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Oltre il Corsetto: Il Delirio di Autosufficienza di Elisabetta di Baviera ​ Se si cerca nel film di Marie Kreutzer "Il c...
15/03/2026

Oltre il Corsetto: Il Delirio di Autosufficienza di Elisabetta di Baviera

​ Se si cerca nel film di Marie Kreutzer "Il corsetto dell'imperatrice" il conforto di un’icona estetica, non si può che rimanere delusi. Il film non ha infatti riscosso il plauso del pubblico.

È invece un'opera eccezionale da cui
emerge un quadro clinico di una potenza devastante.

Come psicoanalista, lo sguardo non può fermarsi alla superficie del sintomo, deve scendere nell'abisso di un solipsismo tragico.

​Elisabetta non soffre solo di restrizione alimentare, controllo della perfezione fisica da mantenere a ogni costo, impossibilità di accettare l'ingovernabilità del passare degli anni, c'è molto altro che la rende un essere umano impenetrabile, agghiacciante per lo spettatore che rimane spiazzato.

Non è così per chi invece esercita la mia professione e per tutti coloro che, pur nelle infinite differenze individuali, si riconoscono in parte o in tutto nel personaggio magistralmente interpretato da Vicky Krieps, ma anche per chi è interessato a comprendere dinamiche tanto complesse.

Il film si apre con il festeggiamento dei quarant'anni dell'imperatrice e si svolge interamente in quell'unico anno, vissuto da lei come una pietra miliare che segna l'irreversibilità del tempo e il suo ultimo destino.

Non è un film aderente agli eventi storici che segneranno in seguito la vita dell'imperatrice. Non è questo l'intento dell'opera che si ferma lì, in quel breve spazio temporale nel quale tutto è già scritto e compiuto, come un inevitabile destino.

Elisabetta è abitata da un delirio di autocontrollo e controllo su chi le è vicino, su cui esercita un potere possessivo, come nel caso della sua dama di compagnia Maria.

La corona le pesa, ma le dà il diritto e il potere di fare dell'altro e della sua vita ciò che vuole.

Elisabetta vive nel mito dell'autosufficienza, di una libertà da tutto e da tutti che la spinge compulsivamente a una fuga senza limite.
Chi può negare i bisogni del proprio corpo può fare a meno di tutto.

È una trappola, un autoinganno, che negando la dipendenza da ogni legame, lo trasforma nell'intoccabile dipendenza dai suoi rituali.

Il suo modo di stare al mondo in costante contrapposizione potrebbe essere interpretato come conseguenza dell'oppressione da parte dell'ambiente familiare e sociale di cui sarebbe vittima.

In realtà non è così e, anche se le offre un alibi potente, esprime la secessione di un "animo virile" che trasforma la privazione in dominio.

Il corpo diventa il territorio di una sovranità assoluta, dove il rifiuto del cibo e dell'altro non sono segni di fragilità, ma atti di una volontà di potenza distruttiva.

​C'è un passaggio che squarcia il velo: la scena della vasca da bagno.

In quell'autoerotismo solitario e gelido c'è il ritirarsi della libido dall'oggetto esterno su di sé.

L'irrilevanza dell'oggetto esterno nega il piacere stesso e la chiude in una solitudine infelice e tragica.

L'unica concessione riservata all'altro è lo sguardo di adorazione per la sua bellezza in cui trova quella conferma di sé che non ha e ha il terrore di perdere invecchiando. Ma non può bastare a una struttura di personalità governata da un’autarchia pulsionale che agghiaccia.

L'altro non è solo escluso, è reso superfluo.

​ Siamo di fronte a una "resistenza" che ricorda l'ascesi di una Santa Caterina, ma, privata della trascendenza mistica in Dio, è patologica.

Resta solo l’Io, n**o e feroce, che nel sentirsi "diverso e migliore" sceglie la solitudine come unico piedistallo possibile.

È la tragedia della perfezione che, per non essere contaminata dalla "banalità" dell'amore e della dipendenza, sceglie la propria fine.

​Il film è bellissimo, proprio perché ci mette di fronte all'orrore di una libertà che, rifiutando ogni legame, finisce per coincidere con il vuoto.

