06/10/2025
In qualità di psicologa clinica operante nell’ambito dei Disturbi Specifici dell’Apprendimento, ritengo imprescindibile che la scuola sia supportata da un solido investimento in formazione continua e da alleanze strutturate con i professionisti dell’età evolutiva. La personalizzazione dell’insegnamento, così come previsto dalla normativa, non può essere demandata alla buona volontà dei singoli docenti, né interpretata come una deroga al rigore formativo. È piuttosto l’espressione di un approccio educativo fondato su evidenze scientifiche e orientato all’equità. Solo attraverso una rete collaborativa e competente sarà possibile garantire risposte efficaci e realmente inclusive.
I disturbi specifici dell’apprendimento sono uno dei temi più discussi nella scuola italiana. Sono un tipico argomento «divisivo». La legislazione italiana prevede che tocchi alla scuola personalizzare l’insegnamento per permettere a alunne e alunni con Dsa di raggiungere lo stesso livello di apprendimento degli altri con i cosiddetti «strumenti dispensativi e compensativi». E qui nasce il conflitto.
Da un lato, la scuola spesso non ha le risorse per adattare la didattica a classi in cui gli alunni con Dsa sono magari 7 o 8 (avviene spesso) e questo frustra gli sforzi dei docenti che ci provano davvero. Allo stesso tempo molti insegnanti ritengono che le misure «dispensative e compensative» siano solo uno stratagemma sfruttato per facilitare il compito agli alunni che vanno male a scuola e ottenere una facile promozione. I Dsa sarebbero cioè delle profezie che si auto-avverano: se smetto di sanzionare un ragazzino che sbaglia le doppie, questo non farà che rafforzare l’errore invece di aiutare a correggerlo.
D’altra parte anche le famiglie si dividono: alcune chiedono legittimamente – e spesso invano – che la legislazione sia applicata fino in fondo dalla scuola. Ma ci sono anche famiglie che non accedono a una diagnosi di Dsa o la nascondono temendone lo stigma, privando bambine e bambini di strumenti che l’istruzione pubblica e le neuroscienze metterebbero a loro disposizione.
Tocca alla scuola decidere se per innalzare le aspettative e migliorare l’apprendimento vadano bene le vecchie maniere o sia meglio trovarne di nuove.
Andrea Capocci
Il Manifesto
Photo: Ronald Felton