Studio Di Psicoterapia E Psicologia Dott.Gagliardi Giuseppe

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Studio Di Psicoterapia E Psicologia Dott.Gagliardi Giuseppe “Qualsiasi relazione umana implica una intenzione e uno sforzo per risolvere tensioni e problemi psicologici”. Cit.

(Whitaker)


Sono laureato in Psicologia all’Università “Sapienza” di Roma dal 1992 Il Dr. Giuseppe Gagliardi con studio di Psicoterapia situato a Roma, è uno psicologo e psicoterapeuta con una esperienza pluriennale maturata nel settore. La psicoterapia ad orientamento analitico ha avuto un’influenza decisiva nel suo percorso personale e professionale. Infatti, alla formazione didattica ha affiancato un analisi personale ad orientamento psicoanalitico con uno Psicoanalista S.P.I. Presso lo studio di Psicoterapia il Dr. Gagliardi svolge psicoterapie individuali (con adolescenti e adulti), counselling psicologico di coppia e familiare e gruppi volti alla promozione della consapevolezza di sé e della crescita personale. Attualmente, il Dr. Giuseppe Gagliardi nella sua esperienza clinica da libero professionista, affronta molti disturbi psicologici quali:

-Disturbi d’Ansia, Fobie, Attacchi di Panico
-Disturbi dell’Umore
-Disturbi di Personalità
-Disturbi Sessuali e difficoltà legate all’Identità Sessuale
-Disturbi Somatoformi
-Difficoltà relazionali di Coppia e Dipendenze Affettive
-Supervisione al lavoro sociale

Lo Studio di Psicoterapia si rivolge in particolare agli individui ed alle coppie che si accorgono di attraversare nella propria vita un momento di difficoltà e che avvertano la necessità di ricorrere ad un intervento di carattere psicologico mirato ad affrontare un problema specifico.

Qui è l’orrore. Ben oltre quello che possiamo immaginare. Un bubbone putrescente tenuto nascosto nel sottosuolo della no...
27/05/2024

Qui è l’orrore. Ben oltre quello che possiamo immaginare. Un bubbone putrescente tenuto nascosto nel sottosuolo della nostra storia. Troppo a lungo.

Parlo dei “manicomi dei bambini”, discarica di vite difficili, o rifiutate. La loro esistenza si è protratta fino ai primi anni settanta, quando le mura dell’istituzione manicomiale hanno cominciato a sgretolarsi.

Il frenetico sviluppo del paese nel corso degli anni cinquanta, si era spento da tempo, ma da quelle terre estreme non è mai passato. Lì tutto è rimasto fermo, la violenza esercitata uguale nel tempo. E uguali nel tempo il disagio e la sofferenza. Adriano Sansa, giudice al Tribunale dei minori di Torino a metà degli anni sessanta, ha raccontato l’“enorme turbamento” entrando a Villa Azzurra, il “manicomio dei bambini” di Torino: “C’era un silenzio assoluto, questi bambini erano dei piccoli adulti tristi”.
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SPECIALE
Storia d'Italia attraverso i sentimenti
Storia d'Italia attraverso i sentimenti (13) / Bambini in manicomio
Maurizio Ciampa
28 Luglio 2021
Qui è l’orrore. Ben oltre quello che possiamo immaginare. Un bubbone putrescente tenuto nascosto nel sottosuolo della nostra storia. Troppo a lungo.

Parlo dei “manicomi dei bambini”, discarica di vite difficili, o rifiutate. La loro esistenza si è protratta fino ai primi anni settanta, quando le mura dell’istituzione manicomiale hanno cominciato a sgretolarsi.

Il frenetico sviluppo del paese nel corso degli anni cinquanta, si era spento da tempo, ma da quelle terre estreme non è mai passato. Lì tutto è rimasto fermo, la violenza esercitata uguale nel tempo. E uguali nel tempo il disagio e la sofferenza. Adriano Sansa, giudice al Tribunale dei minori di Torino a metà degli anni sessanta, ha raccontato l’“enorme turbamento” entrando a Villa Azzurra, il “manicomio dei bambini” di Torino: “C’era un silenzio assoluto, questi bambini erano dei piccoli adulti tristi”.