Sul piano psicoanalitico è evidente come in queste strutture di personalità sussista la convinzione che la vulnerabilità sia una forma di mediocrità.

​Per queste donne, l'intelligenza che è indubbiamente superiore, diventa spesso una trappola che serve a giustificare il distacco.

La sfida clinica è integrare questa superiorità intellettiva con il limite umano: è l'unica via per evitare che la fierezza si trasformi in una condanna all'isolamento assoluto.

​Sissi, nel film, fallisce proprio in questo: non riesce a trovare un compromesso tra la sua mente lucida e il decadimento della carne, tra la sua statura intellettuale e la necessità di essere "una tra le tante" nel cerchio delle relazioni umane.

​ Il successo clinico con queste pazienti non è riportarle alla normalità, ma aiutarle a capire che l'imperfezione non è il nemico dell'eccellenza.

La Sissi di Corsage ci agghiaccia perché sceglie di restare un'idea pura, preferendo la propria distruzione alla "umiliazione" di essere umana.

È l'intelligenza che, invece di illuminare la vita, sceglie di brillare nell'oscurità di una solitudine invincibile.

Nella mia esperienza clinica con centinaia di donne affette da disturbi alimentari, ho imparato che la vera cura non risiede nel ritorno alla regolarità del cibo, ma nella complessa transizione dall'autosufficienza onnipotente all'accettazione dell'umana imperfezione.
​In queste strutture di personalità, l'intelligenza superiore e la sensibilità iper-sviluppata vengono utilizzate come una corazza.

Il sintomo è il baluardo di una nobiltà tragica che preferisce la morte alla "banalità" del bisogno.

​Il conflitto centrale è come relazionarsi al mondo senza sentirsi annientate. Come accettare di essere "mancanti" senza perdere quel senso di unicità e superiorità intellettuale che le definisce.

​Il film Corsage mostra il fallimento di questo passaggio. Sissi non riesce a integrare la sua "intelligenza superiore" con il limite del corpo e del tempo. Per lei, la relazione è perdita di sé; l'imperfezione è un'onta insopportabile.

In queste persone vi è un'agghiacciante coerenza: quando la struttura è così granitica, la paziente non cerca la guarigione, ma la perfezione addirittura come oggetto di analisi.Vuole essere una analizzanda perfetta.

​Il successo terapeutico, in questi casi, è una conquista silenziosa: è permettere a queste donne di "scendere dal piedistallo" della loro tragica solitudine per scoprire che l'imperfezione non è un fallimento, ma il presupposto stesso della relazione e della vita.

​Il senso di "gelo" che si prova guardando il film potrebbe essere anche il riconoscimento di quella resistenza estrema a cui un terapeuta può andare incontro in seduta.

Le tante Sissi indomabili sono le pazienti che si ostinano a "vincere" contro ogni tentativo di integrazione, preferendo diventare icone di marmo piuttosto che donne umanamente imperfette.

​C'è da fare una distinzione fondamentale tra il film e la pratica terapeutica. La terapia offre loro la possibilità di essere intelligenti e umane, mentre la struttura della Sissi del film sceglie di essere superiore e morta.

​Porre l'accento sull'integrazione tra intelligenza e limite è il messaggio più forte che si possa dare a chi si approccia alla cura di tali personalità.

Di tanto in tanto ritorno nel mondo della logica, dell'etica e della bellezza, dove le parole hanno un peso e le persone...
14/03/2026

Di tanto in tanto ritorno nel mondo della logica, dell'etica e della bellezza, dove le parole hanno un peso e le persone hanno una dignità.

RIprendo in mano un libro letto e studiato da sempre e oggi estremamente utile sia per la mia autoesplorazione costante, sia per la professione di terapeuta dell'anima che svolgo.

Rileggendo oggi la "Fondazione della metafisica dei costumi" di Kant, mi sono fermata su questa riflessione che trovo di una bellezza e di una necessità assoluta:
"Agisci in modo da trattare l'umanità sempre come fine e mai semplicemente come mezzo".

Una bussola per ogni relazione umana.

Rileggere Kant è un'attività nobile che richiede tempo e mente lucida.

Questa seconda formulazione dell'imperativo categorico di Kant: trattare l'umanità sempre come fine e mai solo come mezzo è la base del rispetto che ogni essere umano deve all'altro.

