26/04/2026
Vitrectomia per floaters: dove nascono i sogni
Era il 2006. Avevo appena finito la specializzazione e, per festeggiare, volai con i colleghi a Las Vegas per l’American Academy of Ophthalmology.
Per una di quelle coincidenze che cambiano la vita, incontrai i chirurghi vitreoretinici dell’Università di Amsterdam — quelli che, di lì a poco, mi avrebbero accolto come fellow in chirurgia VR.
Nel gruppo c’era uno molto silenzioso. Pensai: “Come sono strani ’sti olandesi…”
Poi scoprii che non era olandese per niente. Era di Oristano.
Si chiamava Marco Mura. E sarebbe diventato il mio maestro.
Con Marco abbiamo operato tutto l’operabile. Quattro anni fianco a fianco: dai primi strumenti 25g della chirurgia mini-invasiva fino ai 20.000 tagli dei sistemi più avanzati, passando per la robotica, la visione 3D, la chirurgia endoscopica.
Ma la lezione più grande non era tecnica.
Marco mi ha insegnato che i limiti esistono solo se te li imponi da solo. Che l’oculistica è piena di dogmi che nessuno osa mettere in discussione. E che noi, sistematicamente, smontavamo.
Uno di questi dogmi era la chirurgia dei floaters.
Ad Amsterdam cominciammo a capire che quei pazienti — quelli con filamenti e mosche volanti insopportabili, che nessuno sembrava prendere sul serio — se li operavi, non solo la chirurgia funzionava: tornavano alla loro vita. Si erano infilati in un tunnel buio, incompresi, spesso abbandonati. E ne uscivano, sulle proprie gambe, dopo una vitrectomia completa ben fatta.
In quegli anni il mio obiettivo era uno solo: diventare il chirurgo più bravo che potessi essere. Non ho mai voluto fare il primario, il professore, il capo reparto. Dopo il lavoro voglio parlare di calcio, fare surf, andare al mare. Studiare oftalmologia e filosofia.
Marco invece aveva un’altra ambizione: l’accademia, un dipartimento, la cattedra da ordinario.
E così, un giorno, ci separammo — ciascuno verso la propria strada.
Oggi, davanti a una pizza in quel di Bologna, a distanza di vent’anni, guardo indietro e sorrido.
I sogni si sono realizzati per entrambi. In modi diversi, ma entrambi interi.
E l’amicizia è ancora lì — solida, discreta, come lui del resto — pronta a durare ancora a lungo.
Soprattutto a beneficio di quei pazienti che hanno creduto in noi. E in quei sogni di giovani medici con gli occhi ancora pieni di domande.