Dott.ssa Valentina Scoppio - Psicologa Psicoterapeuta

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Dott.ssa Valentina Scoppio - Psicologa Psicoterapeuta Psicologa - Psicoterapeuta - Analista Transazionale Nella mia pratica clinica, nel mio studio a Roma, mi occupo di consulenza e supporto psicologico.

Questa pagina ha lo scopo di fornire spunti di riflessione su tematiche legate alla psicologia, al confronto e allo scambio di opinioni. Non fornisco consulenze tramite Facebook, invito chiunque ne abbia bisogno a rivolgersi ai professionisti più adeguati. Psicoterapia. Colloqui individuali. Supporto durante i percorsi di Procreazione Medicalmente Assistita, sterilità e infertilità, ansia, attacchi di panico, fobie, compulsioni, ossessioni, depressione, lutto, perdita, separazione, divorzio, abbandono, difficoltà relazionali e affettive, fasi critiche della vita, disagio e conflitto col partner, con i figli o nel rapporto familiare, problemi di autostima, senso di vuoto, inefficacia, paura di vivere, solitudine, dipendenze, mobbing, disturbi dell’alimentazione, difficoltà di gestione di esperienze traumatiche, problematiche legate alla sfera sessuale individuale e di coppia, problematiche dell’identità, disturbi di personalità. Qualsiasi pubblicazione relativa alla pubblicità di altri siti o pagine Facebook effettuata sulla mia pagina senza autorizzazione, verrà rimossa. La maggior parte delle immagini inserite in questa pagina sono prese da internet; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d'autore, non esitate a comunicarmelo e provvederò a rimuoverle.

“Viene chiamato "vuoto" ma poi è come se dentro ci fosse racchiuso di tutto…Il nome di qualcuno che non c'è o che non es...
09/03/2026

“Viene chiamato "vuoto"
ma poi è come se dentro ci fosse
racchiuso di tutto…
Il nome di qualcuno che non c'è
o che non esiste,
la rabbia per una sconfitta,
la nostalgia di una mancanza,
tutto l'affetto che vorremmo dare,
tutto quello di cui avremmo bisogno,
tutta la felicità dispersa nella tristezza,
quei mal di testa forti
e anche quelle canzoni un po' tristi
che in un modo o nell'altro
ci tengono compagnia...

Sono pieni di così tante cose che,
alla fine dei conti,
vengono chiamati vuoti,
ma sono fottutamente pieni”.

Francesca Russo ✍🏻

08/03/2026

“E come si fa a capire se il terapeuta a cui ci si affida è quello giusto per noi?”

Mi è stato fatto questo commento sotto un mio post che parlava di terapia, e credo sia una domanda che, in fondo, riguarda tutti.
Perché scegliere un terapeuta non è come scegliere un corso o un libro: è scegliere una relazione.

Una relazione che può diventare un luogo di rinascita oppure un passaggio più faticoso, se quella relazione non è quella giusta per noi.

Provo allora a lasciarvi una piccola mappa concreta. Non è un elenco di regole, ma qualche punto fermo per orientarsi con un po’ più di consapevolezza e fiducia, ascoltando sia la testa che la pancia.

Partiamo dalle cose più semplici e verificabili.

Prima di tutto, controllate che il professionista sia abilitato e iscritto all’Albo degli Psicologi.
Non è un dettaglio burocratico: è una tutela fondamentale. Significa che la persona a cui vi state affidando ha una formazione riconosciuta, una responsabilità professionale e un codice etico da rispettare.

Se è anche psicoterapeuta, questa qualifica risulta come annotazione nello stesso Albo. Alcuni psicoterapeuti sono invece medici (psichiatri) e in quel caso sono iscritti all’Albo dei medici con la specializzazione in psicoterapia.

Un professionista serio spiega poi con chiarezza come lavora: quale approccio utilizza, quanto dura una seduta, quanto costa, come gestisce privacy, ferie, cancellazioni e comunicazioni fuori dalle sedute.

La chiarezza su questi aspetti non è solo organizzazione, è già parte della cura. È la struttura che rende la relazione affidabile.

E se qualcosa resta vago o poco limpido, chiedere spiegazioni è un vostro diritto, non un disturbo. E se la risposta non arriva chiara, spesso quella è già una risposta.

Poi però c’è un livello più profondo, che non si trova nei curriculum.

Quando ci sediamo davanti a quella persona, il nostro corpo parla prima ancora della nostra testa.

