Dott.ssa Laura Messina - Psicologa Psicodiagnosta

Dott.ssa Laura Messina - Psicologa Psicodiagnosta La Dott.ssa Laura Messina è una Psicologa esperta nella valutazione diagnostica

La pratica psicologica è profondamente eterogenea.Esiste una reale libertà di azione su molti aspetti del nostro lavoro:...
10/01/2026

La pratica psicologica è profondamente eterogenea.
Esiste una reale libertà di azione su molti aspetti del nostro lavoro: il modello teorico di riferimento, il setting, le modalità di accesso, l’organizzazione del percorso, alcune scelte etiche e operative che ciascun professionista costruisce nel tempo, sulla base della propria formazione e della propria esperienza.

In questo quadro, molti miei colleghi scelgono di offrire un primo colloquio gratuito.
In parte posso comprenderne le ragioni: il desiderio di abbassare una soglia d’accesso, di favorire un primo contatto, di permettere alla persona di orientarsi e sentirsi meno esposta nel chiedere aiuto. Sono motivazioni che nascono spesso da attenzione e sensibilità verso il disagio dell’altro.

Con il passare del tempo, tuttavia, il colloquio gratuito è diventato quasi un passaggio dato per scontato.
Talvolta addirittura atteso, come se fosse una prassi ovvia.

Io ho scelto di non offrirlo, non per mancanza di empatia né per rigidità, ma perché ritengo che questa pratica, pur animata da buone intenzioni, sia profondamente riduttiva per la nostra professione e, nel lungo periodo, controproducente sia per chi chiede aiuto sia per chi lo offre. Diversamente da quanto può sembrare, la mia è una scelta che nasce dal rispetto profondo per chi chiede aiuto e per il lavoro clinico.

Un colloquio psicologico non è mai “solo una chiacchierata conoscitiva”.
È già un atto professionale: richiede ascolto qualificato, competenze specifiche, responsabilità, tempo, presenza emotiva e mentale.
È già intervento.

Quando questa prestazione viene resa gratuita, passa implicitamente un messaggio pericoloso:
che il lavoro dello psicologo sia basato sull’empatia “dovuta”, su una disponibilità spontanea, più che su una competenza costruita e su un ruolo professionale definito.
Un messaggio che non viene richiesto a nessun altro professionista della salute.
Nessuno si aspetta una prima visita gratuita da uno psichiatra, da un medico, da un fisioterapista.
E non perché siano “meno empatici”, ma perché il loro lavoro è riconosciuto come tale.

Il colloquio gratuito è controproducente per il paziente.
Perché abbassa il valore percepito dell’incontro, rende più difficile l’assunzione di un impegno reale e rischia di collocare la relazione su un piano ambiguo, poco chiaro nei confini.
La cura, per funzionare, ha bisogno di un setting solido, di ruoli definiti, di un patto esplicito.

È controproducente anche per il professionista, perché normalizza l’idea che una parte del lavoro possa — o debba — essere offerta senza riconoscimento, come se non fosse lavoro vero.
E una professione che non tutela il proprio valore finisce, nel tempo, per indebolirsi.

Accogliere non significa svalutarsi.
Essere empatici non significa essere gratuiti.
Rispettare il dolore dell’altro significa anche offrire uno spazio professionale limpido, serio e tutelato.

Per questo ho scelto di lavorare all’interno di un setting chiaro, in cui il primo colloquio sia riconosciuto per ciò che è: un intervento professionale a tutti gli effetti, fondato su responsabilità, competenza e cura.

24/12/2025

Il Natale è fatto di piccoli gesti che sanno creare atmosfera: una luce accesa, una musica in sottofondo, una tazza calda tra le mani, il tempo condiviso con chi amiamo.
Sono momenti semplici, ma capaci di nutrire emozioni positive e di farci sentire più presenti, più connessi, più sereni.

Per questo, il nostro augurio non è quello della “felicità a tutti i costi”, ma di un tempo gentile.
Un tempo in cui potersi fermare un po’, respirare con più calma, ascoltarsi senza giudizio.
Un tempo in cui concedersi cura, anche nelle piccole cose di ogni giorno.

