Dott.ssa Silvia Boschero - Psicologa clinica

Dott.ssa Silvia Boschero - Psicologa clinica Psicologa clinica di orientamento umanistico, psicodinamico e transpersonale. Ricevo online o in presenza a Roma

“A una certa età non serve più andare in terapia”.È una frase che sento spesso.Eppure è proprio quando il corpo cambia, ...
15/01/2026

“A una certa età non serve più andare in terapia”.

È una frase che sento spesso.
Eppure è proprio quando il corpo cambia, i ruoli non sono più gli stessi (non più il pater familias, non più la madre che si occupa dei bisogni dei figli), le certezze vacillano, che molte persone iniziano a sentire qualcosa che non avevano mai sentito prima.

Non perché siano più fragili. Ma perché non possono più evitare alcune domande.

La psicoterapia in età adulta e nella terza età non serve a cambiare chi si è stati, né a “tornare giovani”, né a risolvere tutto.

Serve a dare parola a ciò che non ne ha mai avuta.
A riconoscere paure, lutti, limiti, stanchezze che per una vita intera sono state messe da parte per andare avanti, lavorare, aiutare chi ne aveva bisogno, riuscire.

Non è debolezza fermarsi. È un atto di dignità.

A volte non si tratta di credere nella psicoterapia.
Si tratta solo di non restare soli quando qualcosa dentro cambia e non si sa più come chiamarlo.

MA (間)Nella cultura giapponeseMa è lo spazio tra le cose.Non è vuoto.È attesa. È la pausa tra due respiri,il silenzio ch...
11/01/2026

MA (間)
Nella cultura giapponese
Ma è lo spazio tra le cose.
Non è vuoto.
È attesa. È la pausa tra due respiri,
il silenzio che permette alla parola di nascere,
la distanza che rende possibile l’incontro.

In Gestalt lo chiamiamo "vuoto fertile":
quel momento in cui non sappiamo ancora cosa accadrà.

Non tutto va riempito. Alcuni spazi servono perché qualcosa di inatteso possa emergere.

La meravigliosa mostra su Jung e la psicanalisi a Zurigo presso il  Imperdibile!
06/01/2026

La meravigliosa mostra su Jung e la psicanalisi a Zurigo presso il
Imperdibile!

"Dentro di noi esiste un centro e quando entriamo in dialogo con esso, comincia un processo di sviluppo (...) accetto ch...
06/01/2026

"Dentro di noi esiste un centro e quando entriamo in dialogo con esso, comincia un processo di sviluppo (...) accetto che esiste una forza superiore in me..."

Dr. iur. Ute Karin Höllrigl, ist analytische Psychologin nach C. G. Jung in Wien. Sie setzt sich mit der Aktualität von Jung’schen Konzepten auseinander. Im ...

"Arrivarono gioie che non avevo chiesto,ferite che non mi sembrava di meritarecrocevia in cui non capivo dove andare.E m...
25/12/2025

"Arrivarono
gioie che non avevo chiesto,
ferite che non mi sembrava di meritare
crocevia in cui non capivo dove andare.
E mi persi, a volte.
E mi ritrovai, altre.
In una vita che non credevo di avere disegnato
ma che imparai lentamente ad abitare.

E scelsi, almeno, come attraversarla.
Scelsi
la gentilezza per aggiustare gli angoli,
la luce per non inciampare nel buio,
la pazienza per aspettare ciò che tardava,
la fiducia per credere ancora,
nonostante tutto.
Scelsi
le stelle per orientarmi,
l’amore per tenermi viva,
la poesia per ricordarmi chi sono.

Perché non posso decidere
tutto ciò che arriva,
ma posso scegliere
con quali occhi guardarlo.
E da quel momento in poi
la mia vita non cambiò
cio che mi sembrava un destino,
ma ne cambiò tutti i colori.

