04/03/2026
“Ho paura di morire.
Non lo dico per fare effetto. Lo dico perché è vero. Da sempre convivo con questa tensione sottile, con l’idea che qualcosa possa andare storto da un momento all’altro. Sono uno che ascolta troppo il proprio corpo. Ogni segnale diventa sospetto. Ogni variazione una minaccia. La mente costruisce scenari catastrofici con una fantasia che alla musica non ho mai saputo dare.
L’ipocondria è una forma di immaginazione.
Solo che invece di creare sogni, crea allarmi.
Mi sono sentito spesso fragile, anche nei momenti in cui tutto sembrava girare per il verso giusto. Il successo non cancella le insicurezze, le amplifica. Ti mette davanti uno specchio più grande. E se dentro non sei in pace, quello specchio non perdona. Mi sono chiesto tante volte se fossi davvero capace, se meritassi quello che stava accadendo. Se stessi solo recitando la parte dell’adulto sicuro di sé.
Poi è arrivata mia figlia.
E la mia paura ha cambiato direzione.
Quando diventi padre capisci che la tua vita non è più solo tua. Che il tuo equilibrio conta, ma conta ancora di più quello che lasci. Ti scopri vulnerabile in modo nuovo. Non perché temi per te, ma perché temi per ciò che ami. La paura non si spegne: si moltiplica. Ma diventa anche più concreta, più responsabile.
Ho capito che non devo vergognarmi delle mie crepe.
L’ansia fa parte del mio paesaggio interiore. A volte mi affatica, mi fa sentire in trappola nei miei stessi pensieri. Altre volte mi rende più profondo, più attento, più disposto ad ascoltare.
Scrivere è il mio modo di non soccombere.
Metto su carta quello che mi attraversa, lo guardo in faccia, gli tolgo un po’ di potere. Non sono un uomo sereno per natura. Non sono uno zen. Sono uno che si fa domande, che si spaventa, che esagera.
Ma ho imparato questo: non è l’assenza di paura a definirti.
È il modo in cui scegli di starci dentro.
E io, con tutte le mie fragilità, ho scelto di restare.”
—Brunori Sas.