Bottega dello Psicoterapeuta Dott. Giuseppe Basile

Bottega dello Psicoterapeuta Dott.  Giuseppe Basile Psicoterapia della famiglia, della coppia e individuale

05/04/2026

Concita De Gregorio Grazie a Nabila Ben Chalhed, 22 anni, Torino In questa lettera di Nabila, che abbraccio insieme alla sua mamma e a suo fratello, c’è qualcosa che sempre si comprende solo "dopo". Ci sono persone che, quando ci lasciano, si installano dentro di noi.

NEL NOME DEL FIGLIOdi Massimo RecalcatiDove sono finiti i padri? In quale mare si sono persi? Film e libri sembrano rila...
19/03/2026

NEL NOME DEL FIGLIO
di Massimo Recalcati

Dove sono finiti i padri? In quale mare si sono persi? Film e libri sembrano rilanciare, di fronte a questa assenza inquietante, una inedita domanda di padre: non casualmente ne parlano, tra gli altri, l' ultimo cinema di Clint Eastwood, gli ultimi romanzi di due tra i più grandi scrittori viventi: La strada di Cormac McCarthy e Nemesi di Philip Roth. Ma anche i film Biutiful di Alejandro González Iñárritu e, sebbene in modi diversi, Tree of life di Terrence Malick.
La difficoltà dei padri a sostenere la propria funzione educativa e il conflitto tra le generazioni che ne deriva, è nota da tempo e non solo agli psicoanalisti. I padri latitano, si sono eclissati o sono divenuti compagni di giochi dei loro figli. Ma il bisogno e il desiderio di riferimenti restano. Per interpretare questa nuova atmosfera possiamo evocare la figura omerica di Telemaco come il rovescio di quella di Edipo. Se il complesso edipico di Freud ruotava attorno alla dinamica del conflitto tra le generazioni, tra padri e figli, quello che potremmo chiamare il complesso di Telemaco definisce l' attesa dei figli nei confronti dei padri, la speranza che qualcosa possa ancora fare ed essere "padre". Edipo viveva il proprio padre come un rivale, come un ostacolo sulla propria strada. I suoi crimini sono i peggiori dell' umanità: uccidere il proprio padre e possedere sessualmente la propria madre. L' ombra della colpa cadrà su di lui e lo spingerà al gesto estremo di cavarsi gli occhi. Telemaco, invece, coi suoi occhi, guarda il mare, scruta l' orizzonte. Aspetta che la nave di suo padre - che non ha mai conosciuto - ritorni per riportare la Legge nella sua isola dominata dai Proci che gli hanno occupato la casa e che godono impunemente e senza ritegno delle sue proprietà. Telemaco si emancipa dalla violenza parricida di Edipo; egli cerca il padre non come un rivale con il quale battersi, ma come un augurio, una speranza, come la possibilità di riportare la Legge sulla propria terra. Se Edipo è la tragedia della trasgressione della Legge, Telemaco incarna l’invocazione della Legge; egli prega affinché il padre ritorni dal mare e pone in questo ritorno la speranza che vi sia ancora giustizia per Itaca. Mentre lo sguardo di Edipo finisce per spegnersi nella furia dell'auto-accecamento, come marchio della colpa, quello di Telemaco si rivolge all'orizzonte per vedere se qualcosa torna dal mare. Certo, il rischio di Telemaco è la malinconia, la nostalgia per il padre glorioso, per il grande re di Itaca che ha espugnato T***a.
