeo il tasso dei rimpatri volontari ammonti al 56,5% del totale.
Stante questa situazione, con venti anni di ritardo circa, la Commissione UE propone di “istituire un sistema europeo comune di rimpatrio, con procedure più rapide, semplici ed efficaci in tutta l'UE”, alla luce del fatto che “i tassi di rimpatrio nell'intera UE non superano attualmente il 20% e la frammentazione dei diversi sistemi dà luogo ad abusi”, per cui è necessario una normativa che sia al contempo più semplice ed efficace (almeno nelle intenzioni), nel pieno rispetto dei diritti fondamentali degli individui.
Alla luce di ciò, pertanto, passiamo ad analizzare cosa prevederebbe l’illuminante svolta epocale rappresentata dal ‘nuovo regolamento europeo sui rimpatri’.
Si vorrebbe introdurre procedure comuni per l'emissione dell’ordine europeo di rimpatrio emesso da uno degli Stati UE. Così come per ‘il mandato di arresto europeo’, in tema di rimpatrio, uno Stato UE potrà eseguire direttamente il decreto di espulsione emesso da un altro Stato membro senza dover avviare una nuova procura giudiziaria di espulsione.
Idealmente, si cercherà di evitare il rimpatrio forzato, attraverso incentivi per quello volontario: con obbligo del rimpatrio forzato quando un immigrato irregolare non coopera, fugge in altro Stato UE, non lascia il territorio dell’UE entro il termine stabilito per la partenza volontaria o costituisce un rischio per la sicurezza.
Le norme dovrebbero limitare il rischio di fuga, attraverso la facoltà degli Stati membri di richiedere una garanzia finanziaria e imporre alle persone di presentarsi regolarmente o di soggiornare in un luogo designato (una sorta di soggiorno obbligato). Il trattenimento, attualmente limitato a 18 mesi, potrà durare fino a 24 mesi. Inoltre l'effetto sospensivo dei ricorsi avverso i decreti di rimpatrio non sarà più automatico. Infine, si introduce la possibilità giuridica di rimpatriare in un Paese terzo, sulla base di accordi o d’intese bilaterali o dell'UE, le persone il cui soggiorno nell'UE è irregolare e che sono destinatarie di un decreto definitivo di rimpatrio. Quest’ultimo aspetto è subordinato al fatto che il Paese terzo (non UE) rispetti le norme e i principi internazionali in materia di diritti umani conformemente al diritto internazionale, compreso il principio di non respingimento. A tutto ciò, saranno escluse le famiglie con minori ed i minori non accompagnati, a cui verrà applicata la fallimentare prassi attuale.
È evidente che la proposta della Commissione non tiene conto delle difficoltà che sul campo ogni Paese deve affrontare. Infatti, nell’iter amministrativo e giudiziario, il procedimento di espulsione prevede una lunga catena di verifiche (dall’accertamento dell’identità dell’individuo alla valutazione della legittimità della sua presenza sul territorio), che possono richiedere anni a causa della necessità di raccogliere prove e documentazione sufficienti. A cui seguono, immancabilmente appelli e ricorsi avversi ai provvedimenti di espulsione, fino alla Cassazione, con notevole ritardo per l’effettiva attuazione dell’espulsione. Per non parlare dell’endemica mancanza di documenti d’identità affidabili, con ritardi nell’accertamento dell’identità e della cittadinanza effettiva di provenienza, passaggio fondamentale per attivare le procedure di rimpatrio. E la proposta della Commissione presentata non delinea quali potrebbero essere le condizioni di facilitazione di accordi con i Paesi d’origine; infatti, la mancanza di intese chiare o il rifiuto da parte dei Paesi di accettare i rimpatriati rendono l’intero procedimento a volte del tutto inefficace.
Siamo alle solite, sulla carta, tutti sono “scienziati” nel fare progetti rivoluzionari, destinati al più misero dei fallimenti.

12/03/2025

L’ospite di questo mercoledì a...

