La Stanza della Psicologia

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Ogni cultura ha avuto una sua "forma" che si è espressa nel modo di costruire i propri edifici attraverso i quali diceva...
12/01/2026

Ogni cultura ha avuto una sua "forma" che si è espressa nel modo di costruire i propri edifici attraverso i quali diceva quali fossero i valori condivisi, il pensiero, la religione, la filosofia, l'etica. Le piramidi egizie dicevano la potenza dei faraoni, il loro credere nella vita dopo la morte, un'intelligenza matematica e geometrica perfetta, una competenza oltre il limite e l'aspirazione all'eterno, come se quel mondo fosse incorruttibile. Ma tutto a un certo punto è finito, si è disgregato, corrotto. Così per tutte le grandi culture della storia. C'è un momento in cui, dopo lungo processo trasformativo, tutto finisce, e finisce perché perde la sua forma. La cultura greca, con il senso delle proporzioni armoniche e perfette, con i suoi templi squadrati, le colonne doriche che indicano essenzialitá e stabilità, ordine etico e politico, chiarezza di pensiero, nel tempo ha trovato la sua fine perdendo la sua forma.
I romani hanno costruito templi, acquedotti, ponti, edifici pubblici testimoni di magnificenza, supremazia, potere assoluto.
Poi la forma è cambiata, dal quadrato al cerchio, alla cupola, all'ellisse, dagli spazi definiti a qualcosa di vasto, aperto e meno definito. Il loro mondo entrava in crisi assimilando forme nuove importate da nuove culture e fu il tramonto. È vero che la storia è un susseguirsi di culture che si trasformano in altre, ma tutto ciò ne comporta la fine. Il medioevo ha avuto una sua forma espressa dalle cattedrali gotiche che svettano al cielo, in linea con la tensione cristiana verso il trascendente. L'umanesimo e il rinascimento hanno recuperato forme classiche, ma in modo diverso poiché al centro c'è l'uomo che sa, conosce, esplora, non c'è il sacro, il divino. È cultura della bellezza immanente. Anche questa cultura, raggiunto l'apice, è tramontata nella disgregazione del perfetto matematico e in età barocca tutto è non stabile, è in movimento, tutto cambia, dell'architettura alla scultura, alla pittura. Anche quell'epoca è finita e ne è susseguita un'altra, così via, fino ad arrivare a oggi dove ogni espressione è funzionale, non si aspira al bello come equilibrio. Oggi l'Occidente sembra non avere una sua forma definita, tutto è in funzione dell'uso che si può fare di una cosa. Grattacieli, opere grandiose che sfidano il limite, novità soggettive in ogni espressione artistica, fino al nonsenso, il brutto ritenuto originale. È il trionfo della scienza e della tecnica, ma anche dell'individualismo più sfrenato. La forma non c'è più e, quando una cultura perde la sua forma, si è alla fine. È il mondo di un'apparente libertà soggettiva di espressione. È il mondo dove la cosiddetta trasparenza è equivocata.Tutto deve essere detto, mostrato in pubblico. È il mondo non della trasparenza come verità, ma dell'apparire nell'illusione di esistere e valere qualcosa. Si osa sempre più, ci si spinge sempre oltre. Il silenzio del segreto, del mondo interiore, è perduto. Tutto deve essere detto e manifestato. È un mondo di falsità dove la fragilità non è ammessa e quella che si crede libertà individuale di espressione è invece una gabbia che imprigiona. Abbiamo perduto il senso della misura, ovvero di quello che io chiamo "forma", che è l'essenza di una cultura.
L'Occidente è al crepuscolo, o è già tramontato, e non sappiamo se nascerà un uomo nuovo, un'umanità nuova capace di ritrovare il senso della misura, quella forma che pone ordine etico al caos ed è conferita dal senso del limite. Se ciò non accadrà sarà tutto spazzato via dal tempo e non rimarranno neanche le vestigia che hanno lasciato le grandi culture del passato.

Riprendo in mano quei miei grandi maestri che hanno dato forma alla mia anima e mi hanno plasmato affinché potessi svolg...
02/01/2026

Riprendo in mano quei miei grandi maestri che hanno dato forma alla mia anima e mi hanno plasmato affinché potessi svolgere il mio lavoro di terapeuta.