È molto potente questo richiamo a un principio etico fondamentale nel contesto sociale di oggi in cui non solo l'altro è usato come oggetto per i propri scopi, ma se ne fa un vero e proprio abuso.

La mia esperienza clinica mi dimostra quotidianamente questa tragica realtà che è all'origine di molti disturbi.

Sebbene Kant scriva nel 1785 quest'opera, "Fondazione della metafisica dei costumi" (Grundlegung zur Metaphysik der Sitten), rileggerla significa trovare in essa affermazioni di valore universale che purtroppo sono dimenticate, se non completamente ignorate, in un'epoca in cui si parla tanto di rispetto senza che lo si metta in pratica.

Tutti pretendono rispetto, ma quanti sono disposti a darlo?

Per dare rispetto e averlo, è indispensabile in primis averlo per sé stessi.

Chi non rispetta l'altro, non rispetta neanche sé stesso. Si comporta trascinato da quelle forze primordiali e irrazionali che abitano da sempre ogni essere umano e che, se non consapevolizzate, irrompono follemente abbattendo i confini della ragione.

Il fine di un percorso di analisi, nel vero senso del termine, è ripristinare ordine e armonia all'interno della psiche affinché queste forze non abbattano i confini dell'Io e l'individuo si relazioni col mondo esterno in modo equilibrato.

L'importanza di dire no a fini terapeutici La disponibilità verso gli altri è una grande virtù, ma non deve essere confu...
14/03/2026

L'importanza di dire no a fini terapeutici

La disponibilità verso gli altri è una grande virtù, ma non deve essere confusa con la rinuncia alla propria integrità.

Dobbiamo dire sì alle richieste buone e giuste, quelle che possiamo e vogliamo soddisfare, ma dobbiamo dire no a quelle che ledono la nostra dignità.

Dobbiamo dire no, senza sentirci in colpa, alle pretese che fanno di noi un mezzo e non un fine.

Teniamo sempre presente che la nostra integrità è un giardino che ha una recinzione che nessuno ha il diritto di violare.

Porre dei limiti è un diritto e un dovere verso noi e verso gli altri.

Dico questo perché molti disturbi psicologici sono causati dal non saper porre un confine tra i propri bisogni e quelli degli altri.

Ogni volta che un confine è invaso, sia da parte di chi lo ha permesso, o meglio subìto, sia da parte di chi si è arrogato il diritto di scavalcarlo, ci troviamo di fronte a qualcosa di ingiusto e patologico.

Dire sempre sì non è essere buoni, brave persone, anzi, può rendere complici dell'altrui cattiva condotta.

Un no fermo, senza giustificazioni, è l'unico modo per non tradire noi stessi e non ingannare gli altri.

Per dire il no necessario si richiede autostima, rispetto di sé, non dipendere dal giudizio esterno e neanche dalle conseguenze che può portare.

Io dico no a ciò che è immorale e dico sì a ciò che porta crescita interiore, e non solo a me.

Dire sì e dire no è un'arte che, se non ci è stata insegnata, si può sempre apprendere, in ogni momento della vita.

Richiede conoscenza di sé e dei propri limiti.

Non posso salvare dalle sabbie mobili qualcuno che vi è precipitato perché ne verrei inghiottita anche io.

Dare un aiuto a chi è nel fango e vuole restarci significherebbe solo sporcarmi.

Questo è importante nella pratica clinica: non posso aiutare chi non vuole essere aiutato e dico no, gentilmente sempre. Dico che non è il caso di andare avanti.

Lo dico chiaramente a un paziente che non collabora, non si impegna, con due parole, senza chissà quali spiegazioni inutili. L'altro lo sa già.

Offro tutto l'ascolto e la comprensione a chi realmente è intenzionato a fuoriuscire dal labirinto di contraddizioni in cui si trova.

In conclusione, è essenziale per vivere civilmente saper dire sì e dire no con tutta sincerità.

Ieri, 6 marzo, è stato un giorno memorabile.Michelangelo Buonarroti nasceva in quel lontano giorno del 1475 a Caprese, p...
07/03/2026

Ieri, 6 marzo, è stato un giorno memorabile.