Come ci sentiamo?
C’è qualcosa in quell’incontro che ci fa stare tranquilli, accolti?
Oppure percepiamo una tensione sottile, un piccolo disagio, un fastidio che non sappiamo spiegare?

Non serve capirlo subito. Serve ascoltarlo.

Il tono della voce, lo sguardo, la postura, il modo in cui il silenzio viene tenuto… sono segnali molto più importanti di quanto immaginiamo.

Già dalle prime sedute possiamo chiederci:
ci sentiamo al sicuro?
ci sentiamo davvero ascoltati?
c’è, anche solo accennata, una fiducia naturale?

A volte quella sensazione arriva come una piccola calma dentro. Un respiro che si distende. La sensazione che, per una volta, non dobbiamo “fare bene”.

Altre volte quella sensazione non arriva. E anche questo va ascoltato.

Perché se a pelle qualcosa non risuona, se quella persona (per com’è, per come si pone) non ci fa sentire tranquilli o liberi, è importante non ignorarlo.

Questo non significa che non sia un bravo terapeuta. Significa semplicemente che forse non è il terapeuta giusto per noi, in questo momento della nostra vita.

Anche le caratteristiche personali del terapeuta possono avere un peso nella relazione: l’età, lo stile, l’energia che trasmette, il modo di stare in presenza. Sono aspetti che ognuno di noi può percepire in modo diverso.

Le nostre storie reagiscono alle persone in modi molto personali: perché alcune presenze ci fanno sentire più al sicuro, altre ci mettono più a disagio, altre ancora toccano corde profonde che nemmeno sapevamo di avere.

A volte abbiamo bisogno di una presenza molto accogliente che ci aiuti a scioglierci. Altre volte di una presenza più solida, più neutra, che ci faccia sentire contenuti.

Non esiste il terapeuta giusto in assoluto. Esiste il terapeuta giusto per quello che stiamo vivendo in questo momento.
È quella risonanza tra due persone che non si sceglie solo con la mente, ma con la storia che ciascuno porta dentro.

E poi c’è un altro punto importante.

Un buon terapeuta non ci giudica. Non minimizza, non ridicolizza, non commenta il corpo o le scelte di vita.
Non ci dà consigli come se sapesse cosa è meglio per noi, ci aiuta a capire cosa è meglio per noi.

Non ci invade, non forza, non promette scorciatoie. E non fa leva sul senso di colpa o sul bisogno di piacere.

Un buon terapeuta ci accoglie, ascolta e accompagna. Sa restare nel proprio ruolo, con empatia ma anche con confini chiari.

E se qualcosa non torna (se ci sentiamo confusi, a disagio, o se qualcosa non ci convince) si può, anzi si deve, parlarne.

Un professionista etico non si offende.
Accoglie quella riflessione come parte preziosa del lavoro.
Perché la terapia è anche imparare a dire, a dubitare, a chiedere chiarezza senza paura di ferire l’altro.

Dentro questa fiducia nasce anche la struttura che tiene tutto. Orari rispettati, chiarezza, costanza. Non è rigidità, ma è il cuore dell’affidabilità.

È dentro un contenitore chiaro che possiamo rilassarci, fidarci e finalmente aprirci.

La terapia non è un’amicizia, ma non è nemmeno un rapporto freddo. È un legame insieme professionale e umano, fondato sul rispetto, sulla presenza e sulla verità.

E alla fine tutto torna sempre qui: fidatevi del vostro sentire. Di quella voce interna che, anche senza prove, sussurra: “qui sto bene” oppure “qui no”.

A volte la mente continua ad analizzare, ma il corpo ha già capito. E ascoltarlo sarà già un atto di cura.

Perché scegliere un terapeuta non significa trovare la persona perfetta.
Significa trovare quella con cui possiamo essere autentici, imperfetti e veri.

E spesso lo capiamo proprio in quell’istante in cui, senza accorgercene, respiriamo… e ci rendiamo conto che lì, con quella persona, non dobbiamo più difenderci.

Se vi va, potete condividere nei commenti quali sono stati gli elementi che vi hanno fatto sentire nel posto giusto e con la persona giusta nelle vostre psicoterapie: cosa vi ha ispirato fiducia, cosa vi ha fatto restare.

Perché parlarne aiuta chi sta ancora cercando di orientarsi.
E ricordare cosa ci ha fatto stare bene, fa bene anche a noi… anche dopo che la terapia è finita. VS

08/03/2026

“La delusione è come la nausea da mal di mare. Sei lì, in mezzo a quello splendido azzurro, e soffri come un cane.
Quando ti deludono è uguale.
Sei lì, con la persona dalla quale ti aspettavi "bellezza" e hai la nausea”.

