Dott.ssa Valentina Scoppio - Psicologa Psicoterapeuta

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Dott.ssa Valentina Scoppio - Psicologa Psicoterapeuta Psicologa - Psicoterapeuta - Analista Transazionale Nella mia pratica clinica, nel mio studio a Roma, mi occupo di consulenza e supporto psicologico.

Questa pagina ha lo scopo di fornire spunti di riflessione su tematiche legate alla psicologia, al confronto e allo scambio di opinioni. Non fornisco consulenze tramite Facebook, invito chiunque ne abbia bisogno a rivolgersi ai professionisti più adeguati. Psicoterapia. Colloqui individuali. Supporto durante i percorsi di Procreazione Medicalmente Assistita, sterilità e infertilità, ansia, attacch

i di panico, fobie, compulsioni, ossessioni, depressione, lutto, perdita, separazione, divorzio, abbandono, difficoltà relazionali e affettive, fasi critiche della vita, disagio e conflitto col partner, con i figli o nel rapporto familiare, problemi di autostima, senso di vuoto, inefficacia, paura di vivere, solitudine, dipendenze, mobbing, disturbi dell’alimentazione, difficoltà di gestione di esperienze traumatiche, problematiche legate alla sfera sessuale individuale e di coppia, problematiche dell’identità, disturbi di personalità. Qualsiasi pubblicazione relativa alla pubblicità di altri siti o pagine Facebook effettuata sulla mia pagina senza autorizzazione, verrà rimossa. La maggior parte delle immagini inserite in questa pagina sono prese da internet; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d'autore, non esitate a comunicarmelo e provvederò a rimuoverle.

20/04/2026

Ci è mai capitato di pensare che i nostri successi siano frutto del caso e che prima o poi qualcuno scoprirà che non siamo davvero così capaci come sembriamo? Se sì, questa sensazione ha un nome, si chiama sindrome dell’impostore.
È quel fastidioso tarlo interiore che ci fa dubitare di noi stessi anche quando tutto intorno parla chiaro: abbiamo lavorato duro, abbiamo ottenuto risultati, eppure ci sembra di non meritarli davvero.

È una condizione psicologica molto diffusa anche se spesso silenziosa, è una sensazione scomoda (a volte sorda, a volte assordante) di non meritarsi i propri successi, di sentirsi inadeguati, come se prima o poi qualcuno potesse "scoprire l'inganno", scoprire che siamo un “bluff”… anche davanti a risultati oggettivi, al riconoscimento degli altri, al progresso, dentro di noi si continua a nutrire un dubbio corrosivo: "E se fosse solo fortuna? E se non fossi davvero abbastanza?"

Spesso le sue radici affondano nell’infanzia o nell’adolescenza, in dinamiche familiari o scolastiche in cui il valore personale è stato percepito come condizionato dalla prestazione o dal confronto con gli altri. Se, per esempio, un bambino riceve amore o attenzione solo quando eccelle, può crescere credendo che il proprio valore sia legato solo ai risultati e mai abbastanza. Anche l’opposto, cioè il non essere stati riconosciuti o incoraggiati, può spingere a interiorizzare un senso di inadeguatezza cronico, una vocina interna che dice: "Non sei capace come gli altri”.

In età adulta, in contesti competitivi, nelle professioni creative, dove ci sono grandi responsabilità o in ambienti in cui prevale la cultura del “non sbagliare mai”, si possono riattivare o rafforzare questi vissuti; ma anche chi si sposta in ambienti nuovi perché magari è stato promosso di livello, o chi ha cambiato paese entrando in un contesto di élite può sentirsi improvvisamente “fuori posto”.

La sindrome dell’impostore non è un difetto personale, ma il riflesso di dinamiche più profonde: il bisogno universale di sentirsi accettati, riconosciuti e amati. Non è “debolezza”, ma spesso una forma (un po’ distorta) di protezione. Se credo di non meritare il successo, forse soffrirò meno quando finirà. Se tengo basse le aspettative, forse eviterò il giudizio.

Ma con il tempo, questa strategia si trasforma in una gabbia e la chiave per uscirne, spesso, è la connessione autentica con noi stessi e con gli altri. Parlare con chi ci vuole bene, con chi ci vede davvero, smettere di nasconderci. Accettare anche l’imperfezione come parte naturale della nostra umanità. Perché la verità è che essere umani significa, spesso, convivere con il dubbio. Ma non dobbiamo credere a tutto quello che il dubbio ci racconta.