Alistair Venn - da "E imparai a scegliere la luce"

Ci sono persone che, quando qualcuno fa qualcosa per loro, lo chiamano “favore”. Come se la cura non fosse un gesto poss...
18/12/2025

Ci sono persone che, quando qualcuno fa qualcosa per loro, lo chiamano “favore”. Come se la cura non fosse un gesto possibile, ma un’eccezione. Come se ricevere significasse già essere in debito.
Ci sono persone che attraversano traguardi importanti senza fermarsi, gioirne, goderseli. Solo un pensiero secco: era il minimo, era un dovere.
Non è modestia. È una storia.
È crescere senza uno sguardo che si posa e resta.
Senza una voce che dica: ti vedo, così come sei vai bene.
È imparare presto che l’amore arriva solo se non disturbi, se fai bene, se fai abbastanza.
Allora una parte prende il comando. La parte che spinge, che tiene insieme, che non si concede pause. Una parte utile, spesso necessaria per sopravvivere, ma che finisce per occupare tutto lo spazio. Il valore diventa qualcosa da guadagnare, mai qualcosa da abitare. Ogni successo viene sgonfiato, ogni gesto ricevuto ridimensionato.
Meglio non sentire troppo, meglio non godere: godere espone, rende visibili.
Sotto, però, forse c’è altro. Un nucleo che non ha mai smesso di cercare riconoscimento. Una ferita silenziosa, invisibile anche a chi la porta. Non grida. Sussurra: non sono abbastanza, non ancora, non così.

E così la cura imbarazza. L’aiuto pesa. La gratuità mette a disagio.

Cosa si può fare? Aiutare le parti a fare un passo indietro, perché qualcosa di più autentico possa affacciarsi.
Fare esperienza – forse per la prima volta – di uno spazio in cui non bisogna meritare. Dove ricevere non crea colpa.
Dove il valore non dipende da ciò che si fa, ma dal semplice esserci.
Sentirsi degni non è convincersi. È ricordarsi di sé. È tornare, lentamente, a casa.

Non sentirsi degniCi sono persone che, quando qualcuno fa qualcosa per loro, lo chiamano “favore”. Come se la cura non f...
18/12/2025

Non sentirsi degni

Ci sono persone che, quando qualcuno fa qualcosa per loro, lo chiamano “favore”. Come se la cura non fosse un gesto possibile, ma un’eccezione. Come se ricevere significasse già essere in debito.
Ci sono persone che attraversano traguardi importanti senza fermarsi, gioirne, goderseli. Solo un pensiero secco: era il minimo, era un dovere.
Non è modestia. È una storia.
È crescere senza uno sguardo che si posa e resta.
Senza una voce che dica: ti vedo, così come sei vai bene.
È imparare presto che l’amore arriva solo se non disturbi, se fai bene, se fai abbastanza.
Allora una parte prende il comando. La parte che spinge, che tiene insieme, che non si concede pause. Una parte utile, spesso necessaria per sopravvivere, ma che finisce per occupare tutto lo spazio. Il valore diventa qualcosa da guadagnare, mai qualcosa da abitare. Ogni successo viene sgonfiato, ogni gesto ricevuto ridimensionato.
Meglio non sentire troppo, meglio non godere: godere espone, rende visibili.
Sotto, però, forse c’è altro. Un nucleo che non ha mai smesso di cercare riconoscimento. Una ferita silenziosa, invisibile anche a chi la porta. Non grida. Sussurra: non sono abbastanza, non ancora, non così.

E così la cura imbarazza. L’aiuto pesa. La gratuità mette a disagio.

Cosa si può fare? Aiutare le parti a fare un passo indietro, perché qualcosa di più autentico possa affacciarsi.
Fare esperienza – forse per la prima volta – di uno spazio in cui non bisogna meritare. Dove ricevere non crea colpa.
Dove il valore non dipende da ciò che si fa, ma dal semplice esserci.
Sentirsi degni non è convincersi. È ricordarsi di sé. È tornare, lentamente, a casa.

«Non smettere mai di divertirti», le hanno detto.Sara Curtis, talento e disciplina, diciott’anni, nuovo record italiano ...
06/12/2025

«Non smettere mai di divertirti», le hanno detto.
Sara Curtis, talento e disciplina, diciott’anni, nuovo record italiano nei 100 metri stile libero. Sul tetto del mondo ancora adolescenti, questi giovani atleti vivono una tensione profonda tra il desiderio di eccellere e il bisogno di crescere. Due forze che non sempre procedono nella stessa direzione.