La domanda di padre, come Nietzsche aveva intuito bene, nasconde sempre l'insidia di coltivare un'attesa infinita e melanconica di qualcuno che non arriverà mai. È il rischio di confondersi con uno dei due vagabondi protagonisti di Aspettando Godot di Samuel Beckett. Lo sappiamo: Godot è il nome di un'assenza. Eppure, con Telemaco, sappiamo anche che qualcosa torna sempre dal mare, come racconta con forza e poesia rare l'ultimo recente spettacolo teatrale di Mario Perrotta (Odissea) imperniato proprio sulla figura di Telemaco. Noi siamo nell' epoca dell’evaporazione del padre, ma siamo anche nell' epoca di Telemaco; le nuove generazioni guardano il mare aspettando che qualcosa del padre ritorni. Certo, Telemaco si aspetta di vedere le vele gloriose della flotta vincitrice del padre-eroe. Ma Telemaco potrà ritrovare il proprio padre solo nelle spoglie di un migrante senza patria. In gioco non è affatto una domanda di restaurazione della sovranità smarrita del padre-padrone. Non è una domanda di potere e di disciplina, ma di testimonianza. Sulla scena non ci sono più padri-padroni, ma solo la necessità di padri-testimoni. Se il balcone di San Pietro, come mostra bene Habemus papam di Nanni Moretti, resta vuoto, se l'afonia che colpisce il padre-papa risulta inguaribile, resta altrettanto urgente la domanda che qualcuno possa assumere la responsabilità pubblica della parola e tutte le sue conseguenze. La domanda di padre non è più domanda di modelli ideali, di dogmi, di eroi leggendari e invincibili, di gerarchie immodificabili, di una autorità repressiva, ma di atti, di scelte, di passioni capaci di testimoniare, appunto, come si possa stare in questo mondo con desiderio e, al tempo stesso, con responsabilità. Il padre che oggi viene invocato non può più essere il padre che ha l’ultima parola sulla vita e sulla morte, sul senso del bene e del male, ma solo un padre radicalmente umanizzato e vulnerabile, incapace di dire qual è il senso ultimo della vita, ma capace di mostrare, attraverso la testimonianza della propria vita, che la vita può avere un senso. La psicoanalisi insegna che la paternità autentica è una responsabilità senza pretese di proprietà. Questo significa, per esempio, non avere progetti sui propri figli, non esigere che diventino ciò che le nostre aspettative narcisistiche si attendono, ma significa anche trasmettere alle nuove generazioni la fede nei confronti dell'avvenire, la fede verso la loro capacità di progettare il futuro.
Sappiamo che nel nostro tempo questa nozione di responsabilità è stravolta. Non solo la crisi della famiglia, ma anche la crisi della cosiddetta etica pubblica rivelano uno scivolamento pericoloso verso un pervertimento della responsabilità, ovvero verso una proprietà senza responsabilità. Nelle ultime tornate elettorali l’ indignazione civile verso il berlusconismo, come espressione culturale paradigmatica della degenerazione ipermoderna della funzione paterna, si è manifestata in modo elettivo attraverso il voto delle nuove generazioni le quali, come Telemaco, non vogliono rinunciare a guardare il mare, ad avere un orizzonte per le proprie vite.
Certo la nostalgia del padre eroe è una malattia ed è sempre in agguato, ma il tempo del ritorno glorioso del padre è per sempre alle nostre spalle. L'afonia del padre papa resta inguaribile; dal mare non tornano monumenti, flotte invincibili, capi-partito, leader autoritari e carismatici, uomini-dei, ma solo frammenti, pezzi staccati, padri fragili, vulnerabili, nuovi sindaci dal sorriso gentile, poeti, registi, insegnanti precari, migranti, lavoratori, semplici testimoni di come si possa trasmettere ai propri figli e alle nuove generazioni la fede nell'avvenire, il senso dell'orizzonte, una responsabilità che non rivendica alcuna proprietà.
Repubblica 12 luglio 2011 —