“Reparto 10, 36 bambini e ragazzi – si legge in La fabbrica della follia, racconto del manicomio e delle sue vite – completamente abbandonati in uno stato di totale inerzia. Non sono integrati in alcun modo, né è prevista alcuna attività di gruppo o ricreativa. Vi sono ragazzi ricoverati da diversi anni che non pronunciano parola”.

Questo è il silenzio nella “gabbia senza tempo” di Villa Azzurra. Poi il silenzio è finito: “quando li abbiamo slegati, ha detto lo psicologo in servizio a Villa Azzurra, correvano da tutte le parti, salivano sui tetti e sugli alberi. Le infermiere erano sconvolte. Hanno rotto 360 vetri”.

Bambini e ragazzi sono voraci di movimento, e di parole. Cominciano a raccontare. Vengono alla luce le immagini, e finalmente emerge la vergogna delle cartelle cliniche, dove troviamo documentato che un bambino di tre anni poteva essere rinchiuso in manicomio perché ritenuto “pericoloso per sé e per gli altri” secondo una legge del 1904.

“Bambini rotti” venivano chiamati; per gli infermieri erano gli “arnesi”. Perché “arnesi”? Non perché fossero ritenuti utili, o maneggevoli, no: respiravano senza scopo, ai confini dell’umano, inerti come cose, corpi silenziosi. Li potevi rinchiudere, legare, pestare. Li potevi dimenticare per anni: nessuno è mai venuto a reclamarli. Esistenze senza nome, per la società entità anomale e indecifrabili. Con un tratto comune: la bassa estrazione sociale, oppure erano figli di madri nubili, e dunque da nascondere, o handicappati. Cose, arnesi. Un esercito di diseredati cui non si riconosceva l’elementare diritto a vivere: 172.197 vite alla deriva, di cui 41.443 con disabilità fisiche e psichiche, secondo i dati Istat del 31 luglio 1968.

Con una fotografia, Villa Azzurra, che azzurra non era, esce dal buio e dal silenzio. Una fotografia. Di una bambina. 24 luglio 1970.

La storia è questa: Mauro Vallinotto, intraprendente fotografo del settimanale “L’Espresso”, riesce a rompere il velo di silenzio e di omertà entrando a Villa Azzurra, e dalla porta principale, senza sotterfugi. Evidentemente si sentivano al sicuro, e mai avrebbero potuto prevedere che quel giorno di fine luglio del 1970 sarebbe stato l’inizio della fine. E tantomeno avrebbero potuto immaginare che a decretare la morte di Villa Azzurra sarebbe stata l’immagine di una bambina inerme, immobile nel proprio letto. Un “arnese” ha consentito di chiudere la scellerata storia di Villa Azzurra, e degli abusi sui bambini esercitati per anni sotto le insegne dell’istituzione sanitaria.

Quello che Vallinotto vede lo ferisce, lo disorienta, ma vuole documentare ciò che accade in quello spazio nascosto, vuole aprire porte e finestre, far entrare la luce, per conoscere quel paesaggio desolante di bambini sporchi delle loro feci abbandonati sui propri lettini in uno stato di torpore e stordimento. Lo “facciamo per il loro bene” è stata la sommaria difesa di medici e infermieri. E qualcuno, nei convegni accademici, è arrivato a sostenere la scientificità dei trattamenti punitivi.

Cinquanta scatti, cinquanta verità insostenibili. Poche ore dopo la pubblicazione delle fotografie, i carabinieri fanno irruzione a Villa Azzurra. Il reparto verrà via via smantellato. A colpire l’opinione pubblica è soprattutto la foto di quella bambina, Maria, dieci anni. Sembra un “crocefisso” qualcuno osserva. E Gabriele Invernizzi, nell’articolo che accompagna le foto, racconta che Maria sorride appena a chi si avvicina al suo lettino. Sorride come per implorare benevolenza.

La storia non finisce qui, il racconto della “vita offesa” si fa impietoso. Una volta rotto il silenzio, i racconti e le testimonianze si moltiplicano. Mentre Villa Azzurra e gli altri istituti affondano nell’infamia.

Nel 1974, quattro anni dopo l’irruzione dei carabinieri a Villa Azzurra, ha luogo il processo allo psichiatra Giorgio Coda, il responsabile del manicomio di Collegno da cui “Villa Azzurra” dipende, soprannominato l’“elettricista” per la sua spiccata inclinazione a praticare l’elettrochoc. Per sua ammissione, circa 5000 nella sua lunga carriera. E se Coda riporta un numero tanto importante, è perché vuole far capire quanto fosse navigato in quella pratica. Ovviamente omette di dire quali risultati clinici ha ottenuto.

