Dott.ssa Valentina Scoppio - Psicologa Psicoterapeuta

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Dott.ssa Valentina Scoppio - Psicologa Psicoterapeuta Psicologa - Psicoterapeuta - Analista Transazionale Nella mia pratica clinica, nel mio studio a Roma, mi occupo di consulenza e supporto psicologico.

Questa pagina ha lo scopo di fornire spunti di riflessione su tematiche legate alla psicologia, al confronto e allo scambio di opinioni. Non fornisco consulenze tramite Facebook, invito chiunque ne abbia bisogno a rivolgersi ai professionisti più adeguati. Psicoterapia. Colloqui individuali. Supporto durante i percorsi di Procreazione Medicalmente Assistita, sterilità e infertilità, ansia, attacchi di panico, fobie, compulsioni, ossessioni, depressione, lutto, perdita, separazione, divorzio, abbandono, difficoltà relazionali e affettive, fasi critiche della vita, disagio e conflitto col partner, con i figli o nel rapporto familiare, problemi di autostima, senso di vuoto, inefficacia, paura di vivere, solitudine, dipendenze, mobbing, disturbi dell’alimentazione, difficoltà di gestione di esperienze traumatiche, problematiche legate alla sfera sessuale individuale e di coppia, problematiche dell’identità, disturbi di personalità. Qualsiasi pubblicazione relativa alla pubblicità di altri siti o pagine Facebook effettuata sulla mia pagina senza autorizzazione, verrà rimossa. La maggior parte delle immagini inserite in questa pagina sono prese da internet; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d'autore, non esitate a comunicarmelo e provvederò a rimuoverle.

28/11/2025

Oggi il Paese litiga sulla famiglia del bosco: tre bambini, una roulotte, una casa fatiscente.
Da una parte: “Lo Stato ruba i figli ai genitori”. Dall’altra: “Genitori irresponsabili”.
Sempre il tifo. E come sempre, i bambini in mezzo.

Un figlio non è un esperimento ideologico.
Non è il luogo dove provare il proprio rifiuto della società, né la propria fuga romantica nel verde. Un figlio è qualcuno su cui si imprime tutto: amore, limiti, paure, incoerenze.
La libertà dei genitori finisce lì dove inizia la vulnerabilità dei figli.
Questo lo abbiamo dimenticato.

Perché crescere tre bambini in un bosco, lontani dalla scuola, dai pari, dai controlli sanitari, non è una fiaba.
È una scelta adulta.
E sono loro, i bambini, a pagarla.
Ma sarebbe ipocrita credere che basti un decreto per “metterli al sicuro”.

L’allontanamento è una amputazione emotiva: spezza legami, confonde, ferisce.
Se non c’è un progetto vero, per loro e per i genitori, stiamo solo spostando il dolore più in là. E qui arriva il punto che non vogliamo vedere.

La famiglia del bosco ci urta perché è estrema.
Perché mette in scena, concretamente, quello che noi facciamo in modo più elegante: chiudere i figli in bolle, diverse ma ugualmente strette. Una bolla fatta di natura e rifiuto del mondo.
Una bolla fatta di wifi e supermercati aperti la domenica.

In entrambe, il bambino è spesso l’ultimo ad essere ascoltato.
Oggi ci scandalizziamo per tre bambini isolati tra gli alberi.
Domani torneremo a ignorare le migliaia di bambini isolati nelle loro camerette, davanti a uno schermo, con genitori presenti con il corpo ma altrove con la testa. Il punto non è Palmoli.

Il punto siamo noi: un Paese che ha smesso di credere che educare significhi esporsi, dire no, assumersi il peso delle conseguenze.
Un figlio non è proprietà privata né pubblica.
È una persona che ha diritto a un mondo abbastanza grande da farlo diventare adulto.

Prima di giudicare la roulotte nel bosco, chiediamoci: quanti bambini crescono nella stessa solitudine, anche senza il bosco?

"Si, certo, si può rinascere.Ma non si rinasce interi.Si riparte dai frammenti che hanno resistito al dolore”.Manuel Cas...
28/11/2025

"Si, certo, si può rinascere.
Ma non si rinasce interi.
Si riparte dai frammenti
che hanno resistito al dolore”.

