24/02/2026
Ho scoperto la seduta peripatetica nel periodo post-Covid, quasi per caso.
Ero paziente e dopo mesi di stanze chiuse, schermi e distanze forzate, l’idea di tornare “in presenza” aveva qualcosa di strano. È stato allora che mi è capitato di fare una seduta camminando. All’aperto. E qualcosa è cambiato.
Si chiama seduta peripatetica e, anche se può sembrare una moda recente, ha radici molto antiche.
Il termine “peripatetico” deriva dalla scuola di Aristotele, che insegnava camminando nei portici del Liceo di Atene. Il pensiero in movimento non è un’invenzione contemporanea: già allora si intuiva che il corpo che cammina facilita il fluire delle idee.
In psicoterapia, l’idea di integrare il movimento e l’ambiente naturale nel processo terapeutico si è sviluppata nel tempo, intrecciandosi con approcci come la psicologia umanistica, la mindfulness e più recentemente con l’ecopsicologia. Dopo la pandemia, molte e molti terapeuti hanno riscoperto o iniziato a proporre questa modalità anche per rispondere al bisogno diffuso di aria, spazio e regolazione emotiva.
Che cos’è, concretamente?
La seduta peripatetica è una seduta di psicoterapia a tutti gli effetti svolta camminando, solitamente in un parco, in un contesto naturale o urbano tranquillo.
Cambiano però alcune coordinate:
• non ci si guarda sempre negli occhi;
• il silenzio può essere condiviso guardando un paesaggio;
• il ritmo del passo può rispecchiare il ritmo interno;
• il corpo entra più esplicitamente nel processo.
Farne esperienza ti permette di comprendere dall’interno quanto il movimento possa diventare parte del processo di cura.
Camminare mentre si parla di sé non è “fare due passi”. È dare al pensiero uno spazio più ampio. È permettere alle parole di trovare strada.
E forse, in fondo, è ricordarci che il cambiamento è sempre un movimento.