Dott.ssa Valentina Scoppio - Psicologa Psicoterapeuta

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Dott.ssa Valentina Scoppio - Psicologa Psicoterapeuta Psicologa - Psicoterapeuta - Analista Transazionale Nella mia pratica clinica, nel mio studio a Roma, mi occupo di consulenza e supporto psicologico.

Questa pagina ha lo scopo di fornire spunti di riflessione su tematiche legate alla psicologia, al confronto e allo scambio di opinioni. Non fornisco consulenze tramite Facebook, invito chiunque ne abbia bisogno a rivolgersi ai professionisti più adeguati. Psicoterapia. Colloqui individuali. Supporto durante i percorsi di Procreazione Medicalmente Assistita, sterilità e infertilità, ansia, attacchi di panico, fobie, compulsioni, ossessioni, depressione, lutto, perdita, separazione, divorzio, abbandono, difficoltà relazionali e affettive, fasi critiche della vita, disagio e conflitto col partner, con i figli o nel rapporto familiare, problemi di autostima, senso di vuoto, inefficacia, paura di vivere, solitudine, dipendenze, mobbing, disturbi dell’alimentazione, difficoltà di gestione di esperienze traumatiche, problematiche legate alla sfera sessuale individuale e di coppia, problematiche dell’identità, disturbi di personalità. Qualsiasi pubblicazione relativa alla pubblicità di altri siti o pagine Facebook effettuata sulla mia pagina senza autorizzazione, verrà rimossa. La maggior parte delle immagini inserite in questa pagina sono prese da internet; qualora la loro pubblicazione violasse eventuali diritti d'autore, non esitate a comunicarmelo e provvederò a rimuoverle.

18/01/2026

"Ho imparato a mettermi da parte, Lloyd"

"O forse ha solo capito la differenza
tra l'essere centrale e l'essere centrato, sir"

"E quale sarebbe, Lloyd?"

"Chi è centrale ha bisogno di un mondo intorno per sapere qual è il suo posto, sir"

"E chi è centrato?"

"Il suo mondo ce l'ha dentro, sir"

"E si sente sempre al giusto posto..."

"E si sente sempre stella nell'universo”.

Vita con Lloyd ✍🏻

18/01/2026

L’invidia è una di quelle emozioni che non ci piace ammettere. È scomoda, innominabile, quella che nascondiamo nel retrobottega di ciò che proviamo davvero.
Eppure, se ci pensiamo, l’invidia è una delle prime emozioni che ci insegnano qualcosa su di noi.

Da bambini la sentiamo come una f***a: l’altro ha un giocattolo, un’attenzione, un gesto… e noi ci sentiamo subito un passo indietro. Non sappiamo spiegalo, ma lì nasce già l’idea di valore: “Se lui sì, allora forse io no.”

Crescendo, questa dinamica non sparisce. Si fa più sottile, più silenziosa, ma resta lì: una corrente che si muove dentro quando vediamo qualcuno brillare proprio nel punto in cui noi ci sentiamo ancora incerti o incompiuti.
E lì incontriamo una difficoltà molto umana, la fatica di riconoscere che stiamo provando invidia. Perché culturalmente “è brutta”, e abbiamo paura che ammetterla significhi essere persone cattive o velenose.

Così la nascondiamo. E più la nascondiamo, più ci avvelena da dentro. Non è l’invidia in sé a renderci tossici, è l’invidia negata: quella che non ascoltiamo e che, proprio per questo, diventa giudizio verso l’altro, svalutazione, irritazione, freddezza… o addirittura auto-svalutazione.
Questa è l’invidia cattiva: quella che non guarda il desiderio, ma la persona. Quella che ci fa dire, anche solo mentalmente: “Preferirei che tu non avessi questa cosa.”

E in momenti così ci rendiamo conto di una cosa molto semplice, le emozioni non vanno cacciate, vanno guardate. Perché ogni emozione porta un messaggio, e l’invidia è forse una delle più oneste. Non mente. Non arriva per caso. Arriva per mostrarci un desiderio rimasto indietro. Questa è l’invidia buona. Quella che ci punge ma allo stesso tempo ci spinge. Quella che, se la sappiamo ascoltare, ci indica una direzione.

Un esempio quotidiano che potremmo vivere:
una persona a cui vogliamo bene trova il coraggio di cambiare vita, lavoro, città.
Una parte di noi si congratula. Un’altra parte, più nascosta, sente una f***a.
Se la ascoltiamo senza giudicarci, quella f***a ci sta dicendo: “Anch’io desidero una libertà così.”
Se la respingiamo, invece, diventa quella freddezza sottile, quella frase che ci esce un po’ velenosa: “Eh, beato lui.”

E la differenza tra queste due vie è esattamente la differenza tra invidia buona e invidia cattiva.

