Dott.ssa Fabriziani Psicoterapeuta Roma

Dott.ssa Fabriziani Psicoterapeuta Roma Psicologa, Psicoterapeuta, Esperta in Psicologia delle Dipendenze.

Nel mio ultimo articolo sul blog, esploro come alcune persone utilizzino la manipolazione sociale per presidiare i legam...
08/04/2026

Nel mio ultimo articolo sul blog, esploro come alcune persone utilizzino la manipolazione sociale per presidiare i legami altrui. Non per cattiveria, ma per un bisogno vitale: quello di sentirsi indispensabili.

​Analizzeremo:
🔹 La Sindrome dell'Impostore Relazionale: perché chi controlla ha più paura di chi è controllato.
🔹 La Furbizia come moneta: come vengono scambiate scuse vuote in cambio di tempo reale.
🔹 Il Silenzio degli altri: come togliere il potere a chi gestisce la porta del gruppo.

​Se ti occupi di dinamiche umane o semplicemente senti che qualcosa non torna nel tuo giro di amicizie, questa analisi fa per te
​ 👇Link in basso per l'articolo completo.

https://afabriziani.blogspot.com/2026/04/il-portinaio-delle-relazioni-capire-il.html

CONOSCI TE STESSO...MA NON FARLO DA SOLO!​Socrate credeva che la conoscenza fosse un fatto sociale. Per lui l'uomo che s...
24/03/2026

CONOSCI TE STESSO...MA NON FARLO DA SOLO!

​Socrate credeva che la conoscenza fosse un fatto sociale. Per lui l'uomo che si isola è come un muscolo che non viene mai usato: perde la sua funzione.

​Oggi la psicologia ci spiega che la nostra Identità Sociale è il pilastro del nostro benessere.

Far parte di un gruppo ci permette di capire chi siamo per "differenza" o per "affinità".

​E se stare con gli altri ti spaventa o ti stanca?

Non sei sbagliato. Spesso il disagio nasce quando sentiamo che il gruppo minaccia la nostra unicità o quando temiamo il confronto .

Ma è proprio in quel "frizionamento" con l'altro che diventiamo adulti.

​Stare in gruppo è un'arte che si impara, un dialogo che non finisce mai.

Mi è capitata di recente una  richiesta impropria, tramite terzi, di intervenire nella vita di una mia paziente per "agg...
19/03/2026

Mi è capitata di recente una richiesta impropria, tramite terzi, di intervenire nella vita di una mia paziente per "aggiustare" una crisi coniugale. La mia risposta deontologica è stata ferma. E la contro-replica? Un appello alla mia "coscienza".

​Questo messaggio spesso è manipolatorio
​ perché:

1.​ Svaluta la competenza professionale: Tratta la deontologia come un ostacolo capriccioso, non come un'armatura che protegge la terapia e il paziente.

2. ​Sposta il piano sul personale: Usa un finto complimento per metterti pressione emotiva, facendoti sentire in colpa se rifiuti.

3. ​Cerca un alleato, non un terapeuta: Vuole una persona che si schieri da una parte contro l'altra, invece di una figura terza e neutrale.

​Rispondere "no" a queste richieste non è rigidità. È l'unico modo per dire: "Il percorso del mio paziente è protetto. Io sono lì per lui, non per risolvere i problemi di chi lo circonda"

​💡 Ricorda: non sono qui per dirti come superare il tuo problema, ma per lavorare con te affinché tu diventi la persona capace di superarlo e fare scelte consapevoli in totale autonomia.

14/03/2026

Siamo stati abituati a pensare che essere "bravi" significhi essere sempre pronti a soddisfare le aspettative altrui. Ma...
07/03/2026

Siamo stati abituati a pensare che essere "bravi" significhi essere sempre pronti a soddisfare le aspettative altrui.

Ma a che prezzo?

Il people pleasing è un meccanismo di sopravvivenza che abbiamo imparato da piccoli, ma oggi quel meccanismo rischia di consumarci.

È ora di trasformare quella paura in libertà.

Smettere di compiacere tutti non è egoismo. È sopravvivenza.
Dici sempre sì quando vuoi dire no.
Ti scusi per cose che non hai fatto.
Metti i bisogni degli altri davanti ai tuoi — sempre.
​E alla fine della giornata, sei esausto. Ma soprattutto: ti senti invisibile.

Il tuo valore non dipende da quanto sei disponibile per gli altri. Imparare a "deludere" qualcuno è uno degli atti più coraggiosi che puoi fare per te stesso.

Essere una psicoterapeuta per me significa proprio questo: mettere a disposizione tutta la mia formazione per creare uno...
06/03/2026

Essere una psicoterapeuta per me significa proprio questo: mettere a disposizione tutta la mia formazione per creare uno spazio sicuro, dove non ci sono risposte giuste o sbagliate, ma solo storie che meritano di essere accolte, comprese e trasformate.
​Perché non c’è tecnica che valga quanto il sentirsi finalmente visti per ciò che si è.

