28/11/2025
✏️ Le vostre richieste di approfondimento: “Possiamo sistemare i traumi del passato nel passato. Ma quando questi si ripetono, cosa significa? Non sono stati integrati? Non li abbiamo lasciati andare?”
Questo è un tema delicato e piuttosto tecnico, quasi “da addetti ai lavori”. Ho cercato però di renderlo il più semplice possibile per chiarire i dubbi e le curiosità.
Nella vita quotidiana chiamiamo “trauma” molte esperienze che ci feriscono, ma dal punto di vista psicologico il trauma è qualcosa di più preciso. La parola deriva dal greco e significa “ferita”: una ferita nella continuità della nostra esperienza, che supera le nostre capacità di farvi fronte e interrompe la narrazione con cui ci raccontavamo chi siamo, di chi ci fidiamo e quanto il mondo è sicuro. Non è solo un brutto ricordo: è qualcosa che frantuma, anche solo in parte, la nostra storia interna.
Per questo in psicologia distinguiamo tra traumi con la “T” maiuscola e traumi con la “t” minuscola, non per creare graduatorie al dolore, ma per capire come l’esperienza ci ha colpiti.
I traumi con la “T” maiuscola sono eventi che il nostro sistema (l’insieme integrato di corpo, mente e, soprattutto, sistema nervoso) percepisce come una minaccia alla sopravvivenza. Sono esperienze che attivano le risposte di emergenza più profonde del nostro sistema nervoso autonomo: attacco, fuga o congelamento (incidenti gravi, violenze, aggressioni, catastrofi, shock improvvisi). Il corpo registra: “Posso morire. Non sono al sicuro”. L’impatto è emotivo e neurofisiologico, e il sistema nervoso può restare in allerta anche molto tempo dopo.
I traumi con la “t” minuscola, invece, non mettono a rischio la vita fisica, ma possono minare la sicurezza interna e il senso di valore personale: umiliazioni, svalutazioni, instabilità relazionale, mancanza di cura e imprevedibilità. Non c’è un singolo evento devastante, ma una goccia dopo l’altra che erode lentamente la stabilità interna. Non sono meno importanti, semplicemente agiscono in modo diverso.
Spesso c’è confusione su cosa significhi “integrare” un trauma. Non significa dimenticare o “andare oltre”, ma dare un posto all’esperienza dentro la propria storia, così che non rimanga un frammento isolato che si riattiva senza preavviso. Integrare significa poter ricordare senza rivivere, riconoscere che l’evento appartiene al passato, sentire meno allarme nel corpo e recuperare continuità e possibilità. In altre parole, significa riannodare il filo della narrazione dove si era spezzato.
A volte, però, può sembrare che il trauma “ritorni”. Molte persone dicono: “Mi sembra che si ripeta”, “Mi capitano sempre le stesse cose”, “È come se fossi bloccato in quel punto”. Questa sensazione può nascere da tre situazioni diverse.
✔ La situazione traumatica continua nel presente. Non è un ricordo a far male, è la realtà attuale: una relazione violenta, un ambiente abusante o un contesto familiare nocivo. Il sistema nervoso è ancora in emergenza. Qui la priorità è la sicurezza, non “superare il passato”.
✔ La memoria traumatica si riattiva. Il trauma non si ripete fuori, ma dentro. Uno stimolo innocuo può riaccendere la memoria corporea dell’evento originario. Non è che si “esagera”: il sistema nervoso riconosce qualcosa di familiare e reagisce. Torna la reazione, non l’evento.
✔ La ritraumatizzazione. Una nuova esperienza colpisce la stessa ferita, amplificando il dolore antico: non essere ascoltati, essere svalutati, essere abbandonati proprio dove cercavamo sostegno. La persona sente: “È di nuovo come allora”, anche se le circostanze sono diverse. È un nuovo colpo emotivo che si sovrappone a quello originario.
Distinguere questi piani è essenziale. Non è teoria, cambia proprio il modo in cui ci prendiamo cura di noi.
Perchè se il problema è nel presente, ci serve protezione.
Se si attiva la memoria traumatica, ci serve elaborazione.
Se c’è ritraumatizzazione, ci serve protezione e consapevolezza relazionale.
Questa distinzione riduce anche sensi di colpa inutili, non è sempre vero che “non ho superato il passato” o che “me le vado a cercare”. A volte la ferita è aperta, a volte c’è davvero chi continua a far male, a volte entrambe le cose.
Riconoscere ciò che accade permette uno sguardo più gentile su noi stessi, aiuta a chiedere il supporto giusto e impedisce di ridurre tutto a un semplice “devo lasciar andare”.
Il trauma, grande o piccolo che sia, non definisce il nostro valore o la nostra forza, fa parte della nostra storia, ma non è tutta la nostra storia.
Integrare significa permettere alla nostra narrazione di scorrere di nuovo, sapendo che c’è stata una ferita, ma che quella ferita non decide chi siamo.
A questo punto nasce spesso una domanda spontanea: “E come faccio ad affrontare una di queste tre situazioni, se il trauma si ripresenta?”
È una domanda molto comprensibile, perché quando ci si ritrova dentro a questi vissuti che sia una situazione attuale, una memoria che si riattiva o una ritraumatizzazione, si ha spesso la sensazione di essere soli con qualcosa di troppo grande.
La realtà è che si tratta di dinamiche complesse, profonde, che raramente si riescono a gestire da soli. Se un trauma torna a farsi sentire, in qualunque modo lo faccia, significa che lì c’è una parte che ha bisogno di essere ascoltata, contenuta e lavorata con cura. E questo richiede un percorso mirato, uno spazio sicuro e una presenza competente che sappia guidare, sostenere e dare strumenti adeguati.
Non perché siamo fragili o incapaci, ma perché il trauma, per definizione, supera le risorse individuali nel momento in cui accade, e quindi ha bisogno di una relazione terapeutica per poter essere davvero integrato. È proprio questo che rende la psicoterapia uno dei luoghi più efficaci per comprendere ciò che sta succedendo e per iniziare a trasformarlo, passo dopo passo, senza esserne travolti. VS