12/12/2025
OPS SPORT E BAMBINI
RUGBY: L’ETICA DEL FAIR PLAY
“La più bella vittoria l’avremo ottenuta quando le mamme spingeranno i loro figli a giocare al rugby se vorranno che crescano bene, abbiano dei valori, conoscano il rispetto, la disciplina e la capacità di soffrire. Questo è uno sport che allena alla vita”
(Sir John James Patrick Kirwan)
Il rugby è uno sport che trascende il semplice gioco fisico, fondandosi su un'etica di rispetto, disciplina e spirito di squadra che plasma il carattere degli atleti. Non è solo uno scontro di forza, ma un'intensa sfida intellettuale e di squadra, che richiede di agire con coraggio, lealtà e integrità. I suoi valori intrinseci insegnano a canalizzare l'aggressività in modo costruttivo, promuovendo la resilienza e la collaborazione, e creando una forte comunità inclusiva che va oltre il campo da gioco. Rispetto per l'avversario e per le regole, disciplina e responsabilità, solidarietà e collaborazione, resilienza e gestione dell'incertezza, inclusione e diversità, educazione emotiva; questi sono i valori del rugby, che in definitiva è più di un semplice sport, è una filosofia che forgia individui con valori solidi, promuovendo un'etica di lavoro, rispetto reciproco e un forte senso di comunità. Le lezioni apprese sul campo, come la disciplina, il coraggio e la resilienza, sono preziose e durature, ben oltre il fischio finale.
Ne parliamo con lo staff di Zona Orientale Rugby Salerno:
Angelica, tecnico di minirugby
Alberto, dirigente
D: Angelica, frequentando il vostro campo ho potuto capire che il Rugby non è un semplice sport, ma racchiude un sistema educativo che comprende aspetti psico-sociali e valori morali, è giusto?
Risposta: Assolutamente sì, chiamarlo soltanto sport sarebbe davvero riduttivo perchè è basato su regole ben precise che non hanno a che vedere soltanto con quelle di gioco, ma anche e soprattutto di comportamento che ogni giocatore, allenatore, genitore è pregato di seguire. Sostegno, rispetto, educazione sono i principi di un mondo di cui si diviene parte una volta varcata la soglia del campo e che poi si riporta sempre con sè, anche e soprattutto fuori dal rettangolo di gioco. La squadra di rugby è una comunità e, nella società attuale che vede scemare sempre più quello che è un agente di educazione primaria per ragazzi e ragazze e bambini e bambine di ogni età, avere un luogo sicuro dove sentirsi accolti e vedersi in qualche modo indirizzati è un plus di indubitabile valore.
D: Angelica, da profano ho sempre immaginato il rugby come uno sport per omaccioni forti e rudi, invece mi ha sorpreso riscontrare l’effetto psico-affettivo che ha sui bambini, e con mia grande sorpresa anche sulle bambine, già dai 5-6 anni. La collaborazione, il senso del sacrificio l’uno per l’altro, il forte legame umano che comporta condividere fango, cadute e sostegno reciproco sono un toccasana per i nostri bambini spesso privati della socialità da una società sempre più alienante. Che riscontro avete con le fasce d’età under 6 e under 8?
Risposta: Sicuramente non potremmo chiedere di meglio, nel senso che arrivano sul campo un po' spaesati, un po' spaventati perchè non sanno cosa li aspetta, perchè devono sporcarsi, cadere a terra, aiutare i compagni e le compagne. Poi, allenamento dopo allenamento, cominciano a fare le cose in autonomia, comunicano tra di loro, si aiutano senza che dobbiamo essere noi tecnici a suggerirgli di farlo. Diventano amici, e spesso i rapporti si evolvono anche al di fuori delle ore di allenamento. I e le minizeta sono accoglienti nei confronti di chi viene al campo per la prima volta, li vediamo quindi crescere un po' alla volta anche e soprattutto nella loro socialità. Certo, non possiamo dire che è tutto rose e fiori, perchè ovviamente i momenti di conflitto ci sono, ma cerchiamo sempre di dargli delle strategie che siano di aiuto per superarli, e il rugby offre tanto in merito. Soprattutto, non ci sono differenze tra bambini e bambine, e queste ultime in particolare, che magari arrivano un po' più timorose, grazie al rugby riescono a ti**re fuori carattere e resistenza. In questo modo, contribuiamo con la nostra pratica sportiva a rompere pregiudizi e stereotipi di genere sin dalla più tenera età.
D: Alberto, l’usanza del “terzo tempo” nel rugby è davvero iconica, al punto da sentirla nominare anche in altri contesti sportivi e sociali. Veder festeggiare e condividere insieme le due squadre a fine partita è una consuetudine che farebbe tanto bene a tanti altri sport e andrebbe utilizzata in molti altri ambiti sociali. Cosa insegna il “terzo tempo” alla nostra società, dove imperversano l’egoismo, l’arrivismo e la prevaricazione? Dove l’altro è visto spesso come un avversario da sottomettere e finanche umiliare?
Risposta: Non è un caso che uno dei motti preferiti della ZetaO è "il terzo tempo lo vinciamo noi"! Si dice inoltre che a rugby si giochi con gli avversari, e non contro di essi, per cui dopo una partita fisicamente molto intensa, rugbisti e rugbiste sentono la necessità di azzerare il conflitto e riappropriarsi collettivamente di una dimensione sociale e conviviale, appunto il terzo tempo. Si tratta di un momento in cui le squadre mangiano e bevono assieme, coltivando relazioni e scambiandosi opinioni che vanno ben oltre il rettangolo di gioco. Una pratica da allargare ad altri contesti, e a tal proposito siamo molto orgogliosi di aver contaminato anche la neonata squadra di calcio popolare con la quale condividiamo il campo, l'Independiente, che ha di recente organizzato un terzo tempo dopo una partita di campionato CSI, un evento sicuramente non tanto comune in quei contesti, ricevendo anche i complimenti del proprio comitato organizzatore.
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