Germana Verganti Psicoterapeuta Milleriana-Analista Transazionale EMDR

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Germana Verganti Psicoterapeuta Milleriana-Analista Transazionale EMDR Analista Transazionale, Terapeuta TIST 2° livello(J.

Fisher), EMDR 2°liv., CFT Compassion Focused Therapy, Facilitatore Mindfulness (MBSR), Assessment ADHD adulti.

Alcune persone non vivono il legame affettivo come una possibilità di incontro tra due soggettività autonome, ma come un...
29/04/2026

Alcune persone non vivono il legame affettivo come una possibilità di incontro tra due soggettività autonome, ma come una condizione indispensabile per mantenere una stabilità interna. In questi casi, l’amore non viene percepito come una scelta libera, ma come una necessità psichica. L’assenza dell’altro non è soltanto vissuta come mancanza relazionale, bensì come minaccia all’equilibrio emotivo, alla continuità del senso di sé e, talvolta, persino alla propria capacità di esistere in modo coerente. Questo fenomeno, che in ambito clinico viene spesso ricondotto alla dipendenza affettiva, non riguarda semplicemente un eccesso di bisogno, ma una specifica organizzazione della regolazione emotiva.
Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, tale configurazione può essere compresa osservando il modo in cui la persona ha strutturato i propri stati dell’Io e, soprattutto, il rapporto tra il Bambino, il Genitore e l’Adulto. Quando la funzione dell’Adulto risulta fragile o insufficientemente integrata, la capacità di elaborare e contenere le emozioni nel presente tende a ridursi. In queste condizioni, il Bambino interno, portatore dei bisogni affettivi originari, resta particolarmente attivo e cerca all’esterno una figura capace di svolgere funzioni di rassicurazione, protezione e riconoscimento. Il partner assume inconsciamente la funzione di regolatore emotivo.
L’amore, in questa prospettiva, diventa una strategia di stabilizzazione psichica. La relazione serve a placare l’angoscia, a confermare il proprio valore, a dare forma e continuità a un’identità percepita come fragile. Non è raro che la persona senta di “stare bene” solo quando è in relazione, e che viva la separazione o il distacco come un crollo interno.
Per comprendere l’origine di questa dinamica, è necessario tornare alle esperienze precoci. Quando nell’infanzia il bisogno di vicinanza, rispecchiamento e sicurezza non viene adeguatamente soddisfatto, il bambino sviluppa modalità adattive per preservare il legame con le figure di riferimento. Può imparare, ad esempio, che per ricevere attenzione deve essere compiacente, indispensabile, forte o disponibile ai bisogni altrui. In termini transazionali, queste esperienze contribuiscono alla costruzione di un copione di vita, ovvero di una trama inconscia che orienta il modo di percepire sé stessi, gli altri e le relazioni.

Se il messaggio implicito interiorizzato è che l’amore deve essere conquistato, meritato o continuamente assicurato, la persona tenderà a vivere il legame come una condizione precaria, da difendere attraverso l’ipercoinvolgimento, il sacrificio o il controllo. La relazione smette così di essere un luogo di reciprocità e si trasforma in un campo di regolazione emotiva continua. L’altro viene investito di una funzione riparativa che, in realtà, appartiene a un passato irrisolto.

La dipendenza affettiva rappresenta una soluzione adattiva sviluppata in risposta a un deficit di regolazione interna. Se il mondo emotivo non è stato sufficientemente contenuto e nominato nelle prime relazioni, l’individuo apprende a organizzarsi attraverso il riferimento costante all’altro. Il legame diventa il luogo in cui cercare ciò che non si è potuto interiorizzare: sicurezza, valore, appartenenza.

La relazione non è vissuta come incontro tra due adulti, ma come risposta a un bisogno arcaico di protezione e riconoscimento. È per questo che spesso si osservano dinamiche di forte intensità emotiva, paura dell’abbandono, idealizzazione del partner e difficoltà a tollerare la distanza. Il rapporto viene vissuto in termini assoluti, perché da esso dipende una parte significativa dell’equilibrio psichico.

Il lavoro terapeutico consiste nel restituire alla persona la possibilità di regolare internamente i propri stati emotivi, rafforzando la funzione dell’Adulto e permettendo un dialogo più integrato con il Bambino interno. Ciò implica riconoscere i bisogni originari senza delegarne la soddisfazione esclusivamente alla relazione. Significa, inoltre, mettere in discussione il copione affettivo che ha trasformato l’amore in necessità, aprendo lo spazio per un’esperienza relazionale meno difensiva e più libera.
G.V.