Manuel Castelluccio ✍🏻

28/11/2025

✏️ Le vostre richieste di approfondimento: “Possiamo sistemare i traumi del passato nel passato. Ma quando questi si ripetono, cosa significa? Non sono stati integrati? Non li abbiamo lasciati andare?”

Questo è un tema delicato e piuttosto tecnico, quasi “da addetti ai lavori”. Ho cercato però di renderlo il più semplice possibile per chiarire i dubbi e le curiosità.
Nella vita quotidiana chiamiamo “trauma” molte esperienze che ci feriscono, ma dal punto di vista psicologico il trauma è qualcosa di più preciso. La parola deriva dal greco e significa “ferita”: una ferita nella continuità della nostra esperienza, che supera le nostre capacità di farvi fronte e interrompe la narrazione con cui ci raccontavamo chi siamo, di chi ci fidiamo e quanto il mondo è sicuro. Non è solo un brutto ricordo: è qualcosa che frantuma, anche solo in parte, la nostra storia interna.

Per questo in psicologia distinguiamo tra traumi con la “T” maiuscola e traumi con la “t” minuscola, non per creare graduatorie al dolore, ma per capire come l’esperienza ci ha colpiti.

I traumi con la “T” maiuscola sono eventi che il nostro sistema (l’insieme integrato di corpo, mente e, soprattutto, sistema nervoso) percepisce come una minaccia alla sopravvivenza. Sono esperienze che attivano le risposte di emergenza più profonde del nostro sistema nervoso autonomo: attacco, fuga o congelamento (incidenti gravi, violenze, aggressioni, catastrofi, shock improvvisi). Il corpo registra: “Posso morire. Non sono al sicuro”. L’impatto è emotivo e neurofisiologico, e il sistema nervoso può restare in allerta anche molto tempo dopo.

I traumi con la “t” minuscola, invece, non mettono a rischio la vita fisica, ma possono minare la sicurezza interna e il senso di valore personale: umiliazioni, svalutazioni, instabilità relazionale, mancanza di cura e imprevedibilità. Non c’è un singolo evento devastante, ma una goccia dopo l’altra che erode lentamente la stabilità interna. Non sono meno importanti, semplicemente agiscono in modo diverso.

Spesso c’è confusione su cosa significhi “integrare” un trauma. Non significa dimenticare o “andare oltre”, ma dare un posto all’esperienza dentro la propria storia, così che non rimanga un frammento isolato che si riattiva senza preavviso. Integrare significa poter ricordare senza rivivere, riconoscere che l’evento appartiene al passato, sentire meno allarme nel corpo e recuperare continuità e possibilità. In altre parole, significa riannodare il filo della narrazione dove si era spezzato.

A volte, però, può sembrare che il trauma “ritorni”. Molte persone dicono: “Mi sembra che si ripeta”, “Mi capitano sempre le stesse cose”, “È come se fossi bloccato in quel punto”. Questa sensazione può nascere da tre situazioni diverse.

✔ La situazione traumatica continua nel presente. Non è un ricordo a far male, è la realtà attuale: una relazione violenta, un ambiente abusante o un contesto familiare nocivo. Il sistema nervoso è ancora in emergenza. Qui la priorità è la sicurezza, non “superare il passato”.

✔ La memoria traumatica si riattiva. Il trauma non si ripete fuori, ma dentro. Uno stimolo innocuo può riaccendere la memoria corporea dell’evento originario. Non è che si “esagera”: il sistema nervoso riconosce qualcosa di familiare e reagisce. Torna la reazione, non l’evento.

✔ La ritraumatizzazione. Una nuova esperienza colpisce la stessa ferita, amplificando il dolore antico: non essere ascoltati, essere svalutati, essere abbandonati proprio dove cercavamo sostegno. La persona sente: “È di nuovo come allora”, anche se le circostanze sono diverse. È un nuovo colpo emotivo che si sovrappone a quello originario.

Distinguere questi piani è essenziale. Non è teoria, cambia proprio il modo in cui ci prendiamo cura di noi.
Perchè se il problema è nel presente, ci serve protezione.
Se si attiva la memoria traumatica, ci serve elaborazione.
Se c’è ritraumatizzazione, ci serve protezione e consapevolezza relazionale.

Questa distinzione riduce anche sensi di colpa inutili, non è sempre vero che “non ho superato il passato” o che “me le vado a cercare”. A volte la ferita è aperta, a volte c’è davvero chi continua a far male, a volte entrambe le cose.

