07/02/2026
Un bellissimo racconto ❤️
"A tutte le donne che non hanno mai perso, perché hanno trasformato ogni fine in un capitolo inedito."
A.R.
✨️Le Mani di Isotta
Avevo sessant'anni quando mi presero. Sessant'anni di mani che avevano fatto nascere bambini, curato febbri, impastato pane, raccolto erbe. Mani che conoscevano la differenza tra la malva e la melissa al buio, tra il pianto di un neonato affamato e quello colico. Mani che tremavano ormai, artrite che mordeva le giunture come il gelo morde la terra a gennaio.
Ma erano mani che sapevano. E questo, a Triora nell'anno del Signore 1587, era diventato un crimine.
La carestia era iniziata anni prima. Prima sottovoce; un raccolto scarso, un inverno lungo. Poi urlando, i bambini che morivano, il pane che costava quello che una famiglia guadagnava in un mese, le madri che allattavano aria. Io facevo quello che avevo sempre fatto: curavo. Mescolavo tisane di tiglio per calmare i dolori della fame, davo infusi di ortica per dare forza. Tenevo le mani di chi moriva e chiudevo gli occhi di chi non ce l'aveva fatta.
Non era abbastanza. Non sarebbe mai stato abbastanza.
Serviva qualcuno da incolpare. Qualcuno che non fosse Dio, non fosse il Podestà, non fossero loro stessi. Servivano le bàgiue, le streghe.
E io, Isotta Stella, nobile decaduta ma ancora troppo fiera, donna sola ma non abbastanza invisibile, guaritrice ma non abbastanza silenziosa, ero perfetta per quel ruolo.
Venne a prendermi all'alba Girolamo del Pozzo, il vicario dell'Inquisitore. Lo conoscevo da quando era bambino. Avevo curato sua madre quando aveva partorito lui, difficile, di traverso, e nessuno pensava che sarebbe sopravvissuta. Era sopravvissuta. Lui era sopravvissuto.
Mi guardò senza guardarmi. Gli occhi scivolavano via dal mio viso come acqua sulla pietra.
«Isotta Stella, siete accusata di stregoneria e maleficio. Verrete interrogata.»
«Da chi sono accusata, Girolamo?» Usai il suo nome. Volevo che ricordasse.
Non rispose. Forse non sapeva nemmeno lui. Tutti accusavano tutti, ormai. La fame rendeva il borgo un formicaio impazzito, dove ogni formica mordeva quella accanto cercando briciole che non esistevano.
Mi portarono alla Cà de Baggiure. Una casa come tante altre, ma quella mattina divenne prigione. C'erano già altre donne. Le riconobbi tutte. Franchetta, che aveva le mani più belle che avessi mai visto, lunghe dita da suonatrice di liuto. Caterina, che rideva sempre, anche quando non c'era nulla da ridere. Le sorelle Scarello, strette l'una all'altra come cuccioli spaventati.
Ci guardammo. In quello sguardo c'era tutto. La paura, sì, ma anche la comprensione. Sapevamo. Sapevamo già come sarebbe finita.
Gli interrogatori iniziarono con le domande. Poi arrivò Giulio Scribani, il commissario mandato da Genova. Portò con sé strumenti che non avevo mai visto, ferri, corde, argani. Portò con sé la certezza che fossimo colpevoli, e che servisse solo strapparci la confessione.
«Andate alla Cabotina?» mi chiese. «Incontrate il demonio sotto forma di caprone?»
«Vado alla Cabotina a raccogliere rosmarino», risposi. «Il demonio non l'ho mai incontrato. Ma se esiste, forse assomiglia più a voi che a un caprone.»
Mi colpì. Il sangue riempì la bocca, sapore di ferro e rabbia.
«Confessate!»
«Non c'è nulla da confessare.»
Ma c'erano altre donne, più giovani, più spaventate. E quando i ferri si scaldarono, quando le corde si strinsero, quando il dolore divenne l'unica cosa che esisteva al mondo, confessarono. Confessarono tutto quello che voleva sentire. Voli notturni, sabba, baci al posteriore del diavolo, unguenti fatti con grasso di bambini non battezzati.
Menzogne. Tutto menzogne strappate con la tortura.
Ma io tenni duro. Sessant'anni di vita mi avevano insegnato che alcune cose valgono il prezzo del dolore. La verità era una di quelle.
Franchetta morì prima. Il cuore le cedette durante un interrogatorio particolarmente brutale. Scribani la fece portare via con indifferenza, come si porta via un cencio sporco.
«Vedete?» disse alle altre. «Vedete cosa succede a chi resiste?»
Ma io sapevo la verità. Franchetta era morta libera. Morta senza aver tradito se stessa, senza aver dato a quegli uomini la soddisfazione di piegarla completamente.
Mi venne a trovare una notte. Non fisicamente. Giacevo nella mia cella, le mani gonfie e nere per le corde, le ossa rotte che cantavano sinfonie di dolore. Ma sentii la sua presenza, chiara come il suono di un liuto.
Resisti, sussurrò. Ricorda chi sei.