Circondarsi di ciò che ci fa stare bene, coltivare l’attesa di ciò che verrà e concedersi rituali che scaldano il cuore sono modi semplici e preziosi per prendersi cura di sé.

A chi è in percorso con noi, a chi lo ha concluso, a chi sta pensando di iniziarlo e a chi semplicemente ci legge, auguriamo un Natale fatto di luce, calore e momenti autentici.

🎁 Con affetto,
il Team Klinikos 🎁

Ho firmato questa petizione perché non parlare di educazione sessuo-affettiva a scuola non significa proteggere, signifi...
20/12/2025

Ho firmato questa petizione perché non parlare di educazione sessuo-affettiva a scuola non significa proteggere, significa lasciare bambini e ragazzi soli davanti a domande enormi, affidandoli a risposte sbagliate, frammentarie o pericolose.

Ogni giorno, prima ancora degli adulti, internet educa al posto nostro: lo fanno i social, i video non filtrati, i messaggi distorti su corpo, consenso, identità, relazioni, valore di sé. Pensare che il silenzio sia una forma di tutela è una grave illusione.

L’educazione sessuo-affettiva non è ideologia, non è “anticipare”, non è “indurre”.
È prevenzione, è salute, è cura.
È insegnare il rispetto, il consenso, il riconoscimento delle emozioni, dei confini, della dignità propria e altrui.
È ridurre bullismo, violenza, abusi, discriminazioni.
È aiutare ragazzi e ragazze a crescere meno soli, meno confusi, meno esposti.

Le evidenze scientifiche internazionali – incluse quelle di Organizzazione Mondiale della Sanità e UNESCO – sono chiarissime:
l’educazione sessuo-affettiva non anticipa i comportamenti sessuali, ma aumenta consapevolezza, responsabilità, benessere psicologico e qualità delle relazioni.

Firmare questa petizione significa dire che:
👉la scuola deve essere un luogo sicuro anche emotivamente;
👉la prevenzione è un atto di responsabilità collettiva;
👉l’educazione va affidata a professionisti formati, non all’improvvisazione o al web;
👉il benessere dei minori viene prima delle paure ideologiche degli adulti.

Se anche tu credi che proteggere significhi educare,
se pensi che il rispetto si impari,
se vuoi una società con meno violenza e più consapevolezza,

✍️ firma e condividi questa petizione: https://c.org/gyBSkXc9LS
Ogni firma è una presa di posizione chiara: i ragazzi meritano strumenti, non silenzi.

Come sapete, negli ultimi mesi ho segnalato all’Ordine alcune piattaforme che propongono “psicoterapia” tramite chatbot....
17/12/2025

Come sapete, negli ultimi mesi ho segnalato all’Ordine alcune piattaforme che propongono “psicoterapia” tramite chatbot.
Da questa segnalazione è nata un’intervista a FACTA, che mi ha chiesto un parere professionale sull’uso dell’IA in psicoterapia.

Ne è derivato l’articolo “La psicoterapia basata sull’IA è ancora una pessima idea”.
Il tema è complesso e merita spazio: per questo qui mi limito a segnalarlo e rimando alla lettura completa per chi vuole approfondire.

📎 Articolo completo: link nei commenti

Ieri ho partecipato a un colloquio per una importante realtà istituzionale, di cui non farò il nome.Il mio profilo era p...
05/12/2025

Ieri ho partecipato a un colloquio per una importante realtà istituzionale, di cui non farò il nome.

Il mio profilo era perfettamente aderente alla posizione: esperienza, competenze, settore, seniority… tutto in linea.
Non li ho cercati io: sono stati loro a contattare me, dopo aver visionato il mio curriculum presente in un elenco professionisti.

Mi sono preparata con cura, come faccio sempre: ho rivisto il mio profilo, ho pensato a cosa valorizzare, ho fatto quello che qualunque professionista serio farebbe quando un ente di rilievo ti contatta.
E sì, lo ammetto: per un attimo ci ho voluto credere.