Riconoscere ciò che accade permette uno sguardo più gentile su noi stessi, aiuta a chiedere il supporto giusto e impedisce di ridurre tutto a un semplice “devo lasciar andare”.
Il trauma, grande o piccolo che sia, non definisce il nostro valore o la nostra forza, fa parte della nostra storia, ma non è tutta la nostra storia.

Integrare significa permettere alla nostra narrazione di scorrere di nuovo, sapendo che c’è stata una ferita, ma che quella ferita non decide chi siamo.

A questo punto nasce spesso una domanda spontanea: “E come faccio ad affrontare una di queste tre situazioni, se il trauma si ripresenta?”
È una domanda molto comprensibile, perché quando ci si ritrova dentro a questi vissuti che sia una situazione attuale, una memoria che si riattiva o una ritraumatizzazione, si ha spesso la sensazione di essere soli con qualcosa di troppo grande.

La realtà è che si tratta di dinamiche complesse, profonde, che raramente si riescono a gestire da soli. Se un trauma torna a farsi sentire, in qualunque modo lo faccia, significa che lì c’è una parte che ha bisogno di essere ascoltata, contenuta e lavorata con cura. E questo richiede un percorso mirato, uno spazio sicuro e una presenza competente che sappia guidare, sostenere e dare strumenti adeguati.

Non perché siamo fragili o incapaci, ma perché il trauma, per definizione, supera le risorse individuali nel momento in cui accade, e quindi ha bisogno di una relazione terapeutica per poter essere davvero integrato. È proprio questo che rende la psicoterapia uno dei luoghi più efficaci per comprendere ciò che sta succedendo e per iniziare a trasformarlo, passo dopo passo, senza esserne travolti. VS

27/11/2025

Una domanda che in terapia ritorna spesso è questa: quanto contano il contesto in cui siamo cresciuti e quanto invece contano le nostre caratteristiche personali?

È una domanda importante, perché molte persone arrivano pensando che tutto ciò che oggi fa male e fa soffrire sia “colpa loro”.
Altre, invece, arrivano convinte che sia “tutta colpa della famiglia”, della storia personale o comunque di qualcosa che viene da fuori.

La verità è che le cose sono più complesse… ma proprio per questo più chiare da comprendere quando iniziamo a guardarle nel modo giusto.

Non siamo né totalmente vittime del contesto, né completamente liberi da ciò che abbiamo vissuto.
Siamo il risultato di un concorso di responsabilità tra ambiente, predisposizioni, storia personale e risorse interne.

Fin dai primissimi anni di vita, infatti, il nostro cervello registra tutto. Prima ancora di capire il significato delle cose, ne assorbiamo l’impatto.
La scienza ce lo spiega chiaramente, la plasticità cerebrale infantile è altissima.
Questo significa che le esperienze ricorrenti, positive o negative, modellano i circuiti emotivi, cognitivi e relazionali.

Impariamo attraverso l’osservazione, l’imitazione e il modellamento.
Non scegliamo cosa assorbire: lo assorbiamo e basta. Se cresciamo in una famiglia dove la dipendenza è “normale”, fatichiamo a vedere la disfunzione. Se viviamo relazioni caotiche, quelle modalità diventano per noi familiari. Se le emozioni non vengono riconosciute o regolate, impariamo a viverle come possiamo.

Tutto questo non determina il nostro destino, ma influenza profondamente il nostro modo di funzionare.

Allo stesso tempo, ognuno di noi nasce con un temperamento, più sensibile, più impulsivo, più resistente o più vulnerabile.
Queste predisposizioni biologiche spiegano perché due persone, cresciute nello stesso ambiente, possano sviluppare reazioni molto diverse.

Un bambino più sensibile assorbirà di più. Uno più impulsivo potrà essere più esposto a certi rischi. Uno più regolato potrà reagire in modo più stabile.

La psicologia moderna parla di interazione gene × ambiente: non si tratta di scegliere tra cosa viene da fuori o cosa viene da dentro, ma di capire come queste due dimensioni si influenzano continuamente.

Il contesto può amplificare le vulnerabilità o sostenere le risorse.
E il nostro assetto interno può renderci più o meno esposti agli effetti dell’ambiente.

Ed è proprio tenendo insieme queste due dimensioni (ciò che ci ha influenzati e il modo in cui siamo predisposti a reagire) che possiamo capire come arriviamo all’età adulta con certi automatismi e certe modalità di funzionamento.

