15/01/2026
È quel periodo dell’anno e quindi ne parliamo anche noi: gli accessi impropri al pronto soccorso.
Il dibattito sugli accessi impropri al pronto soccorso è quasi sempre un processo alle intenzioni. Si parte dalla domanda sbagliata, “perché la gente abusa”, e si finisce con la risposta più comoda, “perché il territorio non funziona”.
La domanda giusta è un’altra.
Perché, in un sistema che dovrebbe essere costruito su percorsi, filtri, continuità e responsabilità clinica, l’unico luogo che la popolazione percepisce come certo è il pronto soccorso?
Qui dentro c’è la vera causa degli accessi impropri. Non un difetto morale del cittadino. Un difetto strutturale del sistema.
Prima causa. L’ansia di popolazione, alimentata e normalizzata dai media
Ogni inverno la stessa sceneggiatura. Influenze che possono diventare polmoniti in poche ore, unghie incarnite che possono “peggiorare” rapidamente se non trattate subito, sintomi comuni narrati come potenzialmente pericolosi. Dati urlati, spesso senza contesto, che trasformano il rischio individuale in una minaccia collettiva permanente.
L’ansia non nasce nel vuoto. È il prodotto di comunicazione allarmistica, incertezza organizzativa, fragilità sociali e perdita di riferimenti sanitari chiari. In questo contesto la persona non va in pronto soccorso perché vuole una tac. Ci va perché ha paura. E la paura, quando è socialmente legittimata e continuamente rinforzata, diventa un sintomo clinico a tutti gli effetti.
L’ansia non è un dettaglio psicologico. È un motore organizzativo. È ciò che sposta masse di persone nello stesso posto, nello stesso momento. Ed è una scelta perfettamente razionale dal punto di vista del cittadino, quando il messaggio implicito del sistema è semplice: se sbagli valutazione, rischi grosso. Quindi scegli il luogo dove, almeno in teoria, non puoi sbagliare.
Seconda causa. La medicina difensiva che rende impossibile un triage vero
Il triage, in Italia, è una funzione clinica ma anche una funzione legale. E quando il contesto medico legale diventa soffocante, il triage smette di essere un filtro e diventa un imbuto.
In astratto, una quota enorme di codici a bassa urgenza potrebbe essere rimandata in modo sicuro a percorsi territoriali rapidi come la continuità assistenziale o il medico di medicina generale. Nella pratica, questa scelta è spesso percepita come rischiosa per chi la prende, perché implica assumersi la responsabilità di dire “non è qui” senza avere strumenti certi per assicurare “ecco dove”, “ecco quando”, “ecco chi ti vede”.
Un infermiere di pronto soccorso, in un sistema maturo, dovrebbe poter dire: puoi attendere qui cinque ore oppure posso prenotarti ora una valutazione nel presidio di continuità assistenziale tra trenta minuti. Oggi questo non è un’opzione. Non per limiti clinici, ma perché manca l’infrastruttura informatica/organizzativa che renda questa scelta possibile e sicura per il paziente e per il professionista. Pensarlo è quasi fantascienza.
È il paradosso del sistema. Si chiede al pronto soccorso di filtrare, ma lo si lascia senza una rete territoriale realmente accessibile e dentro una cornice difensiva che trasforma ogni filtro in un potenziale contenzioso.
Terza causa. La mancata integrazione tra pronto soccorso e continuità assistenziale, che spezza la continuità proprio quando servirebbe
Il pronto soccorso è sempre aperto. La continuità assistenziale esiste, ma spesso non è davvero integrata come sistema, né sul piano informatico né su quello operativo.
Quando manca una regia unica, non esiste una porta d’ingresso chiara e soprattutto non esiste una porta d’uscita protetta. Il cittadino entra in pronto soccorso perché sa che verrà visto. Non perché il pronto soccorso possa davvero tutto, ma perché è l’unico luogo percepito come sempre accessibile e sempre responsabile dell’esito.
Senza integrazione, la medicina territoriale diventa un argomento evocato nel dibattito pubblico e un’assenza concreta nella vita reale.
Quarta causa. La convenienza economica delle indagini in pronto soccorso
Se una persona sa che in pronto soccorso potrà fare esami e imaging senza anticipare costi che sul territorio, soprattutto nel privato, sarebbero immediati, la scelta non è opportunistica. È coerente con l’incentivo che il sistema ha costruito.
Quando i percorsi territoriali sono lenti, frammentati e burocratici, il pronto soccorso diventa anche un acceleratore diagnostico. Non perché sia il luogo appropriato, ma perché è l’unico che garantisce tempi certi.
Quinta causa. Il 116117, teoricamente porta d’accesso alle cure non urgenti, nella pratica ancora senza potere operativo reale e senza visibilità
Il 116117 nasce per essere il numero delle cure non urgenti, attivo ventiquattro ore su ventiquattro, capace di orientare e filtrare la domanda. L’idea è corretta. Il problema non è il principio. È l’implementazione.
Anche dove esiste, spesso il 116117 non può fare ciò che davvero cambierebbe il sistema. Non può prenotare una visita fisica in giornata nelle postazioni territoriali. Non può garantire un appuntamento certo con un professionista che vede e visita. Non può chiudere il cerchio logistico che renderebbe sicuro dire: non andare subito in pronto soccorso, perché posso offrirti e prenotarti questa alternativa oggi.
Ma c’è un livello ancora più elementare, e per certi versi più grave. Il 116117 è poco conosciuto e scarsamente pubblicizzato. Molti cittadini iniziano solo ora a intuire che esista, ma quando entrano in un pronto soccorso non trovano cartellonistica che ne stimoli l’uso, non ricevono indicazioni chiare all’ingresso, non vedono campagne informative strutturate. Non ci sono spot televisivi, non c’è una presenza sistematica nei luoghi dove la domanda impropria nasce.
Un numero che dovrebbe essere la porta d’accesso primaria resta invisibile. E ciò che non è visibile, per la popolazione, semplicemente non esiste.
E allora cosa fa la popolazione. Torna al canale che può tutto. Il pronto soccorso.
Se togli al territorio strumenti, integrazione, accesso rapido, potere operativo e persino visibilità, non ottieni meno accessi impropri. Ottieni più ansia, più auto invio, più sovraffollamento, più burnout, più medicina difensiva, in un circuito che si autoalimenta.
Il territorio oggi, in molte aree, non è messo nelle condizioni di fare questo lavoro. Non per incapacità dei professionisti, ma per scelte organizzative e sottoinvestimento cronico.
Gli accessi impropri non sono un problema di educazione del cittadino. Sono un problema di architettura del sistema.
E ogni volta che si scarica la colpa sul medico di medicina generale o sulla continuità assistenziale, si fa un favore all’unica cosa che davvero produce accessi impropri. Un’organizzazione che costringe la popolazione a cercare sicurezza dove la sicurezza non è progettata per stare, perché il pronto soccorso nasce per l’urgenza, non per l’ansia, non per la cronicità, non per l’incertezza, non per la domanda sociale.