Studio Agàpe

Studio Agàpe Studio di Psicologia Clinica dello Sviluppo e Neuropsicomotricità.

ESSERE DIVERSO.Quella sensazione che non ti lascia mai..Ma diverso da chi?Ma diverso da cosa?Ma davvero è un male o è un...
22/02/2026

ESSERE DIVERSO.
Quella sensazione che non ti lascia mai..
Ma diverso da chi?
Ma diverso da cosa?
Ma davvero è un male o è una comoda etichetta che ti hanno appiccicato?
LIBERATENE!

COMUNICARE È UN'ARTE!Meglio impararla anche per "dirsene quattro" in modo utile.Ascolto attivo, empatia e uso della resp...
22/02/2026

COMUNICARE È UN'ARTE!
Meglio impararla anche per "dirsene quattro" in modo utile.
Ascolto attivo, empatia e uso della responsabilità personale, verbale e non verbale in accordo, con assertività.
Sei capace?
Se vuoi continuare ad imparare, chiedi info😊

Se semplicità e delicatezza fanno l'eleganza di casa tua, immagina cosa può accadere nella tua MENTE se cominci ad ELIMI...
21/02/2026

Se semplicità e delicatezza fanno l'eleganza di casa tua, immagina cosa può accadere nella tua MENTE se cominci ad ELIMINARE IL SUPERFLUO e a tenere solo il NECESSARIO, soprattutto a tenerlo NELL' ORDINE GIUSTO.
La tua eleganza interna brillerà agli occhi di tutti.

A volte serve "l'arredatore di interni" anche per la psiche..
Vieni a fare il tuo progetto🤗

LA TRAPPOLA DELLE TRE "P".Personalizzare= questa cosa riguarda proprio mePermanentizzare= questa cosa durerà per sempreP...
19/02/2026

LA TRAPPOLA DELLE TRE "P".

Personalizzare= questa cosa riguarda proprio me
Permanentizzare= questa cosa durerà per sempre
Pervasivizzare= questa cosa rovinerà ogni altra cosa

Sono le tre "P" che ci portano a diventare ossessivi nei pensieri.
La RIMURGINAZIONE è mettere la nostra energia nel luogo sbagliato.
Per uscirne non serve pensare positivo, serve scegliere dove vale la pena soffermarsi.
Gli antichi greci già ne parlavano.
Consigliavano di vagliare i pensieri attraverso tre setacci, o Cerchi:

Cerchio 1: ciò di cui hai il controllo (le tue azioni, sforzi, reazioni)
Cerchio 2: ciò che puoi influenzare (relazioni, lavoro, risultati)
Cerchio 3: ciò di cui non hai il controllo (gli altri, il passato, il futuro).

Quando i pensieri non si fermano, chiediti da quale Cerchio provengono e applica la regola che:
Cerchio1 --> Agisci ora!
Cerchio 2 --> Fai qualcosa se puoi, ciò che puoi.
Cerchio 3--> Lascialo andare!
Siccome non puoi fare nulla la mente ti ripropone la stessa domanda all'infinito, se non identifichi che appartiene a questo cerchio.
È qui, nel Cerchio 3 che nascono i pensieri ossessivi.

NON DEVI PENSARE DI MENO, DEVI PENSARE PRECISO!

Deve farsi molto buio per vedere le stelle.Ricordalo quando la vita ti mette alle strette.
18/02/2026

Deve farsi molto buio per vedere le stelle.
Ricordalo quando la vita ti mette alle strette.

È dopo la potatura che escono le gemme.Ricordalo quando la vita ti mette alle strette.
18/02/2026

È dopo la potatura che escono le gemme.
Ricordalo quando la vita ti mette alle strette.

Lo psicologo non è un mago che ti cambia, che ti fa o mette i filtri.Lo psicologo è colui che aiuta te a rimetterti a fu...
17/02/2026

Lo psicologo non è un mago che ti cambia, che ti fa o mette i filtri.
Lo psicologo è colui che aiuta te a rimetterti a fuoco.
Lentamente, gradualmente, con prove e luci giuste, con i tempi e il rispetto dovuto.
Affinché tu sia chi sei

BISOGNA PARLARE LA STESSA LINGUA PER CAPIRSI."- Hai già messo il sale?- Veramente il sale di solito lo mette chi butta l...
16/02/2026

BISOGNA PARLARE LA STESSA LINGUA PER CAPIRSI.

