25/04/2026
A me la parola resistenza suona ancora e sempre come qualcosa da capire e con cui stare. Ricordare e capire che essere umani a volte, vuol dire anche rischiare la vita come i tanti giovani che hanno perso i loro 20 anni per la libertà. Come i tanti pazienti che veramente in modo eroico decidono di dare finalmente voce alla loro resistenza.
In terapia viene ancora trattata spesso come un ostacolo, come se fosse quella cosa che rallenta, che impedisce, che non ti fa andare avanti. Non so se sapete che in passato nella rappresentazione della relazione terapeutica, si diceva che il paziente aveva delle resistenze come blocco alla terapia, oggi e soprattutto nel mio essere terapeuta umanistica esistenziale, la vedo, ma non solo io lo faccio insieme a tanta ricerca psicologica che supporta questo, al contrario affermo che la resistenza è una parte profondamente sensata. È quella che, a un certo punto della tua storia, si è organizzata per farti restare attaccato a te nonostante tutto, quel no interno anche di fronte a chi amavi, che magari non potevi ancora dire ma dentro resisteva.
È una forma di intelligenza, non un errore.
E forse è anche per questo che io faccio più fatica con la parola resilienza, abusata e osannata, soprattutto quando viene usata in modo un po’ sloganistico. Perché lì il rischio diventa vai avanti, adattati, supera, ignora e non dare importanza, ma la resilienza deve essere un meccanismo si sopravvivenza urgente non uno stile di vita, da usare quando dentro non c’è ancora spazio, sicurezza, appoggio per poter resistere apertamente, la resilienza poi non sostituisce l'appartenenza, la resistenza invece è una precondizione di autenticità e appartenenza. Allora tutta questa enfasi sulla resilienza rischia di diventare positività tossica, anche se detta con le migliori intenzioni.
La resistenza invece fa un’altra cosa: Interrompe. Rallenta. Mette un limite. Dice: non così, non adesso, non in queste condizioni, non va bene per me e paradossalmente diventa la precondizione per incontrarsi davvero in modo onesto, libero e spontaneo.
E questa cosa, in terapia, è preziosa.
Perché non tutto ciò che resiste va sciolto. Sempre va ascoltato. Ogni istante va rispettato. A volte sta tenendo insieme qualcosa che, se forzato, si romperebbe.
Il lavoro allora non è spingere oltre la resistenza, ma entrarci in relazione. Starci accanto abbastanza da capire cosa protegge, cosa teme, cosa le permetterebbe di abbassarsi un po’ senza sentirsi in pericolo, standoci accanto posso veramente conoscere chi ho in cammino con me.
Se in terapia succede questo, il cambiamento non arriva perché lo forzi. Arriva perché diventa possibile.
E soprattutto non arriva mai al prezzo di tradirti.