Il senso di vuoto viene spesso confuso con la solitudine. Si tende a pensare che quella sensazione di mancanza interiore...
28/04/2026

Il senso di vuoto viene spesso confuso con la solitudine. Si tende a pensare che quella sensazione di mancanza interiore dipenda dall’assenza di una persona significativa, dalla fine di una relazione o dall’impossibilità di condividere la propria vita con qualcuno. In realtà, dal punto di vista psicologico, il vuoto affettivo è un’esperienza molto complessa e profonda, infatti non coincide con l’essere soli, ma con il sentirsi disconnessi da sé stessi.
La solitudine, diversamente , è una condizione esterna, riguarda il numero e la qualità delle relazioni presenti nella propria vita. Il vuoto, invece, è una condizione interna. È la percezione di non riuscire a sostare nel proprio mondo emotivo, di non avere un luogo interiore abitabile, stabile e rassicurante. Per questo motivo, una persona può essere circondata da affetti e continuare a sperimentare un senso di desolazione profonda; allo stesso modo, può trovarsi sola senza sentirsi svuotata.
In ottica analitico-transazionale, questa esperienza può essere letta come una difficoltà di accesso allo stato dell’Io Adulto integrato, ovvero quella parte della personalità capace di osservare, contenere e dare significato alle proprie emozioni nel presente. Quando questa funzione interna non è sufficientemente sviluppata o viene sovrastata da bisogni antichi, la persona tende a cercare all’esterno ciò che dovrebbe poter regolare dall’interno: rassicurazione, valore, conferma, senso di esistenza.
Il vuoto affettivo nasce spesso in contesti relazionali precoci in cui i bisogni emotivi fondamentali non sono stati riconosciuti o sufficientemente rispecchiati. Non si tratta necessariamente di traumi evidenti; molto più spesso, il nucleo del problema risiede in carenze sottili ma persistenti: assenza di ascolto emotivo, amore condizionato, richieste implicite di adattamento, invalidazione dei vissuti interni.
In questi contesti, il bambino apprende che per mantenere il legame deve allontanarsi da parti autentiche di sé. Si adatta, si modella, diventa ciò che è necessario essere per ricevere approvazione o evitare il rifiuto. Questo adattamento, seppur funzionale nell’infanzia, può lasciare nell’età adulta una sensazione di estraneità verso il proprio mondo interno. È qui che si struttura il vuoto come distanza da sé stessi.

Molte forme di dipendenza affettiva nascono proprio in questo terreno. La relazione viene investita di un compito che eccede la sua funzione naturale, quella di colmare il senso di incompletezza, dare stabilità identitaria, anestetizzare il disagio interno. Il partner non viene cercato solo come compagno, ma come regolatore emotivo. In questa dinamica, la paura dell’abbandono assume una forza sproporzionata, perché non riguarda soltanto la perdita dell’altro, ma il rischio di ricadere nel confronto con un mondo interno percepito come vuoto o disorganizzato.

Da un punto di vista clinico, è essenziale distinguere il desiderio di vicinanza dalla necessità di dipendenza. Il primo appartiene alla fisiologia delle relazioni umane; il secondo segnala una delega all’esterno di funzioni che dovrebbero essere progressivamente interiorizzate. Quando il contatto con sé è fragile, la relazione può trasformarsi in una strategia di sopravvivenza psichica.
Il lavoro terapeutico, in questi casi, non consiste nel promuovere l’autosufficienza emotiva in senso assoluto, ma nel favorire la costruzione di una base interna più solida. Significa aiutare la persona a riconoscere i propri stati emotivi, a tollerare la frustrazione, a dare legittimità ai bisogni, a sviluppare una presenza interna capace di accompagnarla anche nei momenti di assenza relazionale.

Recuperare il contatto con sé implica anche rinegoziare i propri copioni di vita. In Analisi Transazionale, i copioni sono schemi inconsci costruiti nell’infanzia, che orientano le scelte affettive e le modalità di stare in relazione. Chi ha interiorizzato l’idea di valere solo se necessario, ad esempio, potrà cercare relazioni in cui sentirsi indispensabile; chi ha appreso che l’amore è instabile, tenderà a vivere il legame come costante minaccia di perdita. Il vuoto, in questi casi, non è solo un sintomo, ma l’effetto di un’organizzazione interna fondata sulla precarietà.

Riconoscere che il vuoto affettivo non coincide con la solitudine rappresenta un passaggio cruciale. Significa spostare il focus dalla ricerca compulsiva dell’altro alla ricostruzione del rapporto con il proprio mondo interno.
G.V.

28/04/2026

Le reazioni intense non sono eccessi immotivati: spesso sono memorie corporee che si attivano nel qui e ora.

28/04/2026

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28/04/2026

La sicurezza non è solo assenza di pericolo; è la presenza concreta di connessione, prevedibilità e rispetto.

ll sistema nervoso autonomo è la parte del sistema nervoso che regola automaticamente le funzioni vitali dell’organismo ...
28/04/2026

ll sistema nervoso autonomo è la parte del sistema nervoso che regola automaticamente le funzioni vitali dell’organismo (come battito cardiaco, respirazione, digestione). Si divide in due componenti: sistema nervoso simpatico e parasimpatico, che lavorano in modo complementare.