Poi c’è l’altra faccia: quella di sentirci invidiati. È una sensazione sottile, che spesso si percepisce più di quanto si veda. Un sorriso che cambia appena, un complimento che si ferma a metà, un entusiasmo che si smorza senza motivo. E allora ci viene spontaneo rimpicciolirci, parlare meno, ridurre la nostra luce, andare in penombra, custodire la gioia per non creare tensioni con l’altro.

Un esempio quotidiano:
raccontiamo una nostra piccola vittoria. E nei secondi successivi percepiamo un leggero gelo, una smorfia trattenuta. Subito pensiamo: “Forse ho detto troppo, dovevo stare zitto”
E quasi ci scusiamo per qualcosa che avrebbe meritato invece di essere celebrato.

Quando sentiamo l’invidia degli altri, si attiva una paura antica: la paura di perdere il legame proprio per ciò che ci riesce bene. La paura che ciò che ci rende unici diventi ciò che ci allontana.

Crescere però significa imparare a restare interi, anche quando la nostra interezza muove qualcosa negli altri. Significa ricordarci che la nostra luce non va abbassata per far sentire comodo qualcuno, che possiamo essere luminosi e gentili allo stesso tempo senza doverci scusare per ciò che siamo diventati, e che custodire le nostre conquiste non è arroganza, ma rispetto per noi stessi.

L’invidia, in qualunque direzione la viviamo, ci chiede presenza. Presenza con quello che sentiamo dentro e con quello che percepiamo fuori. L’invidia che proviamo ci indica un desiderio che abbiamo lasciato indietro e che chiede spazio. Quella che riceviamo ci ricorda che non dobbiamo rimpicciolirci per entrare nelle aspettative emotive degli altri.

Non si tratta di evitare certe emozioni, ma di non lasciare che siano quelle non comprese a guidarci. E l’invidia, se smettiamo di giudicarla, cambia forma, da nemica si trasforma in bussola. Quando la riconosciamo in noi, ci orienta. Quando la riconosciamo negli altri, ci restituisce il senso del nostro valore senza doverlo proteggere.

Alla fine, l’invidia è una domanda che la vita ci mette davanti. Una domanda su ciò che desideriamo davvero, sul coraggio di muoverci e sulla persona che stiamo diventando. E forse il punto è proprio questo: alcune emozioni non chiedono di essere risolte, ma riconosciute. E quando finalmente ci permettiamo di farlo, l’invidia smette di farci paura e comincia a parlarci.
Il resto… è quel lavoro silenzioso che ciascuno di noi continua dentro di sé, per essere ogni giorno una persona migliore. VS

18/01/2026

“La sofferenza è la nuvola,
ma io sono il cielo”.

Giovanni Allevi ✍🏻

17/01/2026

A volte succede così. Succede nelle nostre case, quando la giornata è finita e noi restiamo lì a fare i conti con noi stessi. Non stiamo male in modo chiaro, riconoscibile. Non sapremmo nemmeno dire come stiamo davvero.
Sappiamo solo che siamo stanchi dentro.

Ci sono momenti in cui abbiamo tutto.
Una vita che, a guardarla da fuori, funziona. Relazioni, affetti, lavoro, una certa stabilità. Eppure, improvvisamente, non ci basta. Ci sentiamo strani, un po’ fuori posto, quasi alieni.

E questo ci confonde ancora di più, perché ci diciamo: “Ma perché adesso?”
Abbiamo passato cose ben peggiori, momenti più duri, più dolorosi. E lì, paradossalmente, avevamo più forza, più energia. Adesso invece c’è solo una pesantezza diffusa, nel petto.

Ci sono persone che ci vogliono bene, davvero. Vivono con noi, ci conoscono da anni. Eppure non riescono a capire cosa ci serve in quel momento. Non perché non ascoltino, ma perché anche noi facciamo fatica a dirlo. È tutto vago, confuso. Non è un dolore preciso, è una strana stanchezza emotiva.
E come si spiega una cosa così?

C’è quella sera in cucina, quando la casa è finalmente in silenzio. I piatti sono stati asciugati in fretta, il tavolo è libero. Noi siamo lì, con una stanchezza che non è solo fisica. La persona che amiamo ci siede di fronte, parla della giornata, di domani. Noi annuiamo.
Vorremmo dire: “Oggi mi sono sentita piccola. Triste.” Ma le parole non escono nel modo giusto. E allora restiamo zitti e dall’altra parte nessuno si accorge che stavamo chiedendo un po’ di delicatezza.

Lo sentiamo nelle coppie. Non quando si litiga, ma quando va tutto “abbastanza bene”.
Quando l’altro pensa che non ci sia niente di cui parlare e noi sentiamo che invece dentro si è accumulato qualcosa.
Rimandiamo. Rimandiamo il dire come stiamo, il chiedere un gesto semplice, a volte persino le lacrime. Ci fidiamo, ma abbiamo troppa paura di sembrare esagerati, fragili, “troppo”.