Certo, già la convocazione mi aveva fatto alzare un sopracciglio: lo slot a me dedicato era di soli dieci minuti su Teams.
Mi sono detta: potrebbe essere un colloquio di prima scrematura... ma perché mai, tutto ciò che sono e faccio è scritto sul CV... Forse è un colloquio rapido per proporre una collaborazione?
Di certo non immaginavo che quei dieci minuti servissero a dire "de visu" ciò che non si poteva scrivere nero su bianco.

Ad ogni modo, il colloquio è iniziato puntuale.
Dieci minuti.
Cronometrati.
Di cui io ho parlato… zero.

La persona che mi intervistava ha esordito così:

“Non voglio farle perdere tempo.”

E... incredibile, nel giro di trenta secondi, è riuscito ad avverare la profezia.

Mi spiega che stavano cercando qualcuno con disponibilità totale, dal lunedì al venerdì, 8:30–16:30 (anche 17.00), per un anno intero, a partita IVA,
senza certezza di continuità,
senza garanzia di carico di lavoro,
senza rinnovo assicurato,
e ovviamente senza nominare mai — neanche per sbaglio — un compenso.

Ah, e dimenticavo il dettaglio più pittoresco:
mi ha anche avvisata che il lavoro è “molto rischioso”, perché comprende responsabilità penali qualora si dichiarasse idonea una persona che poi dovesse rendersi responsabile di reati o, cito testualmente, “stragi”.

Un tentativo di terrorismo psicologico che si è sgonfiato da solo quando gli ho risposto — con la massima serenità — che questa è la normalità in qualunque contesto di valutazione psicologica in ambito istituzionale, e che noi professionisti conviviamo da sempre con questo livello di responsabilità.

Lui è rimasto interdetto. Forse non si aspettava che la sua “frase ad effetto” fosse così poco efficace...
Ma, del resto, se pensi di spaventare con le responsabilità giuridiche chi fa psicodiagnosi per professione… forse hai sbagliato mestiere.

In sintesi, un lavoro full time, rischi annessi, travestito da collaborazione.
Un contratto di dipendenza mascherato da libera professione.
Un ossimoro occupazionale.

Alle soglie del 2026, ancora.

Poi è arrivato il pezzo migliore:

“Il suo curriculum è uno dei migliori che ci è pervenuto negli ultimi anni! Sapevo che quasi sicuramente non avrebbe potuto accettare,
ma ci dovevo provare.”

Ah.
“Ci dovevo provare.”

Provare cosa, esattamente?
A farmi mollare tutto — attività avviata, collaborazioni, impegni, docenze — per un anno di precariato totale senza tutele, senza garanzie, e senza nemmeno la possibilità di sapere quanto sarei stata pagata?

Ma la cosa più surreale è stata la sua serenità.
Assoluta.
Come se fosse normalissimo.

Mi ha perfino detto — con un candore quasi poetico — che se io non fossi stata disponibile, avrebbero “scalato” su profili meno qualificati ma più flessibili.

Tradotto:
meglio uno schiavetto poco competente che un esperto non disponibile a farsi sfruttare.

Alla fine del colloquio (colloquio… diciamo “monologo verticale”), lui non era minimamente scosso dalle mie osservazioni.
Zero.
Anzi, aveva premura di passare alla prossima persona da "illuminare".
E prima o poi qualcuno lo troveranno davvero.
Certo, sarà un problema per quella persona.
Ma credo, purtroppo, anche per l’utente finale.

Se c’è una cosa che mi ha offeso profondamente, non è stata la proposta indecente.
È stata la noncuranza.

La naturalezza con cui si dà per scontato che un professionista con formazione avanzata, anni di esperienza, responsabilità istituzionali e competenze specialistiche debba essere felice di accettare condizioni che non garantirebbero dignità neanche a un neolaureato.

E tutto questo senza una telefonata preliminare, senza una scrematura, senza nemmeno inserire nella mail l’unica informazione realistica: “richiediamo una disponibilità full time travestita da collaborazione”.
Perché?
Semplice: non si può mettere nero su bianco ciò che non è legale né etico.

E allora?
Allora si invita al colloquio.
Dieci minuti.
Parla solo l’ente.
E poi: “Ci dovevo provare”.