La sindrome dell’impostore è subdola perché si autoalimenta. Ogni successo viene sminuito (“è stato un caso”, “sono stati gentili”), mentre ogni errore anche minuscolo sembra confermare l’idea di non essere all’altezza. È un circolo vizioso emotivo, non razionale. La mente può anche dirci: “sei capace”, ma la voce più profonda dentro di noi sussurra: “non ci credo fino in fondo”.

A complicare le cose, c’è il perfezionismo, che spesso va a braccetto con la sindrome dell’impostore. È quel filtro crudele che ci fa sentire “abbastanza” solo quando siamo perfetti. Ma la perfezione, lo sappiamo, non esiste. E così non siamo mai davvero soddisfatti. Mai davvero “arrivati”, mai davvero felici.

Ho diversi pazienti che vivono e hanno vissuto questa condizione e ispirandomi un po’ al lavoro di psicoterapia che faccio con loro, vi condivido alcune “pillole terapeutiche” da usare come piccoli strumenti quotidiani di consapevolezza e guarigione emotiva che possono aiutarvi ad affrontare la sindrome dell’impostore.

Ovviamente sono suggerimenti per alleggerire un po' il carico emotivo e mentale, ma per affrontare e risolvere alla radice questo problema vi consiglio un lavoro più approfondito su voi stessi e sulla vostra storia.

🌷Distinguete il fatto dalla sensazione. "Mi sento un impostore" non significa "sono un impostore". Imparate a osservare i vostri pensieri senza identificarvi con essi. Potete dire a voi stessi: "In questo momento sto avendo il pensiero di non meritare questo risultato." Questo piccolo cambiamento nel linguaggio crea uno spazio tra voi e la vocina critica interna, aiutandovi a non darle automaticamente ragione.

🌷Parlatene, non tenetelo dentro. La sindrome dell’impostore si nutre del silenzio. Condividere quello che provate con qualcuno di fiducia (un amico, un collega, un terapeuta…) può rompere il senso di isolamento. Scoprirete spesso che anche persone che stimate molto hanno vissuto esperienze simili. Non siete soli, né strani: siete umani.

🌷Tenete un “diario dei successi”. Non è per vanità, è per riconnettervi con la realtà. Scrivete ogni giorno o ogni settimana ciò che avete fatto bene, anche se vi sembra piccolo o scontato. Nei momenti di dubbio, rileggere questi appunti vi aiuterà a vedere il vostro valore con occhi più lucidi, senza il filtro della paura o dell’insicurezza. È un modo concreto per allenare la mente a notare anche ciò che funziona, non solo ciò che manca.

🌷Accettate che non tutto dipende da voi. Il successo non è mai solo merito… ma nemmeno solo fortuna. Se vi sentite impostori perché pensate "non l’ho fatto tutto da solo, quindi non vale", ricordate: nessuno fa tutto da solo. Tutti arriviamo dove siamo grazie a un intreccio di impegno, relazioni, contesto, occasioni e fortuna. Riconoscere questa verità non sminuisce il vostro valore, lo colloca nel mondo reale, non nell’ideale irraggiungibile.

🌷Accogliete l’imperfezione come parte del processo. Essere bravi non significa non sbagliare mai, ma andare avanti anche quando si sbaglia. Adottate una mentalità da apprendisti, non da giudici. Chiedetevi: "Cosa posso imparare?" invece di "Cosa ho sbagliato?". Questo semplice cambio di prospettiva può trasformare il dubbio in crescita.

🌷Domandatevi: "A chi appartiene questa voce?" Spesso, quella voce interiore che vi giudica e vi svaluta non è davvero la vostra. È l’eco di un genitore critico, di un insegnante esigente, di una cultura che vi ha insegnato a valere solo se siete performanti. Riconoscere che quel messaggio non vi appartiene può aiutarvi a rimetterlo al suo posto… e a riprendervi la vostra voce.

🌷Siate gentili con voi stessi. L’autocritica distruttiva non vi renderà migliori. L’autocompassione sì. Non dovete "crederci" subito: potete cominciare trattandovi con la stessa dolcezza e comprensione che riservereste a una persona cara, se fosse nella vostra situazione. Con pazienza, con empatia e con tenerezza.