FEMMINICIDIO: Disegno di Legge del Governo Meloni.Un mio approfondimento pubblicato su 'Dentro la notizia' l'8.03.2025, ...
08/03/2025

FEMMINICIDIO: Disegno di Legge del Governo Meloni.
Un mio approfondimento pubblicato su 'Dentro la notizia' l'8.03.2025, pagg.7-9 (Chiunque voglia ricevere copia gratuita del quotidiano online, può farne richiesta a: direttore.dentrolanotizia@gmail.com).
Qui di seguito il testo completo:
Nel Consiglio dei ministri di ieri, è stato approvato un disegno di legge (ddl) che, tra le altre cose, prevede il reato di femminicidio come fattispecie codicistica autonoma tra gli altri reati. Più precisamente, la condotta punita per il cosiddetto ‘delitto di femminicidio’ viene inquadrata nel seguente modo: "Chiunque cagiona la morte di una donna quando il fatto è commesso come atto di discriminazione o di odio verso la persona offesa in quanto donna o per reprimere l'esercizio dei suoi diritti o delle sue libertà o, comunque, l'espressione della sua personalità, è punito con l'ergastolo. Fuori dei casi di cui al primo periodo, si applica l'articolo 575" del codice penale, che prevede una pena non inferiore a 21 anni”.
Il ddl, per fortuna non un Decreto Legge, prevede anche una modifica dei reati di maltrattamenti di familiari o conviventi e "La pena è aumentata da un terzo alla metà se il fatto è commesso come atto di discriminazione o di odio verso la persona offesa in quanto donna o per reprimere l'esercizio dei suoi diritti o delle sue libertà o, comunque, l'espressione della sua personalità". Il progetto di legge prevede, inoltre, la codifica di “circostanze aggravanti” previste in relazione a casi di lesioni personali, gravi o gravissime, pratiche di mutilazioni degli organi genitali femminili, deformazione dell'aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso, omicidio preterintenzionale, interruzione di gravidanza non consensuale e violenza sessuale. Per quanto riguarda le minacce e il revenge p**n, qualora il reato è commesso come atto di discriminazione (così come proposto per gli altri reati) o di odio per la persona offesa in quanto donna [etc. …], la pena verrebbe aumentata da un terzo a due terzi.
Il ddl prevede, anche, un obbligo di comunicazione immediata della vittima dei reati di maltrattamenti, molestie sessuali, lesioni personali e stalking sulla scarcerazione del condannato e per il giudice l'obbligo di "comunicazione immediata", in caso di scarcerazione o permessi premio del condannato.
Non è l’unica novità del Ddl. Il testo, prendendo esempio da alcune procure che hanno sperimentato delle buone prassi, prevede, su richiesta motivata della vittima, l’audizione obbligatoria da parte del Pm in persona che dirige le indagini, senza possibilità di delega alla polizia giudiziaria. Obbliga lo stesso PM, inoltre, ad acquisire il parere della vittima, non vincolante, in caso di richiesta di patteggiamento per i reati elencati nel Codice rosso: dallo stupro ai maltrattamenti, dallo stalking al revenge p**n. Viene facilitato il ricorso alla misura cautelare degli arresti domiciliari per gli autori di violenza, con possibilità di estendere oltre i 500 metri (così come previsto dalla legge n.168/2023) la distanza minima da tenere, rispetto ai luoghi frequentati dalla persona offesa, in caso di divieto di avvicinamento disposto dal giudice.
Ovviamente, il disegno di legge appena approvato dal Consiglio dei ministri è un risultato di pura propaganda politica, peraltro fortemente simbolica in quanto presentato alla stampa in concomitanza con la commemorazione dell’otto marzo, Giornata internazionale della donna.
Una propaganda che certa di togliere il Governo dalle sabbie mobili della politica internazionale in cui s’è impantanato e degli scandali in cui è stato recentemente coinvolto.