Lo sentiamo in famiglia. Con i genitori che invecchiano e cominciano a vederci come quelli che reggono, ci chiedono “tutto bene?” e noi rispondiamo di sì, come sempre. Non vorremmo mentire, ma spiegare sarebbe lungo e faticoso. Non vogliamo far preoccupare nessuno e non siamo sicuri che saremmo capiti fino in fondo.

Lo sentiamo al lavoro. Tutto funziona, noi funzioniamo. Siamo presenti, affidabili, disponibili. Nessuno immagina quanta fatica ci sia dietro quella solidità.

E poi ci sono gli amici. Quelli che ci vogliono bene sul serio. Ci ascoltano, ma spesso rispondono troppo in fretta.
Ci rincuorano, ci spronano, cercano soluzioni. E noi pensiamo: “non era questo”. Non avevamo bisogno di essere risolti ma solo capiti. Ma non lo diciamo.

Se ci pensiamo bene i momenti più difficili non sono quelli della solitudine vera, ma quelli in cui siamo circondati d’amore che però non riesce ad arrivare nel punto giusto.
Quando parlare ci costa quanto tacere.
Quando ci sentiamo un po’ storditi, un po’ nervosi, un po’ malinconici. A volte ci viene da piangere. A volte nemmeno le lacrime escono.

In quei momenti c’è un bambino dentro di noi che non sa nemmeno lui di cosa ha bisogno. Non chiede soluzioni, non chiede risposte. È solo confuso e stanco.

In quei momenti l’unica cosa che possiamo fare è questo: tenergli la mano. Abbracciarlo forte, fargli sentire che ci siamo. Senza la pretesa di capire subito qual è il problema e senza fretta di aggiustare tutto adesso.

Solo restare, darci tempo, riprendere un respiro un po’ più regolare. E, da lì, piano piano, tornare a guardarci intorno
con uno sguardo un po’ più leggero e gentile. Prima di tutto verso noi stessi. VS

17/01/2026

Le promesse sacre e solenni per custodire e proteggere la nostra salute fisica e mentale che vi suggerisco di applicare ogni giorno.

Prometto di guardarmi con gli occhi con cui guardo chi amo, senza sconti al mio splendore.

Prometto di non spiegarmi più a chi non vuole capire.

Prometto di coccolare la mia fragilità come un tesoro raro, perché anche lei è parte della mia forza.

Prometto di non ridurre quello che sento per sembrare meno.

Prometto di ascoltare il mio corpo quando chiede pausa, e di rispettarlo come si rispetta un tempio.

Prometto di non restare in silenzio quando qualcosa mi ferisce.

Prometto di lasciare scorrere i pensieri bui senza farne casa.

Prometto di non fingere che certe parole non mi facciano male.

Prometto di scegliere ogni giorno una piccola cosa che sappia farmi bene.

Prometto di non essere gentile con chi mi strappa la pelle.

Prometto di perdonarmi più spesso, perché sto imparando a vivere, non a vincere.

Prometto che il mio tempo e il mio spazio saranno solo per ciò che mi nutre, e non per ciò che mi svuota.

Prometto di celebrare ogni passo avanti, anche se impercettibile agli occhi altrui.

Prometto di dare spazio alla mia voce, anche quando trema.

Prometto di tenere la mano alla mia parte più stanca, finché non si rialza.

Prometto di essere la mia casa sicura, il mio porto, il mio abbraccio nei giorni di mare agitato.

Prometto di non smettere mai di volermi bene, neanche per un secondo. VS ❤️

17/01/2026

Spesso mi chiedono come faccio a stare accanto alle persone nel loro dolore, nel loro buio, senza angosciarmi o spaventarmi.
La verità è che quel buio lo conosco. Ci sono passata anch’io.
E proprio per questo posso entrarci con rispetto e delicatezza, ma senza paura. Con occhi un po’ da gatto, che nel buio riescono a vedere, e che non vogliono fuggire ma capire.

Resto, con gli occhi e il cuore aperti perché so quanto fa male starci da soli in certi bui dell’anima, dove fa freddo e ti senti morire di paura. Dove non capisci, ti senti perso, sbagliato e senza via d’uscita.

Credo profondamente che la psicoterapia sia proprio questo, un percorso che spesso inizia a tentoni, nel fango, nelle sabbie mobili, con la sensazione di essere pietrificati o in mille pezzi. Si cerca il senso, si cerca se stessi. E si trova solo altro buio e freddo.

Poi, un giorno, si accende una piccola candela. Una parola, un gesto, un’intuizione… e quel freddo, quel buio spaventoso, iniziano a fare un po’ meno paura. E piano piano, quando si è pronti, un giorno si spalanca una finestra. Entra luce. Calore. Aria fresca. E finalmente… la vita.

Non penso al mio lavoro come qualcosa da fare “sopra” o “oltre” l’altro. Io semplicemente cammino accanto. E porto con me tutto quello che ho vissuto, tutto quello che ho imparato e tutto quello che ancora sento.