L’età adulta non elimina ciò che abbiamo imparato da piccoli, ma ci offre la possibilità di comprenderlo.
In terapia questo passaggio è fondamentale, scoprire che certi automatismi, certe difficoltà o certe fragilità non sono “difetti personali”, ma risposte costruite in un contesto che forse oggi non c’è più.

La libertà adulta non consiste nel “scegliere tutto da zero”, ma nel poter guardare le cose con più consapevolezza e iniziare a cambiare le risposte automatiche.

È la possibilità di dire: “Questo me lo porto dietro da anni, ma oggi posso farci qualcosa.”

In terapia cerchiamo sempre di distinguere ciò che arriva dal passato, ciò che appartiene al nostro temperamento, ciò che oggi possiamo modificare e ciò che invece dobbiamo imparare a gestire. Non per togliere responsabilità, ma per distribuirla in modo realistico. Non per trovare colpevoli, ma per capire come siamo arrivati fin qui.

È un equilibrio delicato tra il riconoscere l’imprinting del contesto, l’accettare le nostre caratteristiche individuali e l’attivare la parte adulta che oggi può fare scelte più funzionali. Perché dove c’è consapevolezza, c’è possibilità di cambiamento. E dove c’è possibilità di cambiamento c’è anche responsabilità, quella vera sana che ci libera.

Ricordiamocelo sempre, capire da dove veniamo non serve a trovare scuse, ma a costruire strade di vita più libere.
E questo è importante, perché la consapevolezza non cambia il passato, ma cambia il nostro modo di abitarlo. E, proprio grazie a questa consapevolezza, possiamo essere figli della nostra storia, sì, ma non per questo dobbiamo esserne prigionieri. Riflettiamoci. VS

27/11/2025

In questo periodo prenatalizio, mentre fuori si accendono le prime lucine e l’aria profuma di festa, a molti di noi capita di ritrovarsi seduti sul divano, in silenzio, a domandarsi cosa abbia davvero senso fare. Perché quella leggerezza che vediamo intorno spesso non somiglia affatto a ciò che proviamo dentro.

Ci guardiamo intorno, magari con lo sguardo un po’ perso, un po’ stordito. Perché il dolore di una perdita recente può essere ancora una ferita aperta, e quello di una perdita antica può continuare a pulsare come se fosse ieri.
E allora ci chiediamo da dove ripartire, cosa portare avanti, quale gesto compiere senza sentirci traditori del nostro dolore.

Ed è proprio lì, in quel momento sospeso, che può nascere qualcosa di prezioso.
Magari basta impastare quella ricetta che preparava sempre lei, o lui, per sentire per un attimo la loro presenza intorno a noi.

Basta prepararsi una cioccolata calda come facevamo insieme, guardando una commedia o un film che sapevamo a memoria, per ritrovare un frammento di quella vicinanza che credevamo perduta.

O forse basta aprire quella scatola di decorazioni che ci commuove solo a sfiorarla, tirar fuori quelle palline che ci stringono il cuore e ci fanno ve**re voglia di richiuderla subito… e invece no, invece continuiamo.

Perché portare avanti ciò che ci ha resi felici è un modo per dire che quelle persone sono ancora qui, dentro di noi, vive nella nostra memoria e nei nostri gesti. Ed è vero, eravamo felici perché erano con noi, in carne e ossa, e condividevano tutto questo realmente.

Ma rivivere quei momenti, ridare forma a quei riti, è un modo per continuare a sentirci come ci sentivamo allora, anche se in un modo nuovo, diverso, più fragile… ma comunque vero.

Sono gesti che non servono a mascherare il dolore, ma a trasformarlo. Perché ogni tradizione che scegliamo di portare avanti è un modo per dire: continuo io, anche per te. È un modo per ricordarci che la morte può fermare le loro mani, ma non ciò che quelle mani ci hanno insegnato. VS ❤️

27/11/2025

Uno dei commenti più frequenti ai post che pubblico è “non è facile”.
È vero, non lo è, spesso è terribilmente difficile, cambiare, vedere con occhi nuovi, elaborare, ricominciare, cominciare, smettere….

Quante cose però sono dannatamente difficili ma le facciamo lo stesso perché ne vale la pena?

Pensate al parto… se le donne lo affrontassero solo se facile e indolore, il mondo si sarebbe estinto secoli fa.