Sono stati molti, ma alcuni restano un punto di riferimento unico: Agostino, Meister Eckhart, Duns Scoto, Taulero e così via nei secoli, fino ad arrivare a Kierkegaard, in un continuum segnato anche da divergenze, ma dalla stessa capacità di entrare nel buio più profondo dell'anima.

Un interrogativo attraversa il cuore di tutti costoro e di chiunque fra noi si chiede cosa sia la libertà e la responsabilità delle nostre azioni.

Dietro questa domanda si cela l'angoscia fra la tensione a soddisfare il desiderio evitando il dolore e la chiamata a compiere ciò che si sente come giusto, a costo del sacrificio di sé stessi.

Questa scelta appare scandalosa per la mentalità moderna abituata a identificare la libertà con il diritto ad autodeterminarsi.

Quante volte evitiamo la sofferenza scegliendo la fuga, il silenzio, il compromesso, e quante volte invece comprendiamo che la vera libertà consiste nel rimanere fedeli a ciò in cui crediamo, che amiamo, anche quando il mondo non lo capisce.

Queste sono le domande che mi pongo oggi rileggendo ancora una volta "IL CONCETTO DELL'ANGOSCIA e LA MALATTIA MORTALE" di Kierkegaard.

Qui egli dice: "L'angoscia è il vertiginoso esercizio della libertà" e "Se l'uomo fosse un animale o un angelo, non potrebbe angosciarsi. Poiché invece l'uomo è una sintesi, egli può angosciarsi e più profonda è l'angoscia, più grande è l'uomo".

I mistici medioevali lo sapevano bene, anche se non usavano queste stesse espressioni.

Dobbiamo in ogni momento compiere una scelta, e ogni scelta è una crisi che comporta angoscia, ma fuggire è un inutile tentativo di evitarla.

L'angoscia è una condizione "esistenziale" e non è da confondere con la malinconia o la depressione, o altri disturbi psichici che impoveriscono la vita.

È il dubbio universale che accompagna ogni scelta, ci rende responsabili, ci umanizza.

31/12/2025

Il mio augurio a tutti gli amici, virtuali e non, grata per avermi tenuto compagnia in questo lungo anno. Auguro serenità e pace a ognuno di voi, nelle vostre famiglie e nelle vostre case.

31/12/2025

Muore l'anno e ne nasce un altro.

È cosa buona festeggiare accettando con tranquillità il futuro ignoto e dando immenso valore a quell'attimo in cui da una fine prende avvio un nuovo inizio che in qualche misura dipende anche da noi.

Si dice sempre che il presente non esiste, è un batter di ciglia che nel momento stesso in cui è, già non è più, appartiene al passato.

Non è così perché quel preciso istante è, ed è il tempo della scelta, del discernimento e ha un valore assoluto proprio perché rimarrà tale, immutato, come ogni respiro e battito cardiaco.
Ogni istante posso, voglio, devo, compiere un atto che rimarrà in eterno e non lo potrò più cancellare.

Non dare "essenza" al presente, all'attimo, è annullare la libertà e la responsabilità che essa comporta.

Il tempo è divenire e al contempo essere, non vi è contrasto.

Tutto è, e rimarrà fissato in un eterno immutabile. Ogni parola pronunciata, ogni azione, rimarrà scolpita.

Presente, passato e ciò che sarà sono raccolti nell'unica dimensione di una retta che va all'infinito, e non è dato a noi conoscere razionalmente cosa sia.

Tutto è in un eterno, senza dimensioni, a noi inconcepibile con la ragione, ma pensabile chiudendo gli occhi e toccando il fondo dell'anima dove abita il silenzio assoluto del sacro, dell'indicibile.

Auguro a tutti di dare valore a quell'istante che segna una rinascita.

Auguro a me e a tutti di compiere scelte di cui non ci potremmo un giorno rimproverare.

BB è stata l'incarnazione di un archetipo femminile universale: la donna eternamente adolescente, misteriosa, esoterica,...
28/12/2025

BB è stata l'incarnazione di un archetipo femminile universale: la donna eternamente adolescente, misteriosa, esoterica, avvenente, sensuale, esuberante e spontanea. Ma anche indomabile, volitiva, sicura del suo fascino, libera, inafferrabile, volubile, che non sta in nessun canone tradizionale. Infine, controcorrente.

