31/01/2026
Procrastinare è umano. Rimandiamo il bucato, le bollette, la spesa.
E quando si tratta di studio o lavoro, la spinta a rimandare può diventare ancora più intensa: bastano una notifica, un episodio su Netflix, un messaggio in chat, e l’intenzione iniziale (“mi metto e finisco”) viene risucchiata altrove.
Il punto, però, è che la procrastinazione non è solo un problema di organizzazione: spesso è un problema di regolazione emotiva.
Rimandiamo non perché non sappiamo cosa fare, ma perché – in quel momento – l’attività ci dà sensazioni scomode: noia, ansia, frustrazione, paura di fallire, senso di inadeguatezza.
Molti studi collegano la procrastinazione a esiti meno favorevoli: maggiore stress e ansia, peggior benessere, e – in ambito universitario – un rischio più alto di burnout accademico.
In altre parole: rimandare può funzionare come “analgesico immediato”, ma spesso presenta il conto dopo. Negli ultimi anni, oltre ai classici interventi di tipo cognitivo-comportamentale, si è affacciato con forza un approccio breve e pragmatico: la Acceptance and Commitment Therapy (ACT).
Una revisione sistematica del 2025 (Lee, Othman, Ramlee) che ha considerato nove studi su studenti indica che ACT può ridurre la procrastinazione accademica, soprattutto attraverso un miglioramento della flessibilità psicologica.
Questo articolo usa quelle idee come base per un percorso specialistico ma molto pratico: capire perché procrastiniamo e come intervenire quando la voglia è zero.
Procrastinare è umano. Rimandiamo il bucato, le bollette, la spesa. E quando si tratta di studio o lavoro, la spinta a rimandare può diventare ancora più intensa: bastano una notifica, un episodio su Netflix, un messaggio in chat, e l’intenzione iniziale (“mi metto e finisco”) viene risucch...