“Una folgorazione continuata a intensità crescente che produce una terribile vibrazione al cervello”, questo era l’elettrochoc. Bastava fare la p**ì a letto, o rifiutarsi di lavorare. Alle orecchie del paziente, come risulta da qualche testimonianza, Coda sussurrava: “Ti piace questo, avvocato? Vedrai che dopo lavorerai”.
La punizione elettrica veniva applicata alla testa o ai genitali. Nel caso dei genitali, l’elettrochoc aveva una denominazione delicata: “massaggio”, quasi fosse una morbida terapia del corpo. Spesso, per rendere più pervasive le scosse, non si adottava alcuna protezione, nessuna anestesia, nessuna pomata, e neppure la gomma in bocca per salvaguardare i denti. E spesso i denti saltavano. E saltavano le vite. Morti sospette ce ne sono state: ma a chi importava degli “arnesi”?

Il Tribunale di Torino, presieduto da Rodolfo Venditti, un giudice di particolare integrità e competenza giuridica, riconoscerà che le terapie elettriche di Giorgio Coda avevano un carattere punitivo. Uno dei suoi pazienti, ripetutamente “massaggiato”, ricorda che l’apparato elettrico veniva portato in giro per i diversi reparti del manicomio in una sorta di esibizione minacciosa, come per dire: questo è ciò che vi aspetta.

Lo psichiatra-elettricista verrà condannato a cinque anni, mai scontati per sopravvenuta amnistia. Nel 1977 verrà gambizzato da un nucleo armato di “Prima linea”, legato a un termosifone come era capitato a molti dei bambini di “Villa Azzurra”. Dal suo letto d’ospedale Coda dichiarerà: “Ho sempre fatto del bene”.
Maurizio Ciampa 2021

Fonti:

Alberto Gaino, Il manicomio dei bambini, EGA Ediziono Gruppo Abele, 2017

Alberto Papuzzi, Portami su quello che canta, Einaudi, 1977

Alessandro Perissinotto, Quello che l’acqua nasconde, Piemme, 2017

AA. VV., La fabbrica della follia, Einaudi, 1971.

29/03/2024
SALUTE MENTALELa psicoterapia non può durare per sempreRichard A. Friedman, The Atlantic, Stati Uniti Lo studio di Sigmu...
26/03/2024

SALUTE MENTALE
La psicoterapia non può durare per sempre
Richard A. Friedman, The Atlantic, Stati Uniti
Lo studio di Sigmund Freud a Londra (Tom Ferguson, Alamy)
Molti psicoterapeuti e pazienti pensano sia giusto proseguire la terapia per lunghi periodi, anche quando si sta bene. Non è detto, però, che l’attenzione costante verso se stessi sia sempre positiva
Circa quattro anni fa un nuovo paziente si è rivolto a me per una consulenza psichiatrica. Si sentiva bloccato: era in terapia da quindici anni anche se la depressione e l’ansia che l’avevano spinto a cercare aiuto erano sparite da tempo. Invece di lavorare sui problemi legati ai suoi sintomi, parlava delle vacanze, della ristrutturazione della sua casa e delle difficoltà che aveva in ufficio. Il suo terapeuta era diventato un amico piuttosto costoso e molto comprensivo. Eppure, quando gli ho chiesto se pensava di terminare le sedute, è diventato esitante, quasi ansioso. “Ormai fanno parte della mia vita”, mi ha detto.

La psicoterapia, per chi può permettersela, spesso diventa un impegno a lungo termine, come fare sport o andare dal dentista. Tante e tanti psicoterapeuti e i loro pazienti, insieme alle celebrità e ai mezzi d’informazione, hanno sposato l’idea che bisogna andare in terapia per molto tempo, pure quando si sta bene. Il problema è che non sempre le terapie sono pensate per durare così a lungo. Anche se ne esistono molte varianti, il loro obiettivo è lo stesso: non aver più bisogno delle sedute perché ci si sente in grado di proseguire da soli. L’interruzione non deve essere definitiva. Se un paziente o una paziente sono seguiti da tempo, hanno superato la fase acuta e hanno sintomi meno intensi si può prendere in considerazione l’idea di fare una pausa.