Chi ero? Ero Isotta Stella. Nata in una famiglia nobile ma povera, cresciuta tra i libri di medicina di mio padre e le tisane di mia madre. Avevo imparato che il corpo umano è un miracolo, che ogni pianta ha uno scopo, che la guarigione è un'arte antica quanto il mondo. Avevo dedicato sessant'anni a quell'arte.
Non avrei permesso che mi dicessero che era stregoneria.
L'ultimo interrogatorio durò ore. Scribani era frustrato; tutte le altre avevano confessato, alcune erano morte, altre erano state trasferite a Genova. Ma io resistevo. Vecchia, ostinata Isotta.
«Perché non confessate?» urlò, la faccia rossa di rabbia. «Tutte le altre hanno confessato! Perché voi no?»
«Perché le altre hanno mentito», risposi, la voce un filo sottile ma fermo. «E io non mento. Nemmeno a voi. Nemmeno di fronte alla morte.»
«Siete una strega!»
«Sono una guaritrice. Sono una donna che ha passato la vita a curare, non a ferire. Voi, invece...» Tossii sangue. «Voi torturate e uccidete in nome di Dio. Chi è veramente il servo del demonio, commissario?»
Mi colpì ancora. Le costole, già incrinate, si ruppero con un suono secco. Il dolore mi attraversò come un fulmine bianco.
Ma sorrisi.
Sorrisi perché in quel momento capii. Capii che avevo già vinto.
Morii quella notte. Il corpo, finalmente, si arrese a quello che l'anima aveva sempre saputo, che non sarei uscita viva dalla Cà de Baggiure. Il cuore, stanco e spezzato, rallentò. Poi si fermò.
Ma nell'oscurità che seguì, non trovai tenebre.
Trovai luce.
E trovai loro, tutte loro. Franchetta con le sue mani bellissime. Caterina che finalmente rideva davvero. Le sorelle Scarello, non più spaventate. E tante altre, donne che non avevo conosciuto in vita ma che riconoscevo lo stesso. Donne di ogni epoca, di ogni luogo, morte per aver saputo troppo, per aver curato troppo bene, per essere state troppo libere.
«Benvenuta», disse Franchetta.
«È finita?» chiesi.
«Finita? No.» Sorrise. «È appena iniziata.»
E mi mostrarono.
Mi mostrarono il futuro. Triora, secoli dopo, che diventava il Paese delle Streghe non per condanna, ma per orgoglio. Turisti che venivano da tutto il mondo per ricordare. Musei. Libri. Commemorazioni. I nostri nomi, i nostri veri nomi, non quelli distorti dalle confessioni estorte, scritti, ricordati, onorati.
Vidi donne che studiavano medicina, che diventavano dottoresse, che curavano senza dover nascondersi. Vidi erbe medicinali studiate nelle università, non bruciate come strumenti del demonio. Vidi la conoscenza femminile celebrata, non p***eguitata.
«Avete vinto», disse una voce antica. «Tutte voi. Hanno provato a cancellarvi, ma sono diventati loro l'esempio di ciò che non si deve essere. Voi siete diventate simboli di resistenza, di conoscenza, di coraggio.»
E capii.
Scribani, del Pozzo, tutti loro, sarebbero stati ricordati come carnefici, come esempi dell'oscurità umana. I loro nomi sarebbero stati pronunciati con disgusto, studiati come moniti.
Noi, invece, noi saremmo state ricordate come vittime innocenti, come detentrici di sapienza, come donne che avevano resistito all'ingiustizia. Non come streghe, ma come quello che eravamo veramente: guaritrici, levatrici, erboriste. Donne che conoscevano il potere della natura e lo usavano per il bene.
Le mie mani, quelle mani sessantenni, rotte e torturate, nell'altra dimensione erano di nuovo giovani, forti, abili. E capii che ogni mano che in futuro avrebbe curato, ogni donna che avrebbe studiato medicina, ogni erborista che avrebbe raccolto rosmarino alla Cabotina, avrebbe portato dentro di sé un frammento delle nostre mani.
Non eravamo state cancellate.
Eravamo diventate eterne.
Nel borgo di Triora, in una notte di marzo del 1589, il corpo di Isotta Stella venne sepolto in terra sconsacrata, lontano dal cimitero della chiesa. Non le diedero lapide, non preghiere, non onori.
E ogni volta che una bambina a Triora raccoglie rosmarino, ogni volta che una donna studia le proprietà delle piante, ogni volta che qualcuno cura con amore e conoscenza, Isotta Stella vive ancora.
Le sue mani, quelle mani che avevano fatto nascere, curato, guarito, non tremano più.
Lavorano, attraverso le mani di migliaia di donne, in ogni angolo del mondo.
E questa, questa è la vendetta più dolce che avrebbe potuto immaginare.
Non violenza. Non odio.
Ma memoria. E continuità.
E vita, sempre, sempre vita, dove loro avevano voluto portare solo morte.
"Triora non dimentica. Triora non perdona. Ma Triora, alla fine, guarisce."
🪶📸Testo e immagine di A.R