07/02/2026
𝗧𝗿𝗶𝗮𝗻𝗴𝗼𝗹𝗮𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗳𝗮𝗺𝗶𝗹𝗶𝗮𝗿𝗲: 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗹𝗮 𝗳𝗮𝗺𝗶𝗴𝗹𝗶𝗮 è 𝘁𝗼𝘀𝘀𝗶𝗰𝗮
Chi non ha mai visto i propri genitori discutere? Sono stati loro i primi a insegnarci a confrontarci con gli altri. Ma tra discutere e litigare c’è una fondamentale differenza, soprattutto quando sono i figli a esserne coinvolti.
Si tratta della “triangolazione familiare”, una dinamica tossica e disfunzionale, in cui nel conflitto tra i genitori viene coinvolto un figlio, che diventa loro mediatore, alleato o capro espiatorio. Questo meccanismo riduce la tensione immediata di uno dei genitori o della coppia, ma nel figlio crea una grave sofferenza emotiva, ansia e problemi comportamentali, alimentari o relazionali.
Il coinvolgimento di un figlio in una disputa genitoriale crea una coalizione tra un genitore e il figlio contro l’altro genitore. Spesso si creano ruoli di vittima, persecutore e salvatore, quest’ultimo di solito assunto dal figlio, che può cercare di intervenire per placare le discussioni dei genitori. Indurre un figlio a schierarsi in una disputa familiare è un atto immaturo e violento, che silenziosamente provoca in lui una seria scissione psichica.
Questi svilupperà poi un attaccamento insicuro con problemi di autolesionismo, vittimismo alternato a scoppi di rabbia e aggressività, disturbi alimentari e digestivi (anoressia, bulimia, binge-eating, colite nervosa, ecc.), dipendenze affettive o da sostanze, e in generale una difficoltà nella differenziazione del sé e nell’individuazione nel mondo.
La terapia individuale o familiare sistemica mira a rendere la comunicazione diretta tra i membri, eliminando il ruolo di mediatore del figlio e spingendo i genitori a gestire il conflitto tra loro e in modo sano.
Uscire da questa dinamica richiede che il membro “triangolato” riconosca il suo ruolo, rinunci a essere la vittima o il salvatore, e impari a non assumersi la responsabilità delle tensioni altrui.
(Immagine: La Famiglia Belleli, dipinto di Degas, 1867, Parigi, Orsay)