15/01/2026
Un post lungo, per chi ha voglia di fermarsi e riflettere.
Negli ultimi tempi mi capita sempre più spesso di sentire persone che parlano di ansia, di attacchi di panico, di umore che si abbassa, di paure che prima non c’erano, di comportamenti che diventano difficili da controllare.
Succede in terapia, ovviamente, ma succede moltissimo anche fuori, nelle conversazioni quotidiane, quasi fosse diventato un modo comune di raccontarsi e quasi un modo “normale” di parlare di cose che normali non dovrebbero essere, nel senso che sono disagi e non stati d’animo sani.
Se guardiamo con attenzione le vite che facciamo, vite normali, simili a quelle di tante altre persone, emergono ritmi e abitudini che abbiamo imparato a considerare inevitabili, quasi necessari per sopravvivere. Eppure, a ben guardare, sono proprio quei ritmi a logorarci di più e a farci ammalare.
Molte giornate iniziano quando il corpo e la mente sono già stanchi. Ci svegliamo con la sensazione di non aver recuperato davvero e, già mentre ci alziamo, pensiamo alla sera, al momento in cui finalmente potremo fermarci, rilassarci e riprendere fiato. È come se l’intera giornata fosse attraversata da questa attesa, come se si vivesse sempre un po’ in apnea, con il fiato corto.
Poi arriva la sera, e spesso non è il riposo che immaginavamo. Il corpo è stanco, ma la mente continua a girare. Si resta con il telefono in mano, davanti alla televisione, o dentro i soliti pensieri che si rincorrono. E anche addormentarsi diventa faticoso, come se spegnerci in modo naturale non fosse più così immediato.
Quando la settimana comincia a pesarci troppo, iniziamo ad aspettare il weekend. Lo immaginiamo come lo spazio in cui finalmente distenderci e recuperare energie. Ma spesso anche il weekend si riempie di tutto quello che non siamo riusciti a fare prima. Diventa un altro incastro, un’altra corsa fatta di cose altrettanto stancanti. E così capita di ricominciare il lunedì più stressati di come si era finita la settimana.
Poi arrivano le ferie, soprattutto quelle estive, caricate di aspettative enormi. E anche lì, non di rado, invece di riposare davvero, ci stressiamo ancora di più. Come se anche il riposo dovesse essere organizzato, ben riuscito e costantemente stimolante e divertente.
E questo diventa un loop, un continuo rimandare il recupero a un momento successivo che raramente arriva davvero.
Dentro queste nostre vite si dorme troppo poco, si mangia in fretta, si vive costantemente proiettati in avanti, pianificando, anticipando, controllando, con l’attenzione sempre fuori da quello che succede dentro. Il corpo viene spinto ad adattarsi a tutti i costi, come se fosse una macchina regolabile all’infinito. Le emozioni vengono represse, rimandate, vissute come interferenze. Teniamo duro e ci imponiamo di andare avanti.
Finché a un certo punto compaiono quelli che chiamiamo “problemi”: l’ansia, il panico, aspetti depressivi, una stanchezza che non passa mai, il bisogno di calmarci in qualche modo, di spegnerci o, all’opposto, di attivarci per uscire dal torpore. A volte questo passa attraverso l’uso di sostanze, a volte attraverso comportamenti o abitudini che inizialmente ci aiutano, che ci danno sollievo, che abbassano la tensione. Poi, piano piano, diventano l’unico modo possibile per reggere tutto, anche quando iniziano a farci stare male.
Molto spesso però questi non sono solo problemi da eliminare, ma campanelli d’allarme. Segnali che la mente attiva quando stiamo spingendo il corpo e il sistema emotivo oltre limiti che, dentro, sentiamo già da tempo come non più sostenibili.
Viviamo in una cultura che ci chiede di essere sempre più performanti, più efficienti, più resistenti. E noi, per stare dentro a tutto questo, proviamo ad adattarci, a fare ancora uno sforzo in più, a stringere i denti ancora un po’. Finché qualcosa, giustamente, si blocca e comincia a creparsi.