Ma nessuno si è avventurato a riferire che questa data era stata già pianificata fin dall’inizio del 2023 per un velleitario progetto di elaborazione di un Testo Unico contro la violenza sulle donne, possibilmente bipartisan, che avrebbe dato lustro al primo Governo a guida femminile della storia dell’Italia unita, sabauda e repubblicana.
Un progetto ambizioso che si è impantanato, anche questo, nei lavori della terza “Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere”, istituita il 9 febbraio 2023, con L. n.2, per la prima volta bicamerale, con ben 36 componenti. La predetta Commissione parlamentare, riunitasi dal 26 luglio 2003 ad oggi per ben 70 volte (alla Camera dei Deputati), non è riuscita a completare le audizioni degli esperti. L’ambizione della Commissione, per lo meno nelle finalità per cui era stata istituita per differenziarsi da quelle delle precedenti legislature, era quella di riunire in un unico corpo armonizzato la copiosa produzione legislativa varata negli ultimi trenta anni. A partire dalla legge 66/1996, che ha qualificato lo stupro come delitto contro la persona e non contro la morale pubblica, alla ratifica nel 2013 della Convenzione di Istanbul (punto di riferimento sulla materia), dal Codice rosso del 2019, al Codice rosso rafforzato del 2023, fino agli ultimi provvedimenti.
Il Governo sperava di poterlo presentare già ieri, ma, come detto, l’obiettivo è decaduto perché per varare un Testo unico in siffatta materia legislativa occorrerebbe un gruppo di competenze maggiori rispetto a quelle che possono emergere dalle estenuanti attività della Commissione parlamentare.
In ogni caso, con il ddl presentato ieri, Meloni cerca sostanzialmente di presentare una sorta di attività governativa a costo zero, con pochissima necessità di copertura finanziaria, quest’ultima relegata, peraltro, alla sola risicata attività di prevenzione promossa dal Ministero dell’università e della ricerca.
La tipizzazione del reato di femminicidio, che sarebbe introdotto nel Codice con l’articolo 577-bis «(Femminicidio)», a parere del Governo dovrebbe aumentare la tutela della donna indipendentemente dall’esistenza di vincoli familiari, all’interno di ogni rapporto affettivo, anche non formalizzato, distinguendo così gli omicidi che maturano nell’ambito delle relazioni diseguali di potere tra uomini e donne. Di conseguenza, il femminicidio come illecito penale ad hoc, fattispecie autonoma rispetto all’omicidio, così come pianificato comporterà il rischio discriminatorio e di pregiudizio nel caso di una donna uccisa, indirizzando e veicolando le indagini, essendo il primo reato a ve**re ipotizzato; con un rischio di ampliare i gravi errori giudiziari già numerosi.
La norma varata, dal mio punto di vista è anche altamente discriminatoria nei riguardi del sesso femminile, perché con palese pregiudizio si dà per scontato che la fattispecie di reato prevista, mai e poi mai possa essere compiuta da una donna nei riguardi del maschio; e qualora ciò disgraziatamente dovesse accadere, non sarebbe mai punita con la stessa entità della pena prevista per il maschio (l’ergastolo). In altri termini, la regola è che il maschio possa commettere un omicidio come atto di discriminazione o di odio (ergastolo), e qualora ci fosse un’eccezione la donna avrà una pena attenuata in quanto donna, perché è il maschio quello violento per definizione!
Senza altri preamboli, è evidente che la norma è stata preparata in grande fretta per tappare un buco organizzativo (la definizione del Testo Unico contro la violenza di genere) imprevisto, e qualora disgraziatamente dovesse essere approvata dal Parlamento, al primo ricorso utile, la Corte Costituzionale sarebbe costretta a cassarla per mera sperequazione tra i sessi, per mero sessismo, la qual cosa va contro uno dei principi inviolabili della nostra Costituzione.
In quanto criminologo, infine, non posso esimermi dal dare un parere professionale in materia.
