20/02/2026
Piccole belve da ammansire con il cuore
Marco Lodoli
Nel campo della pedagogia spicciola, lo slogan oggi più diffuso è senz'altro "Non autoritarismo, ma autorevolezza", che vorrebbe spingere insegnanti e genitori a mollare lo sgabello e la frusta da domatori e a conquistare i loro tigrotti grazie alla forza dei discorsi e delle lezioni più affascinanti. Non si deve gridare, non si deve minacciare, sospendere, punire, bisogna ammansire e ammaestrare le giovani belve con le nostre parole cariche di seduzione: noi insegnanti dobbiamo essere una via di mezzo tra Umberto Eco e Roberto Benigni, colti e spiritosi, profondissimi pozzi di scienza circondati dalla meringa della simpatia. Noi genitori dobbiamo far capire la ragionevolezza kantiana dei nostri ordini, che mai devono nascere dal nervosismo, dall'impazienza, dalla sopraffazione, ma dall'armonia cosmica, da un Bene assoluto che il pargolo non può non capire. Giuro: io ci provo, sia in classe che a casa, con gli studenti e con i miei bambini. Ce la metto tutta per essere carismatico, per ottenere senza pretendere, per convincere senza imporre. Spiego e scherzo, provo a essere un buon professore ma anche un buon intrattenitore, provo ad arrivare a qualche risultato senza annoiare troppo. Ma purtroppo non sempre riesco ad arginare il caos.
"Senti un po', professò, devo annà ar bagno", mi dice una ragazza. "Non darmi del tu, impara a rivolgerti agli adulti con più rispetto. E aspetta dieci minuti, il cambio d'ora".
Mi guarda stupita: "A professò, nun me poi fa così, io me sto a piscià sotto, io esco."
E se ne va, anche se io ripeto aspetta, e se provo a trattenerla se ne va sbattendo la porta. Scene di questo tipo accadono di continuo. A volte spiego e due studenti mi danno le spalle, sono a mezzo metro, ma a loro non importa, non cercando nemmeno il sotterfugio, il bigliettino, il bisbiglio: chiacchierano tranquillamente con i compagni seduti al banco di dietro.
"Professò, io so' sincero, sta cosa nun me interessa, la storia è roba vecchia, noi c'abbiamo da fa oggi pomeriggio, se dovemo organizzà".
Una palese maleducazione impera, al punto tale che non viene nemmeno intesa come maleducazione, semplicemente come libertà, sincerità, naturalezza. Il linguaggio è spesso sbracato, i modi villani; i toni da mercato. lo resisto, cerco di dimostrare che la gentilezza d'animo è una qualità necessaria per avvicinarsi al sapere, che il bruto è tagliato fuori dalla società, che la volgarità non paga: Ma ricordo anche quella frase di Freud, esplicita e dolorosa: "L'educazione è una lunga opera di repressione". Per educare bisogna anche comprimere la bestialità, i desideri scomposti, la prepotenza egoista, l'avidità infantile.
Noi cinquantenni cresciuti in una scuola severa, ma sbocciati grazie al vento libertario temiamo che qualcosa di buono si perda durante il processo educativo, e questo timore ci rende deboli, esitanti, inascoltati. Non ce la facciamo a castigare, dunque ci deprimiamo di fronte all'insolenza. Crediamo che sia colpa nostra, di non essere capaci a spiegare Dante come la coppia Eco- Benigni. E a casa non è poi così diverso. I bambini sembrano iscritti da subito al Club dei Diritti Assoluti:
"Papà, perché hai comprato un giornaletto a Giordano e a me no?".
E io, calmo, ragionevole, kantiano, rispondo:
"A te ho comprato le figurine".
Scuote la testa, Tobia:
"Il giornaletto costa due euro e ottanta, le figurine uno e venti, così non va bene papà, mi dispiace ma proprio non va bene".
Io non raccolgo e allora scatta il pianto, si alzano gli strilli, partono le convulsioni nervose. I nostri padri ci avrebbero rifilato un ceffone, ma noi sappiamo che i bambini non si toccano, che il Telefono Azzurro è pronto a recepire ogni denuncia.
A dire il vero, nostri padri difficilmente mollavano sganassoni: bastava uno sguardo per ricordare al ragazzino che c'è un ordine e c'è una legge, che i piccoli devono obbedire alla volontà dei genitori, i quali agiscono seguendo una logica non sempre chiara, ma tesa al bene del figliolo.