La sindrome dell’impostore non è una verità su di voi, ma una storia che vi siete raccontati per troppo tempo. Potete iniziare, un passo alla volta, a scriverne una nuova. Più gentile, più vera, più vostra. VS

"La verità è che ti sei persa.Nel dare, nel capire, nel perdonare.Ti sei persa mentre cercavi di essereabbastanza per tu...
20/04/2026

"La verità è che ti sei persa.
Nel dare, nel capire, nel perdonare.
Ti sei persa mentre cercavi di essere
abbastanza per tutti.
Ma adesso basta.
È ora di tornare.
Non da qualcuno.
Non da un luogo.
Ma da te.
Perché tu sei casa.
E da troppo tempo, non ci abiti più".

Gianmario Cerica ✍🏻

20/04/2026

C’è un nucleo sofferente dentro ognuno di noi. Non è qualcosa che appartiene solo a chi “ha avuto un’infanzia difficile” o a chi appare fragile. È una parte che si è formata quando eravamo più piccoli, più esposti e più dipendenti. Una parte che ha registrato mancanze, paure e solitudini. E che, in qualche modo, è rimasta.

Tutti lo abbiamo. Ed è decisivo capire che cosa ne facciamo, come ce ne prendiamo cura e che posto gli diamo nella nostra vita.

Possiamo fermarci e riconoscerlo per quello che è: una parte di noi che merita attenzione. Possiamo accoglierlo senza esibirlo, senza farne un’etichetta, senza lasciarlo diventare la nostra definizione. Possiamo accettare che quella fragilità esista e scegliere di prendercene cura in modo concreto e adulto.

Oppure possiamo non reggerlo.

Possiamo proiettarlo. E allora ogni legame diventa il luogo in cui qualcuno dovrebbe finalmente riparare ciò che ci è mancato. “Se mi ami davvero, non dovrei più sentire questo vuoto”. Ma l’amore dell’altro può accompagnare, non sostituirsi. E quando pretendiamo che lo faccia, iniziamo a logorare proprio ciò che diciamo di voler proteggere.

Possiamo usarlo come arma. Quando il nostro dolore non è riconosciuto, diventiamo giudicanti, taglienti e svalutanti. La leggerezza altrui ci irrita, il successo degli altri ci punge nel vivo, perché tocca una zona che non abbiamo ancora imparato a curare.

Possiamo negarlo. Diventare iper-razionali, performanti, impeccabili. Convincerci di non avere bisogni. Ma l’assenza dichiarata di bisogno è spesso una difesa sofisticata, travestita da maturità.

Possiamo anestetizzarlo riempiendo ogni spazio con lavoro, impegni, responsabilità. Se ci fermiamo lo sentiamo, e allora non ci fermiamo mai.

Possiamo metterlo completamente a servizio degli altri. Diventare bravissimi a comprendere, sostenere, tenere insieme. Ma quando si tratta di noi, ci chiudiamo. Perché chiedere ci espone e l’esposizione ci fa paura.

Il passaggio più adulto che possiamo fare è riconoscere quella parte come nostra. Non abbiamo colpa se si è formata. Ma è responsabilità nostra cosa ne facciamo oggi.

Se non ci assumiamo la responsabilità del nostro nucleo sofferente, prima o poi lo scaricheremo su qualcuno. Con richieste infinite, con silenzi punitivi, con reazioni sproporzionate, con aspettative che nessuno può davvero soddisfare.

Perché il dolore non preso in carico non scompare. Si infiltra, si muove e trova una crepa da cui uscire.

È qui che la terapia diventa preziosa. Non perché cancelli la ferita, ma perché ci aiuta a guardarla senza esserne travolti. Ci offre uno spazio protetto in cui quel nucleo può essere nominato, compreso, rielaborato, curato invece che agito.

La terapia non fa magie. Ma ci restituisce responsabilità, consapevolezza e possibilità di scelta. Perché crescere è proprio questo, non smettere di avere un nucleo sofferente, ma smettere di farlo guidare la nostra vita. VS

🖼️ Illustrazione di Alberto Zuccalá
19/04/2026

🖼️ Illustrazione di Alberto Zuccalá

“È difficile che qualcuno ti spezzi il cuore, generalmente sei tu che lo rompi mentre cerchi di metterlo a forza in un p...
19/04/2026

“È difficile che qualcuno ti spezzi il cuore, generalmente sei tu che lo rompi mentre cerchi di metterlo a forza in un posto dove sai che non può stare”.

Alejandro Jodorowsky ✍🏻

19/04/2026

Uno dei commenti più frequenti sotto i post che pubblico è: “Non è facile”.

È vero. Non lo è.
Spesso è terribilmente difficile: cambiare, guardarsi davvero, vedere con occhi nuovi, elaborare, ricominciare, cominciare, smettere...