Che il femminicidio non debba essere considerato un semplice omicidio, è ormai acclarato da tutti gli studiosi che concordemente ritengono di dover includere non solo la fattispecie omicidiaria pure e semplice nella condotta da punire, ma anche un sistema di valori culturali che in un certo qual modo lo hanno favorito, permesso e tollerato in modo connivente. Mentre l'omicidio è un atto generico di uccisione, il femminicidio implica una componente di genere, in cui la vittima è assassinata a causa della sua identità di donna (nel femminicidio). Ma questo, anche se raramente, nella storia criminologica è avvenuto anche nei riguardi di maschi vittime, in cui la componente di genere, e l’odio sottostante verso il genere opposto, era la matrice prevalente.
Ma, al di là della componente del genere sessuale, tutti dimenticano che nelle condotte sessiste (come nel femminicidio) le pulsioni omicidiarie si concretizzano in un crescendo coercitivo di azioni tese a soddisfare il desiderio di controllo dell’altro (del partner), il suo possesso, la sua punizione per comportamenti percepiti come trasgressivi rispetto agli stereotipi di genere. E come potrete notare, questa fattispecie di impulsi aggressivi, coercitivi, lesivi della dignità altrui, fino a renderlo una sorta di oggetto proprietario (spersonalizzazione) che favorisce l’omicidio, possono caratterizzare la condotta sia di un uomo quanto quella di una donna.
E anche all’interno del femminicidio, la proposta di legge è così generalizzante che non tiene conto delle diverse tipologie di femminicidi che possono accadere, ascrivendoli tutti alla medesima pena, quella dell’ergastolo.
Infatti, i femminicidi possono essere classificati in diverse tipologie: quello commesso da un partner o ex partner a seguito di dinamiche di violenza domestica (femm. intimo); quello perpetrato da membri della famiglia (padre, fratello, zio) per motivi legati a onore o tradizione (femm. familiare); quello associato a violenza sessuale, come stupri seguiti dall'uccisione della vittima (femm. sessuale); quello per tratta e sfruttamento, collegato a prostituzione forzata e traffico di esseri umani; quello culturale o d'onore, diffuso in alcune società, in cui una donna viene uccisa per aver violato norme patriarcali (es. relazioni extraconiugali, rifiuto di matrimoni imposti), come nel caso di Saman Abbas uccisa a Novellara nel 2021; quello istituzionale, derivato da omissione, complicità o inefficacia dello Stato nel preve**re o p***eguire la violenza di genere.
Pertanto, se voi foste i Giudici avreste il coraggio di giudicare gli imputati di queste fattispecie di delitti omicidiari, maturati in contesti di femminicidio così differenti, colpevoli della stessa pena, quella dell’ergastolo? Se voi foste i Giudici, avreste il coraggio, in caso esattamente contrario di maschilicidio, di applicare una pena di entità grandemente ridotta (non l’ergastolo, non il fine pena mai) ad una donna, per la stessa fattispecie di condotta omicidiaria?
Rispondetevi da soli, ed avrete la risposta sulla competenza con cui la norma è stata progettata e proposta ai cittadini di questo Stato che ha come sacro ideale quello della massima uguaglianza di condizione di ognuno di noi di fronte alla Legge.
Infine, ma questo è un altro capitolo di personale disappunto, il ddl nell’istituire il reato di femminicidio che prevede la pena dell’ergastolo (non modulabile dal Giudice) è chiaramente anticostituzionale (vds., pronuncia 168/1994) laddove non esclude l'applicazione della pena dell'ergastolo al minore imputabile. Anche questa dimenticanza è in linea con quanto detto in precedenza. A voi lettori ed alla Storia, la facile sentenza!

Indirizzo

Via Ugo Ojetti 16
Rome
00137

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Bruno Calabrese - psicologo, criminologo pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta Lo Studio

Invia un messaggio a Bruno Calabrese - psicologo, criminologo:

Condividi

Digitare