22/07/2023
“Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.”
Anche il nostro lutto risponde a questa legge della fisica.
Perché ci sia il lutto, occorre che ci sia stato prima l’amore: non c’è lutto se ciò che perdiamo non è stato amato.
L’amore che resta, sospeso e incompiuto, dopo il lutto, è triplice: in parte è l’amore per il nostro progetto di vita che si interrompe, in parte è l’amore per il bambino, in parte è l’amore per il nostro corpo e la nostra generatività.
L’amore sospeso fa male, in tutte e tre le sue declinazioni: a volte soffriamo l’assenza del bambino che sarebbe potuto essere e non è stato, a volte soffriamo il tradimento del corpo, a volte, più semplicemente, il dolore nasce dal progetto di vita che è naufragato troppo lontano dai nostri desideri. Si può soffrire perché i nostri desideri non si sono realizzati. Siamo umane, umani. Fa parte del gioco. Non è sciocco, non è egoista: è umano desiderare, è umano sperimentare l’amarezza del sogno infranto.
Nulla si crea, quindi, perché il lutto è amore sospeso; ma nulla si distrugge, perché l’amor sospeso resta lì, a sventolarci in faccia ogni volta che apriamo gli occhi al mattino, a unghiarci il cuore con l’artiglio acuminato, a ricordarci che pur sempre d’amore si tratta, anche se per gli altri non lo è. E per questo, fa male.
Eppure questo amor sospeso, in divenire, si trasforma.
Ed è qui, a questo punto qui, che occorre pazienza e fiducia in se stesse.
La trasformazione del lutto ha un tempo: circa 18 mesi, fino a mille giorni. È un tempo lungo è necessario.
Si può vivere per tutta la vita con un artiglio piantato nel cuore?
Si può vivere con il lutto che ci prende a schiaffi ad ogni momento?
No. O comunque, molto male.
Vivere sospesi, si può, ma solo per il tempo necessario a riatterrare.
Elaborare vuol dire trasformare l’amor sospeso e poter rimuovere l’artiglio dal cuore senza strappi. Elaborare vuol dire rinascere, dalle ceneri che diventiamo dopo il lutto, tenendo insieme ciò che è stato e ciò che siamo oggi, sogni infranti inclusi.
Possiamo trasformare il dolore e riportarlo alla sua forma primigenia: l’amore triplice. Ripartendo da noi.