Dott.ssa Maria Giovanna Barra psicologa-psicoterapeuta Salerno

Dott.ssa Maria Giovanna Barra psicologa-psicoterapeuta  Salerno "Finirai per trovarla la Via...se prima hai il coraggio di perderti". T. Terzani Ha conseguito un master in Psicodiagnostica clinica e delle istituzioni.

La dott.ssa Barra si è laureata con lode presso l'Università "La Sapienza" di Roma. Si è specializzata, inoltre, in Psicoterapia ad orientamento sistemico-relazionale, presso l'I.P.R. di Napoli (Prof. Baldascini), sede dell'Accademia di Psicoterapia della famiglia. Attualmente segue un master in supervisione clinica e si sta formando alla didattica, presso il medesimo istituto. Da anni lavora nel campo delle dipendenze patologiche, collaborando con l'Associazione Gruppo Logos, la cooperativa sociale Labos Team e con il Centro medico cardio-endocrino-metabolico (C.E.M.) di Salerno. Svolge attività clinica presso il suo studio privato incontrando individui adulti, famiglie con bambini e adolescenti e coppie in difficoltà. Offre, inoltre, consulenza a istituzioni scolastiche, enti, associazioni ed aziende che richiedono interventi di selezione del personale e formazione dei dipendenti.Lo studio è a Salerno, in via VI Settembre n14 (nei pressi della Chiesa Madonna di Fatima).

04/03/2026

“Ho paura di morire.
Non lo dico per fare effetto. Lo dico perché è vero. Da sempre convivo con questa tensione sottile, con l’idea che qualcosa possa andare storto da un momento all’altro. Sono uno che ascolta troppo il proprio corpo. Ogni segnale diventa sospetto. Ogni variazione una minaccia. La mente costruisce scenari catastrofici con una fantasia che alla musica non ho mai saputo dare.

L’ipocondria è una forma di immaginazione.
Solo che invece di creare sogni, crea allarmi.

Mi sono sentito spesso fragile, anche nei momenti in cui tutto sembrava girare per il verso giusto. Il successo non cancella le insicurezze, le amplifica. Ti mette davanti uno specchio più grande. E se dentro non sei in pace, quello specchio non perdona. Mi sono chiesto tante volte se fossi davvero capace, se meritassi quello che stava accadendo. Se stessi solo recitando la parte dell’adulto sicuro di sé.

Poi è arrivata mia figlia.
E la mia paura ha cambiato direzione.

Quando diventi padre capisci che la tua vita non è più solo tua. Che il tuo equilibrio conta, ma conta ancora di più quello che lasci. Ti scopri vulnerabile in modo nuovo. Non perché temi per te, ma perché temi per ciò che ami. La paura non si spegne: si moltiplica. Ma diventa anche più concreta, più responsabile.

Ho capito che non devo vergognarmi delle mie crepe.
L’ansia fa parte del mio paesaggio interiore. A volte mi affatica, mi fa sentire in trappola nei miei stessi pensieri. Altre volte mi rende più profondo, più attento, più disposto ad ascoltare.

Scrivere è il mio modo di non soccombere.
Metto su carta quello che mi attraversa, lo guardo in faccia, gli tolgo un po’ di potere. Non sono un uomo sereno per natura. Non sono uno zen. Sono uno che si fa domande, che si spaventa, che esagera.

Ma ho imparato questo: non è l’assenza di paura a definirti.
È il modo in cui scegli di starci dentro.

E io, con tutte le mie fragilità, ho scelto di restare.”

—Brunori Sas.

13/02/2026

“La verità è che avevo paura.
Quando ho ricevuto la diagnosi, il mondo non si è fermato. Si è fermato solo il mio respiro. “Cancro al colon-retto, stadio avanzato.” In quel momento non pensi alla carriera, alla fama, ai set. Pensi a tua moglie. Pensi ai tuoi figli. Pensi al tempo, quello che hai avuto e quello che forse non avrai.

All’inizio ho affrontato tutto in silenzio. Volevo capire. Volevo proteggere la mia famiglia prima ancora di proteggere me stesso. Ho iniziato le cure con disciplina, con concentrazione, con la speranza concreta che la medicina e la forza di volontà potessero fare la differenza. Ogni terapia era una promessa: “Sto facendo tutto il possibile.”