Ecco: basta.
Non possiamo più far “provare” nessuno.
La professionalità non è un favore.
La disponibilità non è sottomissione.
E la dignità non è negoziabile.

Finché non smetteremo di accettare condizioni indecenti,
continueranno a proporcele.
Perché alla fine — purtroppo — qualcuno ci casca.
E allora il sistema si autoalimenta.

Io ho detto no.
Senza esitazioni.
E, paradossalmente, sono stata io a perdere un’opportunità con la quale professionalmente mi sarebbe davvero piaciuto confrontarmi.

Epilogo: Per chi se lo stesse chiedendo: sì, al termine del colloquio ho inviato una mail di ringraziamento.
Professionale, educata, impeccabile.
Come dovrebbe fare qualunque professionista serio, anche dopo una proposta indecente. Un messaggio cortese, rispettoso, formale.
Un follow-up che in qualunque contesto sano meriterebbe almeno una risposta di cortesia.

Indovinate?
Nessun riscontro.
Zero.
Silenzio cosmico.

Come si addice, del resto, ai più “competenti” responsabili del personale… quelli così efficienti da non poter perdere tempo a leggere due righe, ma abbastanza disponibili a passare giornate intere a proporre su Teams un anno di sfruttamento mascherato da collaborazione.

E se anche avessero risposto?
Sarebbe cambiato qualcosa?
No, certo.

Ma il silenzio completa perfettamente il quadro:
pretendere disponibilità assoluta, senza essere in grado di garantire neppure una minima forma di rispetto.

Ed è esattamente per questo che ho detto no.
E continuerò a dire no, mio malgrado, tutte le volte che servirà.

02/12/2025

❗ Sempre più giovani si chiudono in sé stessi, evitano relazioni e si sentono soli... anche in mezzo agli altri.
Ma perché succede? E soprattutto: come possiamo aiutarli prima che sia troppo tardi? 🧠💬

👉 Pressioni scolastiche, confronto sui social, famiglie emotivamente assenti...
Dietro l’isolamento giovanile c’è molto più di quello che si vede.

Nel nuovo articolo sul blog analizziamo segnali, cause nascoste e strategie concrete per affrontare questo fenomeno psicologico in crescita.
Un contenuto utile per genitori, insegnanti, educatori... e chiunque voglia capire davvero.

🔍 Leggi ora l’articolo completo → https://www.klinikos.eu/isolamento-giovanile/

La prima volta che mi chiesi come fosse possibile ridurre la sofferenza psicologica a soluzioni semplicistiche ero una g...
25/11/2025

La prima volta che mi chiesi come fosse possibile ridurre la sofferenza psicologica a soluzioni semplicistiche ero una giovane tirocinante in servizio all’ASL.
Una signora, sofferente, emotivamente allo stremo, raccontava a un medico (sì, un medico) un disagio psicologico evidente: insonnia, ansia, difficoltà relazionali, pensieri intrusivi.
Lui, con sicurezza granitica, la interruppe e rispose:
“Signora, prenda questo ansiolitico la sera. Vedrà che le passa tutto.”

Avevo vent’anni e già sentii dentro quella f***a: “Ma come è possibile che un professionista liquidi così un problema psicologico?”
Davvero tutto quel mondo emotivo, relazionale e soggettivo veniva ridotto a una prescrizione veloce?
Quel “vedrà che le passa tutto” mi fece capire per la prima volta ciò che dopo anni avrei visto ovunque: la Psicologia è una disciplina di cui tutti parlano, ma che in pochissimi studiano davvero.
Infatti, a distanza di quasi 30 anni, purtroppo, nulla è cambiato.

Lo dico senza polemica verso nessuna categoria, ma con realismo:
durante il percorso di Medicina, la Psicologia non è quasi prevista.
Qualche esame opzionale, qualche cenno qua e là. Nulla a che vedere con anni di psicofisiologia, psicometria, testistica, clinica, psicopatologia, psicodiagnosi, psicoterapia, neuropsicologia, etica e deontologia.