Perché il dolore, quando lo attraversi davvero, ti cambia gli occhi e ti trasforma il cuore. Ti insegna ad accogliere quello degli altri con una tenerezza che non è commiserazione, ma rispetto profondo per chi sceglie il coraggio di guardarsi dentro.

Così vedo la psicoterapia. Così vivo il mio lavoro. E così, ogni giorno, mi ricordo perché l’ho scelto. Perché credo nella luce, anche quando non si vede ancora.

Perché tanti anni fa ho fatto una promessa a me stessa, di aiutare quel bambino interiore che tutti portiamo dentro a sentirsi al sicuro, visto e accolto. E forse, un po’ alla volta, anche amato. VS ❤️

“Nonostante ciò che ho vissuto.Nonostante ciò che ho patito.Nonostante tutto e tutti.La mia unica certezza è sempre stat...
17/01/2026

“Nonostante ciò che ho vissuto.
Nonostante ciò che ho patito.
Nonostante tutto e tutti.
La mia unica certezza è sempre stata questa.
Quando non sapevo da che parte ricominciare.
Quando non sapevo come rimettere insieme i pezzi di me che avevo perso per strada.
Quando non avevo più nulla a cui aggrapparmi.
Quando mi stavo stretta persino io.
Come faccio ad andare avanti adesso?
Come si fa a dimenticare il dolore, le persone, le promesse non mantenute, le parole che ci hanno fatto estremamente bene e quelle che ci hanno segnato, probabilmente, per sempre?
Come faccio a riaggiustarmi il cuore, il corpo e l'anima?
Perché ci sono stati giorni in cui non vedevo la luce.
Non vedevo nessuno accanto a me.
Il vuoto dentro e fuori.
Non vedevo nemmeno la strada da dover percorrere per poterne uscire.
In quei giorni, per trovare la forza, mi ripetevo sempre: “Respiro ancora”.
Chiudevo gli occhi, mi abbracciavo forte, ed espiravo e inspiravo profondamente.
Respiro ancora e, quindi, nulla è davvero perduto.
Respiro ancora e, quindi, tutto può ricominciare.
Respiro ancora e, quindi, posso superare ancora una volta ciò che ho dentro.
Respiro ancora nonostante tutto.
Nonostante tutti.
La mia unica certezza è sempre stata questa: fin quando respiro, io potrò cambiare ancora tutto.
Io potrò sempre cavarmela”.

Martina Boselli ✍🏻

16/01/2026

Una delle cose che più mi caratterizza, e che porto con me nel mio lavoro, in terapia e qui su questa pagina, è il modo in cui cerco di spiegare ciò che conosco e di cui scelgo di parlare.

Me lo avete scritto in tanti, nei commenti e nei messaggi, riuscire a rendere comprensibili anche argomenti difficili, tecnici, complessi, senza usare un linguaggio accademico o troppo specialistico. Ed è vero, è una dote che mi riconosco. Ma non è nata per caso.

Negli anni mi sono resa conto che questa capacità si è affinata soprattutto grazie a due esperienze fondamentali della mia vita.

La prima risale ai miei primi anni delle elementari. Per timidezza e insicurezza, e anche perché forse avrei avuto semplicemente bisogno di più incoraggiamento, mi sentivo spesso trattata da una delle mie due maestre (facevo il tempo pieno) come se fossi poco capace. Ricordo ancora con molta fatica e tanta tenerezza per me stessa quegli anni, avrei desiderato calore, vicinanza, qualcuno che mi facesse sentire competente, che mi incoraggiasse. Questo non è accaduto.

E credo che proprio lì sia nata dentro di me una promessa silenziosa: nessuno, in mia presenza, avrebbe mai dovuto sentirsi stupido o inadeguato.

Io non sono un’insegnante di professione, ma l’insegnamento è profondamente presente nel mio modo di lavorare e nel mio modo di essere. Per me è fondamentale che nessuno si senta poco intelligente, poco intuitivo, ignorante (nel senso dispregiativo del termine) o poco capace.

Il secondo aspetto riguarda mio padre. Non ha fatto l'insegnante di mestiere, ma lo è sempre stato nel modo di stare con gli altri. Nei suoi primi anni ha anche insegnato davvero matematica e fisica, e per tutta la vita ha aiutato studenti, colleghi, amici, persone di ogni tipo a capire, a superare esami, a non sentirsi incapaci davanti ai numeri. E una frase che mi ha sempre ripetuto è questa: “Se uno studente non capisce, è perché l’insegnante non ha ancora trovato il canale giusto”.

Mi raccontava spesso di quando giovane insegnante, in una delle sue classi, c’era un ragazzo con una gravissima disabilità intellettiva. Lui insegnava matematica e fisica, e il suo obiettivo era che quell’alunno capisse. Quando ci riusciva, e ci riusciva (cambiando linguaggi, modalità, strategie) aveva la certezza che tutti gli altri avessero compreso perfettamente.

