10/09/2017
Eccole qui due delle illustrazioni più preziose dipinte da Elisa Menè per aiutare il lettore di Perché mia figlia non mangia più? a comprendere la metafora più antica e nota delle sintomatologie alimentari: quella della gabbia d’oro, proposta da una delle studiose più importanti dell’ anoressia, Hilde Bruch nel 1978. Come una gabbia d’oro, all’inizio, grazie agli effetti biologici secondari della fame e alle trasformazioni corporee, la sintomatologia alimentare favorisce nella persona che si ammala un acuirsi dei sensi e la sensazione di vivere un’esperienza del tutto speciale. La sintomatologia alimentare, soprattutto nei primissimi momenti della malattia, viene esperita dalla persona che si ammala poiché in difficoltà rispetto ad un momento delicato della vita come un rifugio accogliente che attenua le insicurezze, le incertezze e il senso di inadeguatezza che fino a poco tempo prima ostacolava l’esistenza e in cui ci si sente improvvisamente più sicuri e più forti. Un luogo almeno all’inizio attraente e difficile da lasciare: l’interno appare dorato e l’esterno grigio, come ben rappresentato da Elisa Menè nella prima immagine.
Ma come Elisa Menè rappresenta bene ingrigendo il rifugio e rendendo luccicante “la vita vera fuori”, dopo un po’ di tempo il rifugio anoressico si rivela per quello che è veramente. La persona si rende conto di non essere affatto protetta da quella magrezza, ma di trovarsi all’interno di una gabbia che in realtà la sta allontanando dalla vita. Se ne rende conto ma non riesce più ad uscire. Ciò accade a seguito di un insieme di meccanismi biologici scientificamente dimostrati che fanno della malattia una condizione che si auto-perpetua: l’alimentazione restrittiva, il sottopeso ed il digiuno protratto rinforzano, infatti, le distorsioni cognitive e le dispercezioni corporee che inducono a non mangiare. e anche per questo uscire dalla gabbia diviene molto difficile e richiede delle cure specialistiche. Come se non bastasse le fanciulle che si ammalano sono inoltre spesso irrazionalmente terrorizzate dall’eventualità di perdere quell’attenzione e quell’affetto da cui si sono sentite circondate grazie all’anoressia. “So che non ha senso, ma ho paura che se mangio i miei non mi vogliono più bene” ho sentito spesso affermare. Spesso ricorro alla metafora della Bruch per aiutare le persone con cui lavoro a guardare ai sensi di colpa, alle manifestazioni somatiche e dispercettive della sintomatologia alimentare in un modo diverso. Quando una persona in una fase avanzata della terapia mi dice di non riuscire a mangiare poiché immediatamente dopo aver mangiato si sente in colpa, sgradevolmente piena e si sente grassissima le propongo di guardare a questi vissuti insopportabili come alle sbarre della gabbia. Affinché la gabbia in cui sentirsi sicura fosse solida era necessaria un’architettura raffinata e questa ha compreso delle sbarre capaci di tenere in piedi la sintomatologia anoressica. La psiche è intelligente, dico loro, e per custodire bene quello che sembrava un rifugio salvifico ha architettato degli strumenti/sbarre che tenessero bene in piedi la gabbia del controllo del cibo e del peso; propongo loro di guardare ai sensi di colpa, al sentirsi sazi dopo aver mangiato, al vedersi enorme allo specchio o al pensare prima di mangiare che se ne pentirà e a tutti gli altri vissuti, pensieri e imperativi interni che sottendono il non mangiare come le sbarre della gabbia. Sbarre opprimenti che prima consentivano di sentirsi al sicuro non mangiando e che ora ostacolano il ritorno alla vita. Soltanto quando la persona riesce a riconoscere la sintomatologia alimentare come la gabbia che la intrappola e a sentirsi ed essere profondamente più solida e sicura, può iniziare a concepire di farne a meno e, se i processi psichici sono maturi, potrà riuscire a tollerare lentamente la forza con cui come l’illustrazione di Elisa Mené propone, si opporranno sul corpo le sbarre che tenevano in piedi la gabbia: sensi di colpa dopo aver mangiato, senso di pienezza eccessiva anche dopo aver mangiato pochissimo o addirittura solo bevuto; paura irrazionale di ingrassare; imperativi interni a non mangiare; convinzione irrazionale di essere disgustosi se si mangia.
Tratto da: Cos’è un disturbo alimentare? La metafora della gabbia e le sbarre della gabbia in Perché mia figlia non mangia più?. Marta Scoppetta.