Sistema nervoso simpatico
È la parte del sistema nervoso autonomo che prepara il corpo ad affrontare situazioni di emergenza o stress. È spesso associato alla risposta “attacco o fuga” (fight or flight).

Funzioni principali:

Aumenta la frequenza cardiaca e la pressione sanguigna
Dilata i bronchi per facilitare la respirazione
Dilata le pupille
Riduce l’attività digestiva
Stimola il rilascio di energia (glucosio)
Attiva le ghiandole surrenali (adrenalina)

👉 In pratica, il simpatico attiva e accelera l’organismo per reagire rapidamente.

Sistema nervoso parasimpatico
È la componente del sistema nervoso autonomo che favorisce il riposo, il recupero e la conservazione dell’energia. È associato alla risposta “riposa e digerisci” (rest and digest).

Funzioni principali:

Rallenta la frequenza cardiaca
Abbassa la pressione sanguigna
Stimola la digestione
Favorisce l’assorbimento dei nutrienti
Costringe le pupille
Promuove il rilassamento generale

👉 In sintesi, il parasimpatico calma e ristabilisce l’equilibrio dell’organismo.

I due sistemi non funzionano separatamente, ma in equilibrio:

Il simpatico prepara all’azione
Il parasimpatico riporta alla normalità

Questo equilibrio si chiama omeostasi, cioè la capacità del corpo di mantenere condizioni interne stabili.
Lo stress, soprattutto se intenso o prolungato, può sbilanciare il delicato equilibrio tra sistema simpatico e parasimpatico, alterando il normale stato di omeostasi.
Quando percepisci una minaccia ad esempio (reale o psicologica), il sistema simpatico si attiva:
Rilascia ormoni come adrenalina e cortisolo
Mantiene elevata la frequenza cardiaca
Tiene il corpo in stato di allerta costante

👉 Se lo stress è acuto, questo meccanismo è utile e adattivo.
👉 Se lo stress diventa cronico, il simpatico rimane “sempre acceso”.

In condizioni normali, il parasimpatico dovrebbe “spegnere” la risposta allo stress e riportarti alla calma.
Ma con stress prolungato o traumi la sua attività si riduce,
diventa più difficile rilassarsi, recupero e digestione vengono compromessi.
È come se il “freno” del sistema nervoso funzionasse meno.

Inoltre eventi traumatici (incidenti, violenza, lutti, ecc.) possono avere effetti ancora più profondi: Il sistema nervoso può restare iperattivato (ansia, ipervigilanza, insonnia)
oppure andare verso una risposta opposta: ipoattivazione (apatia, distacco emotivo).

Gli studi in letteratura ci dimostrano che c’è un collegamento molto stretto tra trauma infantile e funzionamento del sistema simpatico/parasimpatico: nei bambini, queste esperienze possono “tarare” il sistema nervoso in modo duraturo. Il cervello infantile è altamente plastico, quindi si adatta all’ambiente. Se l’ambiente è percepito come insicuro o imprevedibile:

Il sistema simpatico viene attivato più spesso del normale
Il parasimpatico fatica a riportare calma e sicurezza
Il cervello “impara” che il mondo è pericoloso

👉 Questo stato può diventare la norma.

🟡 Amigdala (allarme)

Iperattiva
Sempre pronta a rilevare minacce

👉 Risultato: ansia, paura, ipervigilanza

🔵 Corteccia prefrontale (controllo)

Si sviluppa meno efficientemente sotto stress cronico
Fatica a regolare emozioni e impulsi

👉 Risultato: difficoltà di concentrazione e autocontrollo

🟢 Ippocampo (memoria e contesto)

Ridursi di volume
Elaborare male i ricordi

👉 Risultato: difficoltà a distinguere tra passato e presente
Effetto sul sistema nervoso autonomo

Il bambino può sviluppare due pattern principali:

Iperattivazione (simpatico dominante)
Ansia costante
Irritabilità
Difficoltà a dormire
Ipoattivazione (parasimpatico “bloccato”)
Apatia
Distacco emotivo
Sensazione di “spegnimento”

👉 Questi sono adattamenti, non difetti: servono a sopravvivere in un ambiente difficile.