"- Hai già messo il sale?
- Veramente il sale di solito lo mette chi butta la pasta…

- Li mangiate ancora i pasticcini o li posso mettere in frigo?
- Veramente stavamo per metterceli.

- Preparo la pasta per la piccola, oppure ha già mangiato?
- Veramente non ho ancora cucinato perché stavo finendo di studiare.

- In futuro ricordiamoci di spegnere il riscaldamento quando usciamo.
- Veramente pensavo che lo avresti fatto tu.

Cosa si può scoprire, ragionando con attenzione su questi scambi?

Che ci mettiamo continuamente in difficoltà a vicenda, senza volerlo e senza accorgercene.
Che il nostro sistema si sente continuamente attaccato dall'altro anche quando non c'è alcun attacco in atto.
Che l'attacco che ci sembra di ricevere lo percepiamo nitidamente come azione intenzionale dell'altro contro di noi, fino a consolidare l'idea che sia il carattere dell'altra persona ciò che ci rende invivibile la vita.
Che in molti momenti finiamo per sentirci impotenti dentro la relazione, perché sembra che non possiamo dire nulla in favore dei nostri bisogni.

È un meccanismo sottile e invisibile che va in aumento nel tempo e che coinvolge entrambi i poli di chi si sta relazionando.
È chiaro che finiremo per vivere con estrema fatica e sofferenza le nostre vicinanza affettive!

Ma invece c'è da scoprire che ci sono processi fissi e sistemici in atto:
La vicinanza esistenziale
con persone con cui abbiamo una relazione emozionale e affettiva,
produce in modo automatico e inevitabile,
uno "STRESS di VICINANZA".

Questo stress di vicinanza viene interpretato come "cattiva volontà o attenzione" dell'altro verso di noi.
Per cui dopo un po' arriviamo a preferire di non averlo vicino.
Arriviamo a desiderare che "la persona cambi" o di "cambiare persona",
E non funzionerà, perché, il problema rimarrà anche con una persona diversa.

Perché non si tratta di cambiare persona, ma di cambiare interazione.

Diventare consapevoli degli infiniti modi in cui si creano pericolosi "equivoci di interazione", totalmente invisibili, che poi ci fanno stare male.

Le frasi all'inizio sono un'occasione ottima per "vedere l'invisibile" e scoprire uno dei modi in cui le due persone che interagiscono accumulano sofferenza senza volerlo e senza vederlo, solo per via di come funziona il nostro "sistema di allarme".

Rileggiamole facendo bene caso ad una cosa:
il primo che parla è concentrato sulle "informazioni per fare una cosa".
Il secondo che parla, tutte le volte, risponde concentrato sulla “difesa di sé”.

Hai già messo il sale?
Veramente il sale di solito lo mette chi butta la pasta…

Il primo vuole sapere se metterlo o no.
Il secondo, invece di dire semplicemente sì o no, sta spiegando che non era un suo compito.
Perché lo fa? Non era quella la domanda.

«Li mangiate ancora i pasticcini o li posso mettere in frigo?»
«Veramente stavamo per metterceli.»

Il primo, vedendo i pasticcini a rischio di rovinarsi, vuole sapere se li può togliere dal tavolo, o se deve lasciarli ancora lì.
Il secondo invece risponde come se avesse ricevuto la domanda:
«visto che avete finito di mangiarli, perché non li avete messi in frigo?»

«Preparo la pasta per la piccola, oppure ha già mangiato?»
«Veramente non ho ancora cucinato perché stavo finendo di studiare.»

Di nuovo il primo cerca una informazione e il secondo invece si giustifica.
Il primo si sta offrendo di fare una cosa utile per tutti, e il secondo si sente come se avesse ricevuto un rimprovero ingiusto.

«In futuro ricordiamoci di spegnere il riscaldamento quando usciamo.»
«Veramente pensavo che lo avresti fatto tu.»

Qui il primo propone una cosa per il futuro.
Il secondo spiega perché non l'ha fatta nel passato.
Di nuovo il secondo vive la proposta del primo, come un'accusa di "inadempienza".

In questo tipo di dinamiche di comunicazione escono profondamente feriti entrambi i poli.
Il secondo si sente continuamente sotto attacco, rimproverato e redarguito.
Si sente controllato e giudicato.

