15/03/2026
Oltre il Corsetto: Il Delirio di Autosufficienza di Elisabetta di Baviera
Se si cerca nel film di Marie Kreutzer "Il corsetto dell'imperatrice" il conforto di un’icona estetica, non si può che rimanere delusi. Il film non ha infatti riscosso il plauso del pubblico.
È invece un'opera eccezionale da cui
emerge un quadro clinico di una potenza devastante.
Come psicoanalista, lo sguardo non può fermarsi alla superficie del sintomo, deve scendere nell'abisso di un solipsismo tragico.
Elisabetta non soffre solo di restrizione alimentare, controllo della perfezione fisica da mantenere a ogni costo, impossibilità di accettare l'ingovernabilità del passare degli anni, c'è molto altro che la rende un essere umano impenetrabile, agghiacciante per lo spettatore che rimane spiazzato.
Non è così per chi invece esercita la mia professione e per tutti coloro che, pur nelle infinite differenze individuali, si riconoscono in parte o in tutto nel personaggio magistralmente interpretato da Vicky Krieps, ma anche per chi è interessato a comprendere dinamiche tanto complesse.
Il film si apre con il festeggiamento dei quarant'anni dell'imperatrice e si svolge interamente in quell'unico anno, vissuto da lei come una pietra miliare che segna l'irreversibilità del tempo e il suo ultimo destino.
Non è un film aderente agli eventi storici che segneranno in seguito la vita dell'imperatrice. Non è questo l'intento dell'opera che si ferma lì, in quel breve spazio temporale nel quale tutto è già scritto e compiuto, come un inevitabile destino.
Elisabetta è abitata da un delirio di autocontrollo e controllo su chi le è vicino, su cui esercita un potere possessivo, come nel caso della sua dama di compagnia Maria.
La corona le pesa, ma le dà il diritto e il potere di fare dell'altro e della sua vita ciò che vuole.
Elisabetta vive nel mito dell'autosufficienza, di una libertà da tutto e da tutti che la spinge compulsivamente a una fuga senza limite.
Chi può negare i bisogni del proprio corpo può fare a meno di tutto.
È una trappola, un autoinganno, che negando la dipendenza da ogni legame, lo trasforma nell'intoccabile dipendenza dai suoi rituali.
Il suo modo di stare al mondo in costante contrapposizione potrebbe essere interpretato come conseguenza dell'oppressione da parte dell'ambiente familiare e sociale di cui sarebbe vittima.
In realtà non è così e, anche se le offre un alibi potente, esprime la secessione di un "animo virile" che trasforma la privazione in dominio.
Il corpo diventa il territorio di una sovranità assoluta, dove il rifiuto del cibo e dell'altro non sono segni di fragilità, ma atti di una volontà di potenza distruttiva.
C'è un passaggio che squarcia il velo: la scena della vasca da bagno.
In quell'autoerotismo solitario e gelido c'è il ritirarsi della libido dall'oggetto esterno su di sé.
L'irrilevanza dell'oggetto esterno nega il piacere stesso e la chiude in una solitudine infelice e tragica.
L'unica concessione riservata all'altro è lo sguardo di adorazione per la sua bellezza in cui trova quella conferma di sé che non ha e ha il terrore di perdere invecchiando. Ma non può bastare a una struttura di personalità governata da un’autarchia pulsionale che agghiaccia.
L'altro non è solo escluso, è reso superfluo.
Siamo di fronte a una "resistenza" che ricorda l'ascesi di una Santa Caterina, ma, privata della trascendenza mistica in Dio, è patologica.
Resta solo l’Io, n**o e feroce, che nel sentirsi "diverso e migliore" sceglie la solitudine come unico piedistallo possibile.
È la tragedia della perfezione che, per non essere contaminata dalla "banalità" dell'amore e della dipendenza, sceglie la propria fine.
Il film è bellissimo, proprio perché ci mette di fronte all'orrore di una libertà che, rifiutando ogni legame, finisce per coincidere con il vuoto.
Sul piano psicoanalitico è evidente come in queste strutture di personalità sussista la convinzione che la vulnerabilità sia una forma di mediocrità.
Per queste donne, l'intelligenza che è indubbiamente superiore, diventa spesso una trappola che serve a giustificare il distacco.
La sfida clinica è integrare questa superiorità intellettiva con il limite umano: è l'unica via per evitare che la fierezza si trasformi in una condanna all'isolamento assoluto.
Sissi, nel film, fallisce proprio in questo: non riesce a trovare un compromesso tra la sua mente lucida e il decadimento della carne, tra la sua statura intellettuale e la necessità di essere "una tra le tante" nel cerchio delle relazioni umane.
Il successo clinico con queste pazienti non è riportarle alla normalità, ma aiutarle a capire che l'imperfezione non è il nemico dell'eccellenza.
La Sissi di Corsage ci agghiaccia perché sceglie di restare un'idea pura, preferendo la propria distruzione alla "umiliazione" di essere umana.
È l'intelligenza che, invece di illuminare la vita, sceglie di brillare nell'oscurità di una solitudine invincibile.
Nella mia esperienza clinica con centinaia di donne affette da disturbi alimentari, ho imparato che la vera cura non risiede nel ritorno alla regolarità del cibo, ma nella complessa transizione dall'autosufficienza onnipotente all'accettazione dell'umana imperfezione.
In queste strutture di personalità, l'intelligenza superiore e la sensibilità iper-sviluppata vengono utilizzate come una corazza.
Il sintomo è il baluardo di una nobiltà tragica che preferisce la morte alla "banalità" del bisogno.
Il conflitto centrale è come relazionarsi al mondo senza sentirsi annientate. Come accettare di essere "mancanti" senza perdere quel senso di unicità e superiorità intellettuale che le definisce.
Il film Corsage mostra il fallimento di questo passaggio. Sissi non riesce a integrare la sua "intelligenza superiore" con il limite del corpo e del tempo. Per lei, la relazione è perdita di sé; l'imperfezione è un'onta insopportabile.
In queste persone vi è un'agghiacciante coerenza: quando la struttura è così granitica, la paziente non cerca la guarigione, ma la perfezione addirittura come oggetto di analisi.Vuole essere una analizzanda perfetta.
Il successo terapeutico, in questi casi, è una conquista silenziosa: è permettere a queste donne di "scendere dal piedistallo" della loro tragica solitudine per scoprire che l'imperfezione non è un fallimento, ma il presupposto stesso della relazione e della vita.
Il senso di "gelo" che si prova guardando il film potrebbe essere anche il riconoscimento di quella resistenza estrema a cui un terapeuta può andare incontro in seduta.
Le tante Sissi indomabili sono le pazienti che si ostinano a "vincere" contro ogni tentativo di integrazione, preferendo diventare icone di marmo piuttosto che donne umanamente imperfette.
C'è da fare una distinzione fondamentale tra il film e la pratica terapeutica. La terapia offre loro la possibilità di essere intelligenti e umane, mentre la struttura della Sissi del film sceglie di essere superiore e morta.
Porre l'accento sull'integrazione tra intelligenza e limite è il messaggio più forte che si possa dare a chi si approccia alla cura di tali personalità.