Commento

Giuseppe Basile

Certamente siamo nell’era della perdita del ruolo e della funzione del padre, almeno così come si erano affermati, tramandati, perpetuati per millenni di generazione e generazione. Siamo nell’era, come dice lo psicoanalista Massimo Recalcati, dell’eclisse del padre, costretto comunque a inventarsi una nuova identità. Cosa che non succede alle madri perché comunque la biologia una funzione gliela assegna, anche se non garantisce loro, perciò, di essere buone madri affettuose.
Nell’affannosa ricerca dei padri di essere padri adeguati, il modello che sembra essere più di moda è quello di essere compagni di giochi e confidenze dei loro figli e questo vale anche per le madri. Ma è un modello artificioso, confuso, confusionario e pericoloso. Comunque non è il semplice fare qualcosa con i propri figli che legittima il modello, quanto piuttosto il come si sta con loro è quello che conta. E il come ce lo dicono i figli, ancora quando sono piccoli, sono loro che prendono l’iniziativa, spinti dai loro bisogni di diventare “grandi”. Ai padri e alle madri il dovere di favorire il gioco con attenzione e sensibilità. È un gioco di relazione sano e fecondo soprattutto. E’ in questo gioco di relazione che il bambino si costruisce l’immagine del padre e della madre con cui per sempre poi farà i conti nella vita. Se il padre sarà il padre di Telemaco o di Edipo o peggio un padre inesistente e inconsistente. La domanda che viene spontanea è: quanto tempo i genitori passano a giocare con i figli senza confondersi “compagni di giochi”. Senza scadere però in facili anatemi, perchè come sempre i problemi umani hanno una intrinseca complessità.
Purtroppo il modello di “amicizia” della relazione fra un genitore e un figlio sembra moderno, giovanile e funzionale per definire questa relazione delicata e complessa nello stesso tempo. Il dichiarare apertamente questo modello da parte di un genitore sembra una conquista, una capacità acquisita, un merito rispetto a chi invece è visto un “conservatore”.
Al di là poi di come uno interpreta lo stile della relazione genitoriale nelle individualità dei casi, su cui comunque bisogna essere prudenti nel giudicare, si trascura ingenuamente di capire che una relazione di amicizia in genere è per definizione paritaria, “simmetrica”. Gli amici si sentono di essere sullo stesso piano e con lo stesso potere relazionale, ma un figlio per il fatto che è generato, per il fatto che ci mette anni per rendersi un adulto autonomo e che in questo percorso ha bisogno del genitore; perciò, non ha lo stesso potere relazionale e la relazione viene definita “complementare”. La differenza non si può annullare, caratterizza la relazione fra genitore e figlio. Annullare o ridurre la differenza è confusione e confusione pericolosa che può portare a disturbi psicopatologici. Una mia paziente non percepiva la gravità della sua affermazione di essere amica della figlia fino a confidarsi le esperienze sessuali. Un padre è predefinito nella relazione con suo figlio per potere, per storia, per esperienza e per generazione. La funzione e l’arte genitoriale è quella di mettere queste differenze a beneficio delle differenze del figlio per il suo processo evolutivo e per il suo benessere.

Piccole belve da ammansire con il cuoreMarco Lodoli Nel campo della pedagogia spicciola, lo slogan oggi più diffuso è se...
20/02/2026

Piccole belve da ammansire con il cuore
Marco Lodoli



Nel campo della pedagogia spicciola, lo slogan oggi più diffuso è senz'altro "Non autoritarismo, ma autorevolezza", che vorrebbe spingere insegnanti e genitori a mollare lo sgabello e la frusta da domatori e a conquistare i loro tigrotti grazie alla forza dei discorsi e delle lezioni più affascinanti. Non si deve gridare, non si deve minacciare, sospendere, punire, bisogna ammansire e ammaestrare le giovani belve con le nostre parole cariche di seduzione: noi insegnanti dobbiamo essere una via di mezzo tra Umberto Eco e Roberto Benigni, colti e spiritosi, profondissimi pozzi di scienza circondati dalla meringa della simpatia. Noi genitori dobbiamo far capire la ragionevolezza kantiana dei nostri ordini, che mai devono nascere dal nervosismo, dall'impazienza, dalla sopraffazione, ma dall'armonia cosmica, da un Bene assoluto che il pargolo non può non capire. Giuro: io ci provo, sia in classe che a casa, con gli studenti e con i miei bambini. Ce la metto tutta per essere carismatico, per ottenere senza pretendere, per convincere senza imporre. Spiego e scherzo, provo a essere un buon professore ma anche un buon intrattenitore, provo ad arrivare a qualche risultato senza annoiare troppo. Ma purtroppo non sempre riesco ad arginare il caos.
"Senti un po', professò, devo annà ar bagno", mi dice una ragazza. "Non darmi del tu, impara a rivolgerti agli adulti con più rispetto. E aspetta dieci minuti, il cambio d'ora".
Mi guarda stupita: "A professò, nun me poi fa così, io me sto a piscià sotto, io esco."
E se ne va, anche se io ripeto aspetta, e se provo a trattenerla se ne va sbattendo la porta. Scene di questo tipo accadono di continuo. A volte spiego e due studenti mi danno le spalle, sono a mezzo metro, ma a loro non importa, non cercando nemmeno il sotterfugio, il bigliettino, il bisbiglio: chiacchierano tranquillamente con i compagni seduti al banco di dietro.