Riflettiamoci. Prima di rispondere di getto (anche nelle vostre riflessioni, nella vita…) “È difficile” chiedetevi quanto ci tenete e se ne vale la pena.
Allora il pensiero potrebbe essere “ci proverò” e se non bastasse “insisterò a provarci”. VS

C’è un momento preciso in cui smettiamo di guardare certe persone come prima.Non più con tenerezza, ma neanche più con r...
27/11/2025

C’è un momento preciso in cui smettiamo di guardare certe persone come prima.
Non più con tenerezza, ma neanche più con rabbia.
All’inizio ci illudiamo: aspettiamo il messaggio che non arriva mai, accettiamo la promessa che non viene mantenuta, sorridiamo all’amico che si ricorda di noi solo quando ha bisogno. Sopportiamo il collega che non perde occasione per criticarci, ingoiamo il silenzio del familiare che pretende tanto ma non dice mai “grazie”.

E dentro di noi oscilliamo. Un giorno giustifichiamo, il giorno dopo esplodiamo di rabbia. Ci sentiamo generosi, poi ci sentiamo sciocchi e ingenui. Ci consumiamo in un’altalena che non ci lascia tregua.

Poi, un giorno, succede: ci fermiamo. Non ci interessa più rincorrere chi non sa restare. Non perdiamo tempo a spiegare a chi non ci vuole capire. Non stiamo più svegli a rimuginare su chi ci ha mancato di rispetto e scopriamo l’indifferenza.

E, attenzione, l’indifferenza non è vuoto, non è freddezza. È una scelta di protezione, non è l’indifferenza manipolatoria né subdola, non serve a punire né a ricattare e non vuole agganciare l’altro… è una sorta di “indifferenza pura” che serve solo a liberarci, a vedere l’altro per quello che è davvero e a custodire la nostra salute.

Indifferenza è anche lasciare la presa, smettere di accanirci per tenere in piedi a tutti i costi un legame, sia con l’affetto che con la rabbia. È accettare che quel legame è a senso unico, che la corda la tenevamo solo noi, e che possiamo lasciarla andare. È come un palloncino che vola via dalle mani, non ci affanniamo più a rincorrerlo, lo guardiamo allontanarsi sapendo che insieme a lui se ne vanno la stima e la fiducia che avevamo riposto.

E così scopriamo l’effetto “detox”, la mente si libera dai pensieri ossessivi, il corpo smette di vivere in tensione, il cuore non batte più all’impazzata per i silenzi o i conflitti. Dormiamo meglio, respiriamo meglio e ci sentiamo più leggeri. È come togliere un peso invisibile che ci teneva piegati senza che ce ne accorgessimo.

E proprio lì, in quello spazio nuovo e più leggero, capiamo cosa significa davvero essere indifferenti: lasciare che le parole di chi ci giudica scivolino via come pioggia sull’impermeabile, non rispondere più d’istinto a chi ci provoca, non cercare più conferme da chi ci ha già mostrato la sua assenza.

Ed è in quel momento che accade qualcosa di potente, il cuore si alleggerisce, la mente si acquieta, il corpo finalmente respira. Perché l’indifferenza, quella vera, non è disinteresse ma amore per noi stessi. È la scelta silenziosa che ci restituisce pace, forza e salute. VS

26/11/2025

✏️ Le vostre richieste di approfondimento: "elaborazione delle memorie traumatiche e delle interazioni tra mente corpo e cervello secondo la tesi che "

Quando viviamo un’esperienza troppo intensa o troppo difficile da gestire nel momento in cui accade, il nostro sistema nervoso entra immediatamente in modalità emergenza. È una reazione automatica, il corpo si tende, il respiro si fa rapido, il cuore accelera e la mente si restringe per concentrarsi solo su ciò che serve a proteggerci. Non stiamo ragionando, stiamo semplicemente attivando un meccanismo di sopravvivenza.

È da questo punto che parte il lavoro di Bessel van der Kolk, uno psichiatra e ricercatore riconosciuto a livello internazionale per i suoi studi sul trauma e per il suo libro "Il corpo accusa il colpo".
La sua idea centrale è che il trauma non venga conservato come un normale ricordo. Non resta nella testa come una storia lineare da raccontare ma si imprime soprattutto nel corpo e nel sistema nervoso, che continuano a reagire come se quell’esperienza fosse ancora in corso.