Ma la parte più difficile non è stata il dolore fisico. È stata la stanchezza che mi toglieva il ruolo che più amavo: essere padre. Ci sono giorni in cui non avevo la forza di sollevare un figlio, di giocare a terra, di leggere una storia fino alla fine senza fermarmi. E un padre misura se stesso in quei momenti semplici. Quando il corpo ti tradisce, la mente resta lucida e sente tutto.

Ho capito che la malattia non ti chiede solo di combattere. Ti chiede di cambiare. Mi ha costretto a rallentare, ad ascoltare, a restare dentro ogni abbraccio come se fosse il primo e l’ultimo. Prima vivevo i momenti felici come parti di una sequenza. Dopo la diagnosi ho imparato a restare dentro un singolo istante, a sentirlo davvero.

La mia famiglia è stata la mia forza concreta. Mia moglie è stata stabilità quando io vacillavo. I miei figli sono stati luce quando la paura diventava troppo grande. Non posso controllare tutto ciò che accade al mio corpo, ma posso scegliere come amare. Posso scegliere di esserci, anche quando “esserci” significa solo sedersi accanto e respirare insieme.

Non voglio essere ricordato per la malattia. Voglio essere ricordato per la gratitudine. Per l’amore. Per la consapevolezza che la vita, anche quando si accorcia, può diventare più intensa.

Se c’è una cosa che questa esperienza mi ha insegnato è questa: non rimandate l’amore. Non date per scontato il tempo. Non aspettate una diagnosi per dire “ti voglio bene” con tutto voi stessi.”

—James Van Der Beek.

01/02/2026

PERCHÉ LA PAURA DI SBAGLIARE CI PARALIZZA: LA LEZIONE DI MASSIMO RECALCATI
Il punto di partenza è l’immagine di un pittore immobile davanti alla tela bianca. Recalcati descrive questo blocco come una difesa dal giudizio: per non sbagliare, scegliamo di non esporci, restando al di qua dell'atto. Ma a forza di proteggersi, si smette di vivere.
L’inibizione non nasce dal vuoto, ma dal troppo pieno: aspettative sociali, confronti continui e modelli irraggiungibili. Educare non significa aggiungere pressione, ma fare spazio, togliendo l'idea che l'errore sia una colpa infamante.
Bisogna permettere ai ragazzi di attraversare il proprio ponte stretto e incontrare l'onda. Solo accettando il rischio di sbagliare si può rimettere in movimento la vita e ritrovare la possibilità di essere felici.
Post scelto da Focus 3.0, associazione no profit.

Autore: Massimo Recalcati

21/08/2025
Consigli per l’estateSvegliarsi presto. Siamo nell’universo,non semplicemente nel luogo dove stiamo.Ringraziare a oltran...
08/08/2025

Consigli per l’estate

Svegliarsi presto. Siamo nell’universo,
non semplicemente nel luogo dove stiamo.
Ringraziare a oltranza, ringraziare
tutti, ringraziare sempre.
Più che andare in vacanza, diventare noi stessi un posto di vacanza.
Costruire nella nostra testa
un impianto in cui gli errori
diventano la ricetta per i nostri miracoli.
Allungare gli attimi con dolcezza.
Pensare a una persona e accarezzarla, fare questo gesto
molte volte al giorno.
Ammirare quello che siamo diventati.
Capire che gli altri esistono
anche per non capirci,
saremmo senz’aria se tutti ci capissero.
Capire che lamentarsi non serve
a niente.
Capire che ogni dono
è un progresso scientifico,
ci avvicina al bene immenso
e misterioso che fa esistere
una sedia e una stella.

Franco Arminio

16/07/2025

“Mi sono seduto accanto al me stesso che aveva perso la finale del Roland Garros dopo aver avuto 3 match points.”

Gli ho stretto la spalla.
Lui tremava. Gli occhi pieni di silenzio, le mani intrecciate come a tenere insieme i pezzi di un sogno appena andato in frantumi.

Non gli ho detto niente.
Non serviva.
Perché so cosa si prova quando dai tutto e non basta.
Quando il mondo ti guarda… e tu non riesci a guardare nemmeno te stesso.

Ma oggi che ho vinto Wimbledon, con questo trofeo tra le mani, ho capito una cosa: quel me stesso distrutto non era la fine. Era il seme.
Era il buio in cui ho imparato a crescere, a stringere i denti, a respirare quando mancava l’aria.
Il momento in cui ho deciso che non mi sarei definito per una sconfitta, ma per il modo in cui sarei tornato.

E allora sono tornato.