Eppure — miracolosamente — oggi chiunque dà consigli psicologici: medici, coach, osteopati, estetiste, personal trainer, insegnanti di yoga, influencer.
Tutti pronti a parlare di “traumi”, “schemi”, “resilienza”, “attaccamento”, “dissociazione”, “ansia”, “depressione”, “crescita personale”.

Tanto: “che ci vuole? È solo psicologia”.

Già.
Peccato che nessuno si sognerebbe di fare il cardiochirurgo o l’endocrinologo senza specializzazione.
Ma tutti si sentono autorizzati a fare psicologia senza essere psicologi.

Che si dica con chiarezza:
nemmeno i medici possono praticare psicologia clinica o psicoterapia senza le specifiche specializzazioni e i titoli abilitanti.
Non basta essere “medico”.
Non basta fare un “corso di psicoterapia online”.
Non basta leggere due manuali o seguire un webinar motivazionale.

La Psicologia non è un hobby, non è un passatempo, non è un terreno neutro.
È un atto clinico.
E un atto clinico richiede competenze, responsabilità, formazione strutturata e soprattutto una cornice etica precisa.

E invece succede questo:
– Consigli psicologici dati come fossero ricette;
– Farmaci utilizzati come risposta a tutto ciò che è emotivo;
– Diagnosi psicologiche improvvisate in cinque minuti;
– Test usati da chi non ha alcun titolo per interpretarli;
– Tecniche “miracolose” vendute come se fossero scienza.

Alla fine, il messaggio implicito è sempre quello:
“Che ci vuole a fare lo psicologo?”
“Alla fine basta dire di rilassarsi, respirare, pensare positivo…”
“Basta una frase motivazionale, un consiglio, un contenuto social.”
“Basta una ‘cura rapida’ di autostima fatta di aforismi.”
Come se la sofferenza psicologica fosse una sciocchezza.

E intanto le persone continuano a star male.
Continuano a sentirsi sbagliate.
Continuano a curarsi nel modo sbagliato.
Continuano a cercare soluzioni facili che, puntualmente, non funzionano.

E poi arrivano negli studi seri, stanchi, sfiduciati, feriti da interventi improvvisati, convinti di non essere “curabili”, quando in realtà semplicemente nessuno li aveva presi sul serio.

Perché — alla fine — sembra che basti un consiglio, una frase motivazionale, un farmaco dato “tanto per”, una lettura su Google.

Tanto è solo psicologia.

Ma la psicologia vera è un’altra cosa.
Ed è una cosa seria.

Laura Messina
Psicologa – Psicodiagnosta

Negli ultimi mesi siamo letteralmente bombardati da pubblicità sulla salute mentale costruite con slogan accattivanti, s...
23/11/2025

Negli ultimi mesi siamo letteralmente bombardati da pubblicità sulla salute mentale costruite con slogan accattivanti, storytelling preconfezionati e – soprattutto – algoritmi. Pubblicità create ad hoc da chi, di psicologia, sembra capire molto meno di quanto millanti.

Tra tutte, spicca la martellante campagna di “Unobravo”: un capolavoro di marketing, certo, ma anche un esempio lampante della crescente mercificazione della salute mentale, ridotta a cliché emozionali e a match automatici che nulla hanno a che vedere con un percorso clinico serio.

Rispondo così:

Non solo nel mio studio, ma in quello di tutti i bravi professionisti, arrivano continuamente persone che da Unobravo sono scappate a gambe levate.
E la cosa più interessante è che, una volta arrivate da noi, restano. Rimangono, si stabilizzano, lavorano davvero su di sé.
Un dettaglio non irrilevante, visto che la permanenza media dei pazienti nelle piattaforme iper-pubblicizzate è sorprendentemente bassa. Chissà come mai.

A “Unobravo”, comunque, non posso non riconoscere un grande merito: ha fatto comprendere a molti che sì, è davvero necessario cercare UNO BRAVO, e fuggire dagli incompetenti che certi algoritmi finiscono per consigliare (salvo rarissime eccezioni, ovviamente).

Perché la salute mentale non si fa con gli spot, non si fa con i filtri Instagram e non si fa con accoppiamenti frettolosi tra pazienti fragili e professionisti selezionati con criteri più affini al marketing che alla clinica.
La salute mentale si costruisce con competenza, etica, metodo, presenza e responsabilità — tutte cose che nessun algoritmo può sostituire.