Questo accade perché, durante un evento traumatico, il cervello sospende le funzioni più evolute (quelle che ci permettono di pensare in modo lucido) e attiva invece i circuiti più antichi, basati su riflessi corporei e automatismi. Per questo motivo le memorie traumatiche non sono ricordi ordinati, ma sensazioni improvvise, tensioni senza motivo apparente, reazioni emotive intense o risposte istintive che sembrano arrivare dal nulla. Sono memorie registrate dal corpo.

Il corpo assorbe queste memorie perché, in quei momenti, è lui a dover gestire la situazione. Quindi conserva postura, respiro, contrazioni muscolari, impulsi di fuga o immobilizzazione perché potrebbero essere utili se una minaccia simile si dovesse ripresentare. Il problema è che, una volta passato il pericolo, questo sistema può rimanere attivo più del necessario, portandoci a reagire a stimoli innocui come se fossero dei segnali d’allarme.

Elaborare il trauma significa rimettere in comunicazione mente, corpo e cervello. Capire mentalmente cosa è successo non basta, il corpo, infatti, deve ricevere messaggi concreti di sicurezza nel presente. E questo avviene attraverso gesti semplici: osservare il respiro, riconoscere dove si accumula la tensione, orientare i sensi nell’ambiente circostante e rallentare il ritmo interno. Sono modi diretti e concreti per dire al sistema nervoso che oggi non c’è pericolo.

È importante però distinguere una cosa, non tutte le memorie traumatiche richiedono un percorso terapeutico.
Alcune possono essere elaborate autonomamente perché non sono troppo radicate, non interferiscono con la vita quotidiana e il corpo riesce a ritrovare da solo un certo equilibrio. In questi casi, bastano piccoli momenti di consapevolezza, un’attenzione al respiro, l’ascolto delle sensazioni e un po’ di riflessione personale per integrare l’esperienza.

Altre memorie, invece, possono essere più profonde, più persistenti o più intrusive. Se interferiscono con il sonno, le relazioni, la concentrazione, o se ci portano a reagire in modo eccessivo o incoerente rispetto alla situazione attuale, è probabile che il sistema nervoso non riesca da solo a riorganizzarsi. In questi casi, un lavoro terapeutico specifico sull’elaborazione del trauma diventa utile (e spesso necessario) perché offre strumenti guidati, un contesto sicuro e un livello di regolazione psicoemotiva che da soli è difficile raggiungere.

Con il tempo, che si tratti di un percorso autonomo o di un lavoro terapeutico, il corpo smette di attivarsi automaticamente, il cervello aggiorna le sue risposte e la mente riorganizza l’esperienza in modo più coerente. Non si tratta di cancellare ciò che è accaduto, ma di integrarlo, permettendo al passato di restare nel passato e restituendo al presente la sua stabilità.
E quando questo equilibrio torna, le nostre reazioni diventano più proporzionate, più libere e più allineate a chi siamo oggi. VS

“Un giorno una persona salì sulla montagna dove si rifugiava una donna eremita che meditava, e le chiese:– “Cosa fai in ...
26/11/2025

“Un giorno una persona salì sulla montagna dove si rifugiava una donna eremita che meditava, e le chiese:
– “Cosa fai in tanta solitudine?”
Al che lei rispose:
– “Ho un sacco di lavoro da fare.”
– “E come fai ad avere così tanto lavoro?…non vedo niente qui…”
– “Devo allenare due falchi e due aquile, tranquillizzare due conigli, disciplinare un serpente, motivare un asino e domare un leone.”
– “E dove sono?…non li vedo…”
– “Li ho dentro.”
– “I falchi si lanciano su tutto quello che mi viene presentato, buono o cattivo, devo allenarli a lanciarsi su cose buone. Sono i miei occhi.”
– “Le due aquile con i loro artigli feriscono e distruggono, devo insegnare loro a non fare del male. Sono le mie mani.”
– “I conigli vogliono andare dove vogliono, scappano dall’affrontare situazioni difficili, devo insegnare loro a stare tranquilli anche se c’è sofferenza o ostacoli. Sono i miei piedi.”
– “L’asino è sempre stanco, è testardo, molto spesso non vuole portare il suo peso. È il mio corpo.”
– “Il più difficile da domare è il serpente. Anche se è rinchiuso in una gabbia robusta, è sempre pronto a mordere e avvelenare chiunque sia vicino. Devo disciplinarlo. È la mia lingua.”
– “Ho anche un leone. Oh… è fiero, vanitoso, crede di essere il re. Devo domarlo. È il mio ego.”
– “Come vedi, amico, ho molto lavoro da fare. E tu? A cosa stai lavorando?”.

