16/02/2026
BISOGNA PARLARE LA STESSA LINGUA PER CAPIRSI.
"- Hai già messo il sale?
- Veramente il sale di solito lo mette chi butta la pasta…
- Li mangiate ancora i pasticcini o li posso mettere in frigo?
- Veramente stavamo per metterceli.
- Preparo la pasta per la piccola, oppure ha già mangiato?
- Veramente non ho ancora cucinato perché stavo finendo di studiare.
- In futuro ricordiamoci di spegnere il riscaldamento quando usciamo.
- Veramente pensavo che lo avresti fatto tu.
Cosa si può scoprire, ragionando con attenzione su questi scambi?
Che ci mettiamo continuamente in difficoltà a vicenda, senza volerlo e senza accorgercene.
Che il nostro sistema si sente continuamente attaccato dall'altro anche quando non c'è alcun attacco in atto.
Che l'attacco che ci sembra di ricevere lo percepiamo nitidamente come azione intenzionale dell'altro contro di noi, fino a consolidare l'idea che sia il carattere dell'altra persona ciò che ci rende invivibile la vita.
Che in molti momenti finiamo per sentirci impotenti dentro la relazione, perché sembra che non possiamo dire nulla in favore dei nostri bisogni.
È un meccanismo sottile e invisibile che va in aumento nel tempo e che coinvolge entrambi i poli di chi si sta relazionando.
È chiaro che finiremo per vivere con estrema fatica e sofferenza le nostre vicinanza affettive!
Ma invece c'è da scoprire che ci sono processi fissi e sistemici in atto:
La vicinanza esistenziale
con persone con cui abbiamo una relazione emozionale e affettiva,
produce in modo automatico e inevitabile,
uno "STRESS di VICINANZA".
Questo stress di vicinanza viene interpretato come "cattiva volontà o attenzione" dell'altro verso di noi.
Per cui dopo un po' arriviamo a preferire di non averlo vicino.
Arriviamo a desiderare che "la persona cambi" o di "cambiare persona",
E non funzionerà, perché, il problema rimarrà anche con una persona diversa.
Perché non si tratta di cambiare persona, ma di cambiare interazione.
Diventare consapevoli degli infiniti modi in cui si creano pericolosi "equivoci di interazione", totalmente invisibili, che poi ci fanno stare male.
Le frasi all'inizio sono un'occasione ottima per "vedere l'invisibile" e scoprire uno dei modi in cui le due persone che interagiscono accumulano sofferenza senza volerlo e senza vederlo, solo per via di come funziona il nostro "sistema di allarme".
Rileggiamole facendo bene caso ad una cosa:
il primo che parla è concentrato sulle "informazioni per fare una cosa".
Il secondo che parla, tutte le volte, risponde concentrato sulla “difesa di sé”.
Hai già messo il sale?
Veramente il sale di solito lo mette chi butta la pasta…
Il primo vuole sapere se metterlo o no.
Il secondo, invece di dire semplicemente sì o no, sta spiegando che non era un suo compito.
Perché lo fa? Non era quella la domanda.
«Li mangiate ancora i pasticcini o li posso mettere in frigo?»
«Veramente stavamo per metterceli.»
Il primo, vedendo i pasticcini a rischio di rovinarsi, vuole sapere se li può togliere dal tavolo, o se deve lasciarli ancora lì.
Il secondo invece risponde come se avesse ricevuto la domanda:
«visto che avete finito di mangiarli, perché non li avete messi in frigo?»
«Preparo la pasta per la piccola, oppure ha già mangiato?»
«Veramente non ho ancora cucinato perché stavo finendo di studiare.»
Di nuovo il primo cerca una informazione e il secondo invece si giustifica.
Il primo si sta offrendo di fare una cosa utile per tutti, e il secondo si sente come se avesse ricevuto un rimprovero ingiusto.
«In futuro ricordiamoci di spegnere il riscaldamento quando usciamo.»
«Veramente pensavo che lo avresti fatto tu.»
Qui il primo propone una cosa per il futuro.
Il secondo spiega perché non l'ha fatta nel passato.
Di nuovo il secondo vive la proposta del primo, come un'accusa di "inadempienza".
In questo tipo di dinamiche di comunicazione escono profondamente feriti entrambi i poli.