Ma quante cose nella vita sono dannatamente difficili… e le facciamo comunque perché ne vale la pena?

Pensate al parto. Se le donne lo affrontassero solo quando è facile, il mondo si sarebbe estinto secoli fa.

Il punto non è se sia facile. Il punto è quanto ci teniamo.

Prima di rispondere di getto, sui social come nella vita, con un automatico “è difficile”, fermiamoci un attimo e chiediamoci: ne vale la pena per me?
Perché allora il pensiero può diventare:
“Ci proverò”. E se non basta: “Insisterò a provarci”.

Dire “è difficile” è spesso una risposta difensiva. È la mente che si protegge.
Suona come: non posso farlo, quindi resto dove sono. Ma la verità, spesso, è un’altra.

Dire “difficile” non è come dire “complesso”. Una cosa difficile sembra implicare che sia per pochi, pochissimi eletti, come se fosse fuori dalla nostra portata.
Una cosa complessa, invece, può essere scomposta. In parti più piccole.
In passaggi affrontabili.

E noi siamo complessi. La vita è complessa. Il corpo umano è complesso. La mente è complessa. Le relazioni sono complesse. La società è complessa…

Di semplice, davvero, c’è ben poco.

Per questo, rispondere “non è facile” a una riflessione profonda non solo la banalizza, ma tradisce una domanda più onesta che spesso non ci concediamo: mi va davvero di fare questa fatica? Mi va di affrontare questi cambiamenti? Mi va di crescere?

A volte è più comodo dire “è troppo difficile” e raccontarsi che siamo costretti a restare dove siamo.

Ma questa è la vita. E se togliessimo tutto ciò che è complesso… cosa resterebbe?

La vita vera è proprio quella lì. Ed è proprio scomponendo il complesso che lo rendiamo possibile.

Dirci che è “troppo difficile” è un modo elegante per non affrontare il problema
e restarne incastrati.

Quindi forse, la prossima volta, invece di dire: “Belle parole, ma la realtà è un’altra” potremmo chiederci: ok, da dove posso iniziare?

Perché non è facile. Non lo è mai stato. Ma questo non ha mai significato che non valesse la pena provarci. VS

19/04/2026

È un post molto lungo, lo so.
Ma ci credo davvero tanto in queste parole, e non volevo ridurre un concetto così importante solo per farlo “stare in poco spazio”.
Perché certe cose, se le tagli troppo, perdono il sapore, il senso e il cuore.
Quindi grazie, di cuore, a chi avrà la pazienza (e il coraggio 😄) di arrivare fino in fondo.
I veri eroici dei post lunghi: questo è per voi.
E se poi vi va di commentare, fatelo solo dopo aver letto tutto… così ci capiremo davvero.

Viviamo in un mondo che ci dice, anzi ci ripete costantemente come un subdolo mantra, che saremo felici solo quando: quando avremo un amore stabile, una casa nostra, uno o più figli, un lavoro sicuro, un corpo perfetto, o quando finalmente tutto “andrà come deve”.
Ma la verità è che la pienezza non arriva mai da fuori.
È un movimento interiore, un silenzio pacato e sereno che respira dentro di noi, una scelta quotidiana di presenza, di verità e di amore verso noi stessi.
C’è chi ha un lavoro brillante, ma vive in apnea, terrorizzato all’idea di perderlo.
C’è chi ha un amore, ma non riesce a sentirsi amato perché dentro è pieno di nodi irrisolti.
C’è chi ha un partner accanto, ma si sente solo perché si aspetta dall’altro la salvezza.
C’è chi ha dei figli, e li ama profondamente, ma non riesce a sentirsi pieno perché si è dimenticato di amare anche se stesso mentre ama loro o al contrario si sente pieno solo perché ci sono loro.
C’è chi ha tutto ciò che desiderava (un lavoro, una famiglia, una casa, dei figli, animali, progetti) eppure soffre come un cane se qualcosa non va come aveva previsto.
E poi c’è chi ha poco, ma si gode ogni istante: il profumo del caffè, un abbraccio sincero, il tramonto visto dal balcone…
Chi non possiede molto, ma vive come se avesse tutto, perché ha imparato ad assaporare la vita, non a rincorrerla.
(E non è la solita tiritera del “sta meglio chi sta peggio” o del “basta poco per essere felici”: non è questo il senso del post. Continuate a leggere, se vi va di capire meglio).

C’è chi ha e non è felice.
E chi non ha “tutto”, ma è in pace.