Paola Felice ✍🏻

07/03/2026

Perché accettiamo le briciole e gli avanzi emotivi? Perché ci sediamo a tavola dove l’altro mangia a sazietà e a noi lascia solo ciò che cade dal piatto… e noi, invece di alzarci, raccogliamo e ringraziamo pure?

Non è perché siamo stupidi. Non è perché “ci piace soffrire”. È perché, molto tempo fa, qualcuno ci ha insegnato (spesso senza parole) che, per avere amore, bisogna pagare un prezzo. E quel prezzo eravamo proprio noi: i nostri bisogni, la nostra voce e la nostra dignità.

Nasce quasi sempre da lì, da quel bambino dentro che ha imparato una lezione crudele: “Se dico di no, mi lasciano. Se mi arrabbio, smettono di volermi bene. Se chiedo troppo, divento un peso.” Allora quel bambino fa una scelta di sopravvivenza, meglio accettare tutto che perdere il legame. Meglio tacere che rischiare l’abbandono. Meglio sopportare che sentire di non valere niente.

E questa logica, che da piccoli è stata vitale, da adulti diventa una gabbia: continuiamo a muoverci come se l’altro avesse ancora in mano la nostra sopravvivenza emotiva.

Perché non mettiamo confini? Perché il confine, nella nostra storia, è stato vissuto come una minaccia, non come una protezione. Quando provavamo a dire “basta”, ci dicevano che eravamo ingrati, esagerati o cattivi. Quando provavamo a mostrare dolore, ci ridevano in faccia, minimizzavano o si arrabbiavano. Quando avevamo bisogno, spesso non c’era nessuno… o c’era qualcuno presente col corpo ma assente con il cuore.

Allora abbiamo imparato che, se vogliamo tenere l’altro vicino, dobbiamo tenere noi stessi lontano da noi. Così, da adulti, ogni volta che proviamo a mettere un limite, dentro scatta un allarme: “Se lo faccio, mi abbandona. Se lo dico, perderò tutto.” E il bambino disperato che urla dentro di noi prevale: “No, ti prego, non rischiare, stai zitto, sopporta, ma non andare via.”

Finché cerchiamo, in un adulto esterno, quella figura di accudimento che non abbiamo mai avuto, saremo sempre in ginocchio davanti all’altro. È come dire, senza dirlo: “Amami tu, così non devo imparare ad amarmi io. Vedimi tu, così non devo fare la fatica di guardarmi davvero.”

Ma c’è un problema: quando mettiamo nelle mani dell’altro la nostra sopravvivenza emotiva, tutto diventa una minaccia. Un messaggio visualizzato e non risposto diventa panico. Un tono freddo, una catastrofe. Un cambio di umore dell’altro, un terremoto interno.

Non stiamo più vivendo un rapporto: stiamo vivendo un’unità di terapia intensiva emotiva, dove l’altro è il respiratore e noi abbiamo sempre paura che stacchi la spina.

Sopportiamo il male pur di non perdere il legame per lo stesso motivo per cui i bambini sopportano urla, silenzi, offese, controlli, umiliazioni pur di non perdere mamma o papà: perché il legame viene prima del benessere, quando siamo piccoli.

Da bambini non possiamo dire: “Questo ambiente fa schifo, vado a vivere da un’altra parte.” Possiamo solo adattarci. E adattandoci creiamo un copione interno: “È normale che, per essere amati, io debba soffrire.”

Così, quando da adulti incontriamo qualcuno che ci tratta male, quella parte profonda di noi non dice: “C’è qualcosa che non va.” Dice: “Ecco, casa. Conosco questa sensazione.” Non è sano, ma è familiare. E il nostro sistema nervoso scambia il familiare per sicuro.

Quando non abbiamo un appoggio stabile dentro, ogni movimento dell’altro è un terremoto: se scrive meno, “mi sta lasciando”; se è distratto, “non valgo più”; se chiede spazio, “è colpa mia”. Viviamo in allerta costante, pronti a decifrare ogni minimo segnale, come se fossimo radar emotivi impazziti.

Non amiamo, controlliamo. Non ci relazioniamo, sorvegliamo. E a volte, per paura di perdere l’altro, diventiamo proprio ciò che temiamo: ci attacchiamo, supplichiamo e ci annulliamo. E l’altro, soffocato o confuso, si allontana davvero.