Il secondo si sente continuamente sotto attacco, rimproverato e redarguito.
Si sente controllato e giudicato.
Ma è il suo sistema di difesa che sta interpretando male.
Il primo invece entra in profondi sentimenti di impotenza.
Perché sta solo cercando di far funzionare le cose.
E sta anche cercando di evitare qualsiasi conflitto.
Per cui è anche pronto a fare al posto dell'altro, ma ha bisogno di informazioni per fare bene.
Oppure ha bisogno, come nel caso del riscaldamento, che ci sia un coordinarsi di tutti per uno scopo comune.
Il primo vorrebbe non essere visto come "il cattivo".
Ed è invece esattamente il modo in cui si sente visto.
«Io non voglio attaccare nessuno, ma ho bisogno che alcune cose vengano fatte bene, altrimenti mi sento annegare nei problemi. Ma appena parlo, ricevo un calcio. Non posso dire niente che vengo aggredito. Ma come faccio a proteggere i miei bisogni se ogni cosa che dico viene presa come un attacco? Quindi l'unico modo per non stare in guerra, è sopportare tutto e stare muto?»
Uno dei problemi è che qualsiasi cosa ha due facce dentro la relazione: quella vista dall'emittente e quella vista dal ricevente.
Se il secondo "si protegge la faccia come se stesse per prendere uno schiaffo", al primo arriva: "tu mi vuoi dare uno schiaffo".
Ma sul primo ‘ve**re percepito come uno che dà schiaffi’ è uno schiaffo a lui a sua volta.
«Come? Io sto solo cercando di volerti bene, e tu mi tratti come se ti volessi fare violenza?»
Nella relazione emozionale e affettiva accade questa cosa fatale:
il proteggersi dell'uno, viene visto come accusa dall'altro.
Ma nessuno dei due all'inizio si sta proteggendo da un pericolo.
Ognuno si sta proteggendo da una PAURA.
E questo fa una differenza enorme.
Lo spavento, ai nostri occhi, trasforma l'altro da risorsa a minaccia.
Il punto difficile da vedere quando siamo dentro è proprio che entrambi si sentono aggrediti, nonostante nessuno fosse in un'intenzione aggressiva verso l'altro.
Il primo stava proteggendo una vivibilità pratica dell'ambiente esistenziale.
Il secondo stava proteggendo sé stesso dalla paura di ve**re considerato "colpevole" di qualcosa.
Ognuno dei due si sente vittima di un carnefice.
Ma nessuno dei due sta davvero attaccando l'altro.
Sono tutti e due vittime della complessità.
Vittime solo degli "equivoci di interazione",
di percezioni erronee,
di comunicazioni inconsapevolmente poco funzionali.
Due vittime, e nessun carnefice.
Ma non si vede.
E ognuno dei due invece percepisce l'altro come carnefice.
Per cui ciò che all'inizio accadeva per fraintendimento, alla fine diventa una profezia auto-avverante.
Sempre di più il primo, sentendosi impotente, sentendo che il suo bisogno di "fare le cose bene" viene ostacolato, finisce per pensare male dell'altro e inizia davvero a rimproverarlo e giudicarlo, in un modo in cui l'effetto di ferita che crea gli è comunque invisibile.
Invece di chiedere informazioni, inizierà davvero a rimproverare ogni volta:
«lo sapete che i pasticcini vanno male, se avevate finito potevate anche metterli in frigo, no?!»
«Guarda che lo sappiamo, stavamo ancora decidendo se prenderne un altro o no!»
Uno si sentirà sempre più trattato male:
«se ne fregano, fanno come vogliono, pensano solo a loro.»
L'altro si sentirà sempre più trattato male:
«qualsiasi cosa faccio non va bene, ovunque mi metto non va bene, quello che sono non va bene.»
Ed ecco che ciò che inizia come desiderio di incontro si trasforma silenziosamente e invisibilmente in scontro, delusione, e senso di solitudine profonda.
Solo uno studio approfondito delle interazioni ci può togliere da questo inferno e farci trovare le soluzioni e i modi per smettere di ferirci.
Che poi era l'unica cosa che speravamo di fare...
Trattarci bene."
CREDIT: L'amore amorevole