18/03/2026
A partire dalla nascita, il corpo per il bambino è il luogo delle sensazioni, anche del suo malessere, dell’ansia alle allergie diffuse, ai disturbi alimentari, o alla spiacevolezza di non essere abbracciato, accarezzato. Il corpo registra i vissuti emotivi e il disagio che può derivare dalle esperienze traumatiche, espresse con i sintomi che denotano la disfunzione emotivo - relazionali che sta vivendo con i suoi genitori.
Il corpo del bambino racchiude la basa della sua identità futura, il cui sviluppo è legato alla qualità e quantità delle stimolazioni che riceve.
La relazione fin dall’inizio si svolge attraverso il corpo e il cibo; sono cure che gli consentono la sopravvivenza,e devono attutire il passaggio dalla vita intrauterina a quella esterna. L’investimento emotivo materno sul corpo del bambino è fondamentale affinché possa riconoscerlo e riconoscersi.
La crescita opera trasformazioni importanti nel corpo del bambino, e perché ci sia armonia è fondamentale la rispondenza soma-psiche: le emozioni che il corpo vive devono essere decodificate dalla mente adulta, così si dà loro riconoscimento e vengono inscritte nel mentale. Soma e psiche interagiscono tra loro, responsabili dell’equilibrio psico-fisico del soggetto.
Quando il bambino non riceve risposte adeguate ai suoi bisogni non costruisce basi psicologiche su cui appoggiare la sua identità fisica, e non arriva ad avere una piena consapevolezza delle proprie funzioni.
Il cibo è quindi un veicolo di emozioni perché il bambino fin dalla nascita viene nutrito e la relazione che si viene a strutturare con la madre assume una coloritura differente, poiché basata sugli stati d’animo materni che lo accompagnano. Come affermano le neuroscienze, il bambino percepisce molto presto l’intenzionalità degli stati affettivi, e attraverso il cibo-relazione confluiscono le emozioni di chi lo nutre e lo colpiscono con la loro intensità.
Accanto alla ‘madre nutrimento’ c’è anche la buona madre che dà le coccole e un padre; insieme diventano per il bambino il suo polo di riferimento perché si rivelano fonte di piacere sicuro, necessario per strutturare il legame.
In questo senso, i disturbi alimentari dell’infanzia sono una fonte di riflessione per comprendere meglio quello che accade nella comunicazione conscia e inconscia tra madre, bambino e padre attraverso la relazione che si viene a strutturare.
Tutti i disturbi della prima infanzia evidenziano le difficoltà affettive della relazione genitori-bambino e spesso è la figura paterna ad essere carente, cioè ad entrare nella diade ed assumere appieno il suo ruolo. Il disturbo alimentare dell’infanzia, quando non ci sono problematiche di origine biologica, riporta immediatamente alla relazione affettiva che lega genitori e figlio, perché il loro apporto emotivo è il motore propulsore dell’evoluzione psichica del bambino. Perciò qualsiasi disturbo si verifica, non di origine biologica, va riportato alla sfera degli affetti familiari, quindi agli scambi emotivi che avvengono tra genitori e figli. Il bambino immediatamente entra nella triade, una triangolazione in cui percepisce la presenza dell’altro e della coppia.
Una relazione soddisfacente sviluppa un’onda emotiva che fluisce tra madre e bambino e coinvolge il padre, quando la coppia è in grado di condividere. Tutto ciò restituisce al bambino, attraverso il linguaggio verbale e preverbale , imposte di conferma o dí disconferma.
Cibo e gioco si delineano come strumenti emotivi con cui l’adulto stimola la partecipazione e la creatività del bambino. Il nutrire il proprio bambino diventa un momento di gioia reciproca quando il buon cibo è offerto con coinvolgimento di emozioni profonde positive, sia per i genitori che per il figlio, con tentativi di gioco che partono dal genitore, a cui il bambino partecipa.
Se l’esperienza emozionale positiva è assente, o comunque assai limitata, si strutturano le basi che in futuro predispongono al disturbo alimentare. Perché la natura del legame non è in grado di sostenere il piacere del bambino, e l’ambiente che lo circonda ai pasti diventa patogeno.
Già dal primo anno di vita il bambino vive esperienze dolorose che possono diventare traumatiche sé i genitori non sono in grado di contenere il cambiamento nella modalità di nutrirlo, se non assumono atteggiamenti flessibili, comprendendo così le vere esigenze infantili. Il bambino può anche alterare momenti di rifiuto del cibo e di loro stessi, soprattutto della madre. Se quest’ultima evita di imporgli costrizioni, ma lo distrae, gioca con lui, aspetta, l’assunzione di cibo diventa naturale, e non forzata. La relazione cambia perché l’umore diventa gradevole. I genitori diventeranno fonte di nutrimento e non creeranno in questo modo perturbazioni alla relazione e il cibo assume il valore di scambio, di comunicazione oltre che di nutrimento, di approccio relazionale fonte di calore, consentendo al bambino di ricevere piacere e nutrimento, una piena gratificazione somatica e mentale.
Di contro, a volte, il nutrimento del bambino può creare situazioni di stress emotivo, essere fonte di preoccupazione per i genitori ad esempio, quando non si nutre quantitativamente secondo ciò che hanno predisposto, quando sono confrontati al rifiuto del cibo. Sono momenti quelli del pasto in cui la relazione rivela i suoi aspetti più profondi. Il cibo diventa un veicolo che regola tra loro l’interazione. L’intensità emotiva sottende gli scambi relazionali non solo tra genitori e bambini,ma anche della coppia e l’influenza è reciproca.
Con il supporto di esperti qualificati è possibile superare queste difficoltà ed evitare che possano sfociare in specifici disturbi alimentari. Elaborare il proprio vissuto rispetto al significato che il nutrimento (cibo) ha assunto nella propria vita e rispetto a quello che assume all’interno della coppia genitoriale è fondamentale per interrompere antichi meccanismi disfunzionali.
Dott.ssa Claudia Sarrocco
Psicologa Clinica – Analista Bioenergetica SIAB ANEEB–
Specializzata in Disturbi della Nutrizione-
Consulente in Sessuologia Clinica