15/06/2024
Giorni fa abbiamo “recuperato” la visione di un film che desideravo vedere da tempo: “Foglie al vento”, di Aki Kaurismäki.
È stato bello, per quanto mi riguarda, ritrovare l’oro dell’autunno profondo, nel caldo già afoso di questa quasi estate.
Bello sentirmi anch’io -nel corso di quegli ottanta minuti - una foglia al vento, immersa nel flusso di una storia, fatta più di silenzi, che di parole.
Una storia che t’invita a sintonizzarti su di un’atmosfera, cogliendola anche attraverso una serie di particolari, disseminati in modo apparentemente casuale, nel corso della narrazione.
… la tonalità brillante e fredda dei colori -rosso e blu in primis (ma di che colore è l’impermeabile di Ansa? Polvere? Carta da zucchero?) le locandine di capolavori del cinema, che s’intravedono a più riprese, dietro i due protagonisti, Chaplin, il nome del cane, svelato sul finale, sono alcuni degli elementi che mi tornano in mente, ma ciascuno avrà un elenco tutto suo.
Foglie al vento -un po’ come tutti i film di kaurismäki- è ambientato in un tempo sospeso, attuale e onirico al contempo. Ansa e Holappa, i due protagonisti, conducono due esistenze ai margini, che di primo acchito potrebbero apparire disperate, eppure procedono, con silenziosa tenacia, senza mai perdere la speranza e uno sguardo capace di tenere assieme la malinconia e una sorta di buffa, stralunata ironia.
Finché non s’incontrano.
Si perdono.
S’incontrano di nuovo.
E si perdono un’altra volta
E…
Il titolo di questo film è un omaggio a Les Feuilles Mortes di Jacques Prevert/Joseph Kosma, resa immortale dall’interpretazione di Yves Montand.
Se mai dovessi decidermi a fare un tatuaggio -ho pensato durante la visione del film- forse sarebbero proprio delle foglie di gingko al vento.
L’espressione foglie al vento -almeno nella lingua italiana- evoca dimensioni di passività e volubilità, dentro la fantasia di una scissione tra il tenere le redini della propria esistenza e l’esser portati/abbandonarsi alla corrente.
La pratica clinica sempre di più mi restituisce il limite di certe visioni dicotomiche, che inevitabilmente producono uno sbilanciamento che radicalizza ed estremizza le posizioni.
In questo caso, il controllo da un lato, l’abbandono dall’altro.
Il sinologo e filosofo francese Francois Jullien -grande studioso del pensiero orientale, osservato dal “vertice estraneo” del pensiero occidentale- propone la metafora del surfare l’onda, per raccontare ciò che noi traduciamo in abbandono.
Attraverso questa immagine, mi pare che lui colga una possibilità altra -più equilibrata- capace di attraversare questa scissione.
Surfare l’onda evoca infatti la possibilità di mantenersi in equilibrio -tenere il centro- assecondando al contempo le onde della vita.
Mi piace immaginarle così, queste foglie al vento.
Prese dentro un movimento che cerca di accordarsi al fluire della vita, tenendo assieme direzione e abbandono.
È questa la competenza che proviamo a costruire -sempre in bilico tra controllo e fiducia- nella stanza della terapia.