E sì, partner e figli fanno parte di questa danza.
Gli amori che ci attraversano, che ci scelgono o ci lasciano, che ci insegnano cosa significa dare, ricevere, perdonare, restare o andare.
E i figli che ci specchiano, ci sfidano, ci rivelano parti di noi che non conoscevamo.
Ma né l’amore di coppia né la genitorialità possono colmare i vuoti nostri che non vogliamo guardare.
Un partner non è una stampella, e un figlio non è una cura.
Sono incontri dell’anima, esperienze che ampliano la vita, ma non sono la vita stessa.
Quando ci scegliamo da interi, l’altro (partner o figlio) non diventa la nostra salvezza, ma il nostro spazio di espansione e di crescita.

E poi ci sono gli animali che amiamo, presenze silenziose e autentiche, che ci insegnano la semplicità dell’amore incondizionato.
Ci sono i sogni, i progetti, le passioni, le creazioni che ci fanno sentire vivi, le amicizie che ci accompagnano amorevolmente nel tempo.
C’è il rapporto con Dio per chi è credente ma anche lì, per quanto grande sia la fede, Dio non può sostituirsi al cammino che ciascuno di noi deve fare dentro di sé. Perché anche la spiritualità più profonda non riempie ciò che non abbiamo prima imparato ad ascoltare, accogliere e integrare.

Ma nemmeno tutto questo, per quanto profondo e nutritivo, può riempire davvero ciò che non abbiamo prima imparato a colmare da soli.

La pienezza è vivere consapevolmente.
È dare e ricevere senza stringere, amare senza possedere, lasciar andare senza perdere se stessi.
È sapere che niente e nessuno ci appartiene davvero.
Ogni essere ha la propria torta, la propria forma, la propria strada.

La vita è la torta.
Tutto il resto (partner, figli, animali, sogni, religione, successi, passioni…) sono le ciliegine: dolci, preziose, bellissime, nutritive ma non la sostanza.

Quando due vite intere si incontrano, che siano persone, anime affini o creature di specie diverse, non si completano, si accordano.
E da quell’armonia nasce la bellezza autentica: non dal bisogno, ma dalla libertà.
Non dal vuoto da colmare, ma dalla gioia di condividere la propria pienezza.

E sì, per qualcuno tutto questo potrà sembrare assurdo, quasi una bestemmia, una delle tante “ca@ moderne”, un discorso freddo, distante, che a orecchie abituate a identificare l’amore con la fusione potrà sembrare il pensiero di chi “non conosce il vero amore”.

Per altri, invece, sarà come una tegola in testa: un momento di verità che fa dire “cavolo, non l’avevo mai pensata così… devo rivedere alcune cose nel mio modo di vivere, di amare e di aspettare”.

E per altri ancora sarà una rivelazione dolce e amara insieme: l’occasione per comprendere perché certe tristezze non passano mai, nonostante il famoso “ma non ti manca niente”.

E poi, c’è anche chi ci si ritroverà.
Chi questa completezza la coltiva ogni giorno. Chi si ascolta, si osserva, si prende cura di sé con rispetto e tenerezza.
Chi non vive in superficie, ma in profondità.
Appare sereno (e lo è davvero) anche se non ha tutto ciò che vorrebbe, o anche avendo tutto ciò che desiderava.
Perché sa gustare le ciliegine scelte, ma non dimentica mai che la torta è la vita stessa.
Dentro ha una luce che non abbaglia, ma illumina: diffonde armonia, equilibrio e quiete.
Non è famelico nei rapporti, non brama conferme, si avvicina agli altri con dolcezza, non per riempirsi ma per condividersi.
E questo stato, questa sorta di grazia silenziosa, spesso si invidia, credendo che dipenda da ciò che quella persona ha.

In realtà dipende da ciò che è.
Da ciò che ha coltivato dentro di sé: una pace che integra, armonizza e fluidifica ogni cosa. Una luce che non chiede nulla, ma semplicemente irradia.
Non è un santo né un illuminato, è chi quella luce la custodisce con costanza e amorevolezza, come una vestale del fuoco interiore.

E spesso, arrivarci richiede un lavoro vero su di sé.
A volte è una buona psicoterapia che ci accompagna passo dopo passo a riconoscere, sciogliere e comprendere.
Altre volte è una profonda autorivelazione, una svolta che arriva all’improvviso, in un momento difficile, in una perdita, in un silenzio, in una verità che non possiamo più ignorare.
Ogni cammino è diverso, ma ha un filo comune: il coraggio di guardarsi dentro e restare, anche quando fa male. A volte è una svolta religiosa o spirituale, ma solo se ci conduce davvero più vicino a noi stessi, non più lontano.