"Professò, io so' sincero, sta cosa nun me interessa, la storia è roba vecchia, noi c'abbiamo da fa oggi pomeriggio, se dovemo organizzà".

Una palese maleducazione impera, al punto tale che non viene nemmeno intesa come maleducazione, semplicemente come libertà, sincerità, naturalezza. Il linguaggio è spesso sbracato, i modi villani; i toni da mercato. lo resisto, cerco di dimostrare che la gentilezza d'animo è una qualità necessaria per avvicinarsi al sapere, che il bruto è tagliato fuori dalla società, che la volgarità non paga: Ma ricordo anche quella frase di Freud, esplicita e dolorosa: "L'educazione è una lunga opera di repressione". Per educare bisogna anche comprimere la bestialità, i desideri scomposti, la prepotenza egoista, l'avidità infantile.

Noi cinquantenni cresciuti in una scuola severa, ma sbocciati grazie al vento libertario temiamo che qualcosa di buono si perda durante il processo educativo, e questo timore ci rende deboli, esitanti, inascoltati. Non ce la facciamo a castigare, dunque ci deprimiamo di fronte all'insolenza. Crediamo che sia colpa nostra, di non essere capaci a spiegare Dante come la coppia Eco- Benigni. E a casa non è poi così diverso. I bambini sembrano iscritti da subito al Club dei Diritti Assoluti:
"Papà, perché hai comprato un giornaletto a Giordano e a me no?".
E io, calmo, ragionevole, kantiano, rispondo:
"A te ho comprato le figurine".
Scuote la testa, Tobia:
"Il giornaletto costa due euro e ottanta, le figurine uno e venti, così non va bene papà, mi dispiace ma proprio non va bene".
Io non raccolgo e allora scatta il pianto, si alzano gli strilli, partono le convulsioni nervose. I nostri padri ci avrebbero rifilato un ceffone, ma noi sappiamo che i bambini non si toccano, che il Telefono Azzurro è pronto a recepire ogni denuncia.
A dire il vero, nostri padri difficilmente mollavano sganassoni: bastava uno sguardo per ricordare al ragazzino che c'è un ordine e c'è una legge, che i piccoli devono obbedire alla volontà dei genitori, i quali agiscono seguendo una logica non sempre chiara, ma tesa al bene del figliolo.
Il guaio è che anche come genitori crediamo assai poco a quella legge invisibile e un po' stupida, vorremmo essere più comprensivi perché da bambini nessuno ci ha compreso, vorremmo essere più buoni perché in quelle case del dopoguerra i sentimenti gelavano, si doveva solo ubbidire e tacere. Insomma: la frusta non la vogliamo più, però non vorremmo nemmeno gli sputi in faccia. E allora che fare? Nonostante tutto, nonostante qualche delusione, credo che l'amore alla fine sia più fecondo della caserma, che produca persino risultati migliori.
Studenti e bambini sono istintivamente disordinati e chiassosi, vogliono esistere contro ogni regola, a volte straripano oltre i margini: però resto convinto che la loro energia sa riconoscere la voce buona del maestro, la vitalità del bene, che non è inermità e insulsaggine. Bisogna avere pazienza, insistere, non essere pietre severe e immobili, ma guidare con mano ferma e calda i nostri figli, continuare a vivere insieme a loro: insegnare e imparare.
La Repubblica 25 febbraio 2011

Commenti
Giuseppe Basile

È da tanto ormai che nella vita sociale e soprattutto nel campo dell’educazione si assiste ad una rincorsa affannosa a invocare il ritorno della severa disciplina, specialmente a scuola e a casa, per l’insofferenza del dilagare del lassismo e del buonismo.
Insegnanti confusi e impotenti si difendono come possono, ricorrendo ai voti, allo spauracchio della bocciatura e del voto in condotta, per non parlare delle amenità educative quali “l’angolo della tranquillità, uno spazio separato da una tenda, dove i bambini più indisciplinati vengono invitati a ritirarsi per recuperare calma e controllo”.

