07/04/2026
Oggi è il mio compleanno.
E quest’anno ho deciso di condividere qualcosa che, finora, ho sempre tenuto per me.
Per tutta la vita ho avuto più o meno lo stesso peso corporeo.
Da ragazza, da adulta, anche dopo una gravidanza. Per me è sempre stato semplicemente questo: il mio peso. Un numero, non un valore.
Per gli altri, però, spesso non è stato così.
“Ma mangi abbastanza?”
“Sei troppo magra, stai bene?”
“Non è normale…”
Frasi dette quasi sempre con leggerezza.
Ma con un tono che, a pensarci bene, non è mai neutro. È un tono che giudica, che mette in discussione, che ti fa sentire, in qualche modo, sbagliata.
E io, ogni volta, mi sono sentita a disagio.
Come se dovessi giustificarmi.
Come se il mio corpo fosse qualcosa da spiegare.
Non ne ho mai parlato davvero.
Forse perché esistono disagi che sembrano “meno legittimi” di altri.
Forse perché, se non rientri in certi standard di sofferenza, ti sembra di non avere il diritto di raccontarti.
Ma negli anni, anche grazie al mio lavoro, ho capito una cosa importante.
Il problema non è in quale direzione si discosta un corpo dagli standard, il problema è che continuiamo a sentirci autorizzati a commentarlo.
Perché il tono è lo stesso.
Cambia solo il verso: troppo o troppo poco.
E in entrambi i casi, spesso, non sappiamo nulla della storia che c’è dietro.
Oggi, forse anche grazie a tutte le persone che incontro ogni giorno, sento di poterlo dire con più chiarezza, il rispetto passa anche da qui.
Dal non fare del corpo degli altri un argomento di conversazione.
Dal fare un passo indietro, prima di un commento.
Questo è uno dei tanti motivi per cui faccio il mio lavoro nel modo in cui lo faccio.
E forse, oggi più che mai, ha senso ricordarlo anche qui.