Michelangelo Buonarroti nasceva in quel lontano giorno del 1475 a Caprese, per caso.
Il padre era lì podestà di passaggio.

Oggi quell'antico borgo quasi sparito si chiama Caprese Michelangelo. Lì è la casa natale del genio.
🤍
​C’è un’idea d'arte come perfezione, che aggiunge fregi e colori. E poi c’è Michelangelo Buonarroti per cui creare non è "mettere", ma "levare".

L'arte, come l'amore, furono per lui cosi, per "sottrazione".

​Entrava nelle cave di Carrara come un uomo che va a liberare dei prigionieri.

Non vedeva un blocco di pietra, vedeva un’anima intrappolata.

Toglieva il marmo di troppo, con una furia che faceva tremare chiunque gli stesse intorno.

Il suo "Non-Finito" è la prova di questa lotta: lo spirito che spinge per uscire dalla materia grezza, la carne che soffre per diventare luce.

Michelangelo non è stato solamente quel genio della scultura, della pittura e dell'architettura che tutti conosciamo e che ha dato voce al silenzio della pietra.

È stato un poeta immenso.

La sua poesia è fatta di nervi e ossa.

​Scriveva come scolpiva. Niente fronzoli, niente rime melodiose alla moda del tempo.

Le sue poesie sono fatte di parole scabre, dure, essenziali. Cercava il "concetto" puro, sottraendolo a ogni distrazione.

Anche l'amore fu per "Sottrazione".

​Nel privato, Michelangelo sottraeva. Pochissimi amici. Sottraeva se stesso alla vita mondana, alle corti, ai banchetti, vestiva come un mendicante, dormiva con gli stivali.

Viveva in una solitudine monastica, quasi paranoica, ossessionato dai sermoni del Savonarola e dal peso del peccato.

​ Eppure, in quella solitudine dura, inquieta e ribelle, c'è uno spazio tenero che vediamo
nelle lettere al fratello o al nipote Lionardo.

La durezza di quest'uomo definito "terribile", dal carattere impossibile, si sgretola.

È un amore fatto di preoccupazione costante, di assenza che diventa presenza ossessiva, di spogliamento di ogni maschera.

Amava togliendo il rumore, restando nell'osso dei sentimenti.

​Mentre gli altri artisti cercavano la gloria nei palazzi, lui scappava sulle montagne. Solo tra i giganti di pietra, lontano dalle trame romane che tanto odiava.

Un uomo "impossibile", sì, ma solo perché la sua misura era l'infinito, e l'infinito non accetta compromessi.

Avvertiva lo iato e la tensione che abitano l'uomo fra la sua finitezza, incompletezza, e l'anelito al trascendente.

Alla fine della sua lunga e tormentata vita, che ha attraversato il fulgore del Rinascimento e l'età burrascosa della Controriforma, scriveva:

"Né pinger né scolpir fia più che quieti
l’anima, volta a quell’amor divino
ch’aperse, a prender noi, ’n croce le braccia."

Dobbiamo tutti moltissimo a questo grande uomo che ci ha donato frammenti di eternità.

"Oh come alle volte, dalla mediocrità autoesaltatrice, dall’incessante vaniloquio degli uomini si vorrebbe fuggire nell’...
05/03/2026

"Oh come alle volte, dalla mediocrità autoesaltatrice, dall’incessante vaniloquio degli uomini si vorrebbe fuggire nell’apparente silenzio della natura, nel muto carcere di un lungo tenace lavoro, nell’ineffabilità d’un sonno profondo, d’una vera musica, d’un tacito contatto dei sentimenti, col cuore ammutolito dalla sua pienezza!»Oh, come alle volte, dalla mediocrità autoesaltatrice, dall’incessante vaniloquio degli uomini si vorrebbe fuggire nell’apparente silenzio della natura, nel muto carcere di un lungo tenace lavoro, nell’ineffabilità d’un sonno profondo, d’una vera musica, d’un tacito contatto dei sentimenti, col cuore ammutolito dalla sua pienezza!"

Questa celebre riflessione di Boris Pasternak si trova nella prima parte del romanzo Il dottor Zivago, precisamente nel capitolo secondo (intitolato "L'arrivo a Mosca" o "La bambina di un'altra cerchia", a seconda delle edizioni).

