Roberta Bruzzone Psicologa e Criminologa

Roberta Bruzzone Psicologa e Criminologa Criminologa Investigativa, Psicologa Forense, Esperta di Analisi della Scena del Crimine
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Quello che emerge da questo dibattito non è una sorpresa per chi, come me, lavora sul campo da anni. È la conferma dramm...
21/01/2026

Quello che emerge da questo dibattito non è una sorpresa per chi, come me, lavora sul campo da anni. È la conferma drammatica di ciò che denunciamo da tempo: il disagio psicologico non è più un fenomeno marginale, è diventato strutturale, diffuso, pervasivo.
E sta crescendo più velocemente delle risposte che dovrebbero contenerlo.

Stiamo assistendo a un crollo vertiginoso degli equilibri psichici, soprattutto nelle fasce più fragili, ma non solo. Sempre più persone vivono in uno stato di sofferenza cronica, non intercettata, non trattata, non presa in carico. E quando il disagio resta senza nome, senza cura e senza contenimento, può trasformarsi in qualcosa di molto più pericoloso.

Dirlo non è allarmismo.
È responsabilità.

Una parte di questi soggetti, lasciati soli, confusi, disorganizzati, può diventare imprevedibile, talvolta francamente pericolosa per sé e per gli altri. Non perché “malvagia”, ma perché psichicamente fuori controllo, senza strumenti interni né supporti esterni per reggere la frustrazione, il rifiuto, la perdita, il limite.

E mentre tutto questo accade, cosa fa il sistema?
Minimizza.
Rimuove.
Sottodimensiona.

Le risorse sul territorio sono assolutamente inadeguate. I servizi di salute mentale sono saturi, impoveriti, spesso costretti a lavorare in emergenza permanente.

La prevenzione è diventata una parola vuota. La presa in carico precoce un miraggio. Il rischio viene visto solo dopo, quando il danno è già fatto.

Questa non è una crisi passeggera.
È una situazione disastrosa.

Ed è arrivato il momento di dirlo con chiarezza, senza più eufemismi rassicuranti:

la salute mentale in questo Paese è fuori controllo, e continuare a far finta di niente significa preparare il terreno a conseguenze sempre più gravi, anche sul piano della violenza, della disgregazione sociale, della sicurezza.

Non basta più “sensibilizzare”.
Serve parlarne apertamente, duramente, pubblicamente.
Serve investire, strutturare, intervenire prima, non dopo.

Perché il disagio ignorato non scompare.
Si accumula.
Si incancrenisce.
E prima o poi presenta il conto.

Parliamo spesso di violenza sugli animali.E ogni volta è una coltellata al cuore.Ma questa vicenda è qualcosa di oggetti...
21/01/2026

Parliamo spesso di violenza sugli animali.
E ogni volta è una coltellata al cuore.
Ma questa vicenda è qualcosa di oggettivamente allucinante.

Un cagnolino di piccolissima taglia, tranquillo, dall’aspetto inerme e innocuo, afferrato e lanciato nel vuoto perché “temeva potesse fare del male al figlio”.
Davvero qualcuno può anche solo pensare che una creatura del genere rappresenti un pericolo reale per un bambino?

No.
Questo non parla di protezione.
Non parla di istinto genitoriale.
Parla di cieca violenza.

Parla di una reazione abnorme, spropositata, totalmente fuori scala, che non ha nulla a che vedere con il senso del pericolo, ma tutto a che fare con una gravissima incapacità di gestire frustrazione, impulsi aggressivi e controllo emotivo.

E allora la domanda non è sul cane.
La domanda è sul padre.

Un adulto che reagisce così, che davanti a un bambino mette in scena un atto di violenza estrema contro una creatura innocente, è davvero in grado di fare il genitore?
Una persona che vede una minaccia dove non esiste e risponde con un gesto letale, è una figura di sicurezza o un fattore di rischio per suo figlio ?

Perché una cosa deve essere chiara ossia una reazione di questo tipo è pericolosa.
È pericolosa per gli animali.
Ed è pericolosa anche per quel bambino.

Questa vicenda è agghiacciante sotto ogni profilo.
E se qualcuno pensa che il problema sia “solo” la morte di un cane, allora non ha capito nulla.
Qui il punto è la violenza, il modello relazionale, l’esempio, il messaggio che passa.

E quando un adulto perde il controllo in questo modo, non è il cane a dover far paura.

20/01/2026

Femminicidi feroci. Come scatta la voglia di distruggere la vittima? Lo spiego qui.

20/01/2026

Federica sarebbe stata uccisa dal marito con “molta cattiveria”. Lo ha detto il procuratore di Civitavecchia, Alberto Liguori. Di questo e altri elementi abbiamo parlato a La Vita in diretta.