Questo è esattamente il modo in cui cerco di “vestire” questa pagina. Non sapendo chi mi legge, scelgo un linguaggio che possa arrivare a chiunque: a chi non ha mai studiato psicologia, a chi ha un’istruzione semplice, a chi è stanco, ferito, in difficoltà...
Non il linguaggio del professore in cattedra, pieno di paroloni e distacco. Per quello esistono altri luoghi.

Io ho scelto uno spazio popolare, nel senso più nobile del termine.
Uso metafore perché, come le favole per i bambini, aiutano a comprendere ciò che è complesso. Cerco ogni giorno l’equilibrio più difficile: non banalizzare, ma rendere semplice.

Perché un’altra grande lezione che mi è stata trasmessa è questa: se non sai spiegare qualcosa in modo semplice, probabilmente non la conosci davvero bene. Quando conosci profondamente un argomento, sai scomporlo fino ai suoi elementi più essenziali.

Ecco perché vi ringrazio quando mi dite che vi sentite accompagnati, compresi e capaci, che avete imparato qualcosa o vi ho incuriositi ad approfondire. La scrittura è una dote naturale; la cura con cui cerco di semplificare ciò che semplice non è, invece, è il frutto di tutta questa storia.

E voglio lasciarvi con un pensiero, per chiunque di voi, a qualunque titolo, si trovi a insegnare qualcosa a qualcun altro, in qualsiasi ambito: nessuno davanti a voi dovrebbe mai sentirsi stupido.
La vostra competenza si misura dalla capacità di rendere l’altro più capace, più consapevole e più ricco di conoscenza. Il vero successo è questo. VS

16/01/2026

So che queste parole sono scomode. So che, in molte persone, susciteranno reazioni immediate, difensive, risposte automatiche e prevedibili. È comprensibile, la cultura ci ha educati così, a rispondere prima di sentire. A proteggere un’idea di famiglia più che a domandarci che esperienza ne abbiamo avuto davvero.

Questa riflessione, però, non nasce per provocare né per dividere.
Nasce dal cuore, dall’ascolto profondo di tante storie di vita, dal desiderio sincero di fermarci un attimo e chiederci: che cos’è davvero la famiglia?

Non secondo le definizioni del vocabolario, non secondo ciò che ci è stato insegnato o imposto, non secondo i modelli a cui abbiamo aderito senza rendercene conto. Ma secondo ciò che ci fa stare bene o male, secondo ciò che ci nutre o ci consuma.

La famiglia, quando si spogliano le parole di ciò che la tradizione, la cultura, la religione o il costume hanno deciso per noi, resta una sola cosa: un luogo interiore, prima ancora che sociale. Non è una forma, non è una struttura, non è una composizione anagrafica.
È un’esperienza emotiva.

Famiglia è dove non dobbiamo dimostrare nulla, dove non serve vincere, compiacere, resistere o tacere; dove il nostro valore non dipende dal comportamento, dall’utilità, dall’obbedienza o dalla performance.

Nel cuore, la famiglia è casa. E casa non è un indirizzo, è quel posto in cui il corpo si rilassa, in cui il sistema nervoso smette di essere in allerta, in cui possiamo abbassare le difese senza pagarne il prezzo.
È il luogo simbolico in cui possiamo essere stanchi senza essere giudicati, fragili senza essere colpevolizzati e diversi senza essere corretti.

Per questo la famiglia non coincide necessariamente con chi ci ha messi al mondo. Il sangue non garantisce il calore, la parentela non assicura la cura, la biologia non è una promessa di amore mantenuta.

La famiglia, nel senso più autentico e profondo, è fatta da chi ci vede davvero, da chi resta, da chi non usa il legame come strumento di potere, di controllo, di ricatto emotivo o di silenzio.
È fatta da chi non ci chiede di tradire noi stessi per poter essere amati.

Siamo cresciuti dentro schema culturale interiorizzato che confonde l’amore con il dovere, che scambia la sopportazione per virtù, che trasforma la resistenza in fedeltà.
Un'eredità emotiva che ci insegna che “famiglia è famiglia” anche quando ferisce, svaluta, invade, manipola o nega. E in questo inganno sottile, moltissime persone hanno imparato a chiamare amore ciò che era "solo" abitudine, dipendenza emotiva, paura di perdere l’appartenenza.

Ma l’amore vero non chiede il sacrificio dell’identità, non chiede silenzio emotivo, non chiede di rinunciare ai propri confini per “non creare problemi”.

La famiglia, quella vera, è il luogo in cui l’altro si prende cura del nostro mondo interno, così come noi impariamo a prenderci cura del suo. È reciprocità emotiva, è responsabilità affettiva, è la possibilità di dire “mi hai ferito” senza essere invalidati e di dire “basta” senza essere puniti.

Può avere mille forme, può essere una sola persona, può essere una tribù, può nascere più tardi, dopo aver perso quella d’origine, può essere scelta, costruita o ricostruita.