Genitori insicuri e ansiosi ricorrono ai manuali educativi, (che continuano ad essere sfornati di tutti i tipi e di tutti gli orientamenti dalle case editrici), dove cercano affannosamente indicazioni educative e risposte certe sul come fare con i figli.
La crisi della società si riflette sulla crisi della educazione e viceversa in modo circolare.

Mi pare che la risposta di Marco Lodoli, genitore, insegnante, scrittore sia un po’ rassicurante, perché va dritto al cuore del problema, senza ricorrere ad alchimie educative o a consigli a buon mercato, facili da dare perché non costano niente. E il cuore del problema è la relazione, fra insegnanti e alunni, fra genitori e figli. E l’anima della relazione intima è l’amore. Questa è la speranza che, comunque, nonostante tutti gli errori e le incertezze che si possono fare e che certamente si fanno e si faranno, ci salva dall’ansia e dai sensi di colpa. “Nonostante tutto, - dice Lodoli, - nonostante qualche delusione, credo che l'amore alla fine sia più fecondo della caserma, che produca persino risultati migliori. “

Di rincalzo però l’altro problema è: cos’è amore e come arriva e cosa ai figli e agli alunni. Tutti i genitori affermano con sicurezza che amano i figli, ma non si chiedono (cosa difficile) se i figli si sentono amati. Una cosa è dare amore, altra cosa è sentire amore. Bisognerebbe essere capaci di entrare nella testa e nel cuore dei nostri figli. Cosa impossibile, ma è però possibile imparare l’arte del vivere insieme ai figli, Crescere con i figli (titolo di un bel libro di Massimo Ammaniti, psichiatra psicoanalista). E crescere con i figli vuol dire legarsi ad ogni figlio con una corda invisibile che ci rassicuri che facciamo un cammino assieme, che ci impedisca di distanziarci troppo con il rischio di non capirsi. Se si scioglie la corda o si rompe, si rompe una relazione vitale. Anche se si pensa che questo legame invisibile prima o poi dovrà pur essere sciolto per permettere la crescita adulta, io penso che è un legame, se è sano, che ci accompagna per tutte le età della nostra vita, fino a quando i genitori anziani sentiranno, in una inversione di ruoli, il bisogno di sentirsi amati dai figli con la stessa tenerezza con cui loro li hanno amati prima.
Nel rapporto con i figli si naviga sempre a vista, come ben sanno i marinai, quando si trovano a navigare su fondali sconosciuti e rocciosi, senza fidarsi delle carte di navigazione.
Fondamentale nella relazione d'amore il "sentire" di essere amato, cioè pensato dall'altro, che l'altro si prende cura di te, che ti guarda con occhi scintillanti e che ti aspetta. Siamo come i bambini che cercano e si attaccano alle persone da cui si sentono amati.
Il sentimento dell'amore non è solo una parola, un concetto astratto, ma soprattutto una esperienza.


Giuseppe Basile

02/02/2026

Per Socrate, educare significa cominciare innanzitutto a "conoscere se stessi". Il maestro greco non si riferisce però a un'individualità chiusa ed egoista, ma allude al contrario a quella cura di sé che si pratica in un lento e progressivo cammino di ascesi e addita un percorso complesso verso l...

“La nostra anima è una casa. E ricordando case e stanze impariamo a dimorare in noi stessi”Bachelard“Lo spazio della con...
05/11/2025

“La nostra anima è una casa.
E ricordando case e stanze
impariamo a dimorare in noi stessi”
Bachelard

“Lo spazio della consultazione, in cui il paziente si reca regolarmente, a volte per diversi anni, acquisisce una certa familiarità. Non diventa uno spazio confidenziale proprio come la casa in cui abitiamo, ma condivide con essa la caratteristica distintiva di essere uno "spazio di intimità protetta". La "casa” terapeutica - casa che qui designa lo spazio sensibile abitato dal terapeuta e dal suo ospite – è uno spazio in cui la persona in terapia rivela e confida, come raramente altrove, il suo mondo intimo. Uno spazio riservato - per il tempo che dura la terapia - dove non si può entrare senza una previa negoziazione e che, come terapeuti, dobbiamo proteggere dal rischio di intrusione.
[…]
Vorremmo affidarci alle riflessioni di Bachelard (1957) sul tema della "casa", quest'ultima definita soprattutto dalla funzione di intimità protetta", di "non-me che protegge il sé", che non coincide necessariamente con la casa in cui viviamo. Da bambini, in particolare, possiamo vivere la funzione di "casa" più vividamente nella capanna che nostro padre ci ha costruito in un angolo del giardino o nella soffitta dei nostri nonni che nei confini ufficiali della nostra casa. Nella sua opera, Gaston Bachelard fa delle osservazioni su parti della casa come la soffitta o la cantina. Parla della casa come di un'identità globale e sviscera anche il singolo luogo, il mobile, i cassetti con il loro contenuto inatteso e dimenticato. E nell'esempio che abbiamo visto anche quello di più semplice gancio sulla parete.