Neonati sepolti, Chiara Petrolini si commuove in aula quando la psicoterapeuta parla della nonna. Ecco perché non mi sorprende…

In questi anni, nel mio lavoro clinico e forense, mi sono trovata spesso di fronte a soggetti autori di condotte gravi, ...
20/01/2026

In questi anni, nel mio lavoro clinico e forense, mi sono trovata spesso di fronte a soggetti autori di condotte gravi, soprattutto ai danni dei loro partner, che presentavano chiari tratti di funzionamento narcisistico.

In molti di questi casi la confessione non è mai arrivata.
Oppure è arrivata tardi, in forma parziale, distorta, funzionale solo a proteggere sé stessi.

Non si è trattato solo di una strategia difensiva.
In molti casi, la confessione era psicologicamente impossibile.

Oggi vi spiego perché.

Perché per un soggetto con funzionamento narcisistico la confessione è psicologicamente intollerabile.

Non è una scelta strategica.
È una impossibilità strutturale.
Ecco perché:

1. La confessione equivale all’annientamento del Sé

Il narcisista non possiede un’identità stabile.
Possiede un Sé grandioso difensivo, costruito per proteggersi da vergogna e vuoto.

Confessare significa:
• riconoscersi colpevole,
• accettare una posizione di inferiorità,
• perdere il controllo dell’immagine.

Per un narcisista questo equivale a una morte psichica. Meglio il carcere che l’umiliazione definitiva e irreparabile.

2. Incapacità di assumersi una responsabilità autentica

Il narcisista:
• non integra la colpa,
• non prova rimorso reale (solo paura delle conseguenze),
• vive ogni accusa come persecuzione.

La colpa viene sempre:
• negata,
• minimizzata,
• proiettata sugli altri.

La confessione richiede responsabilità interna.
Il narcisista funziona per attribuzione esterna.

3. Meccanismi di difesa primitivi

Nel narcisismo patologico dominano:
• negazione (“non è successo”),
• proiezione (“sono loro i colpevoli”),
• scissione (buono/cattivo),
• razionalizzazione.

Confessare farebbe crollare l’intero sistema difensivo.
E il soggetto non ha nulla sotto ragion per cui confessare significherebbe sprofondare in un abisso di angoscia impossibile da gestire.

4. Controllo narrativo ossessivo

Il narcisista deve:
• controllare la storia,
• manipolare la percezione altrui,
• riscrivere i fatti a proprio vantaggio.

Confessare significa perdere il monopolio della narrazione
e diventare oggetto del racconto di altri (giudici, media, vittime).

Per lui è intollerabile.

5. Fantasia di onnipotenza residua

Anche davanti all’evidenza:
• crede di poter “ribaltare tutto”,
• sopravvaluta le proprie capacità persuasive,
• sottovaluta l’intelligenza degli altri.

Il suo pensiero dominante è “Alla fine ne uscirò comunque.”

Questa illusione regge fino al crollo finale.

6. La confessione sgretola la maschera

Il narcisista vive di immagine, non di verità.
Confessare significa:
• smascherarsi,
• perdere status,
• perdere ammirazione (o anche solo timore).

Per questo spesso:
• tace,
• mente,
• accusa altri,
• si presenta come vittima.

7. Quando confessano (evento raro)

Se confessano, di solito la confessione
• è strumentale (ottenere benefici),
• è parziale,
• è distorta (“l’ho fatto, ma perché provocato”),
• è tardiva, quando ogni altra via è fallita.

Non è mai una confessione riparativa.
È solo un ultimo tentativo di controllo.

La pena la può scontare.
La responsabilità no.















NUOVA EDIZIONE 2026 – Corso Avanzato in Criminologia, Psicologia Investigativa, Psichiatria Forense e Analisi Comportame...
19/01/2026

NUOVA EDIZIONE 2026 – Corso Avanzato in Criminologia, Psicologia Investigativa, Psichiatria Forense e Analisi Comportamentale della scena del crimine - edizione in diretta streaming e ON DEMAND

Da MARZO a GIUGNO 2026 - iscrizioni aperte

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A chi è rivolto
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Il 23 gennaio ad Aversa e il 24 gennaio a Monopoli
19/01/2026

Il 23 gennaio ad Aversa e il 24 gennaio a Monopoli

NON CI SALVEREMO CON I METAL DETECTOR……ciò che oggi emerge con forza è un dato inquietante: il senso di possesso dilaga ...
19/01/2026

NON CI SALVEREMO CON I METAL DETECTOR…

…ciò che oggi emerge con forza è un dato inquietante:
il senso di possesso dilaga tra i giovanissimi.
Un ragazzo ucciso perché “colpevole” di aver postato foto “tranquille” con una ragazza (amica d’infanzia) che l’assassino riteneva di sua proprietà.