La terapia, a breve e a lungo termine, può cambiare la vita. Quella a breve termine tende a concentrarsi su problemi specifici. Nella psicoterapia cognitivo-comportamentale, di solito usata per la depressione e l’ansia, uno specialista aiuta il paziente a liberarsi dei sentimenti negativi correggendo le percezioni distorte che ha di se stesso. Nella terapia dialettico-comportamentale, comunemente usata per il disturbo borderline di personalità, i pazienti imparano a gestire le emozioni più forti, cosa che li aiuta a migliorare l’umore e i rapporti con gli altri. Entrambi i metodi durano in genere meno di un anno. Se poi il paziente si sente inquieto o sopraffatto dagli eventi della vita, può riprendere la terapia per un altro periodo. La possibilità di un’interruzione è considerata del tutto normale.

Altre terapie, come quella psicodinamica e la psicoanalisi, sono pensate per durare diversi anni, ma non per sempre. In questo caso l’obiettivo principale è molto più ambizioso del sollievo dai sintomi, e consiste nell’individuare le cause inconsce della sofferenza e cambiare le dinamiche interiori del paziente. Uno studio molto accreditato indica che per chi soffre di disturbi psichiatrici significativi la terapia a lungo termine è altamente efficace e superiore a quelle più brevi, mentre altre ricerche hanno prodotto conclusioni meno chiare. Pochi altri studi hanno confrontato gli effetti delle terapie a breve e a lungo termine, ma solo sui pazienti con sintomi lievi. Di contro, esistono motivi per credere che in assenza di sintomi acuti in alcuni casi la psicoterapia possa risultare dannosa. Un’attenzione eccessiva verso se stessi – facilitata da un contesto in cui si paga per parlare delle proprie emozioni – può far aumentare l’ansia, soprattutto se le sedute sostituiscono le azioni concrete. Se i sintomi nevrotici o depressivi sono relativamente lievi (cioè non interferiscono con la vita di tutti i giorni), forse è meglio frequentare di meno lo studio di uno psicoterapeuta e passare più tempo con gli amici, dedicarsi a un hobby o fare volonta­riato.

Sedute “preventive”

Un mio amico d’infanzia, i cui genitori erano entrambi psicoanalisti, andava in terapia tutte le settimane. Era un ragazzo felice ed energico, ma i suoi genitori volevano che lui e sua sorella fossero preparati al meglio per affrontare le avversità. Entrambi sono diventati adulti di successo, ma anche molto ansiosi e nevrotici. Probabilmente i loro genitori hanno pensato che senza la terapia avrebbero vissuto peggio, anche perché avevano persone con disturbi mentali in famiglia. Ma non riesco a trovare una prova clinica a sostegno di questa psicoterapia “preventiva”.

In ogni caso, andare in terapia è di per sé un privilegio. Non è quasi mai inclusa nell’assicurazione sanitaria, dunque buona parte delle persone che ne avrebbero bisogno non può permettersela. Per quanto riguarda la possibilità di interromperla quando si è pronti (magari liberando un posto per chi in quel momento ne ha più bisogno) riconosco che non è facile. Se siete in terapia per un grave disturbo mentale, come una forte depressione o una sindrome bipolare, dovete assolutamente consultarvi con il vostro terapeuta per capire se per voi è arrivato il momento di interrompere. Tenete però presente che potrebbe essere restio a sospendere le sedute. Oltre a esserci un incentivo economico a continuare, infatti, rinunciare a un paziente piacevole diventato poco impegnativo non è facile.

La mia regola generale è questa: se negli ultimi sei mesi il paziente non ha avuto sintomi del suo disturbo o ne ha avuti in quantità minima, allora è possibile valutare una pausa. Se con la vostra terapeuta doveste concludere che è il momento, l’ideale è stabilire una sospensione temporanea con una chiara “data di scadenza”. Se doveste sentirvi peggio, potrete tornare indietro in qualsiasi momento.

In psichiatria si adotta un sistema simile con gli psicofarmaci. Per esempio, quando prescrivo un antidepressivo e il paziente rimane stabile e senza sintomi per anni, di solito valuto la possibilità di ridurre il dosaggio per stabilire se il farmaco è ancora necessario. Lo faccio unicamente se c’è un basso rischio di ricadute, per esempio con chi ha avuto solo un paio di crisi nel corso della vita. Sospendere la psicoterapia dovrebbe essere ancora meno rischioso: a differenza di un farmaco, infatti, fornisce conoscenze e abilità che il paziente porterà in ogni caso con sé, che continui o smetta.