Ma è il suo sistema di difesa che sta interpretando male.

Il primo invece entra in profondi sentimenti di impotenza.
Perché sta solo cercando di far funzionare le cose.
E sta anche cercando di evitare qualsiasi conflitto.
Per cui è anche pronto a fare al posto dell'altro, ma ha bisogno di informazioni per fare bene.
Oppure ha bisogno, come nel caso del riscaldamento, che ci sia un coordinarsi di tutti per uno scopo comune.

Il primo vorrebbe non essere visto come "il cattivo".
Ed è invece esattamente il modo in cui si sente visto.
«Io non voglio attaccare nessuno, ma ho bisogno che alcune cose vengano fatte bene, altrimenti mi sento annegare nei problemi. Ma appena parlo, ricevo un calcio. Non posso dire niente che vengo aggredito. Ma come faccio a proteggere i miei bisogni se ogni cosa che dico viene presa come un attacco? Quindi l'unico modo per non stare in guerra, è sopportare tutto e stare muto?»

Uno dei problemi è che qualsiasi cosa ha due facce dentro la relazione: quella vista dall'emittente e quella vista dal ricevente.
Se il secondo "si protegge la faccia come se stesse per prendere uno schiaffo", al primo arriva: "tu mi vuoi dare uno schiaffo".

Ma sul primo ‘ve**re percepito come uno che dà schiaffi’ è uno schiaffo a lui a sua volta.
«Come? Io sto solo cercando di volerti bene, e tu mi tratti come se ti volessi fare violenza?»

Nella relazione emozionale e affettiva accade questa cosa fatale:
il proteggersi dell'uno, viene visto come accusa dall'altro.

Ma nessuno dei due all'inizio si sta proteggendo da un pericolo.
Ognuno si sta proteggendo da una PAURA.

E questo fa una differenza enorme.
Lo spavento, ai nostri occhi, trasforma l'altro da risorsa a minaccia.

Il punto difficile da vedere quando siamo dentro è proprio che entrambi si sentono aggrediti, nonostante nessuno fosse in un'intenzione aggressiva verso l'altro.
Il primo stava proteggendo una vivibilità pratica dell'ambiente esistenziale.
Il secondo stava proteggendo sé stesso dalla paura di ve**re considerato "colpevole" di qualcosa.

Ognuno dei due si sente vittima di un carnefice.
Ma nessuno dei due sta davvero attaccando l'altro.
Sono tutti e due vittime della complessità.
Vittime solo degli "equivoci di interazione",
di percezioni erronee,
di comunicazioni inconsapevolmente poco funzionali.

Due vittime, e nessun carnefice.

Ma non si vede.
E ognuno dei due invece percepisce l'altro come carnefice.
Per cui ciò che all'inizio accadeva per fraintendimento, alla fine diventa una profezia auto-avverante.

Sempre di più il primo, sentendosi impotente, sentendo che il suo bisogno di "fare le cose bene" viene ostacolato, finisce per pensare male dell'altro e inizia davvero a rimproverarlo e giudicarlo, in un modo in cui l'effetto di ferita che crea gli è comunque invisibile.

Invece di chiedere informazioni, inizierà davvero a rimproverare ogni volta:
«lo sapete che i pasticcini vanno male, se avevate finito potevate anche metterli in frigo, no?!»
«Guarda che lo sappiamo, stavamo ancora decidendo se prenderne un altro o no!»

Uno si sentirà sempre più trattato male:
«se ne fregano, fanno come vogliono, pensano solo a loro.»
L'altro si sentirà sempre più trattato male:
«qualsiasi cosa faccio non va bene, ovunque mi metto non va bene, quello che sono non va bene.»

Ed ecco che ciò che inizia come desiderio di incontro si trasforma silenziosamente e invisibilmente in scontro, delusione, e senso di solitudine profonda.

Solo uno studio approfondito delle interazioni ci può togliere da questo inferno e farci trovare le soluzioni e i modi per smettere di ferirci.
Che poi era l'unica cosa che speravamo di fare...

Trattarci bene."