E questo sembra confermare il copione: “Vedi? Non valgo.” Ma non è vero che non valiamo. È vero che stiamo recitando ancora una storia vecchia.

Qui non si tratta di frasi motivazionali tipo “devi amarti di più”. Se fosse così semplice, l’avremmo già fatto. Si tratta di qualcosa di più concreto e dolorosamente reale: iniziare ad ascoltarci anche quando abbiamo paura di ciò che sentiamo, permetterci di dire “no” anche tremando, riconoscere che ciò che è stato “normale” nella nostra storia non era necessariamente sano.

Trovare la figura di accudimento dentro di noi vuol dire, un pezzetto alla volta, diventare quell’adulto che guarda il bambino interno e gli dice: “Non devo sacrificarti per avere amore. Il tuo dolore non è una rottura di scatole, è un segnale. Non devi farti calpestare per restare in relazione.”

E questo non succede in un giorno, e non succede una volta per tutte. È un lavoro di lealtà verso di noi: tornare, tornare, tornare… tutte le volte che ci tradiamo, tutte le volte che ci accorgiamo di aver accettato l’ennesima briciola.

Mettere un confine non è dire all’altro: “Tu sei cattivo.” È dire a noi stessi: “Io merito di non essere trattato così.”

A volte, quando mettiamo un confine, qualcuno se ne va. E fa malissimo. Ci sembra di morire. Ma spesso, in quel dolore, nasce una verità nuova: “Se per starti vicino devo tradire me stesso, allora sei vicino solo al mio fantasma, non a me.”

E lì, lentamente, iniziamo a intuire che forse esiste una forma di amore in cui la dignità non si paga in cambio di presenza. E il semplice fatto di volerci fermare a riflettere su tutto questo è già un gesto d’amore verso noi stessi: il primo, timido ma potente confine con la disperazione. Riflettiamoci. VS

07/03/2026

Quasi tutti, prima o poi, abbiamo detto o sentito dire questa frase.

“Ci frequentiamo”.

Due parole leggere, dette spesso quasi per caso. Eppure, quando arrivano in terapia, raramente sono davvero leggere.

Le ascolto spesso. E ogni volta significano qualcosa di diverso.

C’è chi le dice con un sorriso un po’ incerto, quasi interrogativo: “Ci frequentiamo… ma in che senso, secondo lei?”, come se cercasse all’esterno una definizione che dentro non riesce ancora a trovare. Altri invece lo usano come una specie di barriera: “No, non stiamo insieme, ci stiamo solo frequentando”, un modo elegante per dire che non si vuole entrare troppo nell’impegno senza però sembrare freddi o distaccati, quasi a proteggere il proprio spazio e a tenere a distanza qualcosa che fa un po’ paura.

Per alcune persone diventa una zona intermedia, una terra di mezzo dove muoversi con cautela: non mi espongo del tutto, non mi vincolo del tutto. Una specie di comfort zone che rassicura, ma che a volte rischia anche di immobilizzare.
Per altri è più simile a un’“amicizia speciale”, qualcosa che non è una coppia ma nemmeno una semplice conoscenza, e che permette di sentirsi meno soli senza mettere completamente in gioco se stessi.

E poi ci sono quelli che vivono quel “ci frequentiamo” quasi come un segnale di non essere ancora pronti, forti o all’altezza di una relazione vera e propria, come se prima ci fosse bisogno di crescere ancora un po’, di sistemare qualcosa dentro di sé, di sentirsi più solidi prima di potersi permettere un legame stabile.

Dietro queste due parole apparentemente innocue, in realtà, si muovono spesso vissuti molto profondi: la paura di non bastare, il bisogno di protezione, la difficoltà a lasciarsi andare, ma anche il desiderio sano di prendersi tempo, di conoscersi senza la fretta di dover definire tutto subito.

È questo che rende il “ci frequentiamo” così ricco di significati: più che una definizione, diventa quasi lo specchio delle fragilità e dei desideri che ciascuno porta con sé quando si avvicina a una relazione.

Eppure questa fase non è priva di rischi. Può essere un passaggio prezioso, un ponte naturale verso qualcosa di più solido, ma può anche trasformarsi in un limbo, un luogo sospeso dove nessuno prende davvero posizione e dove, col tempo, possono crescere insicurezze, gelosie, aspettative non dette. Restare troppo a lungo in questa zona indefinita a volte significa illudersi o illudere l’altro, soprattutto quando i desideri non vanno nella stessa direzione.