Nel vasto affresco narrativo de "Il dottor Živago" la parola poetica si intreccia costantemente con la riflessione morale e spirituale.

Il romanzo, ambientato negli anni tumultuosi della rivoluzione russa e della guerra civile, non è soltanto una storia d’amore o un racconto storico: è una meditazione sul destino dell’individuo travolto dalla Storia, sulla tensione tra autenticità interiore e clamore ideologico. In questo contesto, la citazione assume un valore emblematico.

Pasternak si pone contro ogni mediocrità autoesaltatrice e l’incessante vaniloquio degli uomini. Coglie qui una delle malattie morali del suo tempo, ma non solo del suo, come vediamo.

La mediocrità non è semplice limitatezza; si celebra da sé, pretende di imporsi come valore assoluto. È l’atteggiamento di chi, privo di autentica profondità, compensa con l’enfasi e la retorica senza lasciare spazio al silenzio e alla riflessione.

Ma la critica di Pasternak non si limita alla politica, riguarda una dimensione più ampia dell’esperienza umana: la saggiare tendenza a riempire il vuoto della chiacchiera con il silenzio.

Non è desiderio di fuga. Non si tratta di un’evasione codarda, bensì di una ricerca di autenticità in un silenzio che non opprime, ma accoglie.

Il "muto carcere di un lungo tenace lavoro” non è libertà immediata, è disciplina. È una reclusione scelta, un isolamento produttivo che sottrae l’individuo al rumore sterile.

Jurij Živago incarna questa tensione: medico e poeta, egli cerca nel lavoro e nella scrittura un modo per restare fedele alla propria interiorità, lontano dalle semplificazioni ideologiche.

L'esperienza interiore supera la parola. Se il vaniloquio è abuso del linguaggio, qui troviamo la sua sospensione.

Il sonno profondo rappresenta l’abbandono totale, la sospensione della coscienza vigile e delle sue sovrastrutture. La “vera musica” è l’arte che non ha bisogno di spiegazioni, che comunica direttamente con l’anima. Il “tacito contatto dei sentimenti” è forse l’immagine più intensa: un incontro tra esseri umani che non passa attraverso dichiarazioni enfatiche, ma attraverso una comprensione silenziosa.

La frase si chiude con un’immagine straordinaria: “col cuore ammutolito dalla sua pienezza”.

Non è il vuoto a rendere muto il cuore, ma la sua pienezza. Quando l’emozione è autentica e traboccante, le parole diventano superflue.

È un rovesciamento decisivo: il silenzio non è assenza, ma eccesso di senso. È la condizione in cui l’interiorità è così ricca da non poter essere ridotta a discorso.

In questa citazione si coglie una concezione profondamente poetica dell’esistenza.

Questa aspirazione si intreccia con la tragedia storica. L’individuo sensibile si trova schiacciato tra forze collettive che parlano in nome di ideali altisonanti. Il silenzio diventa allora una forma di resistenza morale. Non è un rifiuto della realtà, ma un rifiuto della sua deformazione ideologica.

La citazione conserva una sorprendente attualità. In un’epoca dominata da un flusso continuo di comunicazione, di opinioni, di commenti, il “vaniloquio” assume nuove forme. Pasternak sembra ricordarci che la verità non abita nel clamore, ma nella profondità.

È un inno al silenzio fecondo, non sterile, ma pieno, denso, generativo. Di fronte alla mediocrità che si esalta, Pasternak indica un’altra via: quella dell’interiorità, dell’arte autentica, del lavoro paziente e del sentimento che non ha bisogno di proclamarsi.
È una lezione di sobrietà e di profondità, affidata a una lingua che, pur denunciando l’abuso della parola, dimostra quanto la parola stessa possa ancora essere vera, quando nasce da un cuore colmo fino al silenzio.

IL.CORPO CHE DICE NO: DA SANTA CATERINA AL SELFIE  ​Nella mia esperienza di psicoterapeuta e analista, ho trattato molti...
01/03/2026

IL.CORPO CHE DICE NO: DA SANTA CATERINA AL SELFIE

​Nella mia esperienza di psicoterapeuta e analista, ho trattato moltissimi casi di disturbi alimentari. Ogni volta, mi trovo davanti a un mistero che non è solo biologico, ma profondamente esistenziale: il digiuno come atto di ribellione.