31/10/2025
🌀 Due giornate intense di formazione e pratica ipnoticaHo appena concluso il corso “Comunicazione ipnotica e tecniche ra...
19/10/2025

🌀 Due giornate intense di formazione e pratica ipnotica

Ho appena concluso il corso “Comunicazione ipnotica e tecniche rapide di induzione” tenutosi a Klinikos, a cura di Ipnosan
Un’esperienza formativa preziosa, che mi ha permesso di approfondire le dinamiche della comunicazione ipnotica e di sperimentare in prima persona la potenza e la finezza delle tecniche di induzione.

Ringrazio i docenti Andrea De Giorgio e Sonia Angilletta per la competenza e la chiarezza con cui hanno guidato il gruppo, e i colleghi corsisti per il confronto vivo e partecipato.

📜 Torno a casa con un attestato di partecipazione, ma soprattutto con nuovi strumenti e nuove prospettive da integrare nel mio lavoro clinico quotidiano.

✨ Apprendimento continuo, sempre!

18/10/2025
🧠 La salute mentale non è un percorso a punti!!!Stamattina mi sono imbattuta nell'ennesimo "premio fedeltà": Esselunga h...
10/10/2025

🧠 La salute mentale non è un percorso a punti!!!
Stamattina mi sono imbattuta nell'ennesimo "premio fedeltà":
Esselunga ha appena lanciato una gift card Serenis da 49 euro ottenibile con i punti spesa.
In altre parole: fai la spesa, accumuli punti… e “vinci” una seduta di psicoterapia.

Ci risiamo.
Ancora una volta la salute mentale viene trattata come un prodotto da scaffale, come un buono pasto o un premio raccolta punti.

E invece no.
Una seduta psicologica non è un gadget.
Non è qualcosa che “si regala” per fidelizzare il cliente o aumentare le vendite.
È un incontro umano delicatissimo, fondato sulla fiducia, sul rispetto, sull’etica professionale.
Ridurlo a merce promozionale è pericoloso e profondamente scorretto — per chi lavora nel settore e per chi chiede aiuto.

Pericoloso, perché:

1. Svuota di senso il valore della cura: fa passare l’idea che basti “una seduta in omaggio” per stare meglio, quando il lavoro psicologico è un percorso, non un prodotto usa-e-getta;

2. Indebolisce la fiducia: come può una persona sentirsi tutelata e rispettata se l’accesso alla terapia è parte di una strategia di marketing?

3. Normalizza la disuguaglianza: chi ha più potere d’acquisto può “accumulare punti” per curarsi, mentre la salute mentale diventa un privilegio da supermercato;

4. Svilisce la professione: trasforma il lavoro psicologico in una moneta promozionale, annullandone la dignità, la complessità e la responsabilità etica.

Non è la prima volta.
Abbiamo già visto piattaforme proporre sedute “in prova gratuita”, pacchetti scontati o abbonamenti con logiche da e-commerce. Tutto questo alimenta una narrazione tossica: che la psicoterapia sia un bene di consumo, e non un diritto, una relazione, un impegno reciproco.

Serve dirlo chiaramente:
👉 La salute mentale non può essere un premio fedeltà.
👉 Non può finire in catalogo accanto a una moka o a una padella antiaderente.
👉 Non può essere barattata con la spesa di tutti i giorni.

Chi ha bisogno di aiuto merita rispetto, non una promozione.
Chi offre aiuto merita riconoscimento, non punti.

Indirizzo

Viale Delle Milizie N. 38
Rome
00192

Orario di apertura

09:00 - 20:00

Telefono

+393476482020

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Dott.ssa Laura Messina - Psicologa Psicodiagnosta pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta Lo Studio

Invia un messaggio a Dott.ssa Laura Messina - Psicologa Psicodiagnosta:

Condividi

Share on Facebook Share on Twitter Share on LinkedIn
Share on Pinterest Share on Reddit Share via Email
Share on WhatsApp Share on Instagram Share on Telegram

Digitare