01/03/2026
Lavorare col Trauma da Abuso.
Riprocessa, Rinarra, Sovrascrivi una Nuova Storia. 💔➡️🫶🏻🫂
Molte persone che hanno vissuto abusi sessuali o traumi relazionali precoci portano dentro la convinzione che c'è qualcosa di sbagliato dentro di loro. Si tratta di un’esperienza identitaria che attraversa il corpo, le relazioni e la percezione di sé. Come se l’amore non ricevuto fosse la prova di un difetto originario.
Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, questo vissuto può essere compreso come parte di un copione di vita costruito molto presto. Il bambino, per sopravvivere emotivamente, prende decisioni profonde su di sé e sul mondo. Se la figura di attaccamento è anche la fonte del pericolo, il sistema psichico deve trovare una soluzione che preservi almeno un’illusione di sicurezza. È spesso meno minaccioso decidere “Sono io sbagliato” piuttosto che vedere che “Chi dovrebbe proteggermi è pericoloso”. In quel momento, quella decisione è adattiva perché consente al bambino di mantenere il legame e di dare un senso a ciò che è inconcepibile ed inaccettabile.
Con il linguaggio dell’Analisi Transazionale potremmo dire che si strutturano convinzioni copionali legate alla non amabilità, alla non importanza, talvolta al “Non esistere”. Ma se integriamo una prospettiva trauma-informed, come quella proposta da Janina Fisher, comprendiamo che queste non sono semplicemente decisioni cognitive, sono piuttosto delle risposte neurobiologiche e parti dissociate dell’esperienza che si sono organizzate per proteggere il sistema.
Nel trauma, soprattutto quando è relazionale e ripetuto, la personalità si struttura in parti. Ci sono parti che continuano a funzionare nella vita quotidiana, che lavorano, che si prendono cura degli altri, che cercano di essere competenti. E poi ci sono parti più giovani, cariche di vergogna, paura, confusione, che portano ancora l’impronta dell’abuso. Quando la persona adulta si sente improvvisamente indegna, sporca o sbagliata senza una ragione apparente, spesso è una di queste parti che sta emergendo, non l’intera identità.
La vergogna tossica, in questa prospettiva, non è un tratto di personalità ma è una memoria implicita. È l’emozione che il sistema ha dovuto assumere per sopravvivere in un contesto di abuso di potere. Il bambino non ha mai la responsabilità della violenza subita. Tuttavia, per preservare il legame, può interiorizzare lo sguardo dell’abusante. Col tempo, quello sguardo diventa una voce interna critica che giudica, svaluta, accusa. In termini transazionali, possiamo riconoscere un Genitore interno contaminato dall’esperienza traumatica, che continua a riprodurre messaggi impliciti di colpevolizzazione.
Il lavoro terapeutico non consiste nel combattere queste parti o nel forzare un pensiero positivo, ma nel creare stabilizzazione e sicurezza interna. Prima di rielaborare il trauma, è necessario aiutare la persona a sviluppare un Adulto sufficientemente solido, capace di osservare ciò che accade dentro di sé senza esserne travolto. Questo significa riconoscere: “In questo momento una parte di me si sente sbagliata” invece di “Io sono sbagliato”. È un passaggio sottile ma trasformativo che permette la differenziazione, riduce la fusione con la vergogna, restituisce potere di scelta.
Parallelamente, si lavora per decontaminare il Genitore interno, distinguendo tra messaggi introiettati dall’abusante e valori autentici. Si tratta di restituire la responsabilità a chi l’ha avuta. L’abuso è sempre un abuso di potere. Non esiste comportamento infantile che lo provochi o lo giustifichi. Quando questa verità comincia a essere sentita, non solo compresa razionalmente, qualcosa si riallinea nel sistema.
Ogni bambino ha diritto di essere amato, protetto e riconosciuto nel proprio valore. Se questo non è accaduto, non è la prova di un difetto nel bambino, ma piuttosto è l'evidenzs di una mancanza nell’ambiente. Assumere tale consapevolezza richiede molto tempo, perché va contro anni di adattamento e sopravvivenza. Significa rinegoziare il copione, offrire alle parti ferite nuove esperienze relazionali, interne ed esterne, in cui non siano giudicate ma comprese.
Smettere di giudicarsi con gli occhi di chi ha abusato è un processo di riconoscimento progressivo e lento. È imparare a vedere che la vergogna appartiene alla storia, non all’identità. È permettere all’Adulto di oggi di prendersi cura delle parti di ieri. In questo spazio, gradualmente, la convinzione “sono sbagliato” può trasformarsi in “Mi è stato fatto qualcosa di ingiusto, ma il mio valore non si mette in discussione”.