E non è meno famiglia solo perché non rientra nei modelli tramandati. Anzi, a volte è più famiglia proprio perché è fondata sulla scelta e sulla cura, non sul dovere e la costrizione.

Perché se viviamo in un luogo, emotivo o relazionale, in cui non stiamo bene, non possiamo poi stupirci se ci ammaliamo. Se diventiamo ansiosi, depressi, spenti... Se il corpo parla, se la mente si ribella, se le nostre vite, per quanto “giuste” dall’esterno, non funzionano davvero e noi stiamo male.

La nostra salute mentale nasce prima di tutto dalle relazioni che abitiamo ogni giorno. Dalle persone con cui condividiamo la quotidianità, se quelle relazioni sono sane, nutritive, amorevoli, e se anche noi sappiamo esserlo, la vita prende qualità, senso e profondità. Indipendentemente dal denaro, dalle opportunità, dalla facilità di tante cose.

Se invece questo non c’è, anche la vita più agiata può diventare un deserto. Una vita da reduci, da naufraghi emotivi, da persone che sentono di avere “tutto” ma a cui manca l’essenziale.

E ciò che manca, quasi sempre, è un luogo del cuore, un posto in cui poter chiudere gli occhi e sentire che non dobbiamo difenderci, un posto in cui sentirci al sicuro e profondamente amati.

La famiglia è questo, non un dovere, non un vincolo da onorare a qualunque costo. La vera famiglia non è quella che ci trattiene, è quella che ci permette di esistere. Riflettiamoci. VS

16/01/2026

Non ci sono medaglie da esibire, né trofei da sbandierare per il fatto di avere un partner, una fede al dito o dei figli. Sono scelte di vita, intime e personali, che dovrebbero essere vissute come un valore aggiunto, una fonte di gioia e non come titoli di merito da appuntarsi sul petto.

Eppure troppo spesso accade il contrario, questi ruoli diventano patenti sociali, bollini di approvazione che autorizzano a sentirsi migliori, più “a posto”, più conformi all’idea di normalità. Come se fossero loro a stabilire chi è completo, chi è degno e chi merita di essere riconosciuto e rispettato.

La verità è che non c’è alcun merito intrinseco in queste scelte. Non basta sposarsi, avere figli o rispettare un copione sociale per essere persone di valore. Ciò che davvero conta è altro: la capacità di stare bene con se stessi, di non ferire il prossimo, di lasciare un’impronta positiva, concreta e costruttiva nel mondo.

E questo, bisogna dirlo senza mezzi termini, non sempre coincide con l’essere genitori, coniugi o partner. Si può avere una famiglia eppure vivere nella frustrazione, nella menzogna e nell’egoismo. Così come si può non avere nulla di tutto ciò e portare comunque luce, rispetto e presenza autentica nella vita degli altri.

Essere “completi” non significa aderire a un modello prestabilito. Significa essere onesti con se stessi, vivere in coerenza, coltivare la propria serenità e contribuire, anche nel piccolo, a rendere il mondo meno tossico e un po’ più vivibile. Riflettiamoci. VS

15/01/2026

Questa è la storia di tanti bambini invisibili che ho incontrato in terapia, nascosti dietro mal di pancia mai detti, lacrime soffocate e paure silenziose.

E parla anche del grande coraggio degli adulti che sono diventati, capaci di dare finalmente voce a quel dolore rimasto in sospeso.
Perché la vera guarigione comincia lì, nel momento in cui non ci sentiamo più soli dentro la nostra paura.

C’era una volta un bambino che è poi diventato un adulto ipocondriaco. La sua storia non parla solo di malattie immaginate, ma di paure reali, di bisogni che non sono mai stati ascoltati abbastanza.
Da piccolo viveva in una casa dove c’era sempre qualcun altro che sembrava avere più bisogno: un fratello da proteggere, una sorella fragile o malata, un genitore in crisi, o altri problemi…

E lui? Lui imparò presto a farsi piccolo e a non pesare.
Quando aveva mal di pancia non lo diceva. Quando aveva paura del buio, si stringeva forte al cuscino e piangeva piano, senza farsi sentire. Quando il cuore gli batteva forte e aveva paura, si convinceva che non era importante.

Dentro di lui crescevano delle convinzioni profonde: “Il mio dolore non conta”, “Se sto male, nessuno verrà”, “Per sopravvivere devo cavarmela da solo”…

Quel bambino è diventato grande. Ma la voce dentro non è sparita.

Oggi basta un battito accelerato, un formicolio, un mal di testa improvviso, e quell’antica paura ritorna: “E se fosse grave? E se stessi per morire? E se rimango di nuovo solo?”

E così comincia la corsa: medici, visite, esami, controlli… senza sosta. La rassicurazione arriva, ma dura poco. Dopo qualche ora o qualche giorno, la paura torna più forte di prima.

Perché non è solo il corpo a cercare risposte.
È quel bambino che chiede, ancora una volta: “Guardami. Prenditi cura di me”.