Questo lo vediamo sempre più chiaramente anche nei bambini. Bambini che hanno sempre meno tempo per il gioco libero, per il non fare niente, per annoiarsi. Bambini, anche molto piccoli, con giornate strapiene di impegni: corsi, sport, attività incastrate una dopo l’altra. Bambini sempre più nervosi, tristi, apatici, apparentemente capricciosi... ma non gli manca niente diciamo, sono troppo viziati, e se invece fossero stanchi, stufi, stressati, esasperati da ritmi che gli vengono imposti e che giustamente si rifiutano di accettare?
Non perché qualcuno voglia far loro del male, ma perché oggi in molte famiglie si lavora tutti, perché i ritmi sono questi, perché le possibilità sono diverse rispetto al passato. Il risultato però è che anche loro crescono dentro un sovraffollamento continuo, mentale ed emotivo, abituandosi molto presto a livelli di attivazione e di stress che diventano la norma.
Questa, purtroppo, è l’aria che respiriamo tutti.
È vero che oggi se ne parla di più, è vero che c’è maggiore attenzione alla salute mentale e più accesso alla terapia. Ma è altrettanto vero che, insieme a questa maggiore consapevolezza, rischiamo anche di adattarci sempre di più a un’idea di normalità che chiede tanto e ascolta poco.
A volte normalizziamo il disagio al punto da trasformarlo quasi in un’etichetta. “Ho l’ansia”, “Ho il panico”, “Sono depresso”. Lo diciamo con la stessa leggerezza con cui potremmo dire che oggi piove o che ci mettiamo una felpa blu. E non perché non sia vero, ma perché spesso non ci fermiamo davvero a sentire cosa stiamo dicendo. Quelle parole diventano un modo rapido per nominare qualcosa che, in realtà, avrebbe bisogno di spazio, di ascolto e di tempo.
Ansia, panico, aspetti depressivi non sono stati d’animo qualsiasi, non sono accessori della vita moderna, né caratteristiche del carattere. Sono segnali, raccontano che qualcosa, nel modo in cui stiamo vivendo, è diventato troppo, che il sistema è in sovraccarico e che stiamo chiedendo a noi stessi più di quanto possiamo reggere, da troppo tempo.
Accorgercene non è immediato, perché siamo molto allenati a ti**re avanti, a minimizzare, a dirci che “passerà”, a pensare che dobbiamo solo organizzare meglio il tempo, essere più efficienti, resistere ancora un po’. Ma il corpo e la mente non funzionano così, chiedono ascolto prima che adattamento.
Accorgersene, a volte, significa iniziare a fare attenzione a cose molto semplici, che semplici non sono affatto: a quanto siamo stanchi già al mattino, a quanto poco sentiamo il corpo durante la giornata, a quante ore di sonno facciamo, a quanto mangiamo bene e lentamente, a quanto viviamo sempre proiettati in avanti, al “dopo”, al “quando finirà”. A quanto facciamo fatica a stare fermi senza sentirci in colpa o a disagio.
Non si tratta di rivoluzionare tutto, né di immaginare una vita ideale irraggiungibile. Si tratta di smettere di banalizzare i segnali, di non trattare il malessere come un fastidio da zittire, ma come qualcosa che sta cercando di dirci qualcosa.
A volte il primo passo è proprio questo cambio di sguardo: passare dal chiederci “come faccio a funzionare meglio?” al chiederci “che effetto mi sta facendo questa vita, così com’è?”. Passare dall’adattamento automatico a un minimo di presenza, di consapevolezza. Dal resistere all’ascoltare.
E questo vale per noi adulti, ma vale anche quando guardiamo i bambini. Chiederci se ciò che diamo per normale lo è davvero, se il loro sovraffollamento non è anche lo specchio del nostro, se stiamo insegnando loro solo a reggere, o anche a sentire.
Il lavoro più serio e profondo che possiamo fare, rendendocene conto, non è aggiungere altre strategie o altri impegni, ma recuperare un po’ di contatto, con il nostro corpo, con i limiti, con i ritmi che ci permettono di stare bene, e non solo di andare avanti.
Non sempre questo porta a una risposta chiara o immediata, perché richiede un lento processo di cambiamento e di sintonizzazione: non più noi che ci dobbiamo adattare a tutti i costi a una vita che ci stritola, ma rendere, dove possibile, la nostra vita meno stritolante. Piano piano, riflessioni, ascolto, consapevolezza, e da lì, lentamente, può iniziare un modo diverso di prenderci cura di noi. Riflettiamoci. VS