Tutte le donne, al di là dell'aspetto estetico (che non coincide con il fascino), hanno in sé tali e altrettante potenzialità, ma solo poche non hanno il timore di reprimerle.

Ogni donna ha nel suo inconscio tutte le potenzialità archetipiche (Artemide, Atena, Demetra, Estia, Era, Persefone, Afrodite) ma ne esprimono solo una o alcune, quelle predominanti per natura. Le altre rimangono virtuali e inespresse nell'inconscio.

Lei per natura aveva predominante Afrodite, ma anche Persefone, la bambina fragile, apparentemente ingenua, e per entrambi questi aspetti tanto piacque al maschile.

Ma negli anni fu anche Demetra, la madre, per la cura materna degli animali. E venne molto amata, non solo invidiata, dalle donne.

Oggi rimane un mito, ammirata da uomini e donne, e invidiata da tutti coloro che, al di là del genere, seppelliscono nel proprio inconscio queste potenzialità ritenute scomode o difficili da gestire socialmente.

Abbiamo perso il senso dell'ottativoL'ottativo è un modo verbale che esprime desiderio, possibilità, ed è tipico di ling...
27/12/2025

Abbiamo perso il senso dell'ottativo

L'ottativo è un modo verbale che esprime desiderio, possibilità, ed è tipico di lingue indoeuropee antiche come il Greco antico, il Sanscrito e lingue indoiraniche; è presente anche in alcune lingue moderne.

In italiano le sue funzioni sono svolte principalmente dal congiuntivo e dal condizionale, ma non è la stessa cosa.
Dobbiamo usare circonlocuzioni per dire quello che è detto con una sola parola.

Oggi ogni desiderio è qualcosa da ottenere a ogni costo, abbiamo perso il senso del limite.

Il limite non impedisce il desiderio ma ne dà la "forma".

Proprio l'irraggiungibilità del tutto permette di desiderare. I greci lo sapevano molto bene.

Chi desidera oltrepassare il limite della condizione umana si perde come Icaro o è punito come Prometeo.

Oggi la scienza non si pone limiti e si spinge sempre più oltre in territori nuovi da esplorare, da conoscere con la ragione.
Oggi l'individuo sorpassa il "metron", la misura e vuole giungere alla perfezione, aspira perfino all'immortalitá non accettando l'impermanenza delle cose.

Non c'è più limite al volere. Ciò che si vuole è lecito.

Il risultato è la tristezza nel fondo dell'anima
perché ogni desiderio appagato ne fa nascere uno nuovo. Si vive una tensione che è costante insoddisfazione.

L'ottativo esprime un desiderio che si vorrebbe soddisfare ma lascia del tutto ipotetica la sua reabilizzalità. A volte si può, molte altre no.
Significa: ah se potessi, o voglia il cielo che, oppure vorrei che...
La realizzazione non dipende esclusivamente dal mio agire.

È bene desiderare, altrimenti la vita è priva di speranza, ma c'è differenza tra il desiderio possibile da realizzare, sempre con il nostro impegno, e quello impossibile, nonostante si vorrebbe che si realizzasse.

Sembra oggi che tutto sia a disposizione del nostro volere, attraverso la tecnologia, il sapere scientifico, l'intelligenza artificiale.
Non è così.

Il desiderio finisce nel momento in cui è appagato e si vuole di più, sempre di più.
Si finisce col non sentirsi mai contenti, in ogni campo relazionale, dal lavoro alla sfera degli affetti.

È bello anche desiderare, tendere a qualcosa che per nostro limite sappiamo essere irraggiungibile. Lo sogniamo, lo immaginiamo, ma rimaniamo nella realtà di ciò che è effettivamente possibile.

L'ottativo dei greci lo esprimeva bene.
Desiderare non è volere o potere qualsivoglia cosa, è sperare che qualcosa dall'alto delle stelle scenda a noi.
De-siderare significa appunto questo.

Non si può ottenere tutto ciò che si vuole, ed è saggio conoscere il proprio limite.

