07/01/2026
È sulla bocca di tutti (ormai non solo degli "addetti ai lavori" nel campo della salute mentale) che – van der Kolk insegna - "il corpo accusa il colpo". È il modo assai sintetico di esprimere che il "trauma" lascia tracce nel corpo. Un esempio: la reazione al viso arrabbiato del partner è un'improvvisa astenia, l'organismo che va in tilt (come facevano i flipper dell'infanzia di qualcuno). È un ricordo somatico, una narrazione muta. Il corpo adulto sta riproducendo qui e ora il medesimo annichilimento del corpo bambino di fronte alla rabbia montante di un genitore, presagio attendibile di violenza perpetrata da chi dovrebbe proteggerci. Il corpo bambino ha imparato che spegnendosi, facendo evaporare ogni ipotesi di resistenza, diventando cosa inanimata, era una preda meno interessante per il predatore; la rabbia di quest'ultimo evaporava più rapidamente se tra le fauci si trovava una vittima che sembrava morta. Il corpo diventato adulto riproduce qui, ora, con il partner ignaro, il medesimo meccanismo; perché - si sa - il trauma se ne infischia della dimensione tempo. Ma può essere riduttivo limitare la verità per cui “il corpo accusa il colpo” a quello che chiamiamo "trauma" o "trauma relazionale" o "trauma complesso" (ci sarebbe molto da dire su questo concetto e sul paradigma di cui è frutto). Invece, il corpo accusa il colpo in un senso molto più ampio: non ci si riferisce solo al modo in cui il nostro corpo occupa lo spazio e pone in essere la sua dialettica privata tra rigidità e collasso, come ci insegna l'approccio sensomotorio. Ci si riferisce soprattutto a cosa “facciamo” al nostro corpo e del nostro corpo; a come lo “usiamo”; di quale rappresentazione lo rendiamo teatro. Esibendolo, martoriandolo, affamandolo, allenandolo sino allo sfinimento, rifiutandolo, e tanto altro. Spesso il colpo che il corpo accusa è quello inferto da noi, ogni giorno; e questo colpo riproduce, parafrasando Christopher Bollas, come siamo stati “collocati originariamente rispetto ai nostri genitori nello spazio e nel tempo”. Il colpo, come l’estetica del sogno, può rispecchiare il modo in cui siamo stati trattati dall’ambiente della nostra crescita.