Circa un anno dopo aver parlato con quel paziente dell’ipotesi di interrompere la terapia, l’ho incontrato in un bar. Mi ha detto che gli erano serviti sei mesi per sospendere le sedute, ma ora finalmente si sentiva bene. Forse anche voi siete preoccupati all’idea di smettere da un giorno all’altro e definitivamente. In tal caso vi consiglio di prendervi una pausa dalla terapia. Potrebbe essere il modo migliore per capire quanta strada avete fatto.◆ as

Richard A. Friedman è professore di psichiatria clinica e direttore della clinica di psicofarmacologia del Weill Cornell medical college di New York.

Internazionale rivista

film documentario “Sur l’Adamant” (trad. it. “Sull’ Adamant”) di Nicolas Philibert racconta le attività che si svolgono ...
21/03/2024

film documentario “Sur l’Adamant” (trad. it. “Sull’ Adamant”) di Nicolas Philibert racconta le attività che si svolgono sull’Adamant, un centro diurno galleggiante per il trattamento di persone con disagi mentali, che si trova sulla Senna a Parigi. È situato alla base del ponte Charles-De-Gaulle sulla riva destra del fiume ed accoglie persone abitanti nei primi quattro distretti municipali di Parigi. L’equipe che si occupa di loro è multidisciplinare e formata da varie figure tra cui psichiatri, psicologi, terapisti occupazionali e arteterapeuti. Riescono ad offrire agli utenti una sorta di routine quotidiana, recuperando una base di vita quotidiana con laboratori terapeutici e supporto alla riabilitazione psicosociale.
“Sur l’Adamant” si compone di tante piccole interviste agli utenti del centro diurno: racconta le loro storie, i loro vissuti e sentimenti, ciò che preoccupa loro e ciò che li rende felici. La proiezione inizia con un paziente che canta “La bomba umana” dei Telephone, un gruppo francese. La canta con enfasi e gioia, trasmesse dal ritmo seguito e dalla gestualità accentuata. Un altro tratto particolarmente importante è il racconto dei disegni fatti, attraverso un’analisi che non risulta né pesante e nemmeno deleteria per l’uomo o la donna che ha realizzato l’opera.
Ciò che colpisce è la spontaneità con cui le persone intervistate si approcciano alla telecamera, come si raccontano a cuore aperto e senza filtri. Questo è il caso di Francois, uomo di cinquantasette anni in cura da quando ne aveva diciotto. Avrebbe voluto emulare il padre, glielo ha ripetuto tante volte: purtroppo la malattia di cui soffre ha fermato Francois nel suo desiderio e, per non dare un dispiacere ai genitori, non ha più parlato di quanto avrebbe voluto essere come il papà.

Questo film documentario ha vinto l’Orso d’Oro al 73° Festival Internazionale del Festival di Berlino, dove è stato proiettato per la prima volta il 24 febbraio 2023.

Nonostante la tematica sicuramente particolare e difficile, “Sur L’ Adamant” lascia gli spettatori aperti a una nuova prospettiva che è proprio quella del processo riabilitativo in un centro diurno sui generis, quasi a de-stigmatizzare il disagio mentale che non ha nulla di meno rispetto a un problema di natura fisica.

Il film documentario “Sur l’Adamant” (trad. it. “Sull’ Adamant”) di Nicolas Philibert racconta le attività che si svolgono sull’Adamant, un centro diurno galleggiante per il trattamento di persone con disagi...