Ed è proprio per questo che tutto questo discorso (lungo, lo so) è così importante.
Perché la vita, prima o poi, ci toglie.
L’altro può morire, o scegliere di andar via.
Il lavoro finisce, la carriera si chiude con la pensione.
I figli crescono e vogliono fare la loro vita, ed è giusto così.
Il gattino o il cane che abbiamo amato con tutto il nostro cuore ci lasciano troppo presto, sempre troppo presto rispetto a quanto vorremmo.

E se queste presenze, persone, amori, creature, esperienze, sono state ciliegine squisite e dolcissime sulla nostra torta, resteranno in noi come presenze interiori preziose, dolci e luminose.
Ci mancheranno tantissimo, certo, ma sapremo andare avanti, portandole dentro come parte del nostro cammino.

Se invece erano la torta stessa, se da loro dipendeva il nostro senso, allora ci smembreremo con loro.
Rimarremo a brandelli, senza più forma né sostanza, una poltiglia informe, svuotata di senso, incapace di ritrovare un perché.
Diventiamo delle anime disperate, zombie dentro e fuori.

Ed è proprio questo che rende disperanti e laceranti certe perdite, certe separazioni, certe solitudini: quando ci accorgiamo che non abbiamo più noi stessi da cui ripartire.

Ecco perché è così essenziale imparare a costruire la propria torta, ad amarsi, a conoscersi, a bastarsi, non per egoismo, ma per amore profondo e maturo.
Perché solo chi è intero può davvero amare, condividere, restare, e quando la vita lo chiede o lo pretende, anche lasciare andare senza perdere se stesso.

Perché la pienezza non nasce da ciò che abbiamo, ma da come impariamo, giorno dopo giorno, a essere interi, luminosi e quieti dentro.

E forse, alla fine, la vita è proprio questo:
imparare a fare spazio, dentro e fuori,
per accogliere, senza aggrapparsi.
Perché solo chi è pieno di sé, ma non gonfio di sé, può davvero contenere l’altro, la vita, il mondo…
e continuare a danzare, anche quando una ciliegina dolorosamente cade. VS

18/04/2026

Quando un ragazzo o una ragazza arriva a togliersi la vita a ridosso della tesi, di un esame, di un traguardo che dovrebbe aprire il futuro, raramente sta crollando solo per quell’evento. Quello che vediamo all’esterno è spesso l’ultima goccia caduta dentro un contenitore già colmo da tempo.

Dentro possono esserci anni di aspettative, il bisogno di riuscire, la paura di deludere, il sentirsi amati soprattutto quando si va bene, la vergogna di rallentare, il confronto continuo con chi sembra sempre più avanti, ma soprattutto l’idea malsana che valiamo per i risultati che portiamo e non per il solo fatto di esistere.

Viviamo in una società che celebra il successo ma educa poco al fallimento, che applaude i traguardi e tace sui crolli interiori.
Che chiede ai giovani (e anche ai meno giovani) di essere brillanti, pronti, competitivi, autonomi, veloci… mentre molti di loro dentro si sentono spaventati, soli e confusi.

Molti ragazzi non sentono di avere il permesso psicologico di fermarsi, di dire “non ce la faccio”, di cambiare strada, di andare fuori tempo massimo, di deludere qualcuno senza sentirsi finiti.

E così un intoppo reale o percepito può trasformarsi, nella loro mente, non solo in un problema da affrontare ma in una tragica condanna identitaria, suona un po' come "se succede questo, io sono un fallimento totale".

È qui che dobbiamo interrogarci, dolorosamente e con responsabilità. Non solo sulle singole storie, che meritano rispetto e delicatezza, ma sul messaggio collettivo che stiamo trasmettendo ai giovani d'oggi, che arrivare conta più di stare bene, che inciampare è vergognoso, che il valore personale dipende dalla performance.

Dovremmo insegnare molto prima una verità semplice e salvifica: una tesi non è una persona, un esame non è una vita, un ritardo non è una condanna e nessun errore cancella il proprio valore.