Marc Chagall: La caduta di Icaro" (1975)

Mémoires de J. Casanova de Seingalt, écrits par lui-même Questo il titolo dell'autobiografia scritta in francese da Giac...
20/12/2025

Mémoires de J. Casanova de Seingalt, écrits par lui-même

Questo il titolo dell'autobiografia scritta in francese da Giacomo Casanova tra il 1789 e il 1798 e pubblicata postuma.
Leggo l'opera in italiano, "Storia della mia vita", in tre volumi, tradotta da Giancarlo Buzzi, Vincenzo Abrate e Giovanni Arpino, a cura di Piero Chiara, Mondadori 1983-1989.

Non posso non fare il confronto con il libretto di Lorenzo Da Ponte su cui Mozart compose il suo Don Giovanni.

Casanova e Don Giovanni sono da sempre considerati due inguaribili seduttori, due depravati, due mascalzoni.

Leggendo Casanova vedo invece l'enorme differenza tra loro.

Innanzi tutto Casanova è un uomo realmente esistito mentre Don Giovanni è un personaggio immaginario.

Giacomo Casanova è Venezia, con la sua incredibile capacità di apparire cangiante allo sguardo dell'osservatore, avvolta di luci abbaglianti o di una foschia che rende indistinguibili case, palazzi, calli, ponti, canali. È la Venezia permeata dalla cultura illuminista, la Venezia dove si va in giro con le maschere, una città unica dove realtà, commercio, senso pratico, si mischiano con la leggerezza della mondanità, dove il serio e il burlesco, il rigore morale e l'avventura si confondono.
Questo è il teatro in cui muove Casanova, un uomo audace, avventuroso o avventuriero, che ama ed è riamato.
Non seduce per sottomettere, seduce ed è a sua volta sedotto. Ama la vita in ogni suo aspetto, ama le donne, ama l'amore, non il potere che ne trae.

Don Giovanni, nonostante sia il protagonista di un'opera "comica", è una figura oscura, terribile, malvagia e tragica. Non sa amare, non trae piacere se non dal collezionare conquiste. Le donne sono oggetti, numeri. Infine arriva a uccidere. Affronterà la giusta punizione per tutto ciò che di immorale ha compiuto e sarà dannato all'inferno.

C'è una grande differenza tra queste due figure divenute popolarmente archetipiche del seduttore capace di ingannare attraverso strategiche manipolazioni.

Casanova fu un uomo di grande intelligenza e notevole cultura, brillante e figlio dei suoi tempi, amorale ma non immorale. La sua vita è l'incarnazione della sua visione filosofica per la quale la vita è gioia e va goduta in pieno, in linea col pensiero dei suoi tempi e di quella Venezia cui apparteneva visceralmente, nonostante il suo viaggiare continuo qua e là.

Fu spregiudicato senza dubbio, ma fu anche capace di raccontare con sincerità la sua vita, nel bene e nel male, di riconoscere i suoi difetti, ammettere le sue colpe, scrivendo tuttavia sempre con squisito senso dell'umorismo e leggerezza.

Leggerlo non disgusta mai. Racconta i suoi incontri amorosi dove l'eros è amore, appassionato e mai volgare.
Scrive le sue memorie oramai alla fine della sua intensa vita, e i ricordi sono intrisi di nostalgia, malinconia.

Non ho l'impressione di trovarmi di fronte a un depravato, come è il Don Giovanni di Da Ponte-Mozart. Ho più l'impressione di aver a che fare con un adolescente un po' sconsiderato, incosciente, che si innamora ogni momento e poi, da vecchio, si rende conto della vanità della sua vita.

Provo compassione per lui, mentre per il Don Giovanni nessuno ne potrà mai avere. La fine della vita di costui non è la malinconica nostalgia di un vecchio ma lo scontro all'ultimo sangue con la giustizia e la morte alla quale non vuole rassegnarsi, ma sulla quale non potrà avere più il potere, l'unica cosa che aveva cercato sempre.

Discepolo dello pseudo-Dionigi, un ignoto inglese del XIV secolo che pratica "l’etica dell’ignoranza" compila un trattat...
16/12/2025

Discepolo dello pseudo-Dionigi, un ignoto inglese del XIV secolo che pratica "l’etica dell’ignoranza" compila un trattato che colpisce per nitidezza addentrandosi negli abissi della "nube della non conoscenza".
"The Cloude of Unknowyng" offre a un discepolo un manuale per uscire fuori di sé, sfiduciando la ragione, sfidando le alte teologie, "macinando l’invisibile".