Nessuna provocazione, nessuna minaccia: solo l’idea distorta del possesso.

Questo schema non è episodico.
Non è etnico.
Non è marginale.
È culturale, educativo, valoriale. E’ trasversale.

Lo dimostrano tragedie diverse, unite dallo stesso filo rosso — come quanto accaduto in questi giorni alla povera Federica Torzullo.

Storie che non sono state intercettate in tempo, perché il possesso è stato normalizzato, minimizzato, giustificato come “gelosia”, “insicurezza”, “amore che fa male”.

C’è un’aggravante che non può essere ignorata ossia la presenza di un’arma da taglio nel perimetro scolastico, segnalata più volte ma sempre “dopo”.

Questo non è accettabile.
Non è una “ragazzata”.
È un chiaro segnale di escalation.

Stiamo osservando una generazione che non tollera la frustrazione, neppure quella più banale. Quando il rifiuto non viene elaborato, si trasforma in agito violento…un gesto distruttivo che tenta di ripristinare potere effimero, ma per l’autore determinante.

Qui non parliamo di raptus.
Parliamo di apprendimenti disfunzionali.
Di modelli affettivi malati.
Di segnali ignorati.

Finché continueremo a confondere il controllo con l’amore, la gelosia con il legame, il possesso con l’identità, queste tragedie continueranno.

La prevenzione non è un hashtag.
È educazione emotiva reale, limiti chiari, intercettazione precoce, responsabilità adulta.

Il possesso uccide.
E ogni volta che lo minimizziamo, arriviamo tardi.

Esito purtroppo ampiamente previsto…e prevedibile…Il conteggio delle vittime è ricominciato. Anche nel 2026.Come purtrop...
18/01/2026

Esito purtroppo ampiamente previsto…e prevedibile…

Il conteggio delle vittime è ricominciato. Anche nel 2026.

Come purtroppo era ampiamente prevedibile.
E la domanda non è se accadrà ancora.
La domanda è quante altre storie di sangue dovremo raccontare prima di ammettere che non abbiamo nemmeno iniziato a scalfire il problema.

Da psicologa forense che da oltre 25 anni si occupa di queste vicende in tutte le loro molteplici sfaccettature, lo dico con chiarezza, senza sconti e senza retorica:
questa non è mai “follia improvvisa”.
È cultura del possesso. Punto.

Molti di questi uomini perseguitano e uccidono
perché vivono l’abbandono come una ferita narcisistica intollerabile.
Un affronto pubblico, e quindi imperdonabile, alla loro mascolinità tossica.
Una donna che sfugge al loro controllo e’ una prova tangibile ed evidente della loro profonda inadeguatezza.
Un’umiliazione che, nella loro mente distorta, genera angoscia e vergogna e diventa un’onta da lavare col sangue.

Lei non è più una persona.
Diventa una minaccia alla reputazione maschile, all’immagine sociale, al controllo.
E quando il controllo crolla, per chi è cresciuto dentro questa logica, la violenza diventa un linguaggio che si esprime con lucida ferocia.

Ogni volta che minimizziamo.
Ogni volta che parliamo di “raptus”.
Ogni volta che confondiamo il possesso con l’amore,
stiamo preparando il terreno che ci porterà dritti dritti alla prossima vittima.

Il 2026 è appena iniziato.
E il conteggio, purtroppo, sta già scorrendo.

Stasera a Cannobio per la prima teatrale del nuovo tour “L’epoca della rabbia - storie di ragazzi che uccidono all’ombra...
17/01/2026

Stasera a Cannobio per la prima teatrale del nuovo tour “L’epoca della rabbia - storie di ragazzi che uccidono all’ombra di Narciso”

’L’EPOCA DELLA RABBIA
Ragazzi che uccidono all’ombra di Narciso”

Non è uno spettacolo rassicurante.
È un attraversamento.

L’Epoca della Rabbia è una conferenza teatrale che scende nel punto in cui la rabbia smette di essere difesa e diventa arma.
Ne segue l’evoluzione più tossica e silenziosa ossia la trasformazione in rabbia narcisistica, quella che nasce da un Sé fragile, ipersensibile al rifiuto, incapace di tollerare il limite.

Qui la rabbia non esplode all’improvviso.
Sedimenta.
Si nutre di frustrazioni negate, di fallimenti mai elaborati, di uno specchio che deve restituire solo grandezza.
E quando lo specchio si incrina, l’altro diventa colpevole.

Lo spettacolo esplora storie reali di ragazzi che hanno ucciso all’ombra di un narcisismo fragile e distruttivo..non “mostri”, ma giovani che non hanno retto la ferita narcisistica, che hanno confuso il rifiuto con l’annientamento, il limite con l’umiliazione, l’altro con un oggetto da controllare o distruggere.