E dovremmo creare spazi in cui i giovani possano portare anche il lato fragile di sé, non solo quello efficiente. Perché quando una persona sente che può essere amata, vista e rispettata anche mentre fallisce, il fallimento smette di sembrare la fine del mondo e diventa una lezione da cui imparare per fare meglio la prossima volta. Riflettiamoci. VS

18/04/2026

Riflettevo su una cosa.
Mi capita sempre più spesso di leggere, nei commenti sotto ai miei post, tanta amarezza, tanto dispiacere.
Per il mondo in senso ampio, certo, ma anche (e forse soprattutto) nelle relazioni più vicine, quelle più intime.
Nella cerchia di amici, in famiglia, al lavoro. Un po’ ovunque.

In tanti, tantissimi, si lamentano del fatto che non ci siano più persone di cui potersi fidare. Persone a cui potersi affidare davvero. Persone a cui raccontare un segreto, una confidenza, qualcosa che sia uno scambio autentico. Si ha la sensazione di non sentire più un affetto genuino quasi da nessuna parte.

Che viviamo in un mondo arido. Fatto di sentimenti veloci, spesso superficiali, a volte ipocriti.

E in parte è vero. Lo riconosco, lo vedo, lo sento, lo vivo spesso anche io.
Quindi concordo sul fatto che ci sia una virata negativa… oppure, chissà, forse è solo un palesarsi più evidente di qualcosa che c’è sempre stato e che oggi, con meno filtri, ci appare più chiaro rispetto agli anni passati.
Non lo so. È una domanda su cui mi interrogo, e su cui probabilmente continuerò a interrogarmi.

Però c’è una cosa a cui pensavo proprio oggi.

Se è vero che siamo in tanti a lamentare questa mancanza, questo vuoto, questo senso di essere quasi costretti a isolarci, a proteggerci, a vivere solitudini che magari non sono sociali, ma sicuramente emotive…
allora mi chiedo: se siamo così tanti a percepirlo, non è forse perché, nel profondo, crediamo di essere persone buone?

Persone che sentono di avere qualcosa di buono da dare, anche solo una piccola lucina. Qualcosa che possa illuminare il buio dell’altro, o semplicemente scaldarlo un po’.
Un sorriso, una risata, una presenza.

E allora la domanda è: se siamo così tanti a sentirci così, perché vediamo intorno a noi solo persone negative?
Dove finisce tutta questa bontà che ognuno, in modo autentico e onesto, riconosce in sé?

Non lo dico in modo polemico. Non è una domanda retorica. Parlo di chi lo sente davvero, di chi si riconosce un’anima buona, mossa da buone intenzioni e da sentimenti sinceri.

E allora com’è possibile che, se siamo così tanti a essere così, ci si incontri quasi sempre con persone che questo buono non ce l’hanno, o non lo mostrano?

Forse, senza rendercene conto, facciamo una grande generalizzazione. Mettiamo tutti nello stesso contenitore con sopra un’etichetta: “non mi fido”, “mi fregherai”, “è inutile”.

E invece io ho proprio la sensazione – ed è anche per questo che è nata questa pagina – che il mondo sia pieno di persone preziose. Solo che sono mescolate a tante altre che preziose non lo sono affatto.

E allora, se guardiamo con superficialità, con un occhio distratto, o magari prevenuto “non mi metto in gioco , tanto è tutta immondizia” stiamo perdendo un’opportunità.

Io cerco, quando riesco, di vivere le relazioni così: come se fossi in un mercatino dell’antiquariato.

Amo i mercatini. Soprattutto quelli di piccolo antiquariato, i rigattieri, quei posti dove trovi davvero di tutto.

Ed è questo il bello: insieme a tanta pacottiglia, a falsi, a copie malfatte, ci sono dei piccoli tesori. Se si sa cercare, se ci si prende il tempo, se ci si fa guidare dal cuore.

Frugando, frugando, tra quelle scatole o quei banchetti, ogni tanto trovi l’affare e ti capita anche di pensare:
“Ma com’è possibile che una cosa così preziosa sia stata lasciata lì, confusa in mezzo a tutto il resto?”

Ecco, per me le persone sono spesso così. Ci sono persone di grande valore, ma sono impolverate, a volte ferite, a volte poco curate, a volte rotte. E se ci fermiamo alla prima impressione, le perdiamo.

Credo sia un bel modo di affrontare la vita: continuare a cercare, anche quando sembra inutile. Perché tra ciò che appare di poco valore, spesso c’è qualcosa che può davvero arricchirci.

E perché, a volte, in quelle scatole metaforiche, ci siamo anche noi.
Ci sentiamo così: poco valorizzati, spenti, come se non avessimo più nulla da dare o da vivere. E invece magari qualcuno ci trova, ci sceglie, ci porta in un posto più bello. E ci dà la possibilità di rifiorire.