"Con l'immagine della casa abbiamo un vero principio di integrazione psicologica. [...] Esaminata nei più diversi orizzonti teorici, sembra che l’immagine della casa diventi la topografia del nostro intimo ... Non solo i nostri ricordi, ma anche le nostre omissioni vi sono ospitate. Il nostro inconscio è ospitato. La nostra anima è una casa. E ricordando case e stanze impariamo a dimorare in noi stessi” (Bachelard)

Le immagini della casa funzionano in entrambe le direzioni: sono in noi tanto quanto noi siamo in loro. Si potrebbe pensare che le caratteristiche di luogo sicuro della "casa" terapeutica sia chiamata a sostenere il ripristino dell'intimità così spesso ferita dai pazienti che ci consultano.”

Giovanni Fioriti Editore - Incontro e presenza in terapia – Marco Vannotti, Liliana Redaelli, Maria Montanaro, Giovanni Pé (pag. 83)

Commento

Parlare di “casa” in cui si è vissuti e sono vissuti anche genitori e nonni è ormai un raro privilegio. Il mio primo ricordo infantile è vedermi seduto e fare colazione accudito da mia nonna materna nella sua casa familiare. Casa dove poi siamo cresciuti noi nipoti, poi demolita per far posto a nuovi appartamenti per noi figli adulti.
In tempo di vacanze quando qualche amico mi chiede: “dove vai in vacanza”, tutte le volte rispondo: “vado a casa mia” a Pozzallo in Sicilia, nonostante siano passati 60 anni da che vivo a Rovereto. E là nella mia casa ci sono ancora i vecchi mobili dei miei genitori. E’ lì che “Il mio inconscio è ospitato”

Casa, perciò, di ricordi, di presenze generazionali, di storie vissute e ricordate e ricostruite in un racconto familiare. Racconto non sempre completo e non sempre conosciuto. Solo quando la curiosità o una necessità ci spinge a sapere di più di quanto si sa, cominciamo a interrogarci e interrogare chi sa della nostra storia sconosciuta.
Ma quando questa personale ricerca si imbatte in un vicolo cieco, diventa critica, confusa, insoddisfacente, allora nasce un malessere, un sintomo incomprensibile, che se non capito si aggrava sempre più fino a richiedere una consultazione psicologica.
Ed entrare in terapia è anche entrare in una “casa” con cui gradualmente si prende confidenza, si conosce sempre più, in cui diminuisce l’incertezza di quello che si fa, e come si è. Gradualmente si affronta il malessere interiore e ad esplorare la “casa” in cui si vive e in cui “il nostro inconscio è ospitato”, lo sconosciuto mondo relazionale con cui è anche intessuta la nostra anima sofferente e dove senza saperlo sono depositate e sconosciute le relazioni familiari delle generazioni precedenti.

Così “ricordando case e stanze impariamo a dimorare in noi stessi”

Quando nasce un secondo figlio “In un caso, dove la nascita del fratellino aveva generato nel primogenito un forte turba...
14/07/2025