A volte vorrei davvero potermi sedere accanto al me stesso che soffriva.
Non per dirgli che ce l’avrei fatta…
Ma solo per restare lì, con lui.
Perché ogni vittoria comincia con un abbraccio al proprio dolore.

11/07/2025

La narrazione tossica della competizione tra bambini.

“Devono imparare a stare al mondo.”
“Là fuori è una giungla.”
“Se non imparano a competere ora, saranno perdenti domani.”

Bugie.
Ripetute talmente tante volte da sembrare verità.
Ma sempre bugie restano.

C’è chi cresce con l’idea che il proprio valore dipenda da quanto supera gli altri.
Da un voto in più, una riga scritta meglio, una risposta data prima.
Che la scuola sia un campo di battaglia dove si vince o si perde.

Ma l’apprendimento non è una gara.
Non ha bisogno di vincitori.
E, soprattutto, non ha bisogno di sconfitti.

La competizione imposta non rende forti.
Rende ansiosi.
Fragili.
Dipendenti dal confronto costante.
Bisognosi di prime posizioni, perché incapaci di riconoscere valore altrove.

Ecco il danno:
si misura tutto.
Si misura troppo.
Ma si educa troppo poco alla cooperazione.
Alla solidarietà.
Al miglioramento personale.

Crescere davvero significa imparare a guardarsi dentro, non a guardare sopra gli altri.
Significa sapere che l’unico confronto utile è con se stessi.
Col bambino che eri ieri.
Col ragazzo che puoi diventare domani.

Non servono graduatorie per formare adulti consapevoli.
Servono esempi.
E contesti dove l’altro non sia un ostacolo, ma un alleato.

Perché chi sa collaborare, costruisce.
Chi impara a tendere la mano, diventa più forte.
Chi è cresciuto nella competizione, teme il fallimento.
Chi è cresciuto nella cooperazione, conosce la responsabilità.

È lì che si forma la maturità:
non nel superare gli altri,
ma nel migliorare insieme
Gianluca Lo Presti

02/07/2025

Nella vita
non si vince né si perde,
né si fallisce
non si trionfa.
Nella vita si impara,
si cresce,
si scopre,
si scrive,
si cancella.
E si riscrive di nuovo,
si fila,
si sfila
e si torna a filare.
Il giorno che ho capito
che l'unica cosa
che mi porterò via
è ciò che vivo,
ho iniziato a vivere
ciò che voglio portarmi via.
(Poesia Purepecha)

27/06/2025

Ogni madre sa che sarà così. Cresciamo i nostri figli per lasciarli andare via. Così come succede con una stagione. Ti ho preso le mani mentre cadevi nel vuoto e ora ti ho lasciato andare via. È tutto qui l'amore di una madre. Andare via dopo avere dato le mani. Uscire di scena. Nulla da risarcire. Solo la bellezza e la gioia di vederti vivo.
Massimo Recalcati

06/06/2025

"I figli possono trovare il loro cammino quando la nostra mano ha la fede sufficiente per perderli. Attenzione, nessuno ha verità. Non ci sono esperti, ma amare significa donare a lui il nostro ritrarsi, è il sacrificio della proprietà. Il dono più grande che possiamo fare ai nostri figli non è dargli tutte le risposte, non è spiegargli il senso della vita, ma dimostrargli, con il nostro esempio quotidiano - e non attraverso la retorica - che la vita ha senso... e mostrare loro tutta la nostra fragilità. Il dono più grande della genitorialità è non ricondurre la vita del figlio a uno standard di normalità. Il dono più grande della genitorialità è amare le storture, le bizzarrie. Non raddrizziamo le viti storte, scommettiamo tutto invece sulle diversità. Io genitore voglio che tu sia quello che desideri."

[Massimo Recalcati]