In fondo, dietro ogni “ci frequentiamo” convivono due spinte opposte: il desiderio di sentirsi vicini e scelti, e la paura di legarsi troppo o di soffrire. Spesso è proprio la paura che chiamare le cose col loro nome significhi aprire una porta che non si può più richiudere. Come se bastasse dire “siamo una coppia” per ritrovarsi improvvisamente dentro vincoli pesanti, obblighi, aspettative, presentazioni ufficiali alle famiglie, magari persino con l’ombra di un futuro già deciso.

È un timore più diffuso di quanto si pensi: l’idea che definire significhi perdere leggerezza, libertà, possibilità di fare un passo indietro se qualcosa non funziona. Per questo molti restano nel territorio del “ci frequentiamo”, un modo per dirsi vicini senza sentirsi incatenati.

Eppure, non sempre chiamarsi coppia significa tutto questo. Spesso significa soltanto dare un nome a qualcosa che nei fatti esiste già: la cura reciproca, la scelta di vedersi con continuità, l’intimità che cresce giorno dopo giorno. Non è una prigione, è semplicemente un riconoscimento.

Il lavoro, in terapia come nella vita, diventa allora proprio questo: capire quando quella cautela ci sta davvero proteggendo… e quando invece sta solo trattenendo qualcosa che, in fondo, ha già le radici di una relazione.
E, a volte, trovare il coraggio di dirlo ad alta voce. VS

07/03/2026

“Siamo fatti di carne, ma costretti a vivere come se fossimo di ferro”.
Autore Anonimo

06/03/2026

Mi scrivete spesso nei commenti che vi ritrovate in quello che scrivo.
Che sembra quasi scritto su misura per voi, come se vi conoscessi. Qualcuno dice anche, un po’ ironicamente, che sembra quasi io abbia una specie di potere di lettura della mente (ma magari… quanto mi aiuterebbe nella vita 😄).

In realtà non c’è nessun potere speciale.

Succede semplicemente perché passo molte ore della mia vita ad ascoltare storie umane.

Gran parte delle riflessioni che condivido nasce proprio lì, nella stanza di terapia. Da quello che le persone portano, dalle domande che si fanno, dalle ferite che raccontano, dalle fatiche che cercano di capire e curare.

Poi naturalmente tutto questo viene rielaborato, trasformato, intrecciato con la teoria, con l’esperienza, con tanti altri pezzi di conoscenza. Ma gli spunti, quelli veri, spesso nascono proprio da quell’ascolto.

Ed è anche per questo che tanti di voi si riconoscono.

Perché le persone che vengono in terapia non sono diverse dalle altre. Sono persone normali, con le stesse fatiche, gli stessi nodi, le stesse domande che attraversano la vita di tanti. La differenza, semmai, è che hanno deciso di fermarsi un momento a guardarli più da vicino. Di prendersene cura e di provare a capirli.

E allora quelle storie, nate nel silenzio di una stanza, a volte trovano la strada per uscire. Io le ascolto, le custodisco e le trasformo in riflessioni. Diventano parole che altri leggono e dentro cui, all’improvviso, si riconoscono.

E quando qualcuno, leggendo, si riconosce, succede una cosa molto semplice ma anche molto molto preziosa: per un attimo smettiamo di sentirci strani, sbagliati o soli… e ci accorgiamo di essere, semplicemente, umani. VS ✨

06/03/2026

C’è un punto terribilmente doloroso che emerge spesso in terapia agli occhi di chi si sente ferito ingiustamente: molte persone riescono a vivere tranquillamente dentro una versione falsata di se stesse.

Non perché siano geni del male. Spesso perché non reggerebbero la vergogna se si vedessero davvero.

E allora la coscienza, per farle sopravvivere, fa un piccolo trucco… sposta, giustifica, dimentica, riscrive. Un taglio e cucito della realtà che sia sopportabile. Così possono dormire la notte.

