16/01/2026
COSA FACCIO A STUDIO PER L'OCCLUSIONE DENTALE SUI MIEI PAZIENTI
Questo post e' frutto di Considerazioni personali dopo 25 anni di pratica clinica.
Nel mio lavoro clinico sull’occlusione non applico protocolli rigidi né schemi automatici.
Quello che porto oggi in studio è il risultato di oltre 25 anni di esperienza clinica
integrata con una formazione specifica maturata negli anni.
Una parte importante del mio approccio deriva dallo studio del metodo Meersseman, approfondito attraverso moduli formativi seguiti anni fa e successivamente rielaborati e interpretati da un docente di fama nazionale, il dott. ColaSanto Stefano, dentista che da anni si occupa di postura e integrazione tra sistema stomatognatico e assetto corporeo globale.
Il metodo nasce quindi da scuole strutturate, ma non viene applicato in modo meccanico: è stato nel tempo adattato e rielaborato sulla base della mia esperienza clinica diretta.
In studio, non inserisco mai il rullo o i supporti occlusali a priori.
Lo faccio solo quando l’anamnesi e la storia odontoiatrica del paziente mi orientano chiaramente in quella direzione. La scelta è sempre guidata dal ragionamento clinico, non dal protocollo.
Una volta individuata questa possibilità, eseguo:
test posturali prima e dopo,
test di forza muscolare prima e dopo,
con l’obiettivo di valutare la dominanza funzionale: capire se l’occlusione perturba il sistema ed è primaria, oppure se rappresenta una risposta adattativa a disfunzioni che nascono altrove, spesso a livello periferico o elettromeccanico.
Questo passaggio è centrale nel mio approccio, perché consente di distinguere:
quando l’occlusione è un vero driver disfunzionale,e quando invece è un effetto compensatorio di un problema che ha un’altra origine.
L’occlusione, infatti, viene sempre letta come parte di un sistema integrato, che coinvolge:
il sistema cranico e meningeo,
la relazione mandibola–cranio–sacro,
l’adattamento neuromuscolare,
la risposta posturale globale.
L’obiettivo non è “correggere un morso”, ma comprendere se e quanto l’occlusione interferisca con l’organizzazione del sistema.
Solo dopo questa verifica clinica ha senso intervenire.
Questo modo di lavorare mi permette di adottare un approccio non invasivo, progressivo e rispettoso della fisiologia, basato su risposte oggettive del corpo e su cambiamenti immediatamente verificabili.
In sintesi, il metodo che utilizzo oggi:
nasce da scuole autorevoli,
viene rielaborato criticamente,
si fonda sulla clinica esperienziale,
ed è costantemente affinato dal confronto quotidiano con il paziente.
È questo, per me, il significato profondo della pratica clinica:
studiare, applicare, osservare, verificare e rielaborare, mettendo sempre il corpo del paziente al centro del processo terapeutico.