E come affermava Jung:

"Apprenda tutto il possibile sulle teorie e i metodi, ma quando si trova davanti a un'anima umana vivente, sia soltanto un'altra anima umana."

Negli ultimi tempi circolano sui social affermazioni nette come:“I genitori imperfetti non hanno figli ansiosi.”Frasi ad...
25/02/2026

Negli ultimi tempi circolano sui social affermazioni nette come:
“I genitori imperfetti non hanno figli ansiosi.”
Frasi ad effetto, perfette per un reel su Instagram, ma problematiche dal punto di vista clinico.

Come psicoterapeuti sappiamo che l’ansia non nasce mai da un solo fattore.

Ridurre l’origine dell’ansia infantile esclusivamente alla genitorialità significa perdere di vista la complessità dello sviluppo emotivo.

È vero, un genitore può trasmettere, anche involontariamente, il proprio assetto ansioso. Il clima emotivo familiare, i modelli di regolazione affettiva, l’ipercontrollo o l’evitamento sono elementi importanti.
Ma non sono gli unici.

L’ansia è il risultato di un’interazione dinamica tra più fattori che si influenzano reciprocamente, tra cui:

1. Predisposizione temperamentale e sensibilità individuale.

2. Esperienze relazionali significative.

3. Contesto scolastico (insegnanti eccessivamente severi) con clima prestazionale rigido, aspettative elevate.

4. Relazioni difficili con i pari.

5. Fattori ambientali ed eventi di vita, come:
• un lutto
• un trasloco
• un trasferimento scolastico
• una separazione
• cambiamenti familiari improvvisi

Anche eventi che gli adulti considerano “gestibili” possono essere vissuti dal bambino come fortemente destabilizzanti, soprattutto in alcune fasi dello sviluppo.

Un bambino può crescere con genitori sufficientemente buoni, presenti e riflessivi, e sviluppare comunque un disturbo d’ansia.
Così come può attraversare periodi di intensa ansia senza che questo indichi una “colpa educativa”.

C’è un effetto collaterale di cui si parla poco, ma che in clinica osserviamo spesso.
Messaggi così semplificati rischiano di
far sentire i genitori inermi e inadeguati,
spingerli a monitorare ossessivamente ogni proprio comportamento,
indurli a interpretare ogni difficoltà del figlio come prova di un proprio errore.

Paradossalmente, questo tipo di narrazione può generare ansia proprio nei genitori, favorendo vissuti di colpa, ipercontrollo e insicurezza educativa.
E sappiamo quanto un genitore che dubita costantemente di sé rischi di diventare meno spontaneo, meno presente, meno fiducioso.

L’elemento decisivo non è la perfezione, ma la capacità di riflettere, di riconoscere il disagio e di chiedere aiuto quando serve.

In psicoterapia non esistono genitori perfetti o genitori colpevoli.
Esistono storie, contesti e relazioni da comprendere.

Parlare in modo complesso non confonde, ma protegge.
Protegge i bambini dalla semplificazione,
protegge i genitori dal senso di colpa,
protegge il lavoro clinico dalla superficialità.

19/02/2026

Ci sono persone che vivono in un costante stato di iper-vigilanza narcisistica e  il controllo è l'unico antidoto alla l...
12/02/2026

Ci sono persone che vivono in un costante stato di iper-vigilanza narcisistica e il controllo è l'unico antidoto alla loro angoscia.
Dietro la "cattiveria" e la maleducazione (che sono i sintomi superficiali), spesso si cela un Sé estremamente fragile. A volte, per esempio, può capitare che queste persone possano escludere altre persone e questo diviene a tutti gli effetti un atto di potere preventivo: "Ti escludo io prima che tu possa rifiutare me". È un modo per gestire l'ansia sociale trasformandola in dominio.
Spesso tagliano i ponti con amici, colleghi o familiari e ciò conferma uno schema di "taglio emotivo". Invece di negoziare i conflitti, loro li recidono. È più facile eliminare l'altro che gestire la frustrazione di non essere confermati nel loro ruolo di "controllante".
​MI è capitato di notare che molti di loro utilizzano i social come strumento per apparire vittime e nascondere in questo modo la loro aggressività.
È il meccanismo di difesa principale. Loro non tollerarano l'idea di essere persone "difficili" o "cattive". Quindi, proiettano queste parti d'ombra all'esterno. Se loro escludono te, è perché tu sei una persona inadeguata o malevola. I post "frecciatina" servono a confermare loro stessi: "Io sono nel giusto, il mondo è sporco".

Per mantenere un'immagine di loro integra, devono riscrivere la narrazione. Ogni conflitto diventa una prova della cattiveria altrui. Il social diventa il tribunale dove loro sono gli unici giudici e in questo modo si auto-assolvono.

Comunicare offese tramite i social è un fenomeno molto comune oggi, che potremmo definire "Aggressività Passiva Digitale".
Sui social, loro posdono interpretare contemporaneamente il ruolo di Vittima (degli altri cattivi) e di Persecutore (mandando frecciate pubbliche), sperando di essere visti come Salvatore di loro stessi.
Mandare una frecciata su Facebook è molto più sicuro che affrontare gli altri di persona. È un modo per "colpire" senza rischiare il feedback immediato dell'altro.

In conclusione ​siamo di fronte a individui che stanno invecchiando in solitudine e che usano l'aggressività come un mantello per non mostrare quanto si sentano, in realtà, minacciati dagli altri.

Il loro comportamento è un microcosmo del loro stesso fallimento relazionale cronico.

​Come psicoterapeuta sono consapevole che persone così raramente arrivano in terapia, perché il loro sistema difensivo (la colpa è sempre degli altri) è troppo rigido per permettere l'insight.
Come professionista, sono consapevole che dietro questa maschera di ferro c'è un'incapacità profonda di gestire il dissenso. Le persone iper-vigili non governano, ma dividono, finendo per restare gli unici protagonisti di un teatro vuoto.


Il trauma transgenerazionale non si eredita solo nei fatti.Si eredita nel trattenersi, quando qualcuno prima di noi ha d...
31/01/2026

Il trauma transgenerazionale non si eredita solo nei fatti.

Si eredita nel trattenersi, quando qualcuno prima di noi ha dovuto farlo.

Nel non chiedere, perché chiedere non era sicuro.

Nel controllare tutto, perché il caos faceva paura.
Nel sentirsi “troppo” o “mai abbastanza”, quando c’erano regole o limiti rigidi.

Si eredita nel corpo che resta in allerta,
nelle relazioni che faticano a essere spazi sicuri.

Si eredita nel bisogno di adattarsi per non perdere il legame.

Ma ciò che ha protetto una generazione può imprigionare la successiva.
Ed è qui che la ripetizione chiede di essere vista.

Spezzare un legame transgenerazionale non è un atto di ribellione.
È un atto di consapevolezza e responsabilità.
Significa scegliere di non trasmettere ciò che ha fatto male,
pur riconoscendo da dove viene.

In terapia, questo passaggio restituisce libertà:
non cancellare la storia,
ma finalmente non esserne prigionieri.





Perché, quando sbagliamo qualcosa di importante,diamo la colpa a qualcun altro?Perché assumersi la responsabilitànon è s...
27/01/2026

Perché, quando sbagliamo qualcosa di importante,
diamo la colpa a qualcun altro?
Perché assumersi la responsabilità
non è solo dire “ho sbagliato”.
È tollerare vergogna, paura del giudizio, senso di inadeguatezza.

Per molte persone l’errore
non è un fatto,
ma una minaccia all’identità:
“se sbaglio, non valgo.”
Così la mente si difende.
Spesso in modo automatico.
Non per cattiveria,
ma per protezione.

È più facile trovare un colpevole
che restare in contatto con il disagio.

In terapia personalmente lavoro sul concetto di scelta.
Non si cerca chi ha torto.
Si crea uno spazio sicuro
in cui l’errore non definisce la persona.
Si lavora per distinguere
responsabilità da colpa,
per ridurre la vergogna,
per trasformare il “mi difendo”
in “me ne prendo cura”.
Quando una persona si sente al sicuro,
la responsabilità smette di far paura.
E diventa una risorsa,
non una condanna.
È qui che comincia la vera evoluzione.



Esiste un detto che mi colpisce profondamente:"RISPETTA IL CANE PER IL PADRONE.”Spesso pensiamo di rispettare chi stimia...
24/01/2026

Esiste un detto che mi colpisce profondamente:
"RISPETTA IL CANE PER IL PADRONE.”

Spesso pensiamo di rispettare chi stimiamo, ammiriamo o temiamo.
Ma quello stesso rispetto non sempre lo riserviamo a chi è legato a quella persona, a ciò che per lei è più prezioso.
È come essere invitati a casa di qualcuno che ammiri e poi danneggiare ciò che per lui ha valore.

In psicologia capita spesso di osservare questo comportamento: si onora chi è forte, ma si colpisce chi rappresenta un legame profondo con quella forza.

Perché accade? Spesso perché il rispetto è selettivo: temiamo o ammiriamo il potere, ma non riconosciamo il valore di ciò che quella persona ama o protegge. È un problema di empatia coerente: il vero rispetto non si limita alla persona, ma include ciò che per lei è prezioso.

Il vero rispetto, invece, è coerente.
Non cambia bersaglio.
Non ferisce chi è più esposto.
Perché rispettare davvero qualcuno significa rispettare anche ciò che ama.
Chi non sa farlo, non conosce il vero rispetto.

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