“Non ti affaticare in alcun modo con la tua intelligenza né con la tua immaginazione, perché ti dico che in verità non si consegue tale esperienza per mezzo di esse: non usarle, dunque, lasciale perdere”.

Questo autore che ha voluto di proposito rimanere anonimo ha un fascino incredibile. Dice verità profonde sul piano psicologico, di grande attualità.

Ciò che si può definire con il pensiero razionale, diremmo oggi "che arriva alla coscienza", è nulla rispetto a ciò che vive nelle profondità dell'anima.

È un mistico che risente del pensiero di Meister Eckhart, di Iacopone, di Duns Scoto, di Caterina da Siena, e sicuramente altri che nel medioevo hanno portato avanti la cosiddetta "teologia negativa" per la quale Dio non è in alcun modo definibile con la mente, è l'indifendibile infinito, inconoscibile ma pensabile e oggetto esclusivo di amore di cuore.

Un amore che è contemplare, non sapere, ma annegare, imporsi “al n**o essere”, stabilirsi nel senza tempo, nel senza, "amabili al nulla".

Questa lettura mi ha dato molto poiché è vero che anche nel cammino dell'analisi
arriviamo a un punto dove non servono più parole che spieghino, lo si avverte dentro, ed è solo allora che avviene la svolta radicale che dà nuovo orientamento alla nostra vita.

La verità e il mentitore"Cosa è la verità?" Tutti ricordiamo la domanda pronunciata da Pilato, un romano pervaso da una ...
16/12/2025

La verità e il mentitore

"Cosa è la verità?" Tutti ricordiamo la domanda pronunciata da Pilato, un romano pervaso da una sorta di pensiero scettico da mercato in voga ai suoi tempi.

Era una domanda retorica perché supponeva un no, ovvero che non esiste alcuna verità.

Oggi è cambiato forse qualcosa? Il pensiero filosofico da più di un secolo, la letteratura, testimoniano che nessuno possiede una verità assoluta, ognuno ha la sua o addirittura che la verità non esiste ed è un'illusione presuntuosa dell'intelletto (vedesi Nietzsche "Su Verità e Menzogna in senso extramorale").

Eppure nella comunicazione esiste il fatto che un individuo possa dire il vero o il falso su fatti accaduti o che stiano accadendo.

Ci muoviamo qui non nel territorio della metafica o dell'epistologia. Lasciamolo ai pensatori.

Se io dico che ho detto, fatto, pensato qualcosa, posso dire il vero, ma posso anche mentire affermando il falso.

C'è chi ama dire la verità e chi per abitudine mente spudoratamente per trarne un qualche vantaggio.

Si dice che la verità viene sempre a galla, però non sempre accade.

I bambini spesso mentono, a volte per evitare punizioni, a volte più ingenuamente per apparire migliori agli occhi degli amici, o chissà per quali tanti altri motivi.

Ma un adulto che mente e sa di mentire, lo fa per uno scopo preciso che è ingannare, manipolare l'altro. È un comportamento malvagio.

La verità va sempre detta, con garbo e rispetto ovviamente. È meglio tuttavia in certi casi omettere ciò che si pensa anziché puntare il dito contro qualcuno in nome di una verità che potrebbe ferirlo.

C'è una verità che fa bene e una che fa male. Un medico che mette un paziente in stato terminale difronte alla verità che morirà in breve, non lo aiuta, gli toglie la speranza. E poi chi può essere certo che una persona morirà in un determinato tempo? Si può solo ipotizzare.

Ci sono inotre verità talmente private che è meglio tenersele per sé. Questo non è mentire, è essere riservati.

Parliamo invece del mentitore incallito dietro le cui parole si nasconde l'inganno.

Costui usa gli altri per proprio tornaconto,
ne abusa spacciandosi perfino come vittima. Li usa negando il vero, raccontando falsità. Semina invidia, discordia, gelosia.
Usa abilmente le sue strategie per avere controllo su chi gli è intorno.

Un individuo che fa questo anche una sola volta, lo farà con molta probabilità sempre.