In vite scandite da allenamenti e gare, il corpo diventa strumento performativo prima ancora di essere dimora identitaria. La psiche adolescenziale, ancora impegnata a costruirsi, si intreccia con un corpo che deve rispondere a efficienza, estetica, precisione. Corpi spinti al limite, dove il risultato va di pari passo con le aspettative.

Qui il Sé corporeo – fragile e in formazione – rischia di essere colonizzato dall’ideale dell’Io sportivo, che chiede dedizione totale e controllo costante. Il corpo non è più spazio di sperimentazione, piacere, relazione, ma “oggetto di lavoro”: un secondo di troppo o un chilo in più possono minacciare il senso di sé.
Molti giovani atleti vivono una doppia vita: disciplina, potenza e talento da un lato; fragilità evolutiva dall’altro. Le esperienze tipiche dell’adolescenza – esplorazione, trasgressione, ozio, relazioni – rischiano di essere sacrificate in nome di un agonismo totalizzante.
Lo sport può essere spazio di crescita e appartenenza, ma solo se il corpo è riconosciuto nella sua complessità: non un mezzo tecnico da sfruttare, ma un interlocutore psichico che chiede ascolto, ritmo, confini, cura.
Incontrarli significa aiutarli a ricucire corpo e identità, a ritrovare un piacere del movimento non finalizzato alla performance. Aiutarli a ritrovare nel corpo non solo un mezzo per vincere, ma un luogo in cui abitare.

In ognuno di noi vi è un altro che noi non conosciamo e che ci parla attraverso il sogno, comunicandoci come egli ci ved...
04/12/2025

In ognuno di noi vi è un altro che noi non conosciamo e che ci parla attraverso il sogno, comunicandoci come egli ci veda diversamente da come noi vediamo noi stessi. Per questo, se ci troviamo in una condizione difficile e senza uscita, l'estraneo, l'altro, può talora fornirci una luce, che sarà meglio in grado di modificare radicalmente il nostro atteggiamento.
C. G. Jung "realtà dell'anima"

Uno dei bisogni più profondi di un bambino è quello di sentirsi al sicuro nel cuore di qualcuno. Non è un semplice desid...
23/11/2025

Uno dei bisogni più profondi di un bambino è quello di sentirsi al sicuro nel cuore di qualcuno. Non è un semplice desiderio di affetto: è un bisogno vitale, una condizione necessaria perché la sua mente e le sue emozioni possano crescere. Quando un bambino percepisce che gli adulti che lo accudiscono sono presenti, affidabili, prevedibili, allora il mondo diventa un luogo esplorabile.
È in quel senso di protezione che trova il coraggio di allontanarsi, di curiosare, di cadere e rialzarsi. È lì che inizia a costruire la fiducia negli altri… e in sé stesso.

Ogni bambino ha bisogno di essere visto davvero. Di essere riconosciuto nella sua unicità, di sentirsi rispecchiato dallo sguardo della madre e del padre, da chi per primo dà un nome alle sue emozioni ancora confuse, piccole, informi.
Quel rispecchiamento non è solo un gesto affettivo: è il primo linguaggio attraverso cui il bambino impara chi è. Solo così può avviarsi con serenità nel suo processo di individuazione, integrando pezzo dopo pezzo tutte le parti di sé in un’identità armonica, viva, coerente.

Crescendo, certo, a un bambino fanno bene lo sport, le attività, le routine che costruiamo per lui. Ma spesso dimentichiamo che la sua crescita si nutre anche — e profondamente — della noia fertile, di quei momenti in cui non c’è nulla da fare e allora tutto è possibile.
È quando si ritrova in mezzo alla natura, con un bastone che diventa una spada o una bacchetta magica, che il bambino entra davvero in contatto con il suo mondo interno. Trasforma ciò che vede fuori per dare forma a ciò che sente dentro. È lì che immaginazione e realtà si parlano, ed è lì che nasce la creatività che gli servirà per tutta la vita.

Un ambiente che offre sicurezza, libertà, ascolto e possibilità — non solo oggetti o attività — è un ambiente che permette a un bambino di crescere intero, curioso, capace di sognare e di diventare un adulto sano.