È un circuito che fa bene a tutti. Che si sia cercatori o che si venga trovati.

Scrivere qui è parte di questa ricerca.
Sui social c’è di tutto, lo sappiamo. E sì, a volte mi ferisce chi disprezza, chi giudica in fretta, chi legge due righe e sputa sentenze. Sono umana, mi scoraggio, mi innervosisco e mi dico “ma chi me lo fa fare?!”.

Poi però penso a tutte le persone belle che ho conosciuto grazie a questo spazio. Ed è per loro che continuo a scrivere.

Perché la vita è questo: continuare a cercare ciò che ci nutre, imparare a schivare ciò che ci fa male, e non smettere di credere che, da qualche parte, ci sia ancora qualcosa di prezioso.

Magari proprio in un mercatino qualsiasi.

P.S. Chi ama i mercatini come me capirà perfettamente questa riflessione. VS

17/04/2026

Ci sono persone che, senza saperlo, diventano l’ostello delle anime p***e.

L’idea mi è venuta in seduta, parlando con una mia paziente. Un po’ sorridendo, un po’ dicendolo sul serio, le ho detto: "vedo che ha smesso di essere l’ostello delle anime p***e".

E tutte e due abbiamo capito immediatamente di cosa stavamo parlando, perché certi nomi mi vengono in mente così e in un istante mettono a fuoco anni di storia...

L’ostello delle anime p***e è quella persona che tiene sempre acceso il lume alla finestra. Quella che, in qualche modo, trova posto per tutti. Per chi è ferito, per chi è confuso, per chi è in crisi, per chi si è perso, per chi arriva tardi, scarico, pieno di pesi...

Non parlo soltanto di chi costruisce relazioni sentimentali basate sul salvataggio, come accade con chi adotta "orfanelli emotivi" o si sente custode cronico delle fragilità altrui. Parlo di qualcosa di più ampio e più diffuso. Parlo di chi lo fa con tutti.

Con l’amico sregolato che chiama sempre nel momento peggiore.
Con il collega incapace di gestirsi. Con il familiare eternamente in affanno. Con lo sconosciuto che dopo tre minuti racconta la vita e trova subito ascolto. Con chiunque appaia smarrito, bisognoso, affamato di presenza.

Sono persone che sembrano dire al mondo: entra, ti preparo qualcosa di caldo, riposati qui. Ti ascolto io, ti capisco io, ti aiuto io.

E questa è una qualità spesso bellissima. Dentro c’è sensibilità, intuito, compassione, una rara capacità di percepire il dolore degli altri senza voltarsi dall’altra parte. Ma quando questa non è più una libera scelta e diventa una modalità di esistenza, allora cambia tutto perché smette di essere generosità e diventa una sottile schiavitù.
Smette di essere dono e diventa un automatismo. E soprattutto smette di essere apertura agli altri e diventa impossibilità di chiudere la porta a chiunque.

Di solito questa postura verso la vita nasce presto. Nasce in bambini che hanno imparato che per avere un posto bisognava rendersi utili ed essere premurosi. Che per sentire vicinanza bisognava capire prima gli altri e che i propri bisogni potevano aspettare, mentre quelli altrui no.

E così crescono adulti abilissimi nel dare ristoro a ogni essere vivente, ma quasi analfabeti nel riceverlo. Persone capaci di leggere la fame emotiva di chiunque, ma molto meno allenate a riconoscere la propria.

Il prezzo, col tempo, è alto. Perché mentre nutrono tutti, restano digiuni, mentre ascoltano tutti, non ascoltano se stessi, mentre fanno da casa agli altri, non imparano ad essere casa per sé.

Queste persone sono meraviglie. Portano nel mondo una luce rara, fatta di sensibilità, attenzione e delicatezza. Ma proprio perché preziose, hanno bisogno di imparare a dosarsi. E questo non significa diventare dure, egoiste o indifferenti, né spegnere quella luce gentile che le abita.

Significa imparare che non ogni viandante è un loro ospite, che non ogni smarrimento li riguarda e che non ogni fame va saziata da loro. Significa comprendere che accogliere tutti, sempre e comunque, non è amore, a volte è solo il modo in cui si dimenticano di sé.

Ed è soprattutto ricordarsi questo: prima di essere l’ostello delle anime p***e, dovrebbero imparare a diventare rifugio della propria. VS

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