Antica leggenda Zen ✍🏻

📌 A tutti voi che con amore vi prendete cura di conoscervi, amarvi e proteggervi! VS 🌱🌷🌞

Essere molto sensibili è come vivere con l’audio e la luminosità del mondo sempre al massimo. Non percepiamo solo ciò ch...
25/11/2025

Essere molto sensibili è come vivere con l’audio e la luminosità del mondo sempre al massimo. Non percepiamo solo ciò che succede, ma anche quello che resta tra le righe… il silenzio dopo una frase, l’intonazione che cambia, un respiro più veloce. Entriamo in una stanza e “sentiamo” subito se c’è tensione, anche quando tutti sorridono. Guardiamo un film e ci commuoviamo non solo per la trama, ma per la musica, per un’espressione fugace, per la luce che cade su un volto.

Succede perché il nostro sistema nervoso è più ricettivo, notiamo dettagli che altri ignorano, elaboriamo le emozioni in profondità e tendiamo a immedesimarci. Non è una scelta, è il nostro modo naturale di funzionare. Il cervello e il cuore, in noi, collaborano a stretto contatto: il primo analizza, il secondo amplifica. E così quello che per altri è “un momento” per noi diventa “un’esperienza intera”.

Questa apertura ci regala intensità e profondità, ma ci espone anche ad una fatica enorme e invisibile. Portiamo addosso pesi che non sono nostri, l’amica che si sfoga e ci lascia col cuore pesante, lo sconosciuto in fila al supermercato che con la sua rabbia ci cambia l’umore, un commento pungente che continua a bruciarci anche ore dopo.

Il rischio è scegliere l’armatura e diventare più duri, ma anche più spenti oppure restare senza protezioni e lasciarci ferire e prosciugare.

La via di mezzo è imparare a mettere confini invisibili, gestendo questa sensibilità come si gestirebbe una pianta delicata:
• dire mentalmente “questo non è mio” quando sentiamo addosso emozioni altrui;
• concederci momenti di silenzio o di solitudine per ricaricarci;
• scegliere con cura le persone, i luoghi e i contenuti che ci nutrono invece di prosciugarci;
• permetterci di dire “oggi no” senza provare sensi di colpa.

Proteggerci non vuol dire chiuderci vuol dire avere una pelle sana, che lascia passare il calore e la luce ma respinge ciò che può ferire.
Quando impariamo a guidare la nostra sensibilità, smette di essere una ferita aperta e diventa una bussola precisa e preziosa che ci orienta verso ciò che ci fa crescere e ci allontana da ciò che ci consuma.

La chiave è riconoscere che non tutto ciò che sentiamo ci appartiene, e che possiamo scegliere quando aprire le porte e quando tenerle socchiuse. La sensibilità è un dono prezioso che va maneggiato con cura (anche e soprattutto da noi stessi). VS ❤️

25/11/2025

Una delle convinzioni che sento più spesso sulla terapia è questa sorta di mito della bacchetta magica: lo psicologo che in due sedute ti legge nella mente (perché, certo, non è questo che facciamo?! 😅) e poi ti consegna la ricetta miracolosa per risolvere qualunque problema.

Magari fosse così semplice.
La verità è che non leggiamo i pensieri, non prevediamo il futuro e non abbiamo pozioni segrete in studio (io ho le caramelle ma non valgono come pozione magica 😉). Ciò che a volte sembra “magia” è, in realtà, la capacità, allenata, studiata e sudata di cogliere quei dettagli minuscoli che il paziente mostra sempre, anche quando pensa di non mostrare nulla: un gesto, un silenzio, una pausa, uno sguardo. Lì dentro si nasconde tantissimo.

E tutto questo è possibile solo grazie a empatia, ascolto profondo e un grande lavoro, sia professionale che personale. Freud diceva che il paziente arriva dove è arrivato il terapeuta: per me significa che prima di accompagnare qualcuno nei suoi abissi, il terapeuta deve aver visitato i propri. E quel viaggio… richiede tempo, coraggio e onestà.