E per chi invece quella ferita la porta addosso, la parte più dura è proprio questa: continuare a sperare che prima o poi l’altro veda, riconosca e ammetta.
Ma a volte (quasi sempre) non succede. Non perché quello che abbiamo vissuto non sia reale, ma perché l’altro, per poter stare in piedi dentro se stesso, ha bisogno di continuare a raccontarsela in un altro modo. VS

“Vivrò per duemi guarderai resisteretu dall’alto mi guarderai ridere anche con tutte le lacrime del mondo sul voltomi gu...
06/03/2026

“Vivrò per due
mi guarderai resistere
tu dall’alto mi guarderai ridere
anche con tutte le lacrime del mondo
sul volto
mi guarderai realizzare anche i tuoi desideri
mi guarderai scegliere sempre il coraggio
nel bel mezzo della paura
mi guarderai restare pura, anche in mezzo a tutto lo schifo
mi guarderai preservare il tuo cuore che ho nel petto
per tutte le volte in cui mi hai detto: non farti cambiare mai
vivrò per due
prenderò i tuoi occhi che ho sul volto e li porterò in giro per il mondo
vivrò per due
ci metterò tutto l’amore del mondo e quando non andrà come volevo io
allora ci riproverò di nuovo
perché vivrò per due
ogni tramonto sarà ancora più intenso
e tu sorriderai, dall’alto
sorriderai sapendo che mi hai cambiato la vita così tanto che io, adesso
questa vita qui
te la dedico”.

Marzia Sicignano ✍🏻

A chi resta “Chi ti ha lasciatoin mezzo all’oceano,quando avevi ancora bisognodi una mano da stringere,quando credeviche...
05/03/2026

A chi resta

“Chi ti ha lasciato
in mezzo all’oceano,
quando avevi ancora bisogno
di una mano da stringere,
quando credevi
che certe promesse fossero ancore
e non catene spezzate,

non merita di sapere
quante notti hai parlato alla luna
per non sentire il vuoto al tuo fianco,
né quante volte
hai chiamato il suo nome
nella speranza che il vento
lo riportasse indietro.

Non merita di sapere
se ti hanno sfiorato gli squali,
se ti sei sentito ferito,
tradito, dimenticato,
o se il tuo cuore
ha continuato a ba***re forte
nonostante la tempesta.

Non merita di sapere
come sei riuscito a tornare a riva,
con le ginocchia tremanti
ma lo sguardo fiero,
né del momento in cui
hai capito che l’amore,
quello vero,
non ti lascia in balia delle onde.

Perché chi se ne va
quando il mare si agita
non merita il racconto del tuo viaggio,
né la vista della tua nuova terra.

Quella,
la mostrerai solo
a chi saprà restare,
anche nei giorni
in cui il sole non si vede
e il mare sembra infinito”.

Mario Velazquez ✍🏻

05/03/2026

I bambini si specchiano nello sguardo dei genitori. È da quello sguardo che imparano a guardare se stessi. Riflettiamoci. VS

05/03/2026

A volte diciamo “è solo orgoglio”. E lo diciamo quasi sempre con un’accezione negativa.

In realtà l’orgoglio non è tutto uguale.

C’è un orgoglio che nasce dalla difesa. Quello che ci fa dire: “io non cedo”, anche quando dentro di noi una parte sa che forse potremmo fare un passo diverso. È l’orgoglio che ci fa rimanere incastrati nelle posizioni, che ci impedisce di dire “forse ho sbagliato”, oppure “proviamo a capirci meglio”. Non perché siamo davvero convinti, ma perché fare un passo indietro in quel momento ci sembra una sconfitta.

Questo tipo di orgoglio spesso non protegge la dignità. Protegge l’ego.

Poi però esiste anche un altro tipo di orgoglio.

È quello che entra in gioco quando qualcuno ci manca di rispetto, quando ci viene chiesto di andare contro qualcosa che per noi è importante, quando sentiamo che dire sì significherebbe tradire un pezzo di noi, snaturarci.

E allora anche lì magari diciamo no. Con la stessa fermezza, con la stessa apparente rigidità.

Ma dentro il movimento è completamente diverso.

Per esempio, se in una discussione non riusciamo a chiedere scusa solo perché vogliamo avere ragione a tutti i costi, quello è orgoglio immaturo che ci chiude.

Se invece decidiamo di non accettare un trattamento che ci umilia, anche se questo significa perdere qualcosa o qualcuno, quello non è più arroganza, è proteggere la nostra dignità.

Da fuori a volte le due cose sembrano identiche. La stessa fermezza, lo stesso “no”. Ma la domanda vera da farci è una sola: sto difendendo il mio ego o sto proteggendo me stesso?

Perché c’è un orgoglio che ci fa restare chiusi nelle nostre posizioni… e un orgoglio che semplicemente ci ricorda quanto valiamo. VS

Indirizzo

Largo Millesimo 19
Rome
00168

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