È machiavellico e il machiavellismo non è un disturbo della personalità che si possa curare.

È importante per la propria salute stare lontano da individui di tal fatta.

Non dobbiamo confondere il disturbo psichico col male morale. A volte il confine è talmente labile che si potrebbe giustificare la condotta immorale riconducendola a una qualche patologia.

Ricordiamoci che ci sono individui che appartengono alla cosiddetta "triade oscura", con tratti narcisistici, machiavellici e psicopatici. Sono pericolosi anche se non sempre sono oggetto di studio da parte dei criminologi in quanto non è detto che commettano omicidi o reati punibili legalmente.

Ma il mentitore imperterrito commette sempre un crimine, anche se non lo vedremo mai dietro le sbarre o in una struttura per psicopatici.

"È talmente chiaro che per cominciare a vivere nel presente bisogna prima di tutto riscattare il nostro passato, farla f...
11/12/2025

"È talmente chiaro che per cominciare a vivere nel presente bisogna prima di tutto riscattare il nostro passato, farla finita e riscattarlo è possibile solo con la sofferenza, solo con una continua e straordinaria fatica."

È un piccolo passo tratto da IL GIARDINO DEI CILIEGI di Ĉechov dove lo studente progressista Trofinov dialoga con Anja, figlia della proprietaria dell'antica casa di famiglia che dovrà essere venduta.

Al di là del significato che la battuta citata ha nel contesto dell'opera teatrale, vi ho riflettuto e l'ho trovata per me confortante. Infatti ho finito di scrivere un nuovo romanzo breve il cui tema è l'inutilità di annullare la memoria del passato se lo si vuole superare e andare avanti. Ĉechov mi è sembrato d'accordo, e per me non è certo poca cosa.

Ricordare tutto, senza sconti, è l'essenza di un vero cammino di analisi.

Ricordare tutto ciò che ci disturba è attraversare una grande sofferenza. Si preferirebbe dimenticare. L'amnesia delle proprie colpe o responsabilità è un meccanismo di difesa dell'Io. Ma, se a livello cognitivo la rimozione può anche avere un qualche successo, non lo ha a livello emotivo.

Il passato resta vero, immutabile e, se non lo si porta alla coscienza, riemerge comunque dal profondo per una minima occasione attraverso emozioni disturbanti, malesseri fisici e psichici che compromettono le relazioni col mondo esterno.

Nel percorso psicoanalitico il risveglio della memoria è dolorosamente salutare. È come dissotterrare cadaveri che si preferisce non vedere ma, che se non vengono riesumati e portati alla luce, restano lì a imputridire.

I ricordi, è vero, fanno sempre male, sono l'industria più potente del dolore: se sono belli creano nostalgia, ovvero il dolore di un ritorno impossibile, se sono brutti, feriscono. Ma rimuoverli volontariamente o inconsciamente è ancora peggio.

Portare alla coscienza il passato vissuto è l'unico modo per liberarsene e vivere attivamente costruendo il presente.

Solo se ricordato, il passato può essere accolto e perdonato. Altrimenti resta lì a produrre sentimenti oscuri di rabbia, impotenza, colpevolizzazione, non tanto verso gli altri quanto verso sé stessi.

La maggior parte delle terapie di oggi lavorano sul presente e promettono strategiche immediate soluzioni. Non scavano nel passato prossimo e remoto di una persona e rimangono in superficie. Sono destinate a non dare frutto.

È pur vero che alcuni pazienti hanno forti resistenze nel ricordare e affrontare un percorso che si inoltri nel profondo. I sogni sono rimossi. Affermano di non sognare, cosa impossibile perché tutti sogniamo.

Un lavoro che va nel profondo, a poco a poco riesce a ridestare la memoria da questo sonno e restituisce all'Io la sua innata e perduta capacità di far fronte alla verità del proprio vissuto.

Lo rende forte nel riconoscere, accettare e assolvere le proprie debolezze, i propri errori, per infine condonare anche il male ricevuto e apprezzare il presente. Viverlo al meglio.