02/06/2025

🔴 𝗢𝗠𝗜𝗖𝗜𝗗𝗜𝗢 𝗗𝗜 𝗔𝗙𝗥𝗔𝗚𝗢𝗟𝗔: 𝗡𝗢𝗡 𝗕𝗔𝗦𝗧𝗔𝗡𝗢 𝗚𝗟𝗜 𝗣𝗦𝗜𝗖𝗢𝗟𝗢𝗚𝗜 𝗔 𝗦𝗖𝗨𝗢𝗟𝗔. 𝗦𝗘𝗥𝗩𝗘 𝗨𝗡𝗔 "NUOVA" 𝗚𝗘𝗡𝗘𝗥𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗗𝗜 𝗔𝗗𝗨𝗟𝗧𝗜
Questo articolo dello psicologo Marco Piccolo,ad di fuori del clamore mediatico, mi ha aiutato tanto a riflettere.
In questa triste storia non c'è semplicemente una vittima(Martina) e uno spietato colpevole(Alessio),ma se si desidera andare alla radice di questa tragedia,non censurando in nessun modo la responsabilità individuale di Alessio,mi chiedo se non siano entrambi vittime di un'assenza di adulti che li abbiano aiutati a comprendere il profondo senso del vita,testimoniando la differenza tra il "vivere" ed il "sopravvivere". E le immagini di questi giorni tante figure di adulti che avrebbero dovuto prendersi cura di loro,mi interroga ancora di più e mi fa chiedere:" Ma Alessio è davvero l'unico colpevole di questa immane tragedia?"

"Condivido le recenti parole di Paolo Crepet, che dopo l’omicidio della ragazzina di Afragola ha puntato il dito non sui ragazzi, ma sugli adulti.
Ha parlato di un baratro culturale fatto di egoismo, passività, assenza educativa. Di genitori che aprono la porta a mezzanotte, regalano 100 euro e dicono “divertiti”.

Ecco, io credo che abbia ragione, ma credo anche che il problema sia ancora più profondo.
Ogni volta che accade una tragedia relazionale, la risposta è sempre la stessa:
“Servono più psicologi nelle scuole”;
“Servono laboratori di educazione sentimentale”;
“Serve parlare di sesso, amore, consenso.”
Ma io non sono d’accordo, perché 𝗲𝗱𝘂𝗰𝗮𝗿𝗲 𝗮𝗹𝗹’𝘂𝗺𝗮𝗻𝗶𝘁𝗮̀ 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝘂𝗻𝗮 𝗺𝗮𝘁𝗲𝗿𝗶𝗮 𝘀𝗰𝗼𝗹𝗮𝘀𝘁𝗶𝗰𝗮, e non basta “parlare” d’amore se l’amore non lo si è vissuto in casa.
Decenni di Educazione Civica, e la partecipazione politica è crollata.
📉 Decenni di Educazione Fisica, e i ragazzi sono sempre più sedentari, obesi, alcolizzati.
📉 Decenni di insegnamento della Religione, e viviamo nel paese più disperato e nichilista d’Europa – e non a caso, quello con la natalità più bassa.

Non è una questione di ore in più: è una questione di assenza di adulti veri.
Non sono gli interventi formali nelle aule ciò di cui i nostri figli hanno più bisogno, ma di 𝗽𝗮𝗱𝗿𝗶 𝗲 𝗺𝗮𝗱𝗿𝗶 𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘁𝗶, 𝗮𝘂𝘁𝗲𝗻𝘁𝗶𝗰𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗮𝗱𝘂𝗹𝘁𝗶.
Adulti capaci di amare davvero e quindi di dare limiti, di essere un esempio etico e morale.
Adulti che abbiano il coraggio di dire “no” al proprio narcisismo, al proprio “adolescentismo”, per educare figli con radici solide, e non solo con diritti campati in aria.
Purtroppo, viviamo in un mondo ed un tempo che ci confonde.
Ci distrae con parole come “femminicidio”, “patriarcato”, “diritti”,
ma ci lascia soli in una cultura che ha perso il senso del limite, del sacrificio, della cura.

📘 Come scrive Recalcati:
“𝙀𝙙𝙪𝙘𝙖𝙧𝙚 𝙚̀ 𝙞𝙣𝙨𝙚𝙜𝙣𝙖𝙧𝙚 𝙞𝙡 𝙡𝙞𝙢𝙞𝙩𝙚. 𝙎𝙚𝙣𝙯𝙖 𝙡𝙞𝙢𝙞𝙩𝙚 𝙣𝙤𝙣 𝙘’𝙚̀ 𝙨𝙤𝙜𝙜𝙚𝙩𝙩𝙤, 𝙨𝙤𝙡𝙤 𝙘𝙖𝙥𝙧𝙞𝙘𝙘𝙞𝙤.”
E senza adulti capaci di incarnarlo, il limite non esiste più. E quindi non esiste neppure l’amore.

Non ci salveranno i progetti scolastici.
Ci salverà solo una nuova resistenza morale ed educativa.
Una rivoluzione adulta.
(Dott. Marco Piccolo, psicologo)

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Salerno
133

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Martedì 09:00 - 20:00
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