Quando nasce un secondo figlio



“In un caso, dove la nascita del fratellino aveva generato nel primogenito un forte turbamento, un mio paziente, padre premuroso e affettuoso, dichiara apertamente di non sapere come gestire la situazione.
Quando iniziò la sua analisi era afflitto da stati depressivi legati a una mancata promozione, tanto attesa, nell'azienda dove lavorava. Un'altra collega aveva preso inaspettatamente quello che avrebbe dovuto essere il suo posto agognato da anni.
Nel lavoro dell'analisi aveva potuto vedere come la "destituzione" fosse una specie di marchio traumatico ricorrente in tutta la sua vita: p***e il posto di titolare in una squadra di calcio dove giocava da ragazzo, una fidanzata amatissima sottratta da un amico, la casa di famiglia a causa di una serie di debiti insoluti...
Il più recente turbamento ansioso del suo primogenito lo mette di fronte alla propria difficoltà nel consolarlo e nel rassicurarlo. Anche l'indicazione di fare in modo che la rabbia invidiosa, unita alla delusione provata dal figlio, possa manifestarsi attraverso le parole, non sortisce alcun effetto.
Più significativa è stata la ripresa della sua storia, dove la nascita di una sorella aveva implicato un cambiamento radicale negli atteggiamenti materni che il soggetto aveva allora vissuto come un vero e proprio "voltafaccia". La madre, infatti, aveva da sempre atteso una figlia femmina. Per questa ragione la sua primogenitura era stata totalmente sovvertita dalla nascita della sorellina. Si era sentito così messo da parte, ignorato, declassato. In una seduta particolarmente agitata che aveva come tema il ritorno dell'enuresi nel figlio maggiore, sono intervenuto invitandolo a dire al proprio bambino in crisi che nessun fratello e nessuna sorella avrebbero mai potuto cancellare il fatto che lui fosse il primogenito. Intervento che, mentre ha avuto sul figlio un effetto di pacificazione, sul mio paziente ha prodotto una piccola ulteriore rivelazione: la nascita di sua sorella lo aveva destituito, in quanto per la madre questa nascita era stata quella della sola figlia autenticamente attesa. Tutta la sua vita era stata vissuta all'ombra di questa esperienza primaria di destituzione che la nascita del suo secondogenito aveva riacceso attraverso lo sconforto provocato nel primogenito”.

Massimo Recalcati - Uno diviso Due - Feltrinelli

Commento
Giuseppe Basile


Apparentemente non succede niente di particolare. Tutto succede quando il figlio maggiore si accorge che tutte le attenzioni dei genitori e dei familiari sono rivolte al nuovo nato.
Il caso narrato da Recalcati è esemplificativo di tante storie familiari alla nascita del secondo figlio/a. Di solito i genitori preparano il primogenito alla nascita e all’accoglienza del secondo figlio, durante tutta la gravidanza, ma da quando nasce l’euforia iniziale, nel primogenito gradualmente si spegne. Emerge invece una silenziosa invidia nel vedersi e sentirsi messo da parte. Tutte le attenzioni sono rivolte al nuovo arrivato, inizialmente accettate anche dal primogenito, ma gradualmente emergono le prime insofferenze per la tanta attenzione e cura che i familiari prestano a lui. Nasce naturale la gelosia verso il fratello/sorella, percepito sempre più con il passare del tempo come rivale e intruso.
Non è più naturale il comportamento del primogenito quando diventa aggressivo o sintomatico. Sono tutti segnali di una grave sofferenza, apparentemente invisibile, perché camuffata, ma precocemente psicopatologica e non riconosciuta.
Un malessere che può trascinarsi per anni e poi dimenticato, come nel caso seguito da Recalcati.

Un impiegato, sempre impegnato per anni nel suo lavoro, con la speranza di una promozione meritata, ma scartato da una collega ritenuta più efficace; da adolescente coltivava la speranza di un riconoscimento di poter giocare da titolare con bravura e passione al calcio, mai preso in considerazione; abbandonato dalla sua amata fidanzata per un suo amico. Tutta una storia di fallimenti immeritati fino a quando sentendosi incapace di aiutare il suo primogenito decide di chiedere aiuto a Recalcati. Ma inizialmente senza risultati positivi.
Solo quando si affronta la storia personale e familiare vengono alla luce i fatti significativi per cui il paziente si sente impotente e incapace nel farsi valere. Primogenito anche lui declassato dalla madre alla nascita di sua sorella, aspettata, desiderata, e considerata unica vera figlia. Rivalità vissuta dal paziente in silenzio con l’impotenza di farsi valere nella società e nella famiglia.
Ma una volta affrontata la storia familiare del paziente non ci si può fermare alla scoperta che “_per la madre questa nascita era stata quella della sola figlia autenticamente attesa_”
Bisogna andare oltre, capire perché ci fosse un rifiuto del maschio!

14/05/2025
25/08/2024

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