Il guaio è che anche come genitori crediamo assai poco a quella legge invisibile e un po' stupida, vorremmo essere più comprensivi perché da bambini nessuno ci ha compreso, vorremmo essere più buoni perché in quelle case del dopoguerra i sentimenti gelavano, si doveva solo ubbidire e tacere. Insomma: la frusta non la vogliamo più, però non vorremmo nemmeno gli sputi in faccia. E allora che fare? Nonostante tutto, nonostante qualche delusione, credo che l'amore alla fine sia più fecondo della caserma, che produca persino risultati migliori.
Studenti e bambini sono istintivamente disordinati e chiassosi, vogliono esistere contro ogni regola, a volte straripano oltre i margini: però resto convinto che la loro energia sa riconoscere la voce buona del maestro, la vitalità del bene, che non è inermità e insulsaggine. Bisogna avere pazienza, insistere, non essere pietre severe e immobili, ma guidare con mano ferma e calda i nostri figli, continuare a vivere insieme a loro: insegnare e imparare.
La Repubblica 25 febbraio 2011
Commenti
Giuseppe Basile
È da tanto ormai che nella vita sociale e soprattutto nel campo dell’educazione si assiste ad una rincorsa affannosa a invocare il ritorno della severa disciplina, specialmente a scuola e a casa, per l’insofferenza del dilagare del lassismo e del buonismo.
Insegnanti confusi e impotenti si difendono come possono, ricorrendo ai voti, allo spauracchio della bocciatura e del voto in condotta, per non parlare delle amenità educative quali “l’angolo della tranquillità, uno spazio separato da una tenda, dove i bambini più indisciplinati vengono invitati a ritirarsi per recuperare calma e controllo”.
Genitori insicuri e ansiosi ricorrono ai manuali educativi, (che continuano ad essere sfornati di tutti i tipi e di tutti gli orientamenti dalle case editrici), dove cercano affannosamente indicazioni educative e risposte certe sul come fare con i figli.
La crisi della società si riflette sulla crisi della educazione e viceversa in modo circolare.
Mi pare che la risposta di Marco Lodoli, genitore, insegnante, scrittore sia un po’ rassicurante, perché va dritto al cuore del problema, senza ricorrere ad alchimie educative o a consigli a buon mercato, facili da dare perché non costano niente. E il cuore del problema è la relazione, fra insegnanti e alunni, fra genitori e figli. E l’anima della relazione intima è l’amore. Questa è la speranza che, comunque, nonostante tutti gli errori e le incertezze che si possono fare e che certamente si fanno e si faranno, ci salva dall’ansia e dai sensi di colpa. “Nonostante tutto, - dice Lodoli, - nonostante qualche delusione, credo che l'amore alla fine sia più fecondo della caserma, che produca persino risultati migliori. “
Di rincalzo però l’altro problema è: cos’è amore e come arriva e cosa ai figli e agli alunni. Tutti i genitori affermano con sicurezza che amano i figli, ma non si chiedono (cosa difficile) se i figli si sentono amati. Una cosa è dare amore, altra cosa è sentire amore. Bisognerebbe essere capaci di entrare nella testa e nel cuore dei nostri figli. Cosa impossibile, ma è però possibile imparare l’arte del vivere insieme ai figli, Crescere con i figli (titolo di un bel libro di Massimo Ammaniti, psichiatra psicoanalista). E crescere con i figli vuol dire legarsi ad ogni figlio con una corda invisibile che ci rassicuri che facciamo un cammino assieme, che ci impedisca di distanziarci troppo con il rischio di non capirsi. Se si scioglie la corda o si rompe, si rompe una relazione vitale. Anche se si pensa che questo legame invisibile prima o poi dovrà pur essere sciolto per permettere la crescita adulta, io penso che è un legame, se è sano, che ci accompagna per tutte le età della nostra vita, fino a quando i genitori anziani sentiranno, in una inversione di ruoli, il bisogno di sentirsi amati dai figli con la stessa tenerezza con cui loro li hanno amati prima.
Nel rapporto con i figli si naviga sempre a vista, come ben sanno i marinai, quando si trovano a navigare su fondali sconosciuti e rocciosi, senza fidarsi delle carte di navigazione.
Fondamentale nella relazione d'amore il "sentire" di essere amato, cioè pensato dall'altro, che l'altro si prende cura di te, che ti guarda con occhi scintillanti e che ti aspetta. Siamo come i bambini che cercano e si attaccano alle persone da cui si sentono amati.
Il sentimento dell'amore non è solo una parola, un concetto astratto, ma soprattutto una esperienza.
Giuseppe Basile