Se non elaborato, il trauma infantile può influenzare:

Relazioni (fiducia, attaccamento)
Regolazione emotiva
Risposta allo stress da adulti

Grazie alla neuroplasticità, il cervello, fortunatamente, può cambiare anche dopo esperienze difficili.
Conoscere il nostro funzionamento ci permette non solo di comprendere, ma anche di crearci delle aspettative, fare delle previsioni e dominare tale processo, cercando di ristabilire l'omeostasi con tecniche di regolazione come la mindfulness, tecniche di desensibilizzazione, tecniche corporee, stimolazione del nervo vago.
Dott.ssa Flavia Missi, Psicoterapeuta

Per molti anni, il trattamento del trauma ha puntato sul raccontare la storia, recuperare ricordi, mettere parole a ciò ...
28/04/2026

Per molti anni, il trattamento del trauma ha puntato sul raccontare la storia, recuperare ricordi, mettere parole a ciò che è accaduto e dare un senso al passato.
Ma ricordare da solo non risolve i traumi. Quando il sistema nervoso è ancora organizzato attorno alla minaccia, ricordare il passato può sembrare che stia accadendo di nuovo nel presente.

La guarigione dipende da qualcosa di più: la capacità di restare qui, ora, mentre il passato viene ricordato come passato.
Il compito non è semplicemente ricordare, ma fare i conti con ciò che è accaduto senza riviverlo.
Janina Fisher

La regolazione emotiva non si apprende in solitudine: nasce dentro relazioni sufficientemente sicure.
28/04/2026

La regolazione emotiva non si apprende in solitudine: nasce dentro relazioni sufficientemente sicure.

Quando chi avrebbe dovuto custodirti è stato fonte di paura o assenza, il sistema nervoso impara che l’intimità è un ris...
27/04/2026

Quando chi avrebbe dovuto custodirti è stato fonte di paura o assenza, il sistema nervoso impara che l’intimità è un rischio.

Picchiare un bambino equivale sempre ad abusare di lui: le conseguenze sono gravi e spesso si protraggono per tutta la v...
27/04/2026

Picchiare un bambino equivale sempre ad abusare di lui: le conseguenze sono gravi e spesso si protraggono per tutta la vita. Il corpo infantile conserva dentro di sé l’esperienza della violenza subita, violenza che l’individuo adulto rivolgerà poi contro altri individui o contro interi popoli. Ma avviene anche che il bambino picchiato la rivolga contro se stesso, sprofondando nella depressione, cercando aiuto nella droga, ammalandosi gravemente, trovando scampo solo nel suicidio o nella morte precoce. [...]
Il convincimento che si debbano onorare (e temere) i genitori finché morte non sopravvenga poggia su due pilastri. In primo luogo, sul legame (distruttivo) che tiene vincolato il bambino maltrattato ai suoi aguzzini e che spesso si manifesta in comportamenti masochistici che talvolta sfociano in gravi perversioni. Il secondo pilastro è la morale che da millenni ci minaccia di morte precoce se ci arrischiamo a non onorare i genitori, qualsiasi cosa costoro ci abbiano fatto.
Gli spaventosi effetti che questa morale del terrore esercita sul bambino maltrattato dovrebbero essere ormai evidenti a tutti. Chiunque sia stato picchiato da piccolo vive in preda alla paura, e chiunque sia stato privato di amore nell’infanzia non smette mai di cercarlo, quell’amore, magari per tutta la vita. Questo desiderio, che racchiude in sé moltissime aspettative, costituisce insieme con la paura il terreno più fertile per l’osservanza del quarto comandamento. Rappresenta il potere esercitato dall’adulto sul bambino, potere di cui troviamo un palese riflesso in tutte le religioni.
Alice Miller, La rivolta del corpo

La vergogna è una delle eredità più silenziose del trauma relazionale: porta a credere di essere il problema, anziché av...
27/04/2026

La vergogna è una delle eredità più silenziose del trauma relazionale: porta a credere di essere il problema, anziché aver subito il problema.

Non tutte le ferite sono visibili. Alcune si esprimono in ipervigilanza, dissociazione, autosvalutazione o difficoltà a ...
27/04/2026

Non tutte le ferite sono visibili. Alcune si esprimono in ipervigilanza, dissociazione, autosvalutazione o difficoltà a fidarsi.

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Chi sono...

Sono Psicologa-Psicoterapeuta Analista Transazionale Certificata, iscritta all’Ordine degli Psicologi del Lazio. Ho conseguito la Laurea in Psicologia dello Sviluppo, presso l’Ateneo Salesiano di Roma. Successivamente ho proseguito gli studi specializzandomi alla Sspc-IFREP di Roma, diventando Psicoterapeuta. Durante la mia formazione ho svolto attività come psicologa al il CRARL- Centro Alcologico Regione Lazio, presso il Policlinico Umberto I di Roma, e mi sono occupata di pazienti acuzie e post acuzie ricoverati in una RSA, facendo valutazioni psicodiagnostiche e colloqui di sostegno. Attualmente mi occupo di terapia individuale e di gruppo con adulti. Ricevo presso lo studio di Corso Trieste 59 A e presso Via Chiana 35, a Roma.