È un viaggio duro, necessario, lucidissimo.
Per capire quando la rabbia cambia pelle.
Perché smette di proteggere.
E come può trasformarsi nel detonatore della violenza.

Perché ignorare la rabbia non la spegne.
La rende solo più pericolosa.

17/01/2026

Federica scomparsa ad Anguillara. A Quarto grado il mio commento alle parole del marito.

Quando il silenzio uccide prima del gestoLa lunga lettera d’addio.Il cerotto sulle labbra…Il viaggio nel gelo, da sola.L...
17/01/2026

Quando il silenzio uccide prima del gesto
La lunga lettera d’addio.
Il cerotto sulle labbra…Il viaggio nel gelo, da sola.
La storia di Annabella Martinelli, 22 anni, non è un “caso”.È un sintomo.
Un sintomo grave, doloroso, che racconta una verità che come società (e come professionisti) non possiamo più permetterci di ignorare: il suicidio giovanile è in crescita costante e pericolosa.

Colpisce sempre più spesso ragazzi e ragazze che non appaiono fragili, che studiano, che vivono in famiglia, che non rientrano negli stereotipi “rassicuranti” del disagio evidente.
Ed è proprio questo che lo rende così letale.

Il suicidio non nasce all’improvviso
Nasce nella solitudine non vista
Dal punto di vista clinico, il gesto suicidario nei giovani raramente è impulsivo.È quasi sempre l’esito finale di un processo lungo, silenzioso, invisibile, fatto di:
* ipercontrollo emotivo
* vergogna del dolore
* senso di colpa per il proprio malessere
* percezione di essere un peso
* convinzione profonda di non avere diritto a chiedere aiuto

La lettera lasciata da Annabella non è solo un addio.È un tentativo estremo di dare senso a un dolore che non ha trovato ascolto prima.

Il cerotto sulle labbra è un dettaglio psicologicamente devastante.

Non serve a “non gridare”.Serve a non disturbare.
Ed è qui che la vicenda smette di essere individuale e diventa collettiva.

Giovani circondati da persone, ma emotivamente soli
Molti ragazzi oggi crescono dentro un paradosso clinico ormai evidente:
* adulti presenti fisicamente
* adulti assenti emotivamente
Genitori stanchi, spaventati, spesso convinti che “andrà tutto bene” per giustificare una sostanziale inerzia.
Scuole schiacciate sulla prestazione.Social network che amplificano il confronto, la vergogna, il senso di inadeguatezza.
Il risultato è una generazione che soffre in silenzio, perché ha interiorizzato un messaggio devastante:
“Se stai male, è un tuo problema.”

E quando il dolore non trova parole, diventa comportamento. Quando non trova uno sguardo adulto, diventa gesto estremo.

La vera domanda non è “perché si è uccisa”
La vera domanda è: dove erano gli adulti?
Il suicidio non è mai solo un fatto individuale. È un evento che interroga l’intero contesto.
Dove erano gli adulti quando:
* il ritiro emotivo è diventato isolamento?
* la stanchezza psichica è diventata rinuncia?
* la richiesta di aiuto è diventata muta?

Non basta dire: “Non avevamo segnali.” Molto spesso i segnali ci sono. Siamo noi a non saperli più leggere.

A chi oggi si trova nella stessa solitudine
Indicazioni pratiche, concrete, salvavita
A chi sta vivendo una condizione simile – o riconosce qualcuno che potrebbe esserci dentro – va detto con chiarezza:
Chiedere aiuto non è un fallimento. È una competenza.
Non devi “stare abbastanza male” per meritare ascolto.
Il pensiero di farla finita è un segnale clinico, non una colpa.

Come chiedere aiuto in modo funzionale:
Non aspettare di avere le parole giuste. Basta dire: “Non sto bene. Ho paura di me.”
Rivolgiti a un adulto che non minimizza. Se uno non ascolta, cercane un altro.
Usa i servizi dedicati, anche in anonimato.

In Veneto è attivo il Numero Verde Antisuicidi 800 334343, h24, con psicologi qualificati.
Telefono Amico risponde al 02 2327 2327 o via WhatsApp al 324 0117252, tutti i giorni.

Chiamare non significa “fare una scenata”.
Significa restare vivi abbastanza a lungo da cambiare traiettoria.

Se sei un genitore, un insegnante, un professionista:
non chiedere solo “come va?”chiedi “come stai davvero?”
E soprattutto resta, anche quando la risposta ti spaventa.
Perché l’amore, senza educazione emotiva e senza presenza reale, non basta.

E ogni volta che perdiamo un ragazzo o una ragazza, non perdiamo solo una vita. Perdiamo un’occasione mancata di esserci stati prima.

Indirizzo

Rome

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