Manifestazioni in tutta Italia e in moltissime città del mondo: maree unite non da slogan politici ma umani. L’impegno c...
04/10/2025

Manifestazioni in tutta Italia e in moltissime città del mondo: maree unite non da slogan politici ma umani. L’impegno civile che oggi si risveglia in modo grandioso ha un senso profondo, significa dare voce ad energie interiori a lungo represse, renderle consce e finalmente condivise.
Secondo il grande psicoterapeuta Jung, ma anche secondo Assagioli, l’uomo è in costante, permeabile contatto con l’inconscio collettivo, ciò che lo circonda e lo plasma dalla notte dei tempi. Questo inconscio è popolato di “archetipi”: l’eroe/il martire, la madre, la terra promessa, l’esilio, il bambino/la vittima innocente, e così via. Sono entità vere e proprie, strutture psichiche ancestrali, trasmesse nei millenni dalla nostra filogenesi.
Questo inconscio collettivo è appartenenza, per l’uomo, animale sociale per eccellenza, il cui desiderio è quello riconoscersi in qualcosa di più grande, sentirsi parte del tutto, non monade isolata, incompresa e incomprensibile, come spesso ci sentiamo in relazione ai nostri rappresentanti, istituzionali e non.
Per evitare le nostre dissonanze interne, le nostre crisi identitarie, abbiamo bisogno dunque di rispecchiarci in un inconscio collettivo dove l’impronta di noi stessi trovi la sua forma primigenia. L’azione civile, risvegliata, diventa quindi terapeutica: è reciproco riconoscimento, è elaborazione collettiva del lutto, è comprensione e trasformazione della rabbia muta che proviamo di fronte alle immagini di morte e distruzione che le guerre in diretta social ci rimandano.
E’ così che oggi manifestare, al netto delle strumentalizzazioni che giungono a rompere l’incanto, è molto più che protestare: è riconoscersi ed esistere, è risvegliarsi e trovarsi non più soli, ma parte di un tutto.

Anche voi vi siete costruiti addosso una “corazza caratteriale”?Ce lo spiegava bene il grande psicoterapeuta Wilhelm Rei...
29/09/2025

Anche voi vi siete costruiti addosso una “corazza caratteriale”?
Ce lo spiegava bene il grande psicoterapeuta Wilhelm Reich: ansia, paura, rabbia e tutte quelle emozioni che gli altri non accettavano da noi, le abbiamo celate per essere amati, desiderati, considerati. Come? Indossando un’armatura che ci proteggesse.
Ma oggi quell’armatura ci impedisce di muoverci, imprigiona i nostri malesseri e li fa sfogare sul corpo. Succede dunque che improvvisamente si manifesti un dolore fisico, inspiegabile, repentino ed insistente.
Succede quando qualcosa giunge a smuovere la corazza: un piccolo o grande trauma, un cambiamento, un dolore dell’anima, una rivelazione.
Alla corazza caratteriale corrisponde una vera e propria corazza fisica, una postura. La corazza influenza dunque i nostri movimenti, influenza il nostro modo di camminare, di respirare, di procedere nel mondo.
Reich spiega che i nostri dolori posturali, i nostri mal di testa, i nostri mal di stomaco, sono rappresentazioni di blocchi energentici emotivi. Ma va oltre, descrivendo i 7 segmenti fisici della corazza: il segmento oculare (rappresenta la visione limitata della realtà, la paura, la timidezza), il segmento orale (i muscoli della bocca, del mento, della gola, della nuca: si traduce in una difficoltà a esprimere la rabbia, le emozioni), il segmento cervicale (la parte bassa del collo e della lingua: si traduce nella tendenza a soffocare il pianto e l'ira), Il segmento toracico (petto, spalle e scapole: causa un respiro corto e un torace contratto, bloccando la capacità di espressione), Il segmento diaframmatico (che comprende anche stomaco, fegato, plesso solare: frustrazione, l’incapacità di abbandonarsi ai piaceri della vita, l’ansia), Il segmento addominale e pelvico (con i muscoli addominali e la parte inferiore della schiena, dei muscoli pelvici e dell’interno coscia contratti: la difficoltà di abbandonarsi alle emozioni e alla sessualità).

La buona notizia è che possiamo scalfirla questa corazza, e anche abbandonarla. Con una sana psicoterapia e un lavoro sul nostro sacro corpo.

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