Troppo, spesso, purtroppo, le donne nel mondo sono vittime di soprusi e di violenze. Per denunciare le ingiustizie vissu...
08/03/2024

Troppo, spesso, purtroppo, le donne nel mondo sono vittime di soprusi e di violenze. Per denunciare le ingiustizie vissute, e provare a ribadire la necessità di porre fine al dolore e alla prevaricazione, alla vigilia dell'8 marzo, giornata delle donne, Il regista Giuseppe Oppedisano debutta in prima assoluta al Teatro Tordinona, dal 6 al 10 marzo, “Finché morte non ci separi?… –La menzogna dell’Amore”-, spettacolo scritto e diretto da Giuseppe Oppedisano, che ci conduce nelle dinamiche che portano al femminicidio e alla violenza sulle donne attraverso la riscrittura teatrale di storie realmente accadute.
“Finché morte non ci separi?… – La menzogna dell’Amore” è un vero è proprio kolossal che racchiude in se sei storie e 27 personaggi per dare vita a un denso racconto dei tanti “amori bugiardi” che una donna può incontrare. Lo spettacolo, prendendo spunto da avvenimenti di cronaca attraversa tutti i tipi di violenza e di femminicidio; dalla violenza psicologica/economica, si sposta a quella etnico/religiosa, agli stupri di massa, alla violenza fra le mura domestiche per concludere con quella fra gli adolescenti, il bullismo e il branco.
Uno spettacolo denso, duro che fa piangere e fa soprattutto incazzare,
Consiglio vivamente di trovare il tempo e correre a vedere lo spettacolo, sperando di trovare ancora qualche posto disponibile.
un grande spettacolo che ti tocca nel profondo, si accendono le luci, sali le poche scale e una volta fuori non riesci a liberarti dal clima in cui ti sei immerso per 2 ore. sei disorientato ma consapevole di aver assistito ad un grande spettacolo, con giovani attori bravissimi, una regia che nonostante, immagino, le poche risorse riesce a tessere una tela raccontando 6 storie diverse tra loro ma legandole in modo magistrale.
come dice il mio amico Giuseppe, regista e autore in alcune note,
"La violenza sulle donne sembra non avere tempo né confini. Non risparmia nessuna nazione. Non conosce differenze socio-culturali o di classe. “Finché morte non ci separi?… – La Menzogna dell’Amore -”, ispirato a fatti di cronaca, affronta agghiaccianti storie di donne uccise, stuprate, ingannate, imprigionate in se stesse, violentate nel corpo e nell’anima.
Usando una metafora sportiva; come un pugile assesta i suoi colpi fatali all’avversario… Lo spettacolo farà lo stesso con il suo spettatore.
Sei donne violate. Sei vittime violentate nella mente e nel corpo."
E devo dire che i colpi assestati arrivano potenti e ti stendono sulla poltrona.
Amico mio ti faccio i miei più grandi complimenti, questa volta ti sei superato. faccio i complimenti a tutti gli attori che hanno dato vita a un grande spettacolo.
Auguro allo spettacolo un grande successo e una lunga vita, con la speranza che possa raggiungere tante persone.
Volevo condividere in questo post una poesia che è molto in linea.

“Se domani non torno distruggi tutto”,
Scritta nel 2011 dall’attivista peruviana Cristina Torres Cáceres,
nel 2011 a seguito di una forte ondata di violenza nei confronti delle donne che proprio in quell’anno stava colpendo l’America Latina. Cristina Torres Cáceres nel testo cita per nome alcune donne uccise per mano di uomini, chi pugnalata, chi chiusa in una valigia, chi trascinata per i capelli.
Tutte vittime 2 volte, dei loro carnefici ma anche di una società che troppo spesso cerca nelle vittime stesse le cause della loro morte. E si rivolge alla madre, in una lettera intima nella quale traspare tutto il dolore non solo per quello che è accaduto alle sue sorelle, ma per ciò che potrebbe accadere a lei.
“distruggere tutto”. Il patriarcato, la cultura dello stupro, l’ipocrisia di un Paese che si ostina a parlare di mostri e bravi ragazzi. Tutto.