Proprio per questo la terapia non è mai un atto solitario ma è un lavoro di squadra, una sinergia. Un percorso che si costruisce passo dopo passo insieme, non un tragitto già scritto.

Ed è anche per questo che, a volte, è lunga. Non perché “si allunga il brodo”, ma perché il lavoro è profondo, le difese sono molte, una parte della persona vuole guarire e un’altra ha paura di lasciare andare ciò che conosce, anche se fa male. Serve tempo per sentire, comprendere, metabolizzare, scegliere, chiudere capitoli che pesano.

Pensiamoci: se dicessimo che per andare a nuoto fino in Australia ci vogliono mesi, nessuno resterebbe stupito.
Ecco, alcune terapie sono viaggi verso l’Australia.
Altre, invece, sono tuffi più brevi, come andare a Ostia o all’Elba.
Ma sempre mare è, con onde improvvise, correnti contrarie, fondali limpidi o torbidi, e tempi che non possiamo decidere a tavolino.

E allora ridurre tutto a “più dura la terapia, più guadagna lo psicologo” significa perdere di vista qualcosa di fondamentale, la capacità del paziente di sentire quando il percorso è arrivato al suo naturale compimento. Chi ha fatto una buona terapia lo sa: quando è il momento, lo capisci. E quel sentire è molto potente.

E' altrettanto vero però che non tutte le terapie funzionano, a volte non è il momento giusto, a volte non c’è il professionista giusto, a volte non nasce quella famosa alleanza terapeutica che è la base di tutto.

La terapia può davvero trasformare la vita: l’ho sperimentato prima come paziente e poi come terapeuta.
E, proprio attraversando entrambi i ruoli, ho capito una cosa semplice ma essenziale: al di là delle tecniche, dei modelli e degli strumenti, la terapia è prima di tutto un incontro tra esseri umani.

È lì, in quell’umanità condivisa e in quel sincero interesse per il bene dell’altro, che si nasconde l’unico vero “ingrediente segreto”… che in realtà di segreto non ha proprio nulla.

E voi? Chi ha fatto terapia si ritrova in queste parole? VS

25/11/2025

Non esiste e non potrà mai esistere una giustificazione per la violenza, non sulle donne, non sui bambini, non su nessun essere umano, né sugli animali.
Le frasi che spesso sentiamo “ha avuto un’infanzia difficile”, “soffriva tanto”, “è stato un raptus”… possono forse spiegare un percorso, ma non possono assolvere nessuno dalle proprie responsabilità.

Da psicologa posso comprendere la sofferenza profonda che talvolta si nasconde dietro i comportamenti violenti. Posso vedere le ferite, gli schemi dolorosi, le storie mai elaborate. E so che lì, in quelle zone buie, si potrebbe e si dovrebbe lavorare.
Ma come essere umano non posso (e non dobbiamo), trasformare la comprensione in giustificazione.
La violenza non è mai un esito inevitabile. Non è mai “l’unica possibilità”. È una scelta. Sempre.

Chi ha un problema deve curarsi, deve chiedere aiuto, deve interrompere la catena. Non può continuare a perpetuare la stessa spirale che lo ha ferito. La sofferenza vissuta non dà il diritto di infliggerne altra.

E poi, sì, esistono anche quelle persone per cui il trattamento non è possibile, perché non esiste la volontà, non esiste l’aggancio, non esiste responsabilità nè consapevolezza. In questi casi la società ha il dovere di proteggere le vittime e garantire che chi fa del male paghi per ciò che ha fatto, senza sconti, senza attenuanti costruite sulla narrativa della “povera vittima diventata carnefice”.

La violenza non è mai un destino, è sempre un atto. E gli atti hanno conseguenze. E noi abbiamo il dovere di stare, sempre, dalla parte di chi subisce, non di chi colpisce.

Riconoscere la sofferenza di chi fa del male non significa cancellare quella, infinitamente più grande, di chi quel male lo vive ogni giorno sulla propria pelle.

Se state vivendo una situazione di violenza, o pensate di poter essere in pericolo, potete chiamare il 1522, il numero nazionale antiviolenza e stalking. È gratuito, è attivo 24 ore su 24, e può essere il primo passo per parlarne e uscire dall’isolamento e dalla paura. VS

Indirizzo

Largo Millesimo 19
Rome
00168

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