Ecco cos’è spesso l’ipocondria, non è solo paura delle malattie, ma il bisogno antico di essere visti, considerati e accolti sul serio.
Quando da piccoli non c’è stato abbastanza ascolto e conforto, il corpo ha imparato a parlare al posto nostro. E lo fa nel modo più potente che conosce, con la paura e con il terrore.

La terapia però è il luogo dove questa storia può cambiare. Non è un posto dove ci dicono che esageriamo. È il posto dove quel bambino invisibile può finalmente uscire dal suo nascondiglio.

Lì impariamo a dare parole alle paure, a riconoscere che non siamo sbagliati, che non siamo esagerati. Impariamo a distinguere il pericolo reale da quello antico che ancora ci abita e ci condiziona.
E pian piano costruiamo un nuovo modo di prenderci cura di noi, senza inseguire continuamente diagnosi e referti.

E succede qualcosa che non avremmo mai immaginato: non abbiamo più bisogno di mille controlli per sentirci al sicuro, iniziamo a fidarci del nostro corpo, impariamo a volerci bene anche quando abbiamo paura.

E soprattutto, quel bambino invisibile, quello che piangeva in silenzio per non disturbare, finalmente viene visto e consolato. Da noi stessi, prima di tutto. E oggi non ha più paura. VS

15/01/2026

Un post lungo, per chi ha voglia di fermarsi e riflettere.

Negli ultimi tempi mi capita sempre più spesso di sentire persone che parlano di ansia, di attacchi di panico, di umore che si abbassa, di paure che prima non c’erano, di comportamenti che diventano difficili da controllare.

Succede in terapia, ovviamente, ma succede moltissimo anche fuori, nelle conversazioni quotidiane, quasi fosse diventato un modo comune di raccontarsi e quasi un modo “normale” di parlare di cose che normali non dovrebbero essere, nel senso che sono disagi e non stati d’animo sani.

Se guardiamo con attenzione le vite che facciamo, vite normali, simili a quelle di tante altre persone, emergono ritmi e abitudini che abbiamo imparato a considerare inevitabili, quasi necessari per sopravvivere. Eppure, a ben guardare, sono proprio quei ritmi a logorarci di più e a farci ammalare.

Molte giornate iniziano quando il corpo e la mente sono già stanchi. Ci svegliamo con la sensazione di non aver recuperato davvero e, già mentre ci alziamo, pensiamo alla sera, al momento in cui finalmente potremo fermarci, rilassarci e riprendere fiato. È come se l’intera giornata fosse attraversata da questa attesa, come se si vivesse sempre un po’ in apnea, con il fiato corto.

Poi arriva la sera, e spesso non è il riposo che immaginavamo. Il corpo è stanco, ma la mente continua a girare. Si resta con il telefono in mano, davanti alla televisione, o dentro i soliti pensieri che si rincorrono. E anche addormentarsi diventa faticoso, come se spegnerci in modo naturale non fosse più così immediato.

Quando la settimana comincia a pesarci troppo, iniziamo ad aspettare il weekend. Lo immaginiamo come lo spazio in cui finalmente distenderci e recuperare energie. Ma spesso anche il weekend si riempie di tutto quello che non siamo riusciti a fare prima. Diventa un altro incastro, un’altra corsa fatta di cose altrettanto stancanti. E così capita di ricominciare il lunedì più stressati di come si era finita la settimana.

Poi arrivano le ferie, soprattutto quelle estive, caricate di aspettative enormi. E anche lì, non di rado, invece di riposare davvero, ci stressiamo ancora di più. Come se anche il riposo dovesse essere organizzato, ben riuscito e costantemente stimolante e divertente.

E questo diventa un loop, un continuo rimandare il recupero a un momento successivo che raramente arriva davvero.

Dentro queste nostre vite si dorme troppo poco, si mangia in fretta, si vive costantemente proiettati in avanti, pianificando, anticipando, controllando, con l’attenzione sempre fuori da quello che succede dentro. Il corpo viene spinto ad adattarsi a tutti i costi, come se fosse una macchina regolabile all’infinito. Le emozioni vengono represse, rimandate, vissute come interferenze. Teniamo duro e ci imponiamo di andare avanti.

Finché a un certo punto compaiono quelli che chiamiamo “problemi”: l’ansia, il panico, aspetti depressivi, una stanchezza che non passa mai, il bisogno di calmarci in qualche modo, di spegnerci o, all’opposto, di attivarci per uscire dal torpore. A volte questo passa attraverso l’uso di sostanze, a volte attraverso comportamenti o abitudini che inizialmente ci aiutano, che ci danno sollievo, che abbassano la tensione. Poi, piano piano, diventano l’unico modo possibile per reggere tutto, anche quando iniziano a farci stare male.

Molto spesso però questi non sono solo problemi da eliminare, ma campanelli d’allarme. Segnali che la mente attiva quando stiamo spingendo il corpo e il sistema emotivo oltre limiti che, dentro, sentiamo già da tempo come non più sostenibili.