CREDIT: L'amore amorevole

Mi trovo spesso a dIre che il CORAGGIO NON È la mancanza di paura.Coraggio è fare le cose anche quando ci tremano le man...
15/02/2026

Mi trovo spesso a dIre che il CORAGGIO NON È la mancanza di paura.
Coraggio è fare le cose anche quando ci tremano le mani, il cuore batte troppo forte, la vergogna imperversa.
Coraggio è forza fisica, ma soprattutto morale. Coraggio è assumersi le proprie responsabilità, dicendo i propri pensieri con onestà e rispetto.
Fuggire, offendere, attaccare..NON sono coraggio ma paura e slealtà.
CORAGGIO: dal latino "cor habere"= avere cuore
❤️
Il benessere psicologico dipende MOLTO dalla coerenza interiore❤️

14/02/2026
QUANDO CRESCERE IMPLICA GIUDICARE LA MAMMAArriva un momento — silenzioso, quasi impercettibile — in cui i figli crescono...
13/02/2026

QUANDO CRESCERE IMPLICA GIUDICARE LA MAMMA

Arriva un momento — silenzioso, quasi impercettibile — in cui i figli crescono
e lo sguardo cambia.

Non guardano più come bambini.
Guardano come chi crede di aver capito.
Come chi rilegge il passato con occhi da adulto, ma senza memoria del contesto.

E allora compare il giudizio.

Non sempre con urla.
A volte in frasi fredde.
In silenzi tesi.
In domande che non cercano di comprendere, ma di accusare.

Perché hai fatto questo?
Perché non c’eri?
Perché l’hai permesso?

La madre ascolta.
E qualcosa dentro si spezza.

Perché quel giudizio non arriva da fuori.
Arriva dal sangue.
Dal legame che è stato casa, rifugio, sostegno.

La madre che oggi viene giudicata non era un’idea.
Era un corpo stanco.
Una donna impaurita.
Qualcuno che ha deciso tante volte senza certezze, con il cuore stretto, cercando solo di proteggere ciò che amava.

I figli non hanno visto le notti insonni.
Non hanno visto le rinunce.
Non hanno visto le decisioni prese con senso di colpa, con angoscia, con solitudine.

Non hanno visto — perché non potevano — che anche la loro madre è stata figlia.
Che anche lei è arrivata con ferite.
Che ha fatto ciò che poteva con la storia che si portava dentro.

Quando il figlio si mette nei panni del giudice, perde qualcosa di più della tenerezza.
Perde una forza interiore.
Una radice silenziosa che sostiene la vita.

Perché nel giudicare la madre, il figlio non si allontana solo da lei.
Si allontana anche da sé stesso.

La madre lo sa, anche se non sempre riesce a spiegarlo.
Lo sente nel corpo.
In quella nuova stanchezza che non è fisica, ma profonda.

Eppure molte madri tacciono.
Non per debolezza.
Ma perché intuiscono che la vita non si rimette in ordine guardando indietro con durezza,
bensì riconoscendo ciò che è stato, anche ciò che è stato imperfetto.

Questo testo non cerca di giustificare gli errori.
Cerca di dire una verità più profonda.

Essere madre non ha significato essere perfetta.
Ha significato amare con quello che c’era.
Sostenere gli altri mentre dentro si vacillava.

Arriva un punto in cui la madre deve lasciar andare il senso di colpa eterno.
Smettere di portare accuse che non le appartengono.
Ricordare che non ha fallito per mancanza d’amore,
ma per limiti umani.

Forse i figli un giorno capiranno.
Forse no.

Ma la madre può scegliere oggi qualcosa di essenziale:
guardarsi con misericordia,
riconoscere la propria umanità
e tornare al proprio centro senza abbassarsi, senza giustificarsi, senza difendersi.

Perché quando il figlio giudica, qualcosa si perde.
E quando la madre si colpevolizza senza fine, si spegne.

E nessuno dei due è stato chiamato a questo.

Il mio libro “Il dolore che non ti appartiene” è un invito a smettere di portare pesi che non sono tuoi e a riconciliarti con la tua storia, senza colpa e senza giudizio.

Preso dalla pagina “Tempesta”
Credit: 21 grammi

Quante volte restiamo nel passato con tristezza o fuggiamo nel futuro con ansia!Intanto il presente se ne va e non vivia...
12/02/2026

Quante volte restiamo nel passato con tristezza o fuggiamo nel futuro con ansia!
Intanto il presente se ne va e non viviamo l'unica cosa che abbiamo davvero!

Indirizzo

Corso Del Popolo, 256
Rovigo
45100

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