10/01/2026
La pratica psicologica è profondamente eterogenea.
Esiste una reale libertà di azione su molti aspetti del nostro lavoro: il modello teorico di riferimento, il setting, le modalità di accesso, l’organizzazione del percorso, alcune scelte etiche e operative che ciascun professionista costruisce nel tempo, sulla base della propria formazione e della propria esperienza.
In questo quadro, molti miei colleghi scelgono di offrire un primo colloquio gratuito.
In parte posso comprenderne le ragioni: il desiderio di abbassare una soglia d’accesso, di favorire un primo contatto, di permettere alla persona di orientarsi e sentirsi meno esposta nel chiedere aiuto. Sono motivazioni che nascono spesso da attenzione e sensibilità verso il disagio dell’altro.
Con il passare del tempo, tuttavia, il colloquio gratuito è diventato quasi un passaggio dato per scontato.
Talvolta addirittura atteso, come se fosse una prassi ovvia.
Io ho scelto di non offrirlo, non per mancanza di empatia né per rigidità, ma perché ritengo che questa pratica, pur animata da buone intenzioni, sia profondamente riduttiva per la nostra professione e, nel lungo periodo, controproducente sia per chi chiede aiuto sia per chi lo offre. Diversamente da quanto può sembrare, la mia è una scelta che nasce dal rispetto profondo per chi chiede aiuto e per il lavoro clinico.
Un colloquio psicologico non è mai “solo una chiacchierata conoscitiva”.
È già un atto professionale: richiede ascolto qualificato, competenze specifiche, responsabilità, tempo, presenza emotiva e mentale.
È già intervento.
Quando questa prestazione viene resa gratuita, passa implicitamente un messaggio pericoloso:
che il lavoro dello psicologo sia basato sull’empatia “dovuta”, su una disponibilità spontanea, più che su una competenza costruita e su un ruolo professionale definito.
Un messaggio che non viene richiesto a nessun altro professionista della salute.
Nessuno si aspetta una prima visita gratuita da uno psichiatra, da un medico, da un fisioterapista.
E non perché siano “meno empatici”, ma perché il loro lavoro è riconosciuto come tale.
Il colloquio gratuito è controproducente per il paziente.
Perché abbassa il valore percepito dell’incontro, rende più difficile l’assunzione di un impegno reale e rischia di collocare la relazione su un piano ambiguo, poco chiaro nei confini.
La cura, per funzionare, ha bisogno di un setting solido, di ruoli definiti, di un patto esplicito.
È controproducente anche per il professionista, perché normalizza l’idea che una parte del lavoro possa — o debba — essere offerta senza riconoscimento, come se non fosse lavoro vero.
E una professione che non tutela il proprio valore finisce, nel tempo, per indebolirsi.
Accogliere non significa svalutarsi.
Essere empatici non significa essere gratuiti.
Rispettare il dolore dell’altro significa anche offrire uno spazio professionale limpido, serio e tutelato.
Per questo ho scelto di lavorare all’interno di un setting chiaro, in cui il primo colloquio sia riconosciuto per ciò che è: un intervento professionale a tutti gli effetti, fondato su responsabilità, competenza e cura.