Viviamo in una cultura che ci chiede di essere sempre più performanti, più efficienti, più resistenti. E noi, per stare dentro a tutto questo, proviamo ad adattarci, a fare ancora uno sforzo in più, a stringere i denti ancora un po’. Finché qualcosa, giustamente, si blocca e comincia a creparsi.

Questo lo vediamo sempre più chiaramente anche nei bambini. Bambini che hanno sempre meno tempo per il gioco libero, per il non fare niente, per annoiarsi. Bambini, anche molto piccoli, con giornate strapiene di impegni: corsi, sport, attività incastrate una dopo l’altra. Bambini sempre più nervosi, tristi, apatici, apparentemente capricciosi... ma non gli manca niente diciamo, sono troppo viziati, e se invece fossero stanchi, stufi, stressati, esasperati da ritmi che gli vengono imposti e che giustamente si rifiutano di accettare?

Non perché qualcuno voglia far loro del male, ma perché oggi in molte famiglie si lavora tutti, perché i ritmi sono questi, perché le possibilità sono diverse rispetto al passato. Il risultato però è che anche loro crescono dentro un sovraffollamento continuo, mentale ed emotivo, abituandosi molto presto a livelli di attivazione e di stress che diventano la norma.

Questa, purtroppo, è l’aria che respiriamo tutti.

È vero che oggi se ne parla di più, è vero che c’è maggiore attenzione alla salute mentale e più accesso alla terapia. Ma è altrettanto vero che, insieme a questa maggiore consapevolezza, rischiamo anche di adattarci sempre di più a un’idea di normalità che chiede tanto e ascolta poco.

A volte normalizziamo il disagio al punto da trasformarlo quasi in un’etichetta. “Ho l’ansia”, “Ho il panico”, “Sono depresso”. Lo diciamo con la stessa leggerezza con cui potremmo dire che oggi piove o che ci mettiamo una felpa blu. E non perché non sia vero, ma perché spesso non ci fermiamo davvero a sentire cosa stiamo dicendo. Quelle parole diventano un modo rapido per nominare qualcosa che, in realtà, avrebbe bisogno di spazio, di ascolto e di tempo.

Ansia, panico, aspetti depressivi non sono stati d’animo qualsiasi, non sono accessori della vita moderna, né caratteristiche del carattere. Sono segnali, raccontano che qualcosa, nel modo in cui stiamo vivendo, è diventato troppo, che il sistema è in sovraccarico e che stiamo chiedendo a noi stessi più di quanto possiamo reggere, da troppo tempo.

Accorgercene non è immediato, perché siamo molto allenati a ti**re avanti, a minimizzare, a dirci che “passerà”, a pensare che dobbiamo solo organizzare meglio il tempo, essere più efficienti, resistere ancora un po’. Ma il corpo e la mente non funzionano così, chiedono ascolto prima che adattamento.

Accorgersene, a volte, significa iniziare a fare attenzione a cose molto semplici, che semplici non sono affatto: a quanto siamo stanchi già al mattino, a quanto poco sentiamo il corpo durante la giornata, a quante ore di sonno facciamo, a quanto mangiamo bene e lentamente, a quanto viviamo sempre proiettati in avanti, al “dopo”, al “quando finirà”. A quanto facciamo fatica a stare fermi senza sentirci in colpa o a disagio.

Non si tratta di rivoluzionare tutto, né di immaginare una vita ideale irraggiungibile. Si tratta di smettere di banalizzare i segnali, di non trattare il malessere come un fastidio da zittire, ma come qualcosa che sta cercando di dirci qualcosa.

A volte il primo passo è proprio questo cambio di sguardo: passare dal chiederci “come faccio a funzionare meglio?” al chiederci “che effetto mi sta facendo questa vita, così com’è?”. Passare dall’adattamento automatico a un minimo di presenza, di consapevolezza. Dal resistere all’ascoltare.

E questo vale per noi adulti, ma vale anche quando guardiamo i bambini. Chiederci se ciò che diamo per normale lo è davvero, se il loro sovraffollamento non è anche lo specchio del nostro, se stiamo insegnando loro solo a reggere, o anche a sentire.

Il lavoro più serio e profondo che possiamo fare, rendendocene conto, non è aggiungere altre strategie o altri impegni, ma recuperare un po’ di contatto, con il nostro corpo, con i limiti, con i ritmi che ci permettono di stare bene, e non solo di andare avanti.

Non sempre questo porta a una risposta chiara o immediata, perché richiede un lento processo di cambiamento e di sintonizzazione: non più noi che ci dobbiamo adattare a tutti i costi a una vita che ci stritola, ma rendere, dove possibile, la nostra vita meno stritolante. Piano piano, riflessioni, ascolto, consapevolezza, e da lì, lentamente, può iniziare un modo diverso di prenderci cura di noi. Riflettiamoci. VS

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