​Leggendo "La santa anoressia" di Rudolph Bell, ho ripercorso una linea sottile che unisce i santi di ieri alle ragazze e ai ragazzi di oggi. È una linea fatta di privazione, controllo e un disperato bisogno di autodeterminazione.

La Ribellione all'Ordine del Mondo è evidente in ​figure come Caterina da Siena, Chiara d’Assisi o Teresa d’Avila. Cercavano l'unione mistica con Dio in opposizione a ciò a cui una fanciulla dell'epoca era destinata.

Da analista, leggo pertanto in loro, non solo il rifiuto del cibo come una strenua opposizione ai matrimoni forzati e a destini già scritti da altri, ma una vera spinta a qualcosa che riempisse di senso altro la loro esistenza.

Anche Luigi Gonzaga, con il suo rigore estremo, ci mostra questa "fame di assoluto" che non ha genere. Molti furono i Santi anoressici, seppur di loro si parli poco in quanto, essendo uomini, erano più liberi di compiere le loro scelte.

Non sono dunque d'accordo per molti aspetti con Bell che vede nella santa anoressia una antesignana dell'anoressia dei giorni nostri.

Tuttavia è pur certo che, al di là della grandezza spirituale dei santi, alla base ci fu senza dubbio un trauma, storicamente documentato, derivato da ostacoli in famiglia, ostacoli sociali, lutti, sensi di colpa per il male occorso ai familiari e per il male in cui versava il mondo, un male da espiare attraverso l'unione alle sofferenze di Cristo.

Il corpo diventava l’unica arma di battaglia per affermare la propria volontà contro il male soffocante.

Col tempo il rigore religioso è andato sfumando e si è passati via via dal digiuno etico all'infelicità del digiuno forzato per ragioni psicologiche profonde legate superficialmente all'estetica, che appare tutt'oggi come il tema dominante, anche se non lo è. Dietro si celano complessi di inadeguatezza, mancanza di calore, accoglimento genitoriale e molte altre cause.

​Elisabetta d’Austria ne è un esempio. Appare come lo spartiacque fra la santa anoressia e l'anoressia nervosa, una vera e propria patologia come la conosciamo oggi. Fu una donna profondamente infelice che usò il controllo del corpo per gestire l'angoscia di una corte che la voleva solo come "oggetto". In lei, la ribellione inizia a tingersi di estetica: la magrezza diventa una corazza visibile, un'ossessione per l'immagine che oggi conosciamo bene.

Invece ancora in Simone Weil (1909-1943) non c'è traccia di vanità. Il suo è un digiuno etico, una solidarietà radicale con gli oppressi che diventa però autodistruzione. Una santità laica che, pur altissima, rivela l'impossibilità di abitare il limite umano.

​Oggi assistiamo all''Era dell'Immagine.ù
​L'’anoressia e la bulimia, pur conservando quel nucleo di "opposizione al mondo", si sono coniugate con il canone estetico moderno.

Se per Caterina il vuoto era riempito da Dio, oggi quel vuoto rischia di essere catturato dallo specchio o da un display.

La sofferenza fisica è la stessa, ma la componente estetica, prima assente, ha reso il disturbo ancora più complesso da scardinare. È una sofferenza psichica.

​Il mio pensiero da credente e clinica:
il corpo ci è dato per abitare il mondo, non per scomparire da esso. Ci è dato per agire ed essere utili agli altri e pertanto è degno di cura e rispetto. Non è un oggetto da controllare non avendo alcuna fiducia in sé e in nessuno.

Le Sante anoressiche, nonostante il poco o nullo cibo, hanno operato nel mondo e per il mondo, con una forza resistente a tutto per il bene degli altri, non per il culto della propria immagine. Traevano forza dalla fiducia in sé e dalla fede.

Guarire oggi dall'anoressia nervosa non significa pertanto solo "tornare a mangiare", ma trovare un modo per opporsi alle ingiustizie e al dolore senza dover distruggere l'altare su cui poggia la nostra vita e darle quel senso che possa nutrire pienamente l'anima liberandola dalla gabbia rassicurante e terribile del controllo.