Se domani non rispondo alle tue chiamate, mamma.
Se non ti dico che non torno a cena. Se domani, il taxi non appare.
Forse sono avvolta nelle lenzuola di un hotel, su una strada o in un sacco nero (Mara, Micaela, Majo, Mariana).
Forse sono in una valigia o mi sono persa sulla spiaggia (Emily, Shirley).
Non aver paura, mamma, se vedi che sono stata pugnalata (Luz Marina).
Non gridare quando vedi che mi hanno trascinata per i capelli (Arlette).
Cara mamma, non piangere se scopri che mi hanno impalata (Lucia).
Ti diranno che sono stata io, che non ho urlato abbastanza, che era il modo in cui ero vestita, l’alcool nel sangue.
Ti diranno che era giusto, che ero da sola.
Che il mio ex psicopatico aveva delle ragioni, che ero infedele, che ero una pu***na.
Ti diranno che ho vissuto, mamma, che ho osato volare molto in alto in un mondo senza aria.
Te lo giuro, mamma, sono morta combattendo.
Te lo giuro, mia cara mamma, ho urlato tanto forte quanto ho volato in alto.
Ti ricorderai di me, mamma, saprai che sono stata io a rovinarlo quando avrai di fronte tutte le donne che urleranno il mio nome.
Perché lo so, mamma, tu non ti fermerai.
Ma, per ca**tà, non legare mia sorella.
Non rinchiudere le mie cugine, non limitare le tue nipoti.
Non è colpa tua, mamma, non è stata nemmeno mia.
Sono loro, saranno sempre loro.
Lotta per le vostre ali, quelle ali che mi hanno tagliato.
Lotta per loro, perché possano essere libere di volare più in alto di me.
Combatti perché possano urlare più forte di me.
Perché possano vivere senza paura, mamma, proprio come ho vissuto io.
Mamma, non piangere le mie ceneri.
Se domani sono io, se domani non torno, mamma, distruggi tutto.
Se domani tocca a me, voglio essere l’ultima.

"Tutte le teorie sono legittimee nessuna ha importanza.Ciò che importa è quello che si fa con esse."J.L. BorgesGrazie a ...
18/02/2024

"Tutte le teorie sono legittime
e nessuna ha importanza.
Ciò che importa è quello che si fa con esse."
J.L. Borges

Grazie a tutti i colleghi che hanno condiviso con me questi due anni intensi di Master in Psicoanalisi Multifamiliare, una modalità terapeutica ancora troppo marginale in Italia che meriterebbe di diventare pratica clinica diffusa a fronte dei benefici per la salute mentale rispetto agli scarsi costi. L'ideatore è stato lo psicoanalista argentino Jorge Garcia Badaracco, scomparso nel 2010.

Si è appena concluso a Milano un importante convegno organizzato da Mito e realtà su un tema di grande attualità. "La co...
07/10/2023

Si è appena concluso a Milano un importante convegno organizzato da Mito e realtà su un tema di grande attualità. "La costruzione dell'identità oggi"
Due bellissime relazioni del dott. A. Correale e della dottoressa Luisa Carbone hanno aperto i lavori. Distinzione tra identità e soggettivazione e percorsi identitari della comunità e in comunità.
Considerazioni particolarmente importanti per indagare la vita nelle istituzioni che sono spesso soggette a derive di conformismo e di appiattimento della singolarità e, al tempo stesso, per indagare fenomeni di massificazione, intendendo con essi la tendenza purtroppo molto forte in tanti esseri umani a rinunciare alla propria individualità per sentirsi parte di un tutto.

01/10/2023

Da FQ Millennium numero 65 del marzo 2023 Accendi il computer, clicca il link della call, attendi. Come per i rider, il lavoro è perlopiù nelle pause pranzo e prima di cena. Al di là dello schermo spunta un paziente: è associato al terapeuta attraverso un algoritmo che ne definisce i bisogni. Un...

"Le piattaforme si insinuano come terze parti nel percorso psicologico!!!". OBBLIGANO I TERAPEUTI A FARE COME IMPONGONO ...
01/10/2023

"Le piattaforme si insinuano come terze parti nel percorso psicologico!!!". OBBLIGANO I TERAPEUTI A FARE COME IMPONGONO LORO COI PAZIENTI!!!

Unobravo e Serenis primi della lista sotto mirino!!

Finalmente qualche collega che ci lavora si è scocciato e ha iniziato a parlare!!! Mettendoci il suo nome e cognome!!!!
LEGGETE L'ARTICOLO!!

Grazie colleghi del vostro coraggio, a nome di tutta la categoria professionale! Il Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi dovrebbe esservi di supporto immediato!!

E grazie a nome di tutti i pazienti!!! ❤️
Che non sanno cosa ci sta dietro!!!!!!!!!!!



Cipriana mingozzi

Da FQ Millennium numero 65 del marzo 2023 Accendi il computer, clicca il link della call, attendi. Come per i rider, il lavoro è perlopiù nelle pause pranzo e prima di cena. Al di là dello schermo spunta un paziente: è associato al terapeuta attraverso un algoritmo che ne definisce i bisogni. Un...

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