Le relazioni umane sono difficili  Sono difficili, sempre più difficili, sia in ambito lavorativo, sia in quello affetti...
08/12/2025

Le relazioni umane sono difficili

Sono difficili, sempre più difficili, sia in ambito lavorativo, sia in quello affettivo.
Sapersi relazionare è un'arte, a volte innata, altre volte da apprendere. Innanzi tutto quando l'altro parla, è necessario eliminare dalla mente le nostre convinzioni per metterci nel vero ascolto. Altrimenti ciò che abbiamo in testa compromette la comprensione dell'interlocutore. Finito l'ascolto abbiamo il diritto di esprimere il nostro consenso o dissenso, motivandolo e astenendoci da giudizi.
Invece si finisce il più delle volte col parlarsi addosso e si sfocia nel conflitto che non porta di certo a una soluzione.
Eppure usiamo la stessa lingua, è un paradosso non riuscire a comprendersi.
Il fatto sta che la parola usata non ha lo stesso significato emotivo per tutti. Cosa che non accade fra gli altri esseri viventi per i quali il segnale emesso ha un preciso significato. Anche le piante comunicano attraverso il colore, l'odore, e attirano in tal modo gli insetti che garantiscono la loro riproduzione.
Tra gli umani non è così, il suono emesso è subito interpretato dall'altro così come lo può intendere. Quindi, per capire, occorre sgombrare la mente dai propri vissuti.

È quello che facciamo, o dovremmo fare, noi terapeuti. Ma lo possiamo fare solo previa una lunga analisi personale.

Noi terapeuti non ci relazioniamo tuttavia unicamente con i nostri pazienti con cui è d'obbligo che ciò accada. Parliamo con amici, familiari, colleghi, partner. Certo, chi fa il mio mestiere è talmente abituato all'ascolto che dovrebbe riuscire a relazionarsi bene con chiunque.
Gianluca Di Donato
Ma non è detto che ciò sempre accada quando non si tratta dei nostri pazienti. Dipende dalla persona con cui stiamo parlando che può non essere affatto in grado di un vero dialogo, vuoi per mancanza di empatia, vuoi per un disagio psicologico, vuoi per ottusità, se non per mancanza di valori etici.

Allora che fare? Allontanarci, quando ci si rende conto di parlare con un sordo, senza rancore e offesa per nessuno.
È inutile tentare a fatica che accada una mutazione in chi non è disposto alla comprensione.@
Capiamo che è tempo perso ed è impossibile qualunque tipo di relazione anche semplicemente amicale.

Nei rapporti umani vediamo dominare l'incomprensione, per orgoglio, per un ego smisurato, per problemi psichici, talora per malvagità. Addio legami duraturi, addio famiglia, addio amore. Ognuno rimane nelle sue ataviche convinzioni che neanche un tornado riuscirebbe a sradicare.
@
Come dice Gesù agli apostoli, quando entrerete in una casa, se non vi accolgono, andatevene scuotendo la polvere dai calzari.
Dobbiamo amare tutti, è vero, anche chi è contro di noi, ma non è detto che dobbiamo continuare a frequentare chi non ci vuole frequentare. Anzi, dobbiamo tenerci bene a distanza da chi è falso, ambiguo, inaffidabile.

Stare accanto a persone disturbate e a volte anche molevole, è contagioso. Dobbiamo prendere una totale distanza per salvaguardare la nostra salute psichica e fisica. L'odio no, non è cosa buona perché fa male a noi in primis. Pertanto possiamo anche continuare a voler bene, comprendendo e perdonando, ma avere comunanza con certi individui non è buona cosa sul piano etico poiché comporterebbe la nostra autodistruzione.

Ma gli esseri umani sono malati di un male inguaribile. Si attaccano ancor più a chi è fonte del proprio malessere. E ci si accanisce l'uno contro l'altro nel tentativo di cambiarlo e farlo diventare come lo si vuole.

Gli esseri umani sono stupidi, irrimediabilmente stupidi, e la stupidità li rende cattivi. Poi si lamentano e pretendono di aver ragione uno sull'altro. Altro che pace! Non c'è mai pace in terra. I meno stupidi reagiscono con l'indifferenza, anch'essa un male.

Concludo dicendo che è importante non prendersela, non nutrire desideri di vendetta, odio, quando non c'è accordo, ma avere compassione per chi si è chiuso in sé stesso, non sente ragione, e non sarà mai felice, sempre in guerra con qualcuno e con sé stesso.

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