Nel mio studio, quando ascolto chi soffre di questi disturbi, sento vibrare la stessa tensione di quelle grandi figure del passato.
Sono persone indomite, estremamente intelligenti. C'è una nobiltà che purtroppo è sommersa dalle loro radicate convinzioni.

Nella loro apparente fierezza ribelle si nasconde una grande sensibilità e fragilità, una richiesta muta di assoluto calore e accoglimento che non trova cittadinanza in un mondo superficiale.

​Tuttavia, come analista, il mio compito non è soffocare quella ribellione, ma aiutare questi pazienti a cambiare linguaggio affermando i propri bisogni e imparando la fiducia in sé, nel proprio corpo e negli altri, spesso tenuti lontano come avversari, potenziali invasori del proprio territorio. Queste sono le fondamenta mancanti su cui costruire. Si può fare solo attraverso l'accoglimento incondizionato e quell'accudimento caldo e protettivo mancato.

​Il paradosso del controllo è che, mentre credi di dominare il corpo, finisci per diventarne schiava. La "scelta d'acciaio" di non mangiare diventa una prigione più stretta di quella da cui si voleva fuggire.

​Cosa faccio come terapeuta?
Cerco di spostare l'obiettivo: dalla distruzione del contenitore (il corpo) alla cura del contenuto (l'anima, il desiderio, l'identità).

​Lavoriamo per trasformare quel "No" distruttivo in un "Sì" generativo poiché
​ la vera sovranità non sta nel sottrarsi alla vita, ma nell'abitarla con tutte le sue imperfezioni.

​Da credente, vedo in questo percorso una forma di resurrezione quotidiana. Guarire non significa diventare "normali" o conformarsi a un peso ideale; significa scoprire che il proprio corpo non è un nemico da sconfiggere o un'immagine da ridefinire, ma il tempio in cui la nostra libertà può finalmente danzare, anziché irrigidirsi.

​La sfida oggi è ritrovare un senso che vada oltre l'estetica, una spiritualità che non tema la carne come ostacolo per essere accolti, ma la elevi. La vita non è fatta per essere osservata da fuori, ma per essere gustata e vissuta.

​Chi di voi non ha mai sentito il bisogno di usare il corpo per dire ciò che le parole non riuscivano a esprimere?

Il Museo dell’Innocenza: l’ossessione che imbalsama la vita ​Esiste un confine sottile, eppure violentissimo, tra il cul...
22/02/2026

Il Museo dell’Innocenza: l’ossessione che imbalsama la vita

​Esiste un confine sottile, eppure violentissimo, tra il culto della memoria e la patologia del possesso.
Nel riflettere sulla complessa vicenda narrata nel libro "Il Museo dell’Innocenza" di Orhan Pamuk dal quale è tratta l'omologa serie Netflix, emerge un archetipo relazionale tanto affascinante quanto distruttivo: il collezionista di simulacri.
​ L’Altro esiste in quanto Oggetto Parziale.
​Il protagonista non ama una donna, ama l'effetto che lei produce sulla sua estetica interiore.
Attraverso migliaia di oggetti, un orecchino, un mozzicone, un frammento di quotidianità, egli mette in atto una feticizzazione del legame.
Da un punto di vista psicoanalitico è evidente in questo atteggiamento non una prova d’amore, ma una negazione del Soggetto: l’altro viene smontato in "pezzi" gestibili, catalogabili e, infine, inermi.
La "vittimizzazione strategica" del protagonista del romanzo è il motore di questa dinamica.
Recitare la parte del malinconico, del tormentato o dell'indeciso non è un segno di fragilità, ma una tecnica di immobilizzazione dell'altro.
L'ambiguità diventa arma di controllo che impedisce alla vittima di separarsi, costringendola in un’attesa perenne che svuota l’identità e consuma la volontà.
Il desiderio del narcisista è quello di fermare il presente. Assistiamo a quella che si chiama imbalsamazione del tempo.
La bellezza dell'altro è accettabile solo se resta immutabile, come una reliquia sotto vetro.
In questo sociale malato, dove il possesso è travestito da poesia, la "crescita" della donna viene percepita come una minaccia. La libertà dell'Altro è il vero nemico del collezionista.
Si giunge infine a una resa finale.
​Il dramma si compie quando la vittima, saturata dallo sguardo oggettivante dell'altro, arriva a dire: "Voglio essere libera", ma sa che non ne sarà capace.
È il successo finale della manipolazione: la convinzione che la vita fuori dalla teca non esista più.
In quel momento, l’atto estremo non è follia, ma l'unico modo per sottrarsi a una prigionia simbolica diventata asfissiante.
​In conclusione: ogni museo dedicato a una persona vivente è, in realtà, un mausoleo.
Diffidate di chi vi mette su un piedistallo: spesso serve solo a tenervi fermi mentre vi trasformano in marmo.

Queste sono solo alcune fra le mie molte riflessioni lasciatemi dalla lettura del libro e dalla visione della serie. Entrambi hanno un successo esorbitante, e non a caso, dal momento che già il titolo è accattivante e misterioso.


​ Anche chi non conosce Pamuk riconoscerà la dinamica della "gabbia dorata" e dell'uomo che ama i ricordi più della persona reale.

Pamuk ha avuto anche un Nobel per la letteratura internazionale per quest'opera.
Lascio a voi la lettura del romanzo e la visione della serie affinché possiate esprimere le vostre impressioni.

Non dico altro e attendo i vostri commenti.
Mi interessa sapere cosa avete compreso e se vi è piaciuto questo "amore romantico" per niente romantico sullo sfondo di una società borghese in cerca di trasformazione a Istambul negli anni '70. Anche la città è imbalsamata nel tempo nostalgico dell'autore che la ama come si ama una donna-oggetto, ovvero un Io che vuole eternizzarsi in un'età di innocenza che di innocenza non ha nulla.

L'ALIBI DI FRANCESCA: L'AMOR  CORTESE COME ALIENAZIONE DELL'IO ​Spesso leggiamo il V Canto dell'Inferno come una tragedi...
19/02/2026

L'ALIBI DI FRANCESCA: L'AMOR CORTESE COME ALIENAZIONE DELL'IO

​Spesso leggiamo il V Canto dell'Inferno come una tragedia romantica. In realtà, è il resoconto di un vero e proprio fallimento psichico.

Il protagonista e l'artefice del comportamento è sempre l'Altro: Francesca usa "Amor" come soggetto costante delle sue terzine.

Non è lei a decidere, è il codice dell'Amor Cortese ad agire attraverso di lei.

In termini psicoanalitici, è una rinuncia totale alla responsabilità personale.

L'amore cortese porta a una distorsione del misticismo cataro.

Se il "vero" amore deve essere puro spirito, allora non può coincidere con il matrimonio (contratto carnale e sociale).

Risultato? L'adulterio diventa l'unica forma di amore "nobile".

​"Amor ch'a nullo amato amar perdona" non è un verso dolce, dall'interpretazione facile e per nulla realistica.

Dante ci dice che non vi è perdono per nessuno che fa dell'amore una forza che trascina l'Io sottomettendo la ragione ai sensi.

È una sentenza: non esiste grazia per chi nega la propria responsabilità.

Se dai la colpa all'Amore, come ha fatto Francesca, rinunci al Libero Arbitrio e non esiste redenzione.

Ciò che "offende" Francesca non è il modo in cui fu uccisa, ma sempre quell'Amor, soggetto della frase, che è tutt'ora la sua stessa rovina.

È una forza che indebolisce, colpisce, debilita, infine annulla l'Io nella sua libertà di opporsi. È la bufera che per contrappasso ancora la travolge.

Dante cade come corpo morto. Perché? Ha preso coscienza del baratro in cui egli stesso è caduto rischiando di perdersi se non fosse intervenuta la grazia a salvarlo.

Tutta l'opera è un cammino di espiazione e redenzione, dalla Selva Oscura all'Empireo.

Lo Stilnovo che lo ha catturato in gioventù appare pertanto a Dante come una "setta" capace di giustificare il peccato attraverso la bellezza della forma estetica.

L'amore che toglie la responsabilità è dunque ancora amore, o è solo un modo sofisticato per dare